martedì 16 novembre 2010

LE STRATIFICAZIONI LINGUISTICHE NELL’AGRO FALISCO ALLA LUCE DELLA TOPONOMASTICA



GIUSEPPE SIMONETTA

LE STRATIFICAZIONI LINGUISTICHE NELL’AGRO FALISCO
ALLA LUCE DELLA TOPONOMASTICA


1 . 0 .  Oggetto e limiti dell’indagine. La nozione di agro falisco;
1 . 1 . Metodo e fonti;
2 . 0 . Gli strati linguistici nell’agro falisco;
2 . 1 . Il sostrato “mediterraneo”;
2 . 2 . L’indoeuropeizzazione: lo strato “protolatino, falisco ed etrusco”;
2 . 3 . Gli “adstrati” (sabino, umbro, latino);
3 . 1 . Gli strati toponomastici preindoeuropei, protolatini e falisci;
3 . 2 . Etimi etruschi
3 . 3 . Etimi italici, latini e tardolatini;
3 . 4 . Toponimi medievali;
3 . 5 . La toponomastica cristiana.
 
1 . 0 . Il territorio falisco, da dove provengono le iscrizioni che documentano fin dal VII sec. a. C. un’autonomia linguistica, si estende nel territorio di 12 comuni attuali della provincia di Roma (Campagnano, Capena, Castelnuovo di Porto, Civitella S. Paolo, Fiano, Formello, Morlupo, Nazzano, Riano, Rignano Flaminio, Sacrofano, S. Oreste) e 12 della prov. Di Viterbo (Bassano di Sutri, Capranica, Caprarola, Carbognano, Civita Castellana, Corchiano, Fabbrica di Roma, Faleria, Gallese, Nepi, Ronciglione e Sutri), cioé nelle aree denominate dalla tradizione antiquaria ager Faliscus e ager Capenas (nelle loro accezioni late) 1).
Non è però possibile una netta delimitazione del territorio occupato dal popolo protolatino dei Falisci, in base ai dati linguistici e archeologici a disposizione.
Pur essendo coscienti della pecularietà etnica e linguistica dei Falisci, le fonti antiquarie e letterarie antiche non sono concordi nella definizione dei confini dell’ager Faliscus, che viene considerato per lo più come una regione dell’Etruria. I limiti naturali del Tevere ad est e dei monti Cimini coi laghi di Bracciano e Vico ad ovest hanno certamente contribuito a farne un’area marcatamente autonoma sul piano etnico e linguistico, per cui la nozione di ager Faliscus come sede di una individualità etnica rimase nella coscienza degli scrittori latini e greci 2).
Presso gli studiosi moderni per ager Faliscus s’intende preferibilmente il territorio della capitale Falerii Veteres, conformemente all’uso del termine ager che si riferisce a demotici (ager Capenas, ager Volsiniensis, ager Tarquiniensis, ecc.) e non ad etnici. Un’accezione più larga include anche i territori di Fescennium e Falerii Novi. L’ambiguità è certo dovuta alla mancata documentazione di un termine Faleriensis da riferire a Falerii. Ciononostante appare più corretta la scelta di coloro che, valorizzando i dati storico-mitografici, intendono per ager Faliscus tutto il territorio occupato dall’ethnos falisco, individuabile nel bacino idrografico del Treia o, secondo altri (Herbig, Deecke), nel territorio delimitato dal rio Ricano a nord, i monti Cimini ad ovest, monte S. Cipriano a sud, il Tevere ad est. Vengono inclusi così anche l’ager Capenas, che pur presenta particolarità linguistiche sue peculiari, e centri etrusco-romani come Nepi, Sutri, ecc. Se adottiamo peraltro il criterio archeologico epigrafico, l’ager Faliscus assume questa estensione “larga”, includendo i centri da cui proviene il materiale archeologico epigrafico falisco: Civita Castellana, Faleri, Corchiano, Vignanello, Rignano, Borghetto, Caprarola, Fabrica, Grotta Porciosa, Capena, Fiano, Narce, Monte Soriano, Piano di Castello (senza contare che pure Ardea ci ha restituito epigrafi “falische”). Questa delimitazione ha un senso, comunque, fino al IV sec. a. C. Con la romanizzazione, dopo la distribuzione ai veterani del confinante agro Veiente (Liv. V 30) comincia lo smembramento politico e l’assimilazione dei Falisci, segnato dalla rete di colonie e municipi fondati nei principali centri falisci e culminato con la distruzione della capitale Falerii e la spartizione amministrativa dell’intero territorio tra quattro diverse tribù (Stellatina, Sabatina, Tromentina, Arniensis).
Il contributo che la linguistica può dare ad una corretta lettura del territorio falisco attuale consiste soprattutto nello studio della toponomastica i cui risultati, raccordati a quelli storico-archeologici, sono uno strumento utile per discernere e valutare gli apporti delle varie culture che si sono stratificate nei secoli. A tal fine occorre rilevare preliminarmente che la toponomastica falisca presenta una tipologia per lo più estensibile ai territori contermini.
L’Ager Faliscus fu nell’antichità un’area d’incrocio di diverse unità etniche e linguistiche: Etruschi, Umbri, Sabini, Latini.
E’ quindi metodologicamente ammissibile la presenza di prestiti da adstrato nella toponomastica.
A parte i nomi dei centri abitati, potrebbe meravigliare l’esiguità dei nomi di contrade, degli idronimi, dei nomi d’unità geomorfiche d’origine etrusca e falisca, in rapporto al lungo periodo storico che vide il predominio di quelle culture, se non si considerasse l’estensione temporale e l’intensità della successiva romanizzazione e della Cristianizzazione, che hanno cancellato gran parte delle facies linguistiche precedenti.
Della lingua etrusca e ancor più del falisco abbiamo infatti testimonianze frammentarie; la mancanza di documenti letterari ci impedisce di farci un quadro esauriente delle strutture sintattiche e grammaticali di quelle lingue.
E’ noto poi che i documenti epigrafici più antichi non risalgono oltre l’VIII secolo per l’etrusco e il VII per il latino e il falisco. I toponimi costituiscono pertanto un materiale linguistico che ha il vantaggio di essere ancor vivo, anche se logoro, in grado di fornire testimonianze e indizi della situazione linguistica predocumentaria; materiale però alla cui analisi inerisce una forte dose d’ipoteticità.
Dotati di una forte conservatività, i toponimi filtrano attraverso i più svariati strati etnico-linguistici subendo tutt’al più modificazioni fonetiche. E’ pertanto comprensibile la discordanza tra facies archeologica e facies toponomastica. Permane tuttavia la profonda significatività del dato etimologico, specie quando si riferisce a qualche pecularietà idroorografica o a qualche caratteristica ambientale (flora, fauna, clima, ecc.).
Per funzionalizzare alla lettura del territorio il materiale toponomastico occorre delimitarne l’ambito di provenienza distinguendo, nei casi di concordanza tra due lingue confinanti, i casi di comune assunzione d’elementi di sostrato (es.: etr. falad-, fal. Falerii, lat. Palatinum), quelli in cui la concordanza è dovuta a parentela “genetica” (quando l’elemento in questione fa parte del comune patrimonio di due lingue indoeuropee, come il latino, il falisco, l’umbro, il sabino) e quelli infine dovuti a parentela “culturale” (prestiti di adstrato). In questi casi è il dato morfologico, più che quello lessicale, la spia dell’identità del nome in questione.
 
