martedì 14 dicembre 2010

ORESTE ZAMPINI, STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO A CIVITA CASTELLANA DAL 1943 AL 1970



UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI ROMA
Facoltà di “Scienze politiche”

TESI DI LAUREA IN
STORIA CONTEMPORANEA

RELATORE
Prof. Renato MORI

LAUREANDO
Oreste ZAMPINI
Matr. B17104

Anno Accademico 1979-80
 

I N D I C E

PREMESSA

INTRODUZIONE – CONDIZIONI ECONOMICO-
SOCIALI –POLITICHE DI CIVITA CASTELLANA

a)     Condizioni generali
b)     Agricoltura e immigrazione
c)     La ceramica
d)     Fascismo e antifascismo a Civita Castellana

CAP. I – Dalla Resistenza all’attentato a Togliatti.

a ) La Resistenza
b ) La ricostruzione dei partiti
c ) La rinascita del sindacato
d ) Lotte operaie e contadine
e ) Enti Locali e cooperative
f ) Le elezioni dal 1946 al 1948
g ) L’attentato a Togliatti e la scissione sindacale

CAP . II – Gli anni Cinquanta.

a ) L’agricoltura
b ) L’industria della ceramica
c ) I servizi e il commercio
d ) Le lotte sindacali
e ) Le sinistre e la lotta politica
f ) Ente locale e politica amministrativa

CAP . III – Gli anni Sessanta.

a ) Crisi dell’agricoltura e mutamenti demografici
b ) La ceramica e lo sviluppo della cooperazione
c ) Rinnovi contrattuali e strategia sindacale
d ) Le sinistre negli anni Sessanta
e ) Le elezioni
f ) La gestione del Comune di Civita Castellana
g ) Il 1968-1969 a Civita Castellana

CONCLUSIONE
APPENDICE – 1
APPENDICE – 2
APPENDICE – 3
APPENDICE – 4
APPENDICE – 5
APPENDICE – 6
FONTI ARCHIVISTICHE
BIBLIOGRAFIA


P R E M E S S A
      
       Tutto il senso del presente lavoro sta nel tentativo di ricostruire le vicende e gli sviluppi del Movimento Operaio e della società di Civita Castellana dalla crisi del fascismo alla fine degli anni Sessanta, tenendo particolarmente conto di alcuni elementi che mi sono parsi essenziali al fine di ricostruire l’ossatura della vicenda: le dinamiche economiche dell’industria ceramica e dell’agricoltura con i relativi movimenti demografici; le organizzazioni dei partiti politici, la loro cultura, il loro impatto e le loro ramificazioni sociali, elettorali e militanti; le condizioni economiche, normative e sociali della classe operaia e dei contadini, i loro organismi sindacali e le vertenze; infine, l’Ente locale quale momento di incontro e di scontro tra le forze economiche, politiche e sociali della città.
       In definitiva è un primo contributo alla storia locale e urbana di una cittadina industriale dell’alto Lazio attraverso un venticinquennio di intense trasformazioni che ne hanno radicalmente modificato le caratteristiche economiche, sociali e culturali.
       Non esistendo una produzione storiografica significativa sul Viterbese, per il periodo da me preso in esame, che mi permettesse di confrontare i tempi e i modi dello sviluppo economico-sociale, mi son trovato a dover ricostruire io stesso, sulla base della documentazione reperita, questo sviluppo (a).
       Ho tratto le notizie essenzialmente da tre generi di fonti:
       (1) Le fonti d’archivio. In particolare: l’archivio e la biblioteca comunale di Civita Castellana; gli archivi della sezione comunista di Civita Castellana, delle Camere del Lavoro comunale e provinciale di Civita Castellana e Viterbo; l’archivio centrale dello Stato e l’archivio di Stato di Viterbo.
       (2) Le fonti a stampa. Quelle con specifico riferimento locale sono elencate in bibliografia; ho ritenuto superfluo riportare in bibliografia o in nota tutte le fonti consultate a meno che non rivestissero uno specifico interesse locale.
       (3) Le fonti orali. Colgo l’occasione per ringraziare le Direzioni degli archivi succitati che mi hanno permesso di consultare i fondi ivi contenuti.
       Fra i protagonisti delle vicende narrate che mi hanno aiutato con delucidazioni e consigli ringrazio il Comune di Civita Castellana
Il Dott. Porretti – Direttore dell’archivio centrale di Viterbo
Il Prof. Luigi Cimarra
La Sezione del P.C.I . di Civita Castellana
La Sezione del P.R.I . di Civita Castellana
La Sezione della D.C. di Civita Castellana
La C.G.I.L. di Civita Castellana.
       Un particolare ringraziamento va al Prof. Antonio Parisella che mi ha seguito in questo lavoro.
       Naturalmente delle eventuali manchevolezze e degli eventuali errori sono il solo responsabile.


I N T R O D U Z I O N E

CONDIZIONI ECONOMICHE-SOCIALI-POLITICHE
DI CIVITA CASTELLANA

a)     Condizioni generali
b)    Agricoltura e immigrazioni
c)     La ceramica
d)    Fascismo e antifascismo a Civita Castellana


a) CONDIZIONI GENERALI

       Civita Castellana è insediata in una conca che confina a nord con i Monti Cimini e la corona montagnosa del lago di Vico, a sud con i Monti Sabatini e la corona del lago di Bracciano e del lago di Trevignano, a est con la Valle del Tevere ed a ovest con i Monti Sabatini.
       Il Comune è sito in un ampio territorio che fa parte di un’area più vasta (comprensorio) che congloba anche i Comuni limitrofi di Fabrica di Roma, Corchiano, Caprarola, Carbognano, Castel Sant’Elia, Nepi, Faleria, Monterosi e Calcata (1).
       La base industriale è concentrata nel territorio di Civita Castellana con un tipo di industria abbastanza particolare nelle strutture e nei modi di produzione e con una fascia di Comuni che partecipano a questa attività industriale e che gravitano attorno a Civita Castellana.
       Il tutto è inserito in un contesto provinciale prevalentemente agricolo con bassi indici di industrializzazione.
       La popolazione di Civita Castellana secondo il censimento del 1951 contava 11.276 abitanti su un territorio di 8.830 ettari.
       Una parte minima di essa risiedeva anche nelle campagne, nelle frazioni di Borghetto (distanza dal centro 9 chilometri circa), Sassacci (distanza dal centro 4 chilometri circa) e nella valle sottostante il Paese dove scorre il Fiume Treja che sfocia dopo un percorso tortuoso di circa 60 chilometri nel Tevere.

b) AGRICOLTURA E IMMIGRAZIONE

       La divisione del lavoro fra agricoltura da un lato e industria, piccolo commercio e artigianato dall’altro corrispondeva, sostanzialmente, alla separazione fra il centro del comune e le frazioni di campagna e fra l’industria ceramica da una parte e la popolazione agricola dall’altra.
       Degli 8.830 ettari di terreno costituenti il circondario comunale, 7.580 erano costituiti da:

fino a Ha 1,00 n. 238 aziende agr. con 138 Ha
da Ha 1,01 a 2,00 n. 98 aziende agricole con 161 Ha
 “   “   2,01 “ 3,00 n. 35      “            “         “     91  “
 “   “   3,01 “ 5,00 n. 47      “            “         “   100  “
 “   “   5,01 “ 10,00 n. 34    “            “         “   257  “
 “   “ 10,01 “ 20,00 n. 38    “            “         “   554  “
 “   “ 20,01 “ 50,00 n. 27    “            “         “   996  “
             oltre 50,00 n. 33    “            “         “  5259  “ (2) 