1 . 1 . Ci sono due esigenze da contemperare nelle indagini toponomastiche: quella d’ordine pratico e quella d’ordine scientifico. Se la prima si può accententare dell’esatta localizzazione topografica e della trascrizione fedele del nome, la seconda aspira a render conto delle ragioni storiche del toponimo 3).
Grazie ai contributi degli studiosi italiani ch hanno lavorato in questo campo dalla fine del secolo scorso in poi (F. L. Pullè, G. I. Ascoli, G. Flechia, S. Pieri, V. Bertoldi, F. Ribezzo, C. Battisti, G. Alessio, A. Trombetti) il metodo si è affinato complementando il criterio tipologico con quello etimologico e combinatorio.
Operata, sulla scorta delle cognizioni etimologiche, una classificazione tipologica (toponimi derivati da nomi di persona, da oronimi, da fitonimi, da idronimi, da aggettivi, da centri militari, da impianti agricoli e zootecnici, ecc.), si procede all’inquadramento diacronico. Già agli inizi del secolo, Silvio Pieri, studiando i toponimi della valle dell’Arno 4), fissava quattro strati toponomastici per la Toscana: prelatino, latino, germanico e neolatino. I toponimi prelatini venivano identificati attraverso il confronto coi personali etruschi.
Noi utilizzeremo più proficuamente la comparazione con i toponimi prelatini e preellenici dell’area mediterranea, mettendo a frutto i recenti studi sul sostrato.
Oltre alle fonti epigrafiche e letterarie classiche, vengono qui utilizzate le opere storiografiche su Falerii e dintorni, (Massa, Degli Effetti, Del Frate, Solari, Dennis, Silvestrelli, Tarquini, Tomassetti, ecc.), quelle diplomatiche (Chronicon Farfense, Rationes Decimarum, ecc.), quelle topografiche (carte itinerarie: Itin. Antonini, Geografo Ravennate, Tabula Peutingeriana), atti notarili, ecc.).
Elementi tra i più conservativi e refrattari al cambiamento, i toponimi obbediscono ad una sorta di legge di inerzia, per cui tendono a restare tali e quali anche quando vengono a mancare le ragioni etimologiche e culturali che li hanno espressi (modificazione morfologica del terreno, scomparsa di centri abitati, cambio di coltura a facies floristica, sopravvento di un nuovo strato etno-linguistico, ecc.). Il centro etrusco di Nepet, ad esempio, denominato da una base idronimica preetrusca nep- “corso d’acqua” o “vallone boschivo”, si è conservato fino ai nostri giorni, senza che in epoca falisca, latina, medievale si siano verificati fatti tali da provocare il meccanismo di sostituzione. Un’altra base mediterranea preindoeuropea, pala- ”altura” diventa fala nel periodo etrusco, poi, ampliata con suffisso, denomina l’abitato che si è sviluppato su un’altura: Falisioi in fase protolatina, quindi, in fase latina, Falerii; intanto, poiché la città raggiunge un ruolo di supremazia, denomina l’intero popolo e il demotico (modificato morfologicamente col suffisso “etnico” –co) diventa etnonimo.
Dopo la distruzione romana del 241 a. C. il nome viene trasferito in pianura e l’altura si denomina “la civita”, come era d’uso nel Medioevo per le rovine di antiche città (cfr. Civitella, Civitucola, ecc.). Ripopolata nuovamente dal sec. VIII, non riacquista il nome primitivo in quanto Civita viene giustificato dalla presenza della sede vescovile. Accanto a questa si afferma l’altra denominazione medievale di Castellum (Episcopus Castellanus si denominano i vescovi Faleritani dei sec. VIII, IX, X). La Civita, anche perché godeva della giurisdizione sui vicini “castelli”, diventa infine Civita Castellana. Il termine Massa Castellania non è da considerare propriamente una designazione toponomastica; esso è dovuto alla costituzione di un’istituzione economico-sociale medievale, una struttura agricola (“massa”=aggregato di fondi) che era molto diffusa e solo in alcuni casi (es.: Massa Carrara), ma non per Civita Castellana, è diventata toponimo.
La trasparenza etimologica è un fattore di conservazione, che frena il processo d’erosione e di adattamento del significante a nuove abitudini fonetiche. Ma ai fenomeni d’adattamento d’ordine fonetico (Campanianus > Campagnano, Polimartium > Bomarzo, ecc.), si aggiungono quelli d’ordine etimologico, per cui, attratto da nuovi campi semantici, il significante si trasforma senza pericolo per il significato, che è di ordine topografico. Quando il termine italico ocri- “rocca” sparisce dal patrimonio lessicale dei parlanti, l’attenzione etimologizante di questi viene attratta dal campo semantico di otre, per cui Ocriculum diventa, grazie a questa fortuita assonanza, Otricoli.
Mentre i cambi dovuti a fatti fonetici difficilmente compromettono la trasparenza etimologica del toponimo, le manipolazioni pseudo-etimologiche possono sortire gli effetti più imprevedibili. Per es. un prediale latino Sempronianus (fun-dus), diventato nel Medioevo Semprognano, viene assimilato nella serie dei toponimi sacri e diventa San Prugnano (cfr. Tomassetti), anche per la spinta analogica di Prugnano (cfr. Pieri, TTM) diversi topon. tosc., da Apronianu, prediale del gent. Apronius); la villa di un Astragalo Gallo, presso Ceprano, è addirittura diventata Strangolagalli; falso oronimo è Montelànico, top. di origine antroponimica (Metellanicum castrum). Come da un S. Potito si è ricavato S. Appetito e da un S. Proculo S. Broccola, così il raro Sant’Edistio diventa Santo Resto e quindi Sant’Oreste.
Accanto a queste manipolazioni popolari spontanee (Volksetymologien), bisogna tener conto anche delle interpretazioni dotte (pseudoetimologie) che spesso si affermano trovando ospitalità nei trattati d’erudizione storiografica. Ne sono piene le opere del Silvestrelli, del Tomassetti, del Degli Effetti; quest’ultimo deriva Riano ab ara Jani. Per Baccano il Tomassetti pensa a “un santuario pagano di Bacco” (I, 116), mentre altri hanno preferito rifarsi a una presunta vaccheria, ipotesi non del tutto gratuita: il Du Cange (I, 508) attesta una forma medievale bacana “ager vel praedium vaccarum gregi alendo idoneum, idem quod vaccaia”. Baccano si riporterà meglio al termine medievale Bacanum/Vacanum, da lat. vacans (terra) “terra libera”, vacantes terrae “desertae, incultae” (Du Cange, VIII, 223). Esempio di pseudoetimologia è l’interpretazione che Catone (in Serv. ad Aen. X 184) dà di Graviscae: “dictae sunt quod gravem aerem sustinent”. Plinio (II, 14, 19) riteneva che gli Umbri si fossero così chiamati “quod inundatione terrarum imbribus superfuissent” (cfr. Solin. II, 11); Verrio (in Fest., 198) spiega Osci “ab obscaenis” e Servio (ad Aen. VII 695) Aequicoli “ab aequo colendo”.
L’araldica medievale s’ispira a spesso bizzarre pseudoetimologie: lo stemma di Calcata rappresenta un piede che calca una montagna; in quello di Canino campeggia un piccolo cane; in quello di Capranica una capra su un prato; Caprarola ha invece due capre; Gallese ha un gallo; Monterosi porta tre rose campeggianti su un monte stilizzato; Bracciano un braccio che tiene una rosa; Campagnano una campana; Colonna una colonna.
Etimologicamente trasparente è il nome del lago Puzzo, tra Fiano e Capena, formatosi nel 1930 per un’eruzione solforosa su una conca che nel 1856 aveva assistito a un analogo fenomeno.
L’indagine storica e la verifica topografica porteranno infine a verificare l’incidenza del fattore umano sul cambiamento anche onomastico, oltre che morfologico, dell’ambiente.
La contrada di Saletti, sulla sponda del Tevere a sud della confluenza del Treia, non avendo ospitato insediamenti di rilievo, ha potuto conservare un nome che risale molto probabilmente alla preistoria, mentre, ad es. il lago di Bracciano, così denominato a partire dal sec. XIV, era noto nel Medioevo come Angularius e, prima ancora, Anguillarius, dal nome del Castrum Anguillariae (oggi Anguillara); in età classica era lacus Sabatinus, dalla città di Sabate, che si denominava a sua volta dall’essere sorta davanti alla fossa lacustre (preindoeuropeo saba “fossa”, “acqua”). Il cambiamento, che in genere è graduale e lento, contemplando una fase di transizione caratterizzata dal conflitto tra i due toponimi, in qualche caso è istantaneo e quindi esattamente databile.
Nel 1935, grazie ai recenti scavi archeologici e alla politica culturale del Fascismo, il paese di Leprignano viene ribattezzato col vetusto nome di Capena. Faleria risale invece al 1874, quando abbandona il medievale nome di Stabbia.
Fra i tipi più ricorrenti si classificano i nomi d’origine geomorfica (il Pieri li indicava come “nomi locali relativi alle condizioni del suolo”). A qualche particolare aspetto morfologico del terreno si deve per es. il nome di Ronciglione, Runcilio nei documenti medievali (bolla d’Innocenzo III, a. 1244); cfr., in Toscana, Ronciglione (Ascoli Piceno) e Rio Ronciglione (Elba), da ronciglio, -one “applicato al luogo per qualche somiglianza di forma” (Pieri, TTM, 314). Nell’Italia settentr. i top. Ronchi, Ronconali, Roncone, Roncella, Roncegno, Roncora, Roncile, Roncaglia, d’origine medievale, sono riportati ad una forma rònco (Pieri, cit.; Olivieri, STV, 180).
Cfr., per il senso, il nome pregreco di Messina: (GRECO) Zàgkln “falcula”. Poco chiara è la formazione di Roncigliano (vicino Magliano S.), con suffisso forse contaminato per analogia dai prediali in –ano.
Gli oronimi, formati tramite appellativi (monte, pizzo, colle, ecc.) o aggettivi (es. acutum, donde Acuto e Monte Aguzzo) appartengono per lo più agli strati più recenti, fatte poche eccezioni (Soratte, Cimino), come anche i fitonimi (Cardeto, Sèlvola, ecc.).
Per gli idronimi, invece, va fatto un discorso diverso. Oltre ai nomi chiaramente recenti (Fosso di Rustico, Rio della Tratta, Rio Corvo, Fosso delle Sorcelle, Rio Maggiore, Rio Miccino, Rio Purgatorio, ecc.), ne esistono altri attestati dalle fonti più antiche e manifestamente risalenti alla pre- e protostoria.
I centri abitati politicamente autonomi ed economicamente più attivi sorgevano nell’antichità sul mare; quelli interni sulle sponde dei fiumi o dei laghi. Per questo l’idronomastica si presenta strettamente connessa con la toponomastica (cfr. Marta, Narce, Sabate; Roma stessa è ricondotta al nome etrusco del Tevere: rumon). Si conservano nel territorio falisco basi idronimiche preindoeuropee di diffusione mediterranea quali nar-/ner- “corso d’acqua” (cfr. Narni, Nera); nap-/nep- “acqua” (cfr. Nepi, Neva); sab-/seb- “cavità” (cfr. Sabate, Sabatinus); sal- “acquitrino” (cfr Saletti), tutti partecipi di un’antichissima comunione lessicale tra i nomi dei fiumi del continente europeo, messa ormai definitivamente in luce 5).
Problemi particolari pongono i nomi del Treia e del Tevere.
La forma medievale Tregiam (Trifone, a. 1375) consente il confronto con i toponimi toscani Treggiaia (PI) e Tregginaja (GR.), che il Pieri (TTM, 364) deriva dal termine rustico trèggia “veicolo rustico senza ruote, slitta” (v. DEI, s. v.), dal lat. trahèa (lat. tardo traha: Du Cange), presente come trejè nei dialetti abruzzesi. Anche se confortata dall’omofonia con Treia, cittadina marchigiana (Macerata), resta improbabile per un fiume la derivazione antroponimica, dal personale lat. Atreius (Schulze, LEN, 269), Atreianu (Pieri, TTM, 994). Invece ad un lat. trivius ci condurrebbe il confronto con Trivellus “rivus in Sabina” (Chron. Farfense) e con Triviae Iacus (Virg. VII 516), oggi lago di Nemi, se potessimo giustificare l’aggancio teonimico con Trìvìa, epitesi di Diana, dea dei boschi (cfr. Forcellini, VI, 726). L’ipotesi più probabile è chiaramente la derivazione dalla contigua contrada detta campo Trebia (Campi Trebie, vocabulo ultra Trebiam negli Atti Notarili di J. Angelo Pelletroni, a. 1571-4), Campo Treia nell’elenco dei beni del Monastero di S. Chiara (a. 1714). Il toponimo deriva dalla forma romanza trèbbio “crocicchio” (lat. trìvìus); la denominazione ultra Trebiam (oltre Treia in Del Frate, Guida, a. 1897) verrebbe ad essere posteriore al trasferimento del nome dalla contrada al fiume.
La lunga serie dei nomi del Tevere nel corso dei secoli ci può offrire uno spaccato della storia di un’intera regione (v. Battisti, Sostr., 154). Al sostrato ligure (alba “collina”) cfr. Alpes Albalonga, ecc) il Bertoldi riferisce la denominazione Albula (Plin. III 53) “fiume tra i monti” (Battisti, Sostr, 145), che invece altri 6) riallacciano alla radice indoeuropea albh- “bianco”. All’area etrusca si riportano invece i nomi Volturnus, Rumon, Tiberis.
Rumon è per Servio (ad Aen. VIII 63) il nomen antiquum.
Tiberis, che compare in area italica come Tifer-nus, -num (idron. e topon.) è inseparabile da prenomi latini come Tiberius, gentilizi come Tiberilius/Tiperilius e dagli antroponimi etruschi Oefarie(i), Oepri(e) 7). Varrone e Festo collegano il Tevere con il rex Tuscorum veiente Tybris (Paul. Fest., 503 L.). L’Alessio preferisce riportare al sostrato anche Tiberis/Tifernus sulla base dell’egeo (GRECO) tìfos “acqua stagnante”, del fitonimo (GRECO) tùfe “pianta palustre”, degli idronimi iberici Tibilis, Tebro, e acquae Tibilitanae (Numidia).
Il nome Serra (cfr. Virg., Aen. VIII 63) è considerato un’altra delle denominazioni antiche del Tevere 8).
VelOurna sarebbe il nome del fiume nell’età dei Tarquinii (De Simone).
Un altro campo semantico assai produttivo nella toponomastica è quello degli strumenti agricoli e delle strutture create dall’uomo come gli impianti zootecnici, da cui derivano i toponimi Vaccareccia (Castellum Vaccaricia, a. 1081), diventato altrove Maccarese (varie località), Pecorareccia, Caprareccia, Porcareccia (in Toscana), Porcella, Porcile, Porcera, Porcarizza, ecc. Grotta Porciosa è una contarada di Civita Castellana. Un’altra contrada, Bufalareccia, ricorre altrove come Bufalaia, Bufalino, Bufalone, Bufolaccia (Toscana).
A questa matrice riportiamo dunque anche le coste di Bufalino (Civita C.). All’incidenza del fattore umano si devono i nomi Canepina, Casette, Ceramica, Chiesuola, Citernella, Fontana al colle, Fontanaccia, Fontana del diavolo, Fontana del Moro, Fontana longa, Fontanelle, Cave, Vignale, Noceto, ecc.
Un impianto per la lavorazione delle pelli (lat. corium “cuoio”) è presupposto dal topon. Millecuori (Civita C.), con il numerale prefisso indicante misura generica di quantità (cfr. Centocelle), etimologia popolare da una forma Millecorii attestata per il 1572 negli Atti del Notaio J. A. Pelletroni.
Una forma tardolatina stab(u)la “stalla”, ma anche “taverna” (il lat. stabulum significa “dimora per animali o persone di bassa condizione”) sta alla base del topon. Stabbia, antico nome di Faleria, diffuso anche in Toscana: Stabbia, Stabbi, Stabbiati (Pieri, TTM, 361). Nel 998 la villa “quae vocatur Stabla” nel territorio Nepesino, fu donata al Monastero di S. Gregorio al Celio. Questa è l’origine più probabile dei nomi di Osteria di Stabia e Fosso di Stabia presso Civita C., senza dover risalire, come fa il Battisti (Sostr., 116) per la Stabia di Castellammare, a un protolatino Stabiae.
Anche Anguillara è etimologicamente trasparente; da un ittionimo lat. anguilla il Pieri (TTM, 117) deriva gli omofoni toscani: Fonte dell’Anguilla, Anguillaia, Anguillara e l’Olivieri (STV, 133) l’Anguillara veneta. La forma anguillarium “locus ubi anguillae habitant” (Du Cange, I, 252) è latina medievale.
Mentre i nomi derivanti da piante e colture, da impianti e strutture varie sono generalmente recenziori e al massimo romanzi, molto più varia è la distribuzione nel tempo dei derivati da antroponimi, gentilizi e cognomi. La tradizione mitografica riconduce sempre ad un eroe eponimo la fondazione e la denominazione delle città antiche. Falerii è riallacciata al mito di Halaesus argivo (grazie all’alternanza h/f con cui il latino e, rispettivamente, l’italico rendono certi foonemi indoeuropei; cfr. hircus/fircus ecc.). Spesso l’eponimo è una divinità (Sabus, Feronia, ecc.). Per il periodo etrusco-latino, come si verifica il caso frequente della derivazione di gentilizi da toponimi (dal topon. SuOri- è attestato il gent. etr. suOrina “Sutrinus”), è possibile il fenomeno inverso, che cioè un toponimo produca gentilizi. I toponimi prediali in – (i) –anum si sono formati in massima parte nei periodi più recenti (tardo Impero, Medioevo), quando i titolari di fundi o praedia davano il nome alle contrade dove gli stessi erano ubicati. Il gent. Ceicna, gens etrusca attestata a Volterra, corrispondente a lat. Caecina (cfr. top. tos. Cècina; Fronzaroli, p. 1), potrebbe stare alla base del nome di Cicignano (Caecinianus fundus), come la gens italico-latina dei Caecilii potrebbe giustificare Ciciliano, a meno che non si pensi a un relitto della permanenza protostorica dei Siculi nel Lazio, così ampiamente attestata dalle fonti (cfr. Sicignano degli Alburni: Sicinianus). Ciciliano sorge infatti sui resti di un medievale Siciletum, distrutto nel IX sec. (Silvestrelli).
 