       Il resto era in mano a piccolissimi proprietari i quali solo nel 1961 hanno affrancato la terra con la legge sui patti agrari.
       Esisteva una grossa proprietà fondiaria lasciata in eredità nel primo ottocento dalla marchesa Andosilla all’ospedale di Civita Castellana, che nel 1927 l’aveva venduta all’asta lottizzandola con la clausola delle opportune migliorie e di far restare tale capitale alla proprietà dello Stato, creando così una situazione di autonomia alimentare verso il comune e verso le zone circonvicine.
       La forma di conduzione di gran lunga prevalente era la mezzadria, ma nelle campagne si trovavano anche le figure sociali dei salariati e dei braccianti.
       I braccianti erano lavoratori giornalieri senza contratto di lavoro, con una paga giornaliera onnicomprensiva, privi di continuità di lavoro (il numero delle giornate lavorate si aggirava sulle 106 all’anno).
       I salariati erano occupati nelle grandi aziende agricole (Feroldi, Montanari, De Feno, Gaggia, Morelli e Curia Vescovile) (3).
       Essi avevano un contratto annuale di lavoro, una paga mensile, la tredicesima mensilità e il diritto alle ferie e alla pensione di anzianità.
       I mezzadri avevano un rapporto di lavoro diverso dalle altre categorie: il terreno restava di proprietà dell’agrario, con un contratto di lavoro che prevedeva, prima del 1956, la ripartizione del raccolto al 50%.
       Inoltre erano in uso gli antichi oneri feudali delle prestazioni in natura per cui il mezzadro era tenuto a far doni al padrone a Pasqua e a Natale con polli, tacchini e abbacchi (4).
       Una considerazione a parte merita il ruolo che fin dai primi anni del dopoguerra ebbero i lavoratori del sud immigrati a Civita Castellana, i cosiddetti “leccesi”.
       Essi venivano prevalentemente impiegati nelle grandi aziende agricole per la coltivazione del tabacco americano.
       I civitonici infatti abbandonavano progressivamente il lavoro agricolo perché trovavano nell’occupazione in fabbrica, o in attività collaterali, una alternativa al troppo gravoso lavoro dei campi.
       Questa sostituzione che lasciava alle famiglie meridionali (già 426 nei primi anni del dopoguerra) i lavori più umili e gravosi, creò anche notevoli problemi di ambientamento e di inserimento sociale (il meridionale era vittima di una sorta di razzismo).

c) LA CERAMICA

       Di peso più rilevante nella recente vita economica del paese erano le attività industriali delle fabbriche di ceramica, nate sin dal 1791 dopo il rinvenimento nel territorio di una cava di argilla.
       Verso la fine dell’ottocento erano sorte le fabbriche del Brunelli, dei fratelli Cassieri, della società Conti e del Tomassoni. E intorno a quel periodo ebbe origine anche la famosa ceramica Marcantoni che doveva cessare la propria attività solo nel 1960.
       Circa un secolo dopo l’invenzione del Water-closet inventato nel 1791 dall’inglese Bramak, un intelligente artigiano civitonico, Antonio Coramusi, che lavorava in un laboratorio a Roma, studiò a fondo le caratteristiche del prodotto sanitario e tornò a Civita Castellana con lo scopo di impiantare un ramo della sorgente industria.
       Tale industria allora, insieme con quella delle stoviglie e delle maioliche artistiche, dette alla città la prima e cospicua impronta di centro industriale di importanza nazionale (5).
       A seguito di questa modernizzazione degli impianti nacque la scuola di ceramica di Civita Castellana, istituita nel 1913 dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio al fine di formare e preparare i giovani da impiegare in quella attività.
       Ma problemi di mercato e di concorrenza iniziarono a creare le prime difficoltà.
       Il Prof. A. De Simone, Direttore del Centro scuola di Grottaglie, ebbe a dire: “Se gli industriali e i fabbricanti di Civita Castellana non si modificano in alcuni fattori tecnici essenziali all’arte, dovranno fatalmente in un tempo non lontano, smettere l’attività chiudendo con essa le fabbriche ceramiche” (6).
       Era un avvertimento per lo spirito di imitazione tra i vari industriali nella costruzione del prodotto ceramico ed un monito all’industria ceramica di Civita Castellana, la quale cominciava a sentire il peso della concorrenza al suo prodotto da parte di altri centri come Grottaglie e Doccia.
       La politica dell’autarchia, perseguita dal fascismo, se da un lato protesse e permise un certo sviluppo dell’industria ceramica, dall’altro limitò grandemente le possibilità di assimilare tecniche più avanzate, che avrebbero consentito un più rapido progresso sulla via della modernizzazione degli impianti.
       Non va altresì disconosciuto che la politica protezionistica permise la sopravvivenza di piccole industrie che nell’anno 1940 producevano il 10% sul totale della produzione nazionale di articoli sanitari (7).
       Alla liberazione, Civita Castellana aveva ritrovato le sue attività quasi del tutto pronte alla ripresa produttiva rispetto al resto dell’Italia, dove le grandi aziende incontravano notevoli difficoltà a rimettersi in movimento.
       La polverizzazione e le piccole dimensioni degli impianti avevano impedito che essi fossero distrutti dai tanti bombardamenti aerei e che subissero i saccheggi delle truppe tedesche in ritirata.
       Questo fatto dava inizio alla costruzione di nuovi stabilimenti.
       Sorgeva così nel 1947 l’Artigianato Ceramico e in breve tempo vedevano la luce altri piccoli stabilimenti come la C.A.S., C.A.S.A., C.I.S.A., MICAS, FACIS, FLAMINIA e, nel settore delle stoviglie, la CASTELLANIA.
       Tutto questo provocò un affluire disordinato di prodotti sul mercato sufficienti per mettere in crisi alcune delle fabbriche di maggiore esperienza.
       Scomparivano così la ceramica Coletta, la Sacas e la Marcantoni. E’ a questo punto che avviene nella produzione di Civita Castellana una netta svolta ad opera di imprenditori come Profili Francesco, il quale, dopo aver dotato il proprio stabilimento di impianti adeguati diede inizio alla produzione di sanitari in Vitreous China (8).
       Quale fu la provenienza degli investimenti e la consistenza dei capitali che permisero il costituirsi della industria ceramica a Civita Castellana?
       La risposta è da ricercare in un modo di comportamento proprio del popolo civitonico. Comportamento che indirizzò la gente del posto a fare enormi sacrifici nei primi anni del dopoguerra. I risparmi popolari erano stati decisivi fin dall’inizio del secolo per la nascita delle prime fabbriche a conduzione cooperativistiche.
       A seguito della crisi del 1929 le fabbriche erano state assorbite da privati che, disponendo di capitali finanziari più elevati, avevano creato una situazione nuova e messo in difficoltà la struttura cooperativistica (questa solo dopo la seconda guerra mondiale poté riprodursi e radicarsi nelle coscienze degli operai).
       Con la fine della seconda guerra mondiale dicevamo, la popolazione si trovò con una industria abbastanza funzionante ma con difficoltà per l’avviamento della produzione data la carenza di materiale e la difficile reperibilità di prodotti atti alla bisogna.
       La volontà degli operai, le loro capacità professionali (pagate con un apprendistato molto duro) furono in grado di riattivare quanto di funzionale era rimasto, ricostruire quanto distrutto e riconquistare i mercati ampliandone la penetrazione commerciale.
       Dopo il 1950 la crisi economica che investe il nostro Paese si ripercuote anche su Civita Castellana e si assiste alla chiusura di alcune industrie di ceramica, con notevoli disagi economici per la città.
       In questa fase di crisi interviene anche il blocco degli investimenti: la classe imprenditoria preferisce reinvestire il proprio capitale nella costruzione di abitazioni di lusso attorno a Roma.
       Verso il 1960 sopravvenne una crisi congiunturale analoga a quella del primo dopoguerra. Si formarono allora delle società con capitali degli stessi operai e venne rilanciata la forma economica cooperativistica, sostenuta politicamente dai partiti di sinistra.