2 . 0 . Un tentativo di delineare in una regione come quella falisca la stratigrafia linguistica con l’aiuto dei toponimi si giustifica con le parole dell’Ascoli (“A. G. I.”, 1895, p. 97): “Costituiscono i nomi locali, nel giro della Storia, una suppellettile scientifica che si può confrontare con quella che nell’ordine delle vicende fisiche è data dai diversi giacimenti che il geologo studia”. Gli strati individuabili nell’agro falisco sono: il preindoeuropeo (mediterraneo di tipo “liguroide”), il protolatino, il falisco (fortemente caratterizzato dai due “parastrati” etrusco e latino arcaico), il latino (nelle sue fasi evolutive fino all’italiano contemporaneo).
Particolare attenzione si rivolgerà alla toponomastica cristiana: insignificanti i riflessi toponomastici del longobardo.
Particolarmente interessante, a partire dall’inizio del I millennio a. C., il conflitto tra il parastrato anindeuropeo etrusco e quello indoeuropeo protolatino. Il falisco (VIII-III sec.) è generalmente assimilato alla facies protolatina: prima assimilato dall’etrusco, poi dal latino, è regredito fino al totale assorbimento. Per i toponimi di questo periodo è particolarmente importante distinguere tra congruenze di sostrato e congruenze di sinecia.

 2 . 1 . Troviamo nell’agro falisco relitti di quella comunione linguistica preindoeuropea che cade cronologicamente nella preistoria e che chiamiamo “mediterranea” essendo sopravvissuta in isole alloglotte dislocate nel bacino del Mediterraneo (basco sui Pirenei, ligure o leponzio nell’Italia settentr., tirrenico nella centrale, pelasgico nella meridionale, sicano ed elimo in Sicilia, egeo e asianico in Oriente). Esso ci è documentato essenzialmente dall’onomastica (idro-, fito- e toponomastica). Anche se non è ovviamente possibile stabilire una cronologia assoluta, si può collocare indicativamente questo strato toponomastico nell’eneolitico medio (2200-1800 a. C.). Gli elementi più peculiari del sostrato, i suffissi, non sono attestati nell’area falisca, aumentando il grado d’ipoteticità d’ogni base riconoscibile come mediterranea.
Sono infatti gli elementi formativi che ci assicurano della identità di un nome, proteggendo dall’abbaglio delle facili omonimie. Non troviamo il suffisso ligure –asco, né il celtico –aco, -ago, né l’illirico –este né l’egeo-asianico –nth- e –ss-. Risulta invece presente il suffisso tirrenico –na, -en(n)a.
La base pala- “sommità tondeggiante”, “roccia” (v. Battisti, Sostr., 34), presente in lat. Palatium, Palatinus mons (Roma), e che sta alla base di lat. palatum “palato” e del sardo pala “pendìo”, si presenta nell’area etrusca come fala-, con la spirantizzazione dell’occlusiva e il significato di “cielo, altura”: “falae dictae ab altitudine, a falado quod apud Etruscos significat coelum” (Paul. Fest. 63): morfologicamente etrusco sembra anche il derivato falarica “genus teli missile quo utuntur ex falis, id est locis extructis, dimicantes” (Paul. Fest.). La semantica originaria sembra essere quella di “concavità, rotondità”, applicabile alla volta celeste come ad una montagna, come anche a un cranio unano 9). Da fala- deriva Falerii, detta da Plutarco (GRECO) mòlis èpumvn’, Falesia, il porto etrusco presso Populonia, poi portus Faleria, la città picena Falerio (oggi Falerone), l’ager Falernus in Campania, i gentilizi Falenius, Faltenius. Conclude il Bertoldi (Colonizzazioni, p. 172): “associati nell’idea ispiratrice di località dominante su un’altura, i due nomi vetusti di Palatium e Falerii si lumeggiano a vicenda: il primo tuttavia, a giudicare dalla labiale sorda iniziale, legato alla tradizione indigena tirrenica, il secondo dovuto dunque ad innovazione etrusca”.
Al preindeuropeo nap-/nep- “corso d’acqua” 10) si riconducono toponimi come Nepi, (GRECO) Nametìvos nòlmos (nel Bruzio); idronimi come (GRECO) ‘A-vamos (Sicilia, Acarnania), il friulano Interneppo (sul modello di Inter-amnis), forse anche Neva (fiume umbro che bagnava il castellum Amerinum) cfr. umbro nepitu “fluctibus obruito” in Tab. Iguv. VI, B, 60); fitonimi come (GRECO) vèmita n kalamìvtn (Hesych.) “specie di menta”, “pianta amante dei terreni umidi” (Alessio, “St. Etr.”, XV, 1941, p. 222), da confrontare col marchigiano nebbi “piante dei fossi” e col tosc. nepa, nepe “Ulex europaeus L; ittionimi come libico nepa “scorpione acquatico” (cfr. Paul. Fest., 162: “Nepa Afrorum lingua … cancer appellatur … vel scorpios”); antroponimi come etr. Nepius, Neponia (Schulze, LEN, 567); teonimi come il lat. Neptunus, divinità fluviale, filtrato probabilmente attraverso la forma etrusca nep(e)t-un-. Il centro etrusco-falisco di Nepi deriva quindi il nome dalla forma etrusca nepet dell’idronimo medit. nep-, che in etrusco doveva assumere il significato di “vallone boscoso” (Battisti, Sostr. 153).
Medit. pen- “roccia” è per l’Olivieri (DTP, s. v. Pennine) voce celtica. La penetrazione gallica l’avrebbe introdotta nel ligure, lasciando traccia nel nome delle Alpi Pennine e negli Appennini. Per il tramite ligure-etrusco, poi, la voce avrebbe migrato più a sud sopravvivendo in Penne (Pescara), l’antica (GRECO) Mìvva, città dei Vestini (Plin. III 12, 17; Ptol. III, 1, 59; Forbiger, III, 641). Questa origine potrebbe anche avere il topon. La Penna (Civita C.) che fu necropoli etrusca nel VII-VI sec. Nel Medioevo si usava ancora la voce penna per “cima, sommità” (cfr. DEI, s. v.)  e così è registrata dal Du Cange (VI, 257): “penna, vox Hispanica, Rupis, Collis; penna pro arx castellum, quia in rupe seu clivo saepe exstructum”. Pinna è registrato nel 1021 a Farfa per “merlo di muro”. L’oronimo, data la sua diffusione, è più probabilmente preceltico, cioé mediterraneo (Battisti, Sostr., 241).
A un idronimo mediterraneo nar- “fiume” 12) si riportano il nome del fiume Nera (lat. Nar, umbro nahar) e la città di Narni (lat. Narnia, gr. (GRECO) Napvìa 13), che dal fiume ha derivato il nome probabilmente dal 299 a. C., quando vi fu dedotta una colonia; il nome preromano era Nequinum, come attesta Livio (X, 9: Nequinum … ubi nunc Narnia). L’idronimo, ampliato con il suffisso etnico –ko-, ha forse denominato il naharkum numen “popolo Naharco”, che compare nelle Tavole Iguvine (I b 17, ecc.) e sta alla base del centro etrusco-falisco di Narce (Schulze, 67, 480); cfr. Narci, a sud di Calcata, sulla Treia.
Preindoeuropeo sab- “fossa” (Battisti, 35) o “acqua” (Philipp, “PWRE” I A2 1540; Nencioni, “Studi Ital. di filol. class.”, XVI, p. 238), starebbe alla base di Sabate, (GRECO) Sabata (Strab.), centro etrusco sul lacus Sabatinus (Bracciano). Cfr. i vada Babbatia (Genova), presso cui sorgeva la città di (GRECO) Sabàtol (Strab. V, 1, 10), oggi Savona; il Sabatus fl., oggi Savuto (nel Bruzio); il Sabatus, affluente del Calor (Hirpinia); Sapis fl. nella Cisalpina (oggi Savio). Da questo tema idronimico sarebbe formato anche l’etnonimo Sabini (coi derivati Sabelli, Samnites, etc., nome “anario” per l’Alessio (“Studi Etruschi”, XIX, 145) e il Battisti (Sostr., 125). Anche se l’etimologia della base etnonimica di Sabini, Sabelli, Samnites resta problematica (potrebbe anche essere indoeuropea: con la base sabh- si denominano gli Indoeuropei della seconda ondata) 14), abbiamo tuttavia sufficienti argomenti per postulare la base idronimica mediterranea sab-/seb- “esser cavo” 15).
Sala “corso d’acqua” (Battisti, Sostr., 35), “terreno paludoso” (Devoto, “St. Etr.” XXIII, 218), idronimo panmediterraneo 16) spiega il nome della contrada Saletti (Civita C.), sulle sponde del Tevere, di Salapiae, città della Puglia, li salappi, paludi del Leccese, lago di Salpi, nella Daunia, Salpinum, in area etrusca.
Per quanto riguarda i toponimi in capra-: Caprarola, Capranica, che si collegano con abruzzesi Caprara, Capracotta, e molti altri in tutta la penisola, è sufficientemente accettato che non si riferiscono al quadrupede, bensì ad un adattamento etimologizzante della base mediterranea crap-/crep- “monte. sasso”.
A basi mediterranee murra e gaura sono ricondotte pure le voci medievali mora, morra “mucchio di pietre, sasso grande” (Battisti-Alessio, DEI, IV, 2505), attestata a Nepi nel 1550 e gora “fossato, canale”, voce d’area piemontese, romagnola e toscana, col dimin. gorla.
La presenza di questi relitti lessicali nella toponomastica, ascrivibili con buone ragioni alla fase preistorica precedente la diffusione delle lingue indoeuropee costituisce una conferma, sia pur labile, dei dati archeologici secondo cui il territorio falisco non fu estraneo alle culture autoctone eneolitiche.
 