d) FASCISMO E ANTIFASCISMO A CIVITA CASTELLANA

       Quali furono le origini e le caratteristiche del movimento operaio a Civita Castellana?
       A questa domanda tenteremo di dare risposte nei capitoli successivi e in particolare nelle parti dedicate all’On. Enrico Minio, uomo di grande statura politica che visse e operò a Civita Castellana.
       Il movimento operaio di Civita Castellana non è novità di questo dopoguerra, ma ha radici lontane. Nasce con i militanti antifascisti che durante il ventennio difesero e conservarono il patrimonio ideale e politico della democrazia e del socialismo che già si era accumulato nei primi anni del secolo e negli anni successivi alla prima guerra mondiale.
       All’inizio i conflitti di classe si erano verificati soprattutto nelle campagne culminando in vere e proprie occupazioni di terre da parte dei contadini i quali, tornati dal fronte chiedevano il mantenimento di quanto era stato loro promesso (9).
       Ma il vero problema per il regime, era di attenuare le conflittualità in un centro industriale a forte presenza operaia, dove l’inquadramento sindacale aveva spinto nell’immediato dopoguerra i lavoratori a forti rivendicazioni che, suscitate dalla necessità di recuperare il valore dei salari diminuito dalla lievitazione dei prezzi, miravano a conquistare condizioni di vita, di lavoro, di orario, migliori di quelle assai disagiate di prima della guerra (10).
       Città di tradizioni socialiste, Civita Castellana sin dall’avvento del fascismo andò sviluppando una protesta organizzata che vide fra i maggiori esponenti Enrico Minio, Marino Fallini, Antonio Tontoni, Giovanni Lucidi, Giuseppe Oddi ed altri, quasi tutti lavoratori nel settore della ceramica.
       Si deve al loro impegno antifascista se vennero alla luce le prime forme di propaganda clandestina nelle fabbriche. E fu contro di loro che si accanì la collera del regime con processi politici e condanne (11).
       Civita Castellana nel 1924 conobbe momenti drammatici per le numerose aggressioni della squadra fascista “disperatissima” (la quale veniva da Perugia) ai danni del ceramista repubblicano Nullo Belloni che aveva appreso l’idea mazziniana dall’albergatore Eugenio Ciancarini, il quale aveva ospitato e nascosto i militanti compromessi nella settimana rossa dell’anno 1914 (12).
       La violenza fascista non colpì soltanto l’antifascismo organizzato. Si ebbero delle selvagge scene di violenza anche nei confronti della popolazione civile. Basti citare il tragico episodio di un certo Del Priore, assalito e percosso a sangue da una squadra penetrata nella sua abitazione o il caso dell’invalido Angeletti che, trovatosi per caso ad assistere ad un corteo fascista, venne malmenato dalle camicie nere per non essersi tolto il cappello al passaggio dei lugubri gagliardetti (13).
       La Tuscia, tra la Conciliazione e la guerra di Etiopia, fu la zona del Lazio dove il regime raccolse maggiori consensi tra le popolazioni, per alcuni interventi di riconoscimento nei confronti di aderenti più in vista e di persone che rientravano per le proprie attività culturali e professionali nella cornice ufficiale del regime (14).
       Non mancava ad esempio la costante azione di intervento socio-economico da parte del Ministro Rossoni, il quale anche nel Viterbese, curando il settore dell’agricoltura, istituì gli Ispettorati agrari dotati di larghe funzioni, ma appesantiti dal carico burocratico (15).
       In tale contesto di massima, di una maggioranza consenziente perduravano tuttavia isolate opposizioni che andavano sempre più scontrandosi con il regime. E’ il caso di Civita Castellana, dove l’antifascismo continuava a tessere la sua tela, malgrado le lusinghe, le minacce e la sorveglianza.
       Gioacchino Picchetto, ex Sindaco della cittadina, era stato compagno di milizia socialista con Mussolini, che inutilmente cercò di attrarlo al fascismo, facendo alleggerire la sua posizione di sorvegliato speciale.
       Un altro sorvegliato era il ceramista Enrico Minio, già carcerato per lunghi anni e futuro deputato comunista, che aveva l’obbligo del rientro al tramonto (16).
       Nel 1935, nella tensione provocata con la guerra di Abissinia, fu fatto chiudere per alcuni mesi il bar “Roma”, ritrovo dei dissenzienti, e a conclusione di una indagine, grazie alla infiltrazione di una spia dell’O.V.R.A., (certo Pio Paesani) fu compiuta una vasta retata di antifascisti di vari orientamenti ideologici, fra cui i socialisti Mariani ed Augusto Ciarrocchi, il repubblicano Nullo Belloni, i cattolici Roberto Onorati e Angelo Ricci.
       L’offensiva del regime colpì anche la Chiesa e quindi la Curia vescovile di Civita Castellana con l’assalto notturno al circolo “Giosuè Borsi” di ispirazione cattolica (17).
       Nelle fabbriche, cominciò la diffusione di volantini e di fogli con la testata “Unità”, scritti a mano e riprodotti con rudimentali sistemi di stampa.
       Il “giornale” veniva fatto circolare di mano in mano dagli operai, mentre ciascuno di essi versava una lira per poterlo leggere.
       I fondi raccolti costituivano una forma di autofinanziamento che poteva garantire l’uscita dei numeri successivi.
       Apparvero articoli di vario genere come: LAVORO, PACE, LIBERTA’; BORGHESIA MISERABILE; BARBARIE IN ETIOPIA.
       L’ondata di arresti, dal 26 agosto 1935 in poi, causò un comprensibile rallentamento dell’attività cospirativa, tenuta comunque viva da alcune avanguardie operaie che, tramite il “soccorso rosso”, mantennero i collegamenti con i detenuti e i confinati.
       L’opera di costoro permise ad Enrico Minio, una volta uscito dal carcere nel 1934, di riprendere le fila della lotta, potendo contare su una organizzazione che nonostante tutto, era rimasta, pur in vita durante la sua assenza (17 bis).
       L’entrata dell’Italia in guerra aumentava frattanto l’attività politica dei vari gruppi e di uomini contrari alla guerra e al regime.
       Molti anziani furono richiamati alle armi e successivamente anche per i giovani iniziarono le partenze per il fronte.
       A Civita Castellana oltre che nel resto del Viterbese esistevano organizzazioni fasciste che reclutavano giovani per partecipare alla guerra. La locale sezione del fascio diretta da Rosario Caravello, in seguito gerarca e repubblichino, creò con l’occasione vecchi slogans contro il “Bolscevismo” per colpire le organizzazioni comuniste presenti a Civita Castellana.
       Venne intensificata la propaganda e la sorveglianza fascista.
       Infatti, su informazioni procurate dalla IX zona O.V.R.A. operante a Civita Castellana, il 7 luglio 1940, furono arrestate alcune persone come responsabili di vociferazioni contro l’intervento in guerra  dell’Italia e contro il regime (18).
       In questo periodo, anche Civita Castellana risentiva delle dure conseguenze della guerra per restrizioni in campo alimentare (razionamento del pane per la popolazione). La cittadina fu inoltre teatro di molti bombardamenti aerei, data la sua posizione geografica cui la esponeva il traffico militare sulla strada Flaminia (19).
       La zona intorno a Civita Castellana, servì a sua volta da confino per cittadini stranieri e per un buon numero di ebrei.