2 . 2 . L’inizio dell’indoeuropeizzazione del territorio falisco è collocabile alla fine dell’eneolitico e nella prima fase dell’età del bronzo (1900-1600 a. C.), in concomitanza con l’apparire di una nuova facies archeologica, documentata nel Viterbese (cultura di Rinaldone) e in altri centri appenninici e dotata di evidenti analogie con le coeve culture balcaniche. Ma la facies culturale tosco-laziale, stando ai dati archeologici, rimane ancora sostanzialmente anindoeuropea. Fino alla più tarda fase villanoviana coesistono nella Tuscia laziale singoli nuclei indoeuropei (antenati dei Latini, Falisci e Sabini storici) sparsi in un ambiente eteroglosso.
Alla presenza, nell’agro falisco e nel Lazio, di “Proto-latini” (o “Latino-siculi”: indoeuropei della prima ondata non ancora etnicamente e linguisticamente ben differenziati) si riferiscono le notizie degli annalisti romani sul dominio dei Siculi nell’Italia centrale. Le città di Antemnae, Caenina, Crustumerium, Fidenae, Tellenae, Ficulea, Corniculum, Gabii, Nomentum, Tibur, Aricia, Falerii, Fescennium erano abitate dai “Siculi”, poi cacciati dai “Sabini” (Cat. In Serv. VIII 638; Fab. Pict., fr. 2 Peter). Un’isoglossa tra l’agro falisco e il Latium vetus è il nome del pagus Sucuranus, sul Viminale (Battisti, 163) che ritorna in Scorano. Una cospicua testimonianza di questo strato protolatino (Devoto) o protoitalico (Pallottino) o latino-ausonico (Ribezzo), è la massiccia diffusione del suffisso etnico –co. In questa fase probabilmente l’etnografia dell’Italia antica comincia a consolidarsi in unità più definite. Dal ceppo protolatino si differenzia l’ethnos falisco. Il processo d’aggregazione certamente favorito dalla presenzq di un centro potente come Falerii, ha coinciso evidentemente col graduale differenziarsi della lingua, su cui hanno agito, oltre ai “fermenti” del sostrato, l’etrusco e il sabino. Una “variante dialettale del latino, con influssi umbro-sabellici ed etruschi” è il falisco per R. L. Palmer (The latin language, 1955). E’ rilevante la notizia straboniana secondo cui la coscienza di questa autonomia era diffusa già presso gli antichi: (GRECO) Eviol d’où Tuppnvoùs fasi toùs Falepìous, àllà Falìskous, ìdiov etvos tivès dè kài toùs Falìskous mòliv ìdiòglossov (v, 2, 9).
C’erano quindi anche coloro che consideravano gli abitanti di Faleri non un popolo a sé (ìdion ethnos) parlante una propria lingua, bensì “Tirreni”, cioè etruschi. La preponderanza culturale e politica dell’Etruria nei secoli VII-III a. C. ha contribuito a etruschizzare i Falisci, che da Livio (V 8, 5) sono detti populus Etruriae; Servio (ad Aen. VII, 607) chiama Falerii civitas Tusciae, mentre per Plinio (N. H. II 5, 51) Falerii Novi è Colonia Falisca Etruscorum. Anche le altre città falische sono definite “etrusche” o “tirreniche” dagli storiografi, dai geografi e dai lessicografi antichi. Il periodo di maggiore etruschizzazione fu certo l’età dei Tarquini, nella quale la stessa Roma presenta una facies etrusca (v. Battisti, 105). Centro di due potenti lucumonie furono Falerii e Capena (Lopes Pegna, Problemi di Storia e topografia etrusca, Firenze 1967, p. 264 sgg.). Nel sec. IV esse erano duo Etruriae populi (Liv. V 8).
La lunga sinecia ha consentito l’assunzione di gentilizi etruschi (Schulze, LEN. 535 sgg.), caratterizzati dal suffisso –na che corrisponde a lat. -num, -nus, -na, -nia (i gentilizi etr. e lat. sono in origine aggettivi patronimici indicanti l’appartenenza).
Dai gentilizi etruschi, dalla forma originaria o dalla corrispondente forma latina si formano toponimi; es.: etr. ceicna, lat. Caecina (cfr. Mela, II 72): Cicignano; etr. suOrna, Sudernia (CIE, 873-4): (GRECO) Soùdepvov (Ptol. III 1, 43).
 