CAPITOLO I

DALLA RESISTENZA ALL’ATTENTATO A TOGLIATTI

a) La Resistenza
b) La ricostruzione dei partiti
c) La rinascita del sindacato
d) Lotte operaie e contadine
e) Enti locali e cooperative
f) Le elezioni dal 1946 al 1948
g) L’attentato a Togliatti e la scissione sindacale      

a) LA RESISTENZA      

       Il movimento di resistenza ebbe una parte di primo piano nella storia di due anni, dal 1943 al 1945.
       Esso cominciò a diventare parte integrante della guerra condotta dagli eserciti alleati contro il fascismo.
       L’aspetto più significativo e caratterizzante furono le azioni di guerriglia, che in certi periodi assunsero il vero carattere di vaste operazioni militari, contro gli eserciti tedesco e poi più tardi della Repubblica Sociale Italiana.
       Fu insomma, un’attività molteplice, che mobilitò direttamente o indirettamente vasti strati della popolazione.
       Il più consistente contributo alla lotta di resistenza venne proprio dalle formazioni partigiane operanti nella zona. Si trattava di formazioni prevalentemente collegate ai partiti politici e in misura minore, ma pur sempre rilevante, di origine militare.
       Vari gruppi, ispirati a diverse idee politiche, ma collegati in un comitato locale attraverso l’organizzazione del Monte Soratte (di cui era responsabile il colonnello Siro Bernabò) operarono a Civita Castellana, che per la sua collocazione geografica fu in attivo contatto sia con Roma (da dove affluivano armi e stampa clandestina) che con la parte nord–orientale della provincia (specialmente con Corchiano, Canepina, Caprarola e Carbognano).
       Le premesse del comitato locale furono poste già nel periodo badogliano dalla collaborazione del comunista Minio e del democristiano Onorati, cui presto si unirono i socialisti e i repubblicani sino alla formazione del Comitato di Liberazione Nazionale civitonico.
       Enrico Minio fu tra i più attivi del gruppo, assai popolare dopo il 25 luglio e attivamente ricercato dopo l’8 settembre 1943, dovette lasciare Civita Castellana, ma il gruppo comunista continuò ad organizzarsi e ad agire.
       Anche il gruppo di Onorati si distinse in imprese di sabotaggio. In una loro azione, i partigiani cattolici cosparsero le strade della zona, molto frequentate da automezzi tedeschi, di chiodi a quattro punte e in una svolta pericolosa tra Civita Castellana e Rignano Flaminio fecero slittare e precipitare nel burrone tre camionette procurando feriti alla parte nemica (1).
       I fatti più rilevanti della resistenza civitonica furono: l’attentato ad una camionetta tedesca nel tratto fra Civita Castellana e Corchiano che procurò il ferimento degli uomini a bordo; le segnalazioni fornite agli alleati per il bombardamento del campo di aviazione fra Fabrica di Roma e Caprarola, di cui Basili Giuseppe, come geometra, andò a rilevare i dati trigonometrici; la distruzione del ponte Minghione sulla strada statale Nepesina compiuta il 2 giugno 1944 per ostacolare la ritirata al nemico.
       Già in precedenza i partigiani civitonici avevano ricevuto l’ordine di far saltare un altro ponte, su cui transitava la ferrovia Roma-Nord, ma l’azione era fallita per l’imperizia nell’azionamento del detonatore degli uomini di cui fu assegnata l’operazione.
       La distruzione del ponte, ordinata dal comando del Monte Soratte, fu svolta dal Basili, Angelo Petti di Carbognano, Nazzareno Mazzolini, attuale Sindaco di Castel Sant’Elia, e da un militare certo Renato Vettesi che si era stabilito a Civita Castellana.
       Le informazioni per il bombardamento del campo di aviazione furono fornite al comando di Roma dall’Ing. Giorgio Conti, un romano, proprietario in Civita Castellana del palazzo Trocchi che finì con il Dott. Epimenio Liberi il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine trucidato dai tedeschi (2).
       Entrambi appartenevano alla banda “Roberto Onorati”.
       A Civita Castellana il comitato locale aspettava, per il 17 aprile 1944, l’atteso lancio di paracadutisti alleati. L’attesa andò delusa (vi fu soltanto il sorvolo di un aereo inglese sul Monte Porcari presso Faleria).
       Dopo la liberazione dell’Urbe, le colonne alleate proseguivano l’avanzata, tallonando il nemico che ripiegava in disordine, sotto i bombardamenti dell’aviazione anglo-americana.
       Le azioni partigiane, coordinate di comune accordo con gli alleati e i bombardamenti aerei degli alleati procuravano notevoli perdite ai tedeschi in fuga. Questi operarono degli atti di rappresaglia come quello di Vignanello (a 15 chilometri da Civita Castellana) nel quale furono fucilati 56 civili a seguito di un attacco partigiano al comando tedesco di Casale Nesbit, presso il campo di aviazione di Piedilugo, che era costato la vita a sei tedeschi (3).
       Civita Castellana il giorno 9 di giugno del 1944 fu liberata.
       La banda del Monte Soratte nei giorni successivi entrò in azione in tutto il Viterbese spalleggiando le truppe alleate e imponendo gravi perdite ai tedeschi.
       Il crollo del fascismo portò aria nuova, ma come vedremo, si presentarono subito molti pressanti problemi. Solo la maturità di una classe operaia legata ai partiti democratici e di sinistra permise di non far degenerare la situazione.

b) LA RICOSTRUZIONE DEI PARTITI

       In questa atmosfera Civita Castellana getta le basi per la sua ricostruzione.
       La fine della guerra segna anche a Civita Castellana l’inizio di una nuova fase nella storia dei rapporti tra i partiti.
       L’allentamento dei controlli e delle limitazioni all’attività politiche attuata dagli alleati, liberò come è naturale, energie e fermenti lungamente compressi e segnò l’inizio di una fase intensa che avrebbe risolto tre problemi di fondo: anzitutto la scelta istituzionale tra monarchia e repubblica; in secondo luogo una nuova costituzione fondata sui valori essenziali di democrazia e di partecipazione, propri dei partiti che un ruolo attivo avevano avuto nel combattere il nazifascismo; in terzo luogo la ricostruzione economica.
       Su questi temi cominciarono a delinearsi differenti punti di vista che portarono a Civita Castellana, come in altri paesi d’Italia, a veri scontri sociali.
       Tutti i partiti si organizzarono per partecipare alle scadenze elettorali e per dare le prime forme agli istituti democratici.
       Già nel 1945 si poteva assistere all’incrinatura dei rapporti fra i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale.
       Ogni partito cominciò a costruire una propria organizzazione per far fronte ai compiti di quel momento e per le prospettive future.
       A Civita Castellana, i primi a riorganizzarsi furono i comunisti che aprirono la loro sezione nel luglio del 1945 in Piazza G. Matteotti. Il primo segretario fu Paolo Antonini, ex confinato politico.
       Fra gli altri dirigenti della sezione, ricordiamo Pietro Meloni, comunista dal 1921, cavatore, Giovanni Ginevoli, salariato, Giuseppe Oddi, elettricista.
       Si aprirono le prime iscrizioni e 1.065 cittadini ottennero la tessera del partito.
       La composizione sociale prevalente negli iscritti era rappresentata da operai del settore della ceramica, con circa il 90% di aderenze.
       Le assemblee avvenivano con periodicità frequente, spesso a causa delle numerose scadenze elettorali che si presentavano (tattica e programma elettorale, scelta dei candidati).
       Alcune volte delle decisioni emerse dai dibattiti il partito traeva spunto per promuovere movimenti di lotta tra i lavoratori.
       Era solita e comune anche agli alti partiti una forma di propaganda fondata sui comizi, affissione e distribuzione di manifesti nel centro della cittadina, mentre venivano indette assemblee pubbliche in periferia, nelle frazioni di Borghetto e Sassacci.
       La prima consultazione elettorale furono le elezioni amministrative del 1946 alle quali i comunisti di Civita Castellana si presentarono, dopo aver svolto una capillare propaganda in ogni luogo di lavoro, spesso andando nelle fabbriche e parlando con la gente dei problemi della città.
       Non erano esenti dalla loro propaganda anche problemi importanti di carattere nazionale, come la formazione della costituente e il referendum istituzionale.
       Il primo atto politicamente significativo per il P.C.I. civitonico fu la conquista del comune nella primavera del 1946.
       Il programma elettorale era stato premiato, sia per il massiccio lavoro di propaganda orientata alla difesa del salario, che per la tutela dei lavoratori nei confronti di un ambiente di lavoro tra i più malsani.
       Quest’ultimo argomento aveva colpito la stragrande maggioranza dei lavoratori, spesso affetti da silicosi, la malattia professionale dei ceramisti (4).
       Anche la Democrazia Cristiana si era riorganizzata come partito politico.
       La collaborazione tra l’industriale Mindel e il partigiano Onorati aveva dato vita alla sezione D.C. in un locale di proprietà del Comune.
       Nell’attività organizzativa svolta dalla D.C., avevano avuto un ruolo politico Orazio Vaselli, costruttore edile, e Angelo Ricci, falegname (entrambi successivamente si avvicineranno al P.C.I. come indipendenti.
       Gli iscritti erano circa 300 e Onorati ricoprì per primo la carica di Segretario politico del partito.
       I democristiani di Civita Castellana vollero subito imitare le attività propagandistiche dei comunisti, ma i risultati non furono particolarmente positivi, non avendo essi alle spalle un’organizzazione che potesse far presa sulle masse lavoratrici civitoniche e dunque, pur avendo dalla loro parte una forte organizzazione cattolica, quale la Curia vescovile, non riuscirono a radicarsi ed essere fortemente presenti.
       Non valsero a ciò neanche i programmi e i manifesti fatti affiggere davanti alle parrocchie.
       I socialisti, con Ludovico Meloni, primo Segretario del dopoguerra, costituirono la loro sezione formata quasi esclusivamente da militanti legati al socialismo fin dall’età giolittiana.
       Gli iscritti erano 150. Per loro fu problematico inserirsi nel contesto della vita politica della cittadina data la preponderante presenza del partito comunista nei punti più importanti della vita politica civitonica.
       Possiamo affermare che a Civita Castellana il movimento operaio, si riordinò, riprese il suo slancio, grazie alla forza e al ruolo giocato dal partito comunista.
       I socialisti dal canto loro mantennero una posizione di stretta solidarietà e accettarono di presentare (per le elezioni amministrative del 1946) una lista comune con il partito comunista, iniziando una tradizione unitaria, che durò fino al 1958, anno in cui i due partiti della sinistra presentarono alle elezioni amministrative, liste divise e contrapposte.
       Anche i repubblicani dal canto loro costituivano la prima organizzazione nel 1944-45. Il primo Segretario fu Nullo Belloni.
       La campagna per il tesseramento raggiunse alla fine del 1945 un totale di 122 iscritti (60 adulti, 33 giovani, 30 iscritte alla sezione femminile).
       Sembrò che il partito repubblicano, a differenza dei socialisti, volesse creare uno spazio sociale e politico di massa, ma questo proposito si sarebbe infranto, come vedremo, alle elezioni amministrative del 1946, sulle quali si sarebbe determinata una frattura all’interno del partito e il formarsi di due schieramenti contrapposti: il primo diretto da Mario Santarelli, alleato della democrazia cristiana, e il secondo guidato dal Belloni che aderì senza emblema alla lista socialcomunista portandogli come candidato Alvisio Cima che riportò il maggior numero di preferenze (5).
       A destra, un ruolo abbastanza importante fu svolto dalla organizzazione politica dell’Uomo Qualunque.
       Facinorosi elementi del posto, organizzarono questo partito, raggruppando la parte più retriva e conservatrice della classe imprenditoriale civitonica.
       Non erano assenti alcuni fascisti locali, alla ricerca di una forza politica, la più anticomunista possibile.
       Inesistente fu l’organizzazione del partito d’azione.

c) LA RINASCITA DEL SINDACATO

       Il sindacato fu organizzato su iniziativa del Comitato di Liberazione Nazionale, che volle dare ai lavoratori, uno strumento per la difesa dei diritti.
       La prima assemblea fu tenuta nel locale della democrazia cristiana il 7 agosto del 1944. In questa occasione fu costituito il sindacato ceramisti la cui direzione fu assunta da Mangini Gino socialista e Segretario della Camera del Lavoro (6).
       Il 10 ottobre del 1945 si riunì il Comitato Unitario della Camera del Lavoro per prendere in esame la situazione economica della cittadina. Parteciparono alla riunione i comunisti Profili Alò, Sacchetti Giulio, Crestoni Leonida, il democristiano Moscioni Quirino, il repubblicano Luigi Lemme e i socialisti Mangini Gino e Micheli Alfio che presero in mano le sorti di un Sindacato alle prese con una situazione difficile e caotica come quella esposta.
       Il primo scontro tra sindacato e imprenditori ci fu nel 1945 in occasione della stesura del primo contratto di lavoro dei ceramisti, la categoria che era divenuta più forte e più sindacalizzata del movimento operaio a Civita Castellana, con 594 iscritti alla Camera del Lavoro.