2 . 3 . L’agro falisco, come il Lazio, subì all’epoca delle origini di Roma la pressione dell’elemento sabino. Il Ribezzo 17) è giunto addirittura a sostenere la sabinità originaria del territorio falisco e di Roma stessa (adombrata nella leggenda del ratto delle sabine). Nell’VIII sec. a. C. “sabine” erano le città d’Antemnae (Cato, Or. I, fr. 21 Peter), Caenina e Crustumerium (Plut., Rom., 16, 17; Steph. Byz.; Liv. I, 9; XLII, 34), Fidenae (Liv. I, 15; Dion. Hal. V 61; Strab. V, 226; Plut., Rom. 17; Plin. III, 107), Nomentum (Strab. V 228; Verg., Aen. VII 712; Plin. III 107), Tibur, Collatia (Liv. I 38); Regillus (Liv. II 16; Dion. Hal. V, 40; Steph. Byz.), Eretum (Verg., Aen. VII 11; Dion. Hal. III 59, 1; V 45).
A questi Sabini dell’VIII sec. che il Devoto chiama Protosabini per distinguerli dai Sabini del VI sec., 18), si aggiudicano le labiodentali aberranti dalla fonetica latina (scrofa, fordeum, fircus, fel, ecc.). Sabinismo è il termine curis “lancia” (Ov. Fast., II 477 sgg.), che la tradizione antiquaria collega con Quirinus, Quirites. A Falerii è presente nella forma sabina (Giunone Curite).
Le lingue degli Umbri e dei Sabini del VI secolo, cioé le lingue “italiche” (Indoeuropei della seconda ondata) a diretto contatto con i Falisci, vanno considerati come elementi antagonisti rispetto al falisco nei secoli della sua maggiore vitalità.
Gli Umbri erano stanziati nella regione tra il Tevere e il Tupino, fino alla valle del Nera. Del contatto protostorico con gli Etruschi è rimasta traccia nelle fonti. Erodoto (I 94) scrive che gli Etruschi sono arrivati “nel paese degli Umbri”, designando con questo nome gli indigeni preetruschi della regione.
Plinio li definisce “antiquissima gens Italiae” (III, 14, 19) e Dionisio d’Alicarnasso (I 19) “indigeni” del Reatino, donde si sarebbero poi spostati nella regione dei Tirreni.
Per valutare gli apporti dell’adstrato latino occorre considerare la situazione linguistica del Lazio in età regia e la presenza, accanto al latino di Roma, d’altre lingue manifestamente diverse, anche se geneticamente affini: lanuvino, prenestino, ecc. Dall’esame della toponomastica di Roma arcaica (Battisti, p. 102 sgg.) risulta un notevole peso dell’elemento laziale non latino nei fenomeni di sinecia rilevati sul Septimontium.
Altri indizi della presenza del parastrato italico (sabino) sono le notizie delle fonti sugli Hirpi, famigli sacerdotali localizzate sul monte Soratte: “Perpaucae familiae sunt in agro Faliscorum, quos Hirpos vocant …” (Solin., VIII, 21; cfr. Plin. VII, 19). Gli Hirpi sono considerati il primitivo nucleo degli Hirpini, popolo italico d’origine totemica (“lupi Sabinorum lingua vocantur hirpi”: Serv., ad Aen. XI 785) stanziato in età storica tra il Sannio e la Lucania.
Anche la locuzione virgiliana Aequi Falisci, dove molti danno valore etnonimico più che aggettivale ad Aequi, potrebbe costituire un serio indizio della presenza nel popolo falisco di altri elementi italici: gli Aequi. Nelle immediate vicinanze dell’agro falisco, oltre il Tevere, resta tuttora il nome del Cicolano (Aequiculanus ager), prova toponomastica della presenza degli Aequiculi, frazione degli Aequi.
Il progredire della latinizzazione promuove gradualmente il regresso della lingua falisca; ma contemporaneamente si sconvolge l’assetto territoriale con la scomparsa di centri abitati preesistenti (fra cui Falerii Veteres, Veio, Fidene), l’assottigliamento di altri (Nepi, Fescennium), la fondazione di nuove colonie. Strabone, nel controverso passo che descrive la geografia della (GRECO) mesògaia etrusca (V 2, 9), classifica Sutri (GRECO) (Soùtpiov) tra le città “tirreniche” dotate di autonomia (poleis), accanto ad Arezzo, Perugia, Volsinii, mentre include Falerii (GRECO) (Falèpioi), Falisco (GRECO) (Falìskov), diversa da Aequum Faliscum (GRECO) (Aìkououm falìskov), e Nepi tra le “agglomerazioni minori a carattere urbano”, (GRECO) (molìXvai suXvaì), accanto alle etrusche Blera e Ferentinum.
Il geografo accenna quindi a “molti altri (agglomerati minori) alcuni dei quali esistenti ancora al suo tempo, altri spopolati da Roma o ripopolati tramite la deduzione di colonie”.
Eccettuati quelli potenziati per ragioni strategiche da colonie o municipii, i centri falisci minori tendevano dunque ad assottigliarsi in modesti aggregati dotati di un assetto urbanistico appena abbozzato (tale è il senso della locuzione (GRECO) molìXvai suXvaì).
In età augustea sono annoverate le seguenti città (fra municipii e colonie) nell’agro falisco: Falisca colonia, Lucus Feroniae, Sutrina, Capenates, Fescennia, Nepete, nominate da Plinio, a cui si aggiunge Aequum Faliscum, nota a Strabone.
 
3 . 1 . Delle città abitate dai Falisci abbiamo notizie limitate a Falerii Veteres, Falerii Novi, Fescennium. Ignoti ci sono i nomi dei cinque castella conquistati nel 293 dal console Sp. Corvilius Maximus (Liv. X 46, 11) in una guerra contro Etruschi e Falisci. Essi erano situati su alture (locis munitis), presso Troilum, centro etrusco-falisco da ricercare nelle vicinanze del lago di Bolsena (Deecke, p. 50). Se si considera la lunghezza del periodo di contatto tra etrusco e falisco (secc. VII-III) durante i quali non sono da escludere fenomeni di sinecia, è comprensibile come molti nomi di città falische presentino un aspetto fonetico etrusco, come Falerii, Fescennium (la f- iniziale per –p compare in zone di forte influsso etrusco; (cfr. Battisti, Sostrati, 151; Alessio, Le lingue …, 403).

 Falerii
Il nome della capitale dei Falisci nel periodo della loro indipendenza, fino al 241 a. C., Falerii (GRECO) (Falèpioi) ci è tramandato nella forma latina con la sibilante già rotacizzata.
La forma protolatina Fales-ioi presenta un tema fal-es- (dove s’identifica la base prelatina fal- “altura”) sul quale si è formato il nome etnico (falis-co-), tramite il suffisso protoitalico –co (cfr. Hernici, Vols-ci, Etrus-ci, ecc.).
Plutarco distingue tra (GRECO) Falèpioi (la città) e (GRECO) Falìskoi (l’ethnos); Stefano Bizantino (GRECO) (Falèpiov mòlis Tuppnvìas tò etvikòv Falèpios) testimonia la distinzione tra il nome del popolo e l’etnico della città (demotico). La confusione degli autori latini (non solo dei testi poetici, ma anche di Livio), fra abitanti di Falerii e popolo dei Falisci, attesta l’importanza della città.
Eutropio (I, 20) parla di Falisci (al posto di Falerii) come “civitas non minus nobilis” (cfr. Zonara, VIII 18).
 
Aequum Faliscum
E’ menzionata dalle fonti accanto a Falerii Veteres e oltre a Falerii Novi. Stefano Bizantino conosce (oltre a (GRECO) Falèpiov mòlis Tuppnvìas, che sarebbe Falerii Veteres) una (GRECO) Falìskos mòlis Italìas, àmoikos ‘Apgeìov kaì Falìskoi oì oìkntopes.
A ciò si aggiunge la distinzione tra Phalisca e Falerii in Solino (II 2, 7): “Quis ignorat, condita esse ab Halaeso Argivo Phaliscam, a Phalerio Argivo Falerios?”. Strabone (V 2, 9) include tra le città interne dell’Etruria una (GRECO) Falèpioi e una (GRECO) Falìskov (che il Deecke, senza ragione probante, vorrebbe correggere in (GRECO) Faskèvviov. Subito dopo il Geografo riferisce una notizia particolareggiata per ciascuna delle due città: per (GRECO) Falèpioi l’opinione diffusa che i suoi abitanti non siano Tirreni, bensì Falisci, per (GRECO) Falìskov 19) che abbia una sua lingua propria e sia da identificare con Aequum Faliscum.
E’ utile considerare l’intero passo straboniano:
(GRECO) ‘Eviol d’où Tuppnvoùs fasi toùs Falepìous, àllà Falìskous, ìdiov ètvos tivès dè kaì toùs Falìskous mòliv ìdiòglossov oì dè Aìkououmifalìskov lègousiv èmì tè Flamivìa òdò keìmevov metaEù ‘Okpìklov kaì ‘Pòmns (Strab. V 2, 8): “Alcuni sostengono che gli abitanti di Falerii non siano Tirreni, ma Falisci, una nazione distinta; altri fanno di Falisci una città che ha una sua lingua particolare; altri ancora la identificano con Aequum Faliscum, posto sulla via Flaminia tra Otricoli e Roma”. E’ evidente che la prima menzione di (GRECO) Falìskoi si riferisca alla nazione (ethnos), la seconda ad una città (polis). Non appare pertanto convincente l’ipotesi del Deecke (p. 42 sgg.) che (GRECO) Falèpiov sia Falerii Novi e (GRECO) Falìskov = Aequum Faliscum 20) sia Falerii Veteres. Per dare un senso alle due glosse di Stefano Bizantino, il Deecke si vede costretto a supporre una sopravvivenza della vecchia Falerii dopo la distruzione del 241 a. C., seppure in forma di kleine ansiedlung attorno al tempio di Giunone rimasto intatto.
Escludendo l’identificazione di (GRECO) Falìskov=Aequum Faliscum con Falerii Novi (questa non è sulla via Flaminia, che fu peraltro tracciata nel 220, dopo la fondazione della colonia) non si spiegherebbe inoltre come una colonia romana potesse essere definita (GRECO) mòlis ìdiòglossos da Strabone e (GRECO) àmoikos ‘Apgeìov da Stefano Bizantino), si deve ammettere l’esistenza di un’altra città. Il fatto che Faliscum sia sconosciuta a Livio, Plinio, Tolomeo e alle carte itinerarie e che Diodoro Siculo (XIV 96) la confonda con Falerii Veteres (ignorando la forma (GRECO) Falèpioi) indica che essa dovette scomparire precocemente, subendo la sorte di Fescennium (anch’essa ignorata da molte fonti, Strabone compreso). Aequum Faliscum è stata collocata presso Borghetto nelle rovine visibili a circa km 1,5 dall’abitato (O. Cuntz, “Jahreshafte d. Oesterr. arch. Inst.”, 2, 1889, p. 87) o identificata con Aquaviva, che ricorre nella Tabula Peut. a XVI p. da Ocriculum e a XII mp. Da Intermanana (=Interamna).
Escluso il collegamento pseudoetimologico d’Aequum con l’aggettivo aequus “giusto” prospettata da Servio (ad. Aen. VII 695): “iustos autem dicit Faliscos quia populus Romanus, missis decem viris, ab ipsis iura Fetialia et nonnulla supplementa duodecim tabularum accepit …” e sostenuto dal Ferri 21), è più corretto collegare il toponimo dell’area falisca (e gli altri omofoni presenti in area italica: Aequum Tuticum, Aequanum) all’etnico Aequi, popolo italico menzionato per il V sec. (Liv. II 30) nelle sedi storiche: valli dell’Himella e dell’Aniene tra Reate e il lago Fucino. L’ethnos degli Aequi si dissolve con la battaglia dell’Algido (431 a. C.) e il loro territorio comincia ad essere chiamato col nome della potente città di Praeneste. Una frazione del popolo equo, però, gli Aequiculi, rimase arroccata nell’alta valle dell’Himella, nell’Aequiculanus ager, l’attuale Cicolano.
La resistenza di questi montanari alterni (Liv. VII 30), pervicacissimi et cotidiani (Val. Max. V 2, 2; Flor. I 5) durò fino al 239 a. C., quando nomen Aequorum prope ad internecionem deletum (Liv. IX 45). Non è da escludersi che Aequum Faliscum abbia accolto una colonia di questi italici dispersi, costituendo un avamposto degli Aequiculani in territorio falisco.
 