d) LOTTE OPERAIE E CONTADINE

       Le decisioni di lotta tra gli operai ceramisti nacquero per le precarie condizioni di vita e di lavoro. Il movimento creatosi per il primo contratto di lavoro dei ceramisti, produsse una unità di fondo tra i lavoratori proporzionale a quella dei datori di lavoro, i quali fecero quadrato su posizioni prettamente conservatrici.
       La prima lotta, guidata dal Sindacato aveva lo scopo di determinare, le norme di produzione in fabbrica, riguardo soprattutto i numerosi cicli di lavorazione del prodotto.
       Dalla produzione di 10 pezzi si passò, dopo lo sciopero, a produrne 6 con conseguente aumento dell’organico.
       Successivamente, la lotta si incentrò sulla condizione di sfruttamento, vale a dire sul mancato pagamento delle unità di prodotto plasmate e inserite nelle caselle, ma non introdotte nel forno per la cottura. Questi pezzi (sanitari) non venivano pagati al lavoratore pur essendo essi essiccati e pronti per la cottura.
       Altra vergognosa condizione era rappresentata, dai danni provocati dal forno a legna di tipo toscano (più tardi a combustibile).
       Il forno, avviato per raggiungere una determinata quantità di calore, veniva a registrare alcune volte degli abbassamenti di temperatura con conseguente rottura dei pezzi.
       Questi inconvenienti erano tutti a carico del lavoratore, il quale doveva garantire la perfezione del prodotto, senza altrui responsabilità.
       Lo sciopero (proclamato dal Sindacato) si articolò al punto di creare la paralisi della produzione, se non venivano prese in esame alcune delle rivendicazioni poste dai lavoratori.
       Infatti i maggiori punti di interesse per il Sindacato erano:
1) pagamento dei pezzi in essiccazione fino al 3% di rottura a carico del datore di lavoro;
2) rivendicazione del lavoro a cottimo con l’aumento dell’indennità di contingenza a £. 270;
3) ambiente di lavoro più sano con permanenza più breve sul posto di produzione (7).
       I primi due punti, dopo lunghe trattative con la controparte furono accolti, mentre per l’ambiente di lavoro non si ottenne nulla dato che le trasformazioni avrebbero comportato una spesa che la classe imprenditoriale di Civita Castellana non era disposta a fare nonostante che gli utili derivanti dalle attività industriali della ceramica, cominciassero ad essere presto cospicui; gli industriali preferivano, però, utilizzare tali dividendi per consumi di natura prettamente privata (ville, agiatezza, lusso, spreco).
       Altro elemento di scontro con la classe padronale furono i licenziamenti che colpirono i lavoratori sindacalmente più attivi.
       Ciò determinò momenti di alta conflittualità per cui il sindacato ricorse alle agitazioni di massa (8).
       Si arrivò in questa occasione ad un braccio di ferro che vide protagoniste le commissioni interne, ritenute le più autentiche rappresentanti delle istanze operaie.
       Fu proprio a seguito di questo clima che alcuni operai decisero di realizzare le prime attività ad orientamento cooperativistico.
       Se il Comitato di Liberazione Nazionale fece molto per organizzare gli operai, gravi ritardi si registrarono invece per il movimento contadino.
       Di qui l’interrogativo: perchè le sinistre non posero con forza nel 1944 anziché nel 1947, la parola d’ordine della terra ai contadini?
       L’illusione, coltivata dalla sinistra, sulla capacità riformatrice dei governi di unità nazionale (9) e la convinzione di poter coinvolgere in una alleanza progressiva contro la grande proprietà assenteista nelle campagne, consistenti settori capitalistici, è a mio avviso il limite maggiore della strategia delle sinistre in questi anni.
       Pur tuttavia si verificarono anche a Civita Castellana, grandi movimenti di lotta nelle campagne per l’applicazione del decreto Gullo (decreto legislativo luogotenziale del 19 ottobre 1944) (10).
       L’organizzazione sindacale nel settembre 1946 discusse con la controparte possibili accordi salariali e condizioni migliori di colonia, ma l’azione fu rivolta principalmente al problema dell’applicazione del decreto succitato.
       Come già detto a Civita Castellana era presente una immigrazione dal Sud dedita ai lavori del tabacco nelle imprese agricole del comune.
       Di conseguenza la battaglia sindacale cominciò ad incentrarsi sulle condizioni di precarietà dei lavoratori del settore. Furono strappate condizioni favorevoli quali: un’ora a carico del datore di lavoro e a favore del prestatore d’opera per il tempo impiegato per raggiungere il posto di lavoro e una ripartizione del prodotto più favorevole per i mezzadri in forza nella proprietà del conte Cencelli.
       Anche qui le organizzazioni di sinistra sostennero direttamente l’iniziativa sindacale.
       Significativo a questo proposito il rapporto dei carabinieri di Viterbo del 22 ottobre 1944: “L’arma di Civita Castellana è venuta a conoscenza che il dott. Velio Spano, dopo la pubblica conferenza tenuta in Comune il 1° ottobre, ha ricevuto nella sede del partito comunista del luogo alcuni contadini in lotta, i quali gli avrebbero chiesto dei consigli sul modo di procedere, per ottenere la terra.
       Il dott. Spano avrebbe risposto agli interessati che era necessario inoltrare domanda alla Camera del Lavoro e non ricevendo risposta entro il quinto giorno, avrebbero potuto senz’altro invadere le terre.
       Ai contadini che avrebbero ribattuto, chiedendo come comportarsi se fossero intervenuti i carabinieri per arrestarli, lo Spano si sarebbe espresso con la frase: Menateli” (11).
       Questo era il clima che esisteva nelle campagne, su un problema così importante come quello della terra, unica risorsa per il sostentamento di decine e centinaia di famiglie del Sud immigrate a Civita Castellana.
       Dopo numerose lotte sindacali, nell’aprile 1945 viene stilato un accordo per anticipi sui futuri adeguamenti salariali e comizi sull’accordo, vengono tenuti a Nepi, Vignanello, Vallerano.
       Le paghe furono portate da £. 1950 mensili a £. 3500 mensili.
       Nasceva allora a Civita Castellana la Federazione Sindacale della Terra (Federterra) con una massiccia adesione dei lavoratori dell’agricoltura.
    