 Fescennium
Dionisio d’Alicarnasso (I 21) menziona la città falisca di (GRECI) Faskèvviov accennando ad una colonizzazione romana 22).
Virgilio (Aen. VII 695) ricorda le Fescenninae acies accanto agli Aequi Falisci, e Servio annota: “Fescennium oppidum est ubi nuptialia inventa sunt carmina. Hi autem populi ducunt originem ab Atheniensibus”. Alla mitica origine argiva accenna pure Solino (II 8): “Fescennium quoque ab Argivis”. Una Fescennia è inclusa invece da Plinio (n. h., III 8, 3) nell’elenco delle città etrusche della VII Regio Augustea; a un’origine etrusca accenna pure Livio (VII 2, 6) facendo ascendere agli Etruschi i Fescennini versus. Paolo-Festo (85, 18 M.): “Fescennini versus dicebantur, qui canebantur in nuptiis ex urbe Fescennina dicuntur allati, sive ideo dicti quia fascinum putabantur arcere”. L’etnico Fescenninus entrò nella nomenclatura gentilizia latina: una gens Fescennia è attestata in Martial. I 88 e in iscrr.
Si è creduto di poter ubicare Fescennium presso il Fosso di Rustico, a 4 km circa dalla confluenza nel Tevere, presso l’attuale Gallese, anche in base al tracciato di un antico diverticolo della via Annia-Amerina che dall’altezza di Corchiano si dirigeva verso questo luogo, che si erge tra due valloni (Cfr. Deecke, 47; Cluver, It. Ant., II, 551).
Per il Dennis invece, essendo il posto troppo esiguo per un insediamento, preferiva spostarlo verso il Tevere presso le rovine della chiesa di S. Silvestro (Oities a. Cem., I, 121 sgg.), tra il Rio della Tratta e il Rio delle Sorcelle. Corchiano stessa, il cui territorio ha restituito iscrizioni falische ed etrusche, sembra essere la sede più probabile (Buglione di Monale, “Mitteil. D. Archaol. Inst. Rom”, 1886).
Dietro la forma latinizzata del nome Fescennium-Fescennia traspare un toponimo strutturalmente etrusco Fesc-(e)na (cfr. Vols-inii / Vels-na; Tarcu-inia / TarX-na; Vetul-onia / vetl-una, ecc.), dove il suffisso tipicamente tirrenico – (e)na si viene a saldare ad una base Fesc- che trova riscontro, in area italica, nella serie dei toponimi del tipo Pesco- (cfr. in Abruzzo: Pesco, Peschio, Pescopennataro, Pescolanciano, Pescasseroli, Pescocanale, Pescosolido, Pescosansonesco, Pescocostanzo, ecc.). 23)
 
Seperna
Attestata in età imperiale come pagus o vicus Sepernatium (CIL. XI, 3867-70; Nissen, II, 371), ubicata nell’ager Capenas (presso Nazzano?), Seperna ha un nome strutturalmente etrusco (suffisso –er-na), mentre la base sep- può tentativamente essere ricondotta nell’ambito dei toponimi idronimici da preeindoeuropeo sab-/seb- (con l’assordimento “tirrenico” della labiale).
 
Lucoferonia
Il centro abitato sviluppatosi attorno al santuario panitalico della dea etrusco-italica Feronia, “dea nemorum a Sabinis (Varr., l. l. V 10, 74) atque Etruscis in primis culta” (Forcellini, Onom.), doveva essere il più eterogeneo etnicamente e linguisticamente, anche se è lecito supporre una prevalenza della componente falisca, essendo il santuario ubicato nell’ager Capenas. L’emporio commerciale (Liv. I 30, 5) era un luogo d’incontro tra Sabini, Latini, Falisci ed Etruschi. Già dalle fonti conosciamo l’’origine protolatina del culto di Feronia e il nome stesso della città ha aspetto latino-italico. In questo ambito lessicale si colloca il termine lat. lucus, osco-u. louvko- “recinto sacro”, mentre Feronia, pur non essendo aberrante dalla fonetica etrusca, è morfologicamente latino-italico. La distruzione del santuario e la devastazione dell’abitato operata nel 211 da Annibale (Liv. XXVII 11, 8) non ne segna la fine.
Lucus Feroniae compare nell’elenco pliniano delle colonie augustee dell’Etruria interna (Plin. III 5, 2), e in Silio Italico (XIII 84), in Strabone (V 2,9): (GRECO) ùmò dè to Sopàkto òpei Fepovìa mòlis èstìv, èmòvomos èmiXopìa tìvi Saìmovi.
Come (GRECO) Aoùkos Fnpovìas è nota a Tolomeo (III 1, 47) e nelle iscrizioni è documentata come Colonia Julia Felix Lucoferonensium, il che fa supporre che la ripopolazione dell’abitato fu dovuta a una colonia augustea. Iscrizioni attestano una gens Feronia e un cognome Feroniensis (CIL. I, 6310, 92). A questa seriore onomastica latina sono da riferirsi probabilmente il nome della fonte Feronia, presso S. Oreste (dove il Degli Effetti pretendeva di ubicare l’antico santuario), e l’altro presso Narni: acque di Ferogna 24). Il Battisti (Sostrati, 156) collega il nome Feronia con quello laziale (presso Ariccia) di aqua Ferentina e Ferentinum, col Ferentinum del territorio degli Hernici e col Ferentum dell’Etruria, proponendo il confronto Feronia: etr. Perenna (cfr. lat. Fursius: etr. Porsenna), ma senza ragioni valide per assicurarne l’etimo all’etrusco.
 
3 . 2 . Tra gli etimi riportati all’etrusco vanno distinti quelli che riposano su basi preetrusche, quelli che hanno conservato la trasparenza etimologica ed infine le forme latinizzate.
 
Ameria
Ad un etimo etrusco si ridanno i nomi latinizzati di Ameria Municipium e Castellum Amerinum (T. Peut.), collegati con Falerii Veteres dalla via detta appunto Amerina. Il primo corrisponde all’attuale Amelia (Terni), il secondo è situato nei pressi di Bassano. Il top. Ameria (Plin., III 114; Rav.), (GRECO) ‘Amepìa, ‘Amèpiov (Strab. V 2, 10; Ptol. III 1, 47), si ritrova in Ameriola (Liv. I 38; Plin. III, 68), uno dei sette comuni latini oltre l’Aniene conquistato da Tarquinio (Battisti, 152). Esso deriva dal gentilizio etrusco amre, lat. Amerius (Schulze, 121, 558) attraverso la forma Am(e)ra (Pieri, TTM, 6) con l’accento protosillabico arcaico. La base è presente in temi idronimici: Ambra, Ambrella e nel nome del popolo ligure degli Ambrones (Dio Sass. XLIV 42, 4) per cui il Devoto postula una base mediterranea amra (Ant. Ital., 52).
 
Capena
A pochi km a nord del paese di Leprignano, ribattezzato Capena con decreto del governo fascista il 5 maggio 1933, sul colle Castellaccio, detto anche Civitucola, sono stati esumati resti di un insediamento etrusco riconosciuto generalmente come la città di Capena, centro di una potente lucumonia il cui santuario era il lucus Feroniae. Alla facies archeologica etrusca (VII-VI sec.) si sovrappone la più recente romana (IV sec.).
All’origine etrusca accennano le fonti che la dichiarano fondata dai Veienti (Serv., ad Aen. VII 697; Cato, fr. 48 Peter; Prisc. IV 4, 21; VII 12, 10): La lunghezza della e mantiene scempia la nasale del suffisso etr. –ena, come in Fid-enae (mentre altre forme latinizzate presentano l’oscillazione e/i e n/nn: cfr. Porse(n)na/ (GRECO) Mopsìvas; Tarquenna/Tarquinius; Rav-enna, ma Bols-ena). La geminata appare invece nella forma greca (GRECO) Kamìvva, ètvikòv Kamivvàtns (Steph. Byz.). Il tema cap- risulta anch’esso etrusco, in forza del riscontro con la porta Capena in Roma e con Capua, in Campania, (da etr. cape-va; cfr. Devoto, Ant. Ital., 122), capitale della dodecapoli etrusca e già nota ad Ecateo (VI sec. a. C.: (GRECO) Kamùa mòlis ‘Italìas). Se si esclude l’etimologia di Polibio (in Strab. V 4, 3) che interpreta Capua come caput della dodecapoli campana, in quanto è difficilmente giustificabile un etimo indoeuropeo per due fondazioni etrusche, resta l’interpretazione totemica da etr. capu “avvoltoio”, che spiegherebbe il nome latino della città di Capua (Volturnum) come una traduzione 25). Annota Servio (ad Aen. X 145): “Capua … a Tuscis condita … viso falconis augurio, qui Tusca lingua capys dicitur”.
Dal toponimo deriva il nome del fiume Capenas (Sil. IT. XIII 85), attuale Gramiccia o Fosso di Leprignano e forse anche il personale etr. capenati e il gentilizio romano Capenius. Presa da Roma dopo la caduta di Veio nel 395 a. C. (Liv. V 24. 27; Plut. Cam., II 5), ottenne la civitas romana (Liv. VI 4, 4) e fu incorporata nella tribù Stellatina (Liv. VI 5, 8). La forma etrusca del nome si conservò intatta, attestata in iscrr. del II sec. d. C., che documentano un Municipium Capenatium e un etnico Capenates.
Pur essendo situata in un territorio ricco di risorse, l’ager Capenas, definito crassus da Cicerone (pro Flacco, 19), la città dovette assottigliarsi già in epoca romana e il nome stesso si estinse, usurpato da quello di Leprignano, che é un prediale romano formato con un antroponimo etrusco.
 
Nepi
Toponimo etrusco su base idronimica mediterranea (nap-/nep- “corso d’acqua”) è Nepi. La forma antica: lat. Nepeta (Plin. n.h., III 50-2), gr. (GRECO) Nemìta (Strab. V 2, 9), (GRECO) Nèmeta (Ptol. III 1, 43), è ampliata con un suffisso etrusco (CIE. 32, 37) che formava fitonimi, per cui il senso originario del toponimo doveva essere “vallone boschivo”. Il centro etrusco-falisco sorgeva infatti su un ammasso tufaceo circondato da profondi valloni. 26).
 
Sutri
Il nome latino Sutrium (etnico: Sutrini), gr. (GRECO) Soùtpiov (Steph. Byz.; Ptol. III 1, 43) riflette chiaramente la forma etrusca suOri.- attestata nel gentilizio suOrina. Etrusca fino al IV sec. (fu presa dopo la caduta di Veio nel 396; nel 383 fu dedotta la prima colonia), Sutri ha trasmesso al soprastrato latino il nome, conservato anche dopo la costituzione della Colonia Julia Sutrinorum di età augustea (Sutrium è nell’elenco pliniano). Anche nella fase della Cristianizzazione (dal III sec. a. C.) il nome viene risparmiato: dal 645 è documentato un vescovo Sutrinus. La Tab. Peut. ha Sutrium, colonia coniuncta Julia.
 
Surrina
Etrusco è il nome di Surrina, di ciui Livio (XXXIX 55, 9) ci dà l’etnico Surrinenses, da confrontare col personale etr. sure, lat. Sur®a (Pieri, TTM, 41); cfr. tosc. Sorra (Si., Gr.).
La etrusca Sorrina, distrutta nel IV sec., risorge romana come Surianum, con il suffisso latino – (i)anum, se la città pliniana è da identificare con l’attuale Soriano sul Cimino (v. Silvestrelli).

 3 . 3 . La rarità dei toponimi italici (osco-umbri) è dovuta al regresso di questi dialetti davanti al latino. Ocriculum (Ocriculo nella Tab. Peut.), gr. (GRECO) ‘Okpìkolov (Ptol. III 1, 47), (GRECO) ‘Okpìklov (Strab. V 2, 9), si riconduce a lat. ocris “mons confragosus” (Festo, 296 Li.) che è forma dialettale, da umbro ocar “arx” (VI b 46). Un toponimo omofono è nel Bruzio; ad una forma ocriculo- risale l’abruzz. Crecchio. Poi Ocriculum si trasforma per etimologia popolare in Otricoli (cfr. Devoto, “St. Etr.”, XXXIX, 1971, p. 109). L’It. Anton. ha già Utriculum.
A partire dal III sec. a. C., con la completa latinizzazione del territorio falisco e la fondazione di numerose colonie e municipii, specialmente con la distribuzione sillana e augustea delle terre ai veterani, molte ville e praedia cominciarono a denominarsi dal gentilizio del possessore romano. Si formano così i toponimi prediali in –anum.
Fiano, attestata nel sec. XI nella forma Flaiano (Chron. Farf.: Benedetto XI, nel 1013, concede all’Abbazia di Farfa “quasdam res in fundo Flaiano”) e Castrum Flaiani (Gregorio VII, a. 1074), nel sec. XIII come Flagianum (bolla di Innocenzo III, a. 1203), corrotto poi in Fagiano (a. 1427), deriva da un Flavianus fundus, 27).
Un Flavius Flavianus, edile e questore designato del municipio di Capena, è attestato in iscrizioni. Problematico è il collegamento con il Flavinium di cui fanno menzione Virgilio (Aen., VII 693: Hi Soractis habent arces Flaviniaque arva) e Servio (“locus est in Italia, Flavinium nomine”) e con la Flavina di Silio Italico (VIII 492: Quique tuos, Flavina, focos Sabatia quique stagna tenent). In tal caso il nome potrebbe risalire al gentilizio etr. flavie(s), lat. Flavius (Schulze, 167; Pieri TTM, 106).
Filacciano era il Flaccianus fundus, villa romana di una gens Flaccia (Forcellini, Onom.); nel sec. IX è ancora nominato come Casalis Flaccianus (bolla di Stefano IV, a. 817). Il Degli Effetti (p. 48) pensava erroneamente ad un Faliscanum, Faliscianum.
Ad un Felicianus fundus, da un cognome romano (Forcellini, Onom.) tratto dal gentilizio Felicius, si rifà il castello di Filissano, tra Nepi e Mazzano, Calcata, Fogliano e S. Agnese, che nel 1427 fu venduto dagli Orsini ai Colonna; così anche il veneto Felizzano (Olivieri, STV, 80).
Leprignano porta, sotto la struttura di prediale latino, l’impronta etrusca. Piuttosto ad una colonia la Pliniana (Degli Effetti, 44), che avrebbe subìto l’agglutinazione dell’articolo e una trasformazione pseudoetimologica, pensiamo infatti all’antroponimo etr. –leprna (leprnal è matronimico al genitivo in una iscriz. da Caere: CIE, 304), per tramite di un gentilizio lat. Leprinius (cfr. Battisti, “St. Etr.”, XIX, 214).
Dalla gens Manlia (Schulze, LEN., 188) si denominarono i numerosi Magliano, -a, come Magliano Romano, Magliano in Sabina, in Toscana (Pieri, TTM, 116), in Piemonte (Olivieri, DTP), che presuppongono un medievale Mallianu. Un fundus Mallianus è menzionato nel diploma di Lotario I imp. (a. 840); Manliana, sulla Cassia, è nella Tab. Peut.; (GRECO) Mavlìava in Ptol. III 1, 43, tra le città della Tuscia interna; il fondo di Magliano Pecorareccio fu confermato nel 1081 all’Abazia di S. Paolo da Gregorio VII.
Ad un Mattianu, dal gent. Mattius (Shulze, LEN, 275) o Matius (Forcellini, Onom.) risale Mazzano, che trova riscontro nel toscano Mazzano (mediev.: in fundo Matiani: Pieri, TTM, 118) e nel Veneto Mazzano (Olivieri, STV, 86).
Nazzano, Nazano nel sec. X (Chron. Farf. A. 998: res in Nazano) è da un Gnatianu o Egnatianu (Degli Effetti, 7, 63), che può essere un prediale o un teonimo, dalla ninfa Egnatia o Gnatia (Hor.).
Ponzano è da Pontianu, dal gent. Pontius (Du Cange; Forcellini); cfr. top. veneto Ponzano (Olivieri, STV, 91). Il Degli Effetti (p. 41, 48) pensava a qualche “ponte di legno sul Tevere per passare dalla Sabina al santuario della dea Feronia”. Un fundus Ponzanus è nella Cronaca Farfense. Nel 773 Ilderico e sua madre Taciberga donarono a Farfa curtem quae vocatur Ponzano.
Rignano Flaminio, documentato nel sec. XII nella forma Castrum Rinianum (dato in enfiteusi nel 1114 a Pietro Guido e Cencio d’Entrico, cardinale di S. Cecilia), menzionato nel testamento di Onorio IV (a. 1285), confrontabile con Arignano, presso Montepulciano, proviene dal gentilizio etrusco-latino Arinius (Schulze, LEN, 125; Pieri, TTM, 93). Arinia, gens Romana, Etruscae fortasse originis (Forcellini, Onom.).
Stazzano da una gens degli Statii (Degli Effetti, 41).
Ad un Trebinianus fundus, proprietà di una gens Trebinia che ha lasciato vestigia toponomastiche anche in Piemonte (Olivieri, DTP, 347), si rifà Trevignano Romano, sul lago di Bracciano, forse il luogo dell’antica Sabate. Ad una gens Valeria (Degli Effetti, 41) il nome di Vallerano; a una gens Bassia (Olivieri, STV, 71) Bassano, col derivato Bassanello. Carbognano, da Carbonianus (cfr. gens Carbonia, Forcellini, Onom.). Corchiano, che è da confrontare con Corciano (Perugia), potrebbe essere un prediale da Corculanu (da Corculus, cognome romano di probabile origine etrusca. Cicignano richiama, dietro il gent.Caecinius, un personale etr. Caecina, caicna- (Schulze, LEN, 45); cfr. fiume Cecina.
Dalle vie consolari dipendono i nomi dei centri di Forum Clodii (Foroclodio, poi S. Liberato), Forum Cassii (poi S. Maria in Forcassi), Forum Aurelii (poi Montalto di Castro).
In pianura si trovano generalmente i toponimi con numerale, vestigia della centuriazione (Casale di Quartaccio, Quarto, Quinto, Quìntole, Sesto, Settimello, Quarrata, Cintoia (=centuria), ecc. Di Bomarzo, centro etrusco, conosciamo il nome latino Polimartium, che certo riposa su una forma prelatina che non siamo in grado di ricostruire con sicurezza. Una pseudoetimologia è certo l’interpretazione del Lopes Pegna: pollens “potente” e martius “marziale”.
Tra le città romane scomparse si annovera Ametinum, tra il Soratte e il Tevere (Plin. III 52. 68; CIL. VI 2404 a 12; X 6440; Nissen, II 371). Tra l’agro volsiniense e il falisco si trovavano le città di Trossulum, Salpinum, Sudertum, Caletra, i cui etnici Trossulani, Salpinates, Subertani e Caletrani sono noti a Livio (XXXIX 55, 9).
Salpinum, identificato con Orvieto dal Pallottino, è da confrontare con Salapia, oggi Saliccia, città messapica nel Leccese e con l’omonima Sal(a)pia nella Daunia, il cui nome si è conservato nel vicino lago di Salpi (Ribezzo, “St. Etr.”, VII, 257 sgg; Battisti, Sostrati, 58), tutti riconducibili alla base prei.e. sala “canale”.
Caletra, prima chiamata Aurinia, poi Saturnia, fu colonia nel 183.
 
3 . 4 . I toponimi medievali hanno avuto la loro gestazione generalmente attorno alle varie aziende rustiche medievali, che spesso portavano, accanto alla denominazione comune designante il tipo d’aggregato, un nome proprio, qualche volta preesistente.
Massa era un aggregato di più fondi denominato dal proprietario o dal fondo centrale, dove si era sviluppato l’abitato o da qualche caratteristica oroidrografica. Colonie si denominavano i centri di lavoro fondati per lo più da vescovi tra il VI ed il X secolo su avanzi di antiche ville. Da queste derivano i toponimi medievali che hanno aspetto prediale latino (Riano, Fiano, Ciciliano, ecc.). Altre si deniminano da cognomi o da particolarità del terreno. Curtis (lat. cohors) è un gruppo di fondi rustici recintati (cfr., nella campagna romana, Corte, Cortemano, Cortina, Cortecchia). Curia indicava la giurisdizione baronale. Torre (v. Torre, Torretta, Turrita, Torricella), Rocca e Castrum, col diminutivo Castellum sono generalmente, ma non sempre, termini militari; talvolta si riferiscono a fortificazioni costruite dai contadini a difesa dei fondi. Un fundus Turritula fu donato da Carlomagno al Convento di S. Andrea al Fiume (a. 747). Il Mansus era il fondo che circondava un castello.
Quando il nome di questi corpi di terreni appare al diminutivo si tratta di una sezione o aggiunta (es. Baccanello, Vasanello) del fondo originario (es. Baccano, Bassano).
Il tipo Paterno, Materno, Maderno attesta una proprietà ricevuta in eredità dal padre o dalla madre. Se ne hanno attestazioni fin dall’847. Il termine mediev. bandita “terra riservata” (Tomassetti, I, 118), ha lasciato toponimi in tutta Italia; cfr. i colli della Banditaccia, presso Caere, Bandita (Al), ecc.
Medievali sono i numerosissimi toponimi che portano la denominazione Poggio e Casale. Il casale medievale differisce dal moderno: non è una casa di campagna, ma un fondo o un aggregato di fondi con un abbozzo di centro abitato. A differenza della colonia, era dovuto a iniziativa privata ed era di dimensioni più modeste. Anche i termini con Civita, Civitella, Civitona, Civitucola, Castello, Castellaccio sono denominazioni medievali che venivano date a luoghi elevati ospitanti rovine di insediamenti antichi o borghi su di esi sviluppatisi.
D’origine germanica è il toponimo Sala, frequente in tutta la penisola, dal termine longobardo che designava un centro zootecnico e che entra in conflitto coi derivati del preindoeuropeo sala “acquitrino” e, qualche volta, coi rari derivati si lat. sal “sale” (cfr. via Salaria).
Voci agricole medievali che, come bandita, hanno formato toponimi, sono caminata “casa abitabile”, carbonaria “galleria sotterranea”, cesa o cesina “terreno cioccato, sfruttato cioé a boschi cedui”, corvata “terra di lavoro coatto”, pedica “appendice di fondo maggiore”, pentima “pendice”, rasa “zona vignata”, vacans “terra libera”, citerna, citernella “cisterna”, manziana “cave di trachite”.
Da impianti zootecnici o strutture similari derivano i toponimi: Vaccareccia, Pecorareccia, Bufalareccia, Caprareccia, Anguillara, forse Baccano e Scrofano, Stabbia.
Fabrica fu fondata nel sec. VIII-IX dai profughi di Falerii Novi. E’ citata per la prima volta nel 1093.
Morolo, che trova riscontro in Morolo (Frosinone), è riconducibile al mediev. morus “locus palustris” (Du Cange), che forse è rimasto pure nel toponimo Morum “mansio in Hispania Tarraconensi (Rav., Forcellini) e potrebbe spiegare Fontana del Moro(contrada di Civita Castellana). La base mor- “acqua stagnante”, di diffusione europea, è comunque molto più antica.
Baccano riflette un mediev. Bacana, Vacana, che può essere “ager vel praedium vaccarum gregi alendo idoneum” (Du Cange, I, 508) o, con maggiore probabilità, Vacanae (terrae) “vacantes, desertae, incultae” (Du Cange, VIII, 223). Infatti le carte itinerarie hanno la forma al plurale: (in) Bacanis (Rav. IV 33, 36; Guodo, 38); Baccanae (It. Anton., 286); per il sec. XI è attestato un “fundus, lacus et ecclesia S. Alexandri quae est in Baccanis” (bolla di Leone X, a. 1053). La Tab. Peut. ha Vacanas.
Altri residui toponomastici sono in Toscana: Baccanello (tre toponimi: Pieri, TTM, s. v.). Da ricordare che Baccano sorge presso l’omonimo lago prosciugato.
Capracorum, sulla Cassia (Mazzano), ci è nota come domusculta medievale (Tomassetti, I, 112), ma il nome poteva essere preesistente. Fu fondata da Adriano III (772-795). Una bolla di Innocenzo III (a. 1212) attesta il toponimo “fundum Livianum che arrivava usque ad portam Castelli de Capracora”. La domusculta si smembrò tra il XII e il XIII sec. e l’abitato si chiamò Campagnano, nome peraltro preesistente: Campanianum è assegnato all’Abazia di S. Paolo già nel 1130 (bolla di Anacleto I antipapa) e un Castrum Campaniani è citato nell’elenco di Cencio Camerario.
 
3 . 5 . La toponomastica cristiana più antica risale verosimilmente al III-IV secolo. E’ in seguito alla facoltà concessa da Costantino alla Chiesa di incamerare beni (Codex Theodos., XVI, 2) che si crea una vera e propria rete toponomastica.
Molti fondi passarono a Enti ecclesiastici (Abbazie, Vescovadi, Chiese). Intanto la decadenza agricola, dovuta all’assottigliamento del lavoro servile, alla concorrenza di nuovi mercati, alla malaria, ecc., produsse una trasformazione agricola e una ristrutturazione fondiaria che, continuando nei secoli del Medioevo, creò i presupposti per la nascita di masse, colonie, domusculte d’istituzione ecclesiastica e per la conseguente formazione di nuovi toponimi.
Con il sec. VIII cominciarono le donazioni, di cui abbiamo documenti originali nelle Cronache Farfensi. Molti fondi venivano ceduti alla Chiesa in attesa della fine del mondo: appropinquante fine mundi è la formula ricorrente, che si trova già in atti di donazione del sec. VIII. I fondi, intestati al santo titolare della chiesa o abbazia, ne assumevano il nome come designazione toponomastica. Con il potenziamento del Patrimonium Petri sorsero nel territorio falisco nuove chiese, abbazie, conventi. Fu soprattutto per iniziativa dei papi Zaccaria e Adriano I che sorsero le molte domuscultae, villaggi sparsi abitati da contadini. Naturalmente molte di esse si denominarono da santi e alcune erano destinate a svilupparsi in popolazione e strutture urbanistiche (S. Edistius, poi corrotto in S. Oreste).
Civitella S. Paolo, già Civitas de Colonis o de Collinis è confermata in possesso dell’abazia di S. Paolo da una bolla di Gregorio VII (a. 1081).
Forcassi, presso Vetralla, la romana Forum Cassii (Tab. Peut.), diventa S. Maria in Forcassi; Fàleri, la romana Falerii Novi, diventa S. Maria di Fàlleri; Foroclodio (Rav.), la romana Forum Clodii, presso Bracciano, diventa S. Liberato.
 
 
N   O   T   E
1) Cfr. M.LOPES PEGNA, Problemi di storia e topografia etrusca, Firenze, 1967
2) Liv. IV 21,1; X 12,7.26.15; Vitr. VIII 3,17; Gell. XX 8,1. Ager Faliscorum è in Plin. VII 2,11; Frontin. I 217; Terra Falisca in Ovid., Fast. IV 74; (GRECO) n Xopa tòv Falìskov in Diod. XVI 31; Plut., Cam., IX.
3) Pullè, F. L.: Della opportunità di compilare un dizionario di toponomastica dell’Italia, in “Atti del III Congr. Geogr. Ital.”, Firenze, 12-17 apr. 1898, pp. 1-17;
4) S. Pieri, Toponomastica della valle dell’Arno, Roma 1919
5) Bozzi, V.: Sull’origine, diffusione spaziale e persistenza dell’idronimia europea antica, in “Atti del XX Congr. Geogr. Ital.” (Roma 29 marzo.-3 apr. 1967), Roma 1971, IV, pp. 393-401;
6) H. Hrahe, Die Struktur der alteuropaischen Hydronymie, “Abh. Akad. der Wiss. “Meinz, 1962; invece E. Jung, Le nom du Tibre et de Rom, in “Revue Internationale d’Onomastique”, XXIII, 1971, p. 189 sgg. inquadra i nomi del Tevere nell’ambito mediterraneo.
7) C. De Simone, Il nome del Tevere, in “Studi Etruschi”, XLIII, 1975, p. 199 sgg.;
8) A. L. Prosdocimi, in “La Parola del Passato”, XVIII, 1968, p. 45 sgg.
9) Cfr. la glossa esichiana (GRECO)  fàlai òpoi, skomiaì, fàla n mikpà kàpa e Balòv tòv oùpavòv, dove la sorda aspirata alterna con la sonora. Con l’altra tipica alternanza mediterranea della vocale radicale si ha pela-, che ha prodotto un gruppo di toponimi ed etnici (v. Battisti, Sostr., 34), fra cui la città macedone Pella da confrontare con (GRECO) mèlla lìtos (Hesych.) e l’etnico dei Pelasgi (GRECO) – Melasgoì (Alessio, “St. Etr.”, XIX, p. 166 sgg.).
10) F. Ribezzo, Tirreno-medit. nepo- “corso d’acqua”, in “Rivista Indo-greco-italica”, XV, 1931, pp. 60-64; C. Battisti, Sostr., 153; G. Alessio, “St. Etr.”, XV, 1942, 233; XVIII, 1945, 112; “R.I.O.”, II, 1950, 105; Le lingue i. e. , 686; V. Bertoldi, “St. Etr. “, X, 1836, p. 8 sgg.; G. Capovilla, “Archivio Alto Adige”, 1848, p. 101)
12) ? ? ? ? ? ? ?
13) Ptol. III, 1, 47; Steph. Byz.: (GRECO) Napvìa mòlis Sauvitòv, amò toù mapappèovtos motamoù Nàpvou.
14) Cfr. H. Rix, Sabini, Sabelli, Samnium, “Beitrage zur Namenforschung”, VIII, 1957, pp. 127-143;
15) G. Alessio, Il nome del fiume Savuto e una nuova base mediterranea sap-/sab- “esser cavo”, “L’Italia antichissima”, 11, 1937, pp. 53-9;
16) A. Trombetti, Saggio di antica onomastica mediterranea, 1926; A. Di Luzio, in “Archivio Alto Adige”, LII, 1958, pp. 416-22; C. Battisti, La voce prelatina sala e le sue possibili sopravvivenze, “St. Etr.”, VII, 1933, p. 267 sgg.; XVI, 1942, pp. 369-385
17) F. Ribezzo, Roma delle origini, Sabini, Sabelli, in “Riv. indo-greco-italica”, XIV, 1930, 59-99;
18) G. Devoto, Protosabini, Sabini e “Postsabini”, “St. Etr.” XXXIX, 1971, p. 107 sgg.
19) che compare, come del resto è regolare nella onomastica greco-romana delle città, al plurale: (GRECO) oì Falìskoi, per cui gli esegeti hanno visto ancora un riferimento all’ethnos dei Falisci e non al toponimo.
20) in base alla testimonianza di Strabone che colloca la città sulla Flaminia, tra Otricoli e Roma e al passo virgiliano Hi Fescenninas acies Aequosque Faliscos (Aen. VII 695) dove dovrebbe riconoscersi il riferimento alle due principali città falische; Falerii Veteres e Fescennium.
21) S. Ferri, Aequi, Aequiculi, Aequus. La fortuna lessicale di un etnico, “Rend. Acc. Lincei”, XX, 1965, pp. 388-391.
22) (GRECO) Falèpiov dè kaì Faskèvviov èti kaì eìs èmè nsav oìkoùmevai èmì Pomaìov.
23) v. Gamurrini, Se Corchiano sia l’antica Fescennium, “Rend. Acc. Lincei”, 1894, pp. 145-149
24) v. sull’ubicazione: R. Bartoccini, Colonia Julia Felix Lucus Feroniae, “Atti del VII Congr. Intern. di Filol. Class.”, Roma, 1958.
25) S. Ferri, Città etrusche con due nomi, in “Opuscula”, p. 506;
26) v. H. Philipp, Nepet, “PWRE”, XVI, 2480 sgg.; Dennis, Stadte …, 74-7;
27) Olivieri, DTP, 160, per Fiàno, comune presso Torino, pensa a un lat. Fillianus o Offilianus.
pag 24 libro (pag 20 computer) non leggibili le note numeri 12 - 13


 










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 [Trascrizione di Sergio Carloni]


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