e) ENTI LOCALI E COOPERATIVE
  
       La prima Amministrazione, che si reggeva con l’approvazione del comando alleato, era formata dal Sindaco Ugo Baldassini, socialista, artigiano, coadiuvato da alcuni elementi del Comitato di Liberazione Nazionale.
       La prima iniziativa della Giunta, formata da tutti i partiti politici democratici, fu la ricognizione della situazione economico-sociale con lo scopo di favorire la ricostruzione degli impianti danneggiati.
       Fu fatta eseguire rapidamente la riparazione di strade, fognature e condutture d’acqua (12).
       Intanto, proprio in questi anni, nei quali si costituivano le prime forme di organizzazione politica dei partiti antifascisti e si eleggevano per la prima volta rappresentanti amministrativi di tutti i partiti, la vita della cittadina subiva una profonda trasformazione con conseguenti ripercussioni anche sulla struttura economica.
       Sia Baldassini che Conti (esponente del Comitato di Liberazione Nazionale) ma più marcatamente Antonini, vollero mettere l’Ente comunale a disposizione della ripresa economica e civile di Civita Castellana.
       Nacquero e si svilupparono i primi consigli di fabbrica che in un primo tempo svolsero un ruolo di mediazione tra operai e imprenditori (13).
       Questa rinascita istituzionale costituì l’asse portante dell’attività sindacale a Civita Castellana, nonché la chiave di volta nelle relazioni col Patronato.
       Discorso a parte meritano le cooperative.
       In questi anni a Civita Castellana cominciarono a sorgere nuove fabbriche, quasi sempre per iniziativa di piccoli gruppi di operai (30 o 40) che unendosi in società, mettono insieme un capitale finanziario sufficiente a costruire degli stabilimenti.
       Il terreno sul quale le fabbriche sorgono costava poco, perché si trovava fuori dal centro urbano e spesso veniva ceduto dal socio come quota di partecipazione alla società.
       La produzione di rado veniva venduta direttamente, perché le nuove fabbriche, per il modo in cui nascono e per le ristrettezze dei mezzi, avevano bisogno di realizzare immediatamente.
       Il prodotto veniva perciò venduto in anticipo a qualche commerciante all’ingrosso che acquistava in blocco gli articoli, provvedendo poi per proprio conto a riversarli sul mercato.
       Non si faceva altro che ripercorrere le stesse strade di alcuni vecchi industriali, i quali pur disponendo di mezzi finanziari, nulla avevano fatto per stare al passo con la tecnica moderna di lavorazione.
       Questo modo di unire le forze pur permettendo il sorgere di nuove fabbriche, le quali assicuravano lavoro a centinaia di lavoratori, registrava un grosso limite innanzitutto nel mancato coordinamento delle iniziative rimettendo tutto alla semplice spontaneità.
       Troppe furono le fabbriche costruite e troppo piccole, il che comportava dispersione di sforzi e un sovrappiù di spese, perché naturalmente la costruzione e la gestione di due fabbriche piccole costa più che una fabbrica grande.
       In nessuno di questi casi si era fatto ricorso alla associazione cooperativistica, che avrebbe costituito sempre una garanzia contro il prevalere della logica del profitto.
       In generale si era ricorso alla società anonima a responsabilità limitata.
       La concorrenza, tra i privati e questi gruppi di operai inoltre segnò un acutizzarsi del confronto tra le parti interessate.
       Come si inserì l’Ente comunale nella vicenda è facile capirlo. L’Amministrazione eletta il 7 aprile del 1946 si preoccupò, rivolgendo le più vive premure ad entrambi le parti, affinché nella autonomia di ciascuno, si portasse il maggior contributo alla città, dando prova di responsabilità e incaricandosi di intervenire qualora il problema si fosse inasprito.
       Il Sindaco Antonini (comunista) rilevava nel 1946 che l’armonia e la sensibilità erano in quel momento indispensabili per la rinascita economica della città.
       Citiamo, fra altri episodi, l’interessamento del Comune per la ceramica Cappuccini dell’Ing. Ulderico Finesi per lo svincolo da parte dell’Autorità militare dei capannoni, onde poterli utilizzare per la riattivazione della fabbrica e vari interventi presso le autorità e presso le banche locali, a favore delle attività industriali, con elargizioni anche di crediti a basso interesse, nella convinzione di stabilire i presupposti adatti per creare una situazione di fiducia e credibilità nei confronti delle nascenti istituzioni locali.
       In questa situazione sorsero le prime cooperative di consumo su interessamento dei partiti politici civitonici (14).
       Il partito comunista fu l’iniziatore di questa esperienza col lancio di una sottoscrizione per l’apertura di questa struttura.
       La cifra raccolta (qualche milione) dette vita in piazza G. Matteotti all’apertura dell’attività dello spaccio di alimentari, che godette del favore della maggioranza della popolazione.
       Gli alimentari e poi il vapoforno costituivano la novità di questa vera cooperativa, il cui utile era reinvestito per ampliare i servizi necessari.
       Dal canto loro anche i democristiani (15), diressero una cooperativa di consumo pro-famiglie nel 1946 con il maestro Celestino Ceccarelli.
       Essa per mancanza di finanziamenti durò però breve tempo, fino al 1948, soffocata dalla scarsa affluenza di soci e dalle difficoltà di reperire prodotti a prezzi favorevoli.
       Vi era inoltre rappresentata a Civita Castellana la lega contadina che aderì nel 1950 nella Confederterra.
       Queste associazioni svolsero un importante ruolo nel movimento contadino civitonico.
       Le loro prime iniziative furono, nel 1946, la lotta per la terra e per la tutela dei lavoratori dei campi (soprattutto quelli addetti alla lavorazione del tabacco).
       Fu con l’ausilio della Lega che le vertenze con Feroldi, Cencelli, Montanari e gli altri proprietari terrieri diedero luogo al primo contratto dei braccianti, fondato su una più equa retribuzione giornaliera e, per i mezzadri, su una divisione del prodotto più conforme alle esigenze dei lavoratori.
       Dall’altro campo si costituì l’Associazione Industriale di Civita Castellana, che ebbe i suoi maggiori aderenti, nei titolari degli stabilimenti di ceramica.
       L’Associazione Nazionale Industriale del settore ceramico, fu chiamata a dirigerla, un certo Sbordoni che nel 1945, insieme alla Camera del Lavoro, arrivò alla definizione del primo contratto di lavoro della categoria.

f) LE ELEZIONI DAL 1946 AL 1948

       Particolare importanza sociale, civile e politica ebbero le elezioni amministrative del 7 aprile 1946 (quinto turno consecutivo a partire dal 10 marzo).
       Si trattava delle prime elezioni dopo 27 anni e pertanto sia la preparazione elettorale che il loro svolgimento, vennero seguiti con estrema attenzione dai partiti politici, anche in vista di quelle indette (anche esse sempre nella primavera del 1946) per la Costituente e per il Referendum istituzionale del 2 giugno.
       Con la costituzione di due liste contrapposte, veniva superato l’accordo che era stato alla base del Comitato di Liberazione Nazionale.
       Delle due liste presenti alla competizione, la prima era formata da comunisti, socialisti, indipendenti e repubblicani con il simbolo “falce e martello”, mentre la seconda da democristiani, liberali e metà dei repubblicani con il simbolo “scudo crociato con foglia d’edera sullo sfondo”.
       La lista di sinistra riportò una schiacciante vittoria, con 3300 voti pari al 67%, mentre la lista centrista ne ebbe 1630 pari al 33%.
       Dei 20 consiglieri comunali eletti, dato il sistema maggioritario, 16 andarono alla maggioranza e 4 alla minoranza.
       Facevano parte della coalizione di maggioranza, 6 comunisti, 7 socialisti, 2 indipendenti e 1 repubblicano.
       Il 15 aprile del 1946 nel palazzo municipale venne eletto Sindaco il comunista Paolo Antonini, ex confinato politico e segretario della locale sezione comunista.
       Venne inoltre eletta la Giunta e nominati gli assessori.
       Analoghi risultati si ripettettero nelle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente, anche se lo scontro si era fatto più aspro dato che le forze moderate di Civita Castellana, puntarono su una rivincita impegnandosi al massimo contro i partiti di sinistra.
       Le elezioni per la Costituente dettero i seguenti risultati:

P.C.I. voti 2.658 pari al 52, 3%
P.S.I.    “      494    “   “    9,6%
D.C.     “    1.101   “   “   21,3%
P.R.I.   “       348   “   “      6,8%
P.L.I.   “       109   “   “      2,1%
U.Q.    “        320  “   “      6,4%
U.D.N.    “     74   “   “       1,5%

       L’unica novità che emerse in questa elezione fu rappresentata dal fatto che Civita Castellana diede una grossa figura politica di rilievo nazionale: Enrico Minio, già nominato dal Partito Comunista Italiano nella Consulta.
       Nel frattempo si svolgeva la campagna per il Referendum istituzionale.
       Le particolarità di questa competizione stavano nel fatto che sotto l’etichetta dell’anticomunismo, alcuni partiti tendevano a realizzare il salvataggio della monarchia.
       A Civita Castellana (anche se in campo nazionale la democrazia cristiana si era dichiarata favorevole al regime repubblicano) i democristiani convocarono i loro organismi dirigenti il 29 maggio del 1946 (16), per discutere la posizione da prendere il 2 giugno ma l’orientamento della sezione non fu unitario: decise di votare per la repubblica il 70%, mentre il 30% optò per la monarchia.
       E’ da segnalare un particolare interessante che può aiutare a comprendere le reali intenzioni della sezione della democrazia cristiana.
       Il repubblicano Luigi Lemme rammenta l’episodio della mattina del 1° giugno 1946, quando sul ciglio della porta della sezione democristiana, apparì provocatoriamente un quadro murale con l’emblema della corona con sotto lo scritto: “votate monarchia!”.
       In questa occasione si verificarono incidenti ai seggi elettorali dove presidenti di seggio simpatizzanti per la monarchia, tentavano, con la loro autorità, di influenzare le libere scelte dei cittadini (caso clamoroso fu la contestazione di alcune schede con la scritta “abbasso il re”).
       L’intervento dei rappresentanti dei partiti repubblicani richiamò, l’attenzione delle autorità preposte all’ordine, mettendo fine alla diatriba.
       I risultati furono i seguenti (17):
REPUBBLICA voti 3.826 pari al 70,0%
MONARCHIA    “   1.626   “    “ 29,7%
       I voti del P.C.I., P.S.I., P.R.I., tutti presumibilmente repubblicani erano 3.500, quelli della repubblica 3.826: la differenza ammesso che venisse tutta dalla D.C., era un po’ meno del 30% dei 1.101 voti D.C.
       Rispetto al voto degli iscritti alla sezione dunque, le percentuali degli elettori si erano invertite: 70% monarchia, 30% repubblica.
       In un clima non molto teso ma abbastanza difficile, si andò allo scontro delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
       In questa fase, i partiti a Civita Castellana si mobilitarono, mettendo in movimento tutto il loro apparato propagandistico.
       La D.C., a due anni dalla sconfitta nelle elezioni amministrative del 1946, creò dei comitati anticomunisti, servendosi anche di elementi compromessi con la destra reazionaria e fascista (in questo periodo aderirono alla D.C., gli ex fascisti Giovanni Giampieri e Girolamo Mozzetti che ritroveremo candidati alle amministrative del 1949).
       Nelle chiese, più di ogni altra volta, si ricorse alla Fede e al Cristianesimo per indurre la gente a votare democrazia cristiana, contro lo spettro del comunismo (18).
       Vennero preparate dalla Curia Vescovile di Civita Castellana alcune manifestazioni religiose, con il semplice scopo di avere delle ripercussioni sul fronte elettorale.
       A queste processioni religiose (marzo 1948) parteciparono quasi tutti gli esponenti locali della democrazia cristiana.
       Non mancarono aiuti finanziari d’oltre Atlantico, diretti agli anticomunisti di Civita Castellana, tramite l’U.N.R.R.A (19).
       E’ di esempio la distribuzione di pacchi di pasta, cioccolate, zolfo per l’agricoltura “made in U.S.A., da parte di esponenti della D.C. locale.
       Si riversarono sulla piazza G. Matteotti oratori di ogni levatura politica, dal futuro vice segretario nazionale della D.C. Tupini al segretario provinciale della D.C. di Viterbo, Jozzelli, mentre per i comunisti parlarono l’On. Minio e, l’ultimo giorno, l’On. Giancarlo Pajetta.
       Si moltiplicarono riunioni di caseggiato da parte dei comunisti, mentre i democristiani preferivano riunirsi nelle sale parrocchiali della cittadina.
       Nonostante l’acceso tono della campagna elettorale, le elezioni si svolsero nell’ordine e senza incidenti.
       I socialcomunisti, si presentarono nel Fronte Democratico Popolare, (alleanza elettorale tra P.C.I. e P.S.I.) sotto l’unico simbolo, della testa di Garibaldi inserita in una stella e con un'unica lista.
       Al blocco socialcomunista, si opponevano, la D.C., i socialdemocratici e i repubblicani.
       Benché non vi fosse nessuno accordo per una alleanza, quest’ultimi si presentarono come membri di un’unica coalizione, con un comune orientamento ideale e una analogia di programmi e di fini.
       I repubblicani civitonici, che dopo essersi spaccati con le elezioni amministrative del 1946, nel ’48 puntarono a crearsi uno spazio autonomo, prendendo le dovute distanze dal fronte popolare e divenendo così i fautori della propaganda del “blocco” attorno alla democrazia cristiana.
       A destra, i liberali assorbirono i voti dell’uomo qualunque, mentre per la prima volta caporioni fascisti locali, si ripresentarono, sotto l’egida del M.S.I..
       In queste elezioni, anche a Civita Castellana i temi della campagna elettorale furono prettamente di politica estera e impiantati, nel far vedere i socialcomunisti, come servi del blocco sovietico e dell’U.R.S.S..
       Ecco comunque i risultati del voto (20):

Fronte Popolare (socialcomunisti) voti 3.561   58,5%
D.C.                                                  “   1,909    31,5%
M.S.I.                                               “        92      1,6%
P.S.D.I.                                            “       124      2,1%
P.R.I.                                               “        251      4,1%
Altri                                                “        128       2,2%

       Come si vede dal quadro, i dati riproducono una avanzata del fronte popolare rispetto alle elezioni per la Costituente, mentre i democristiani assorbono l’uomo qualunque, i liberali e l’U.D.N..
       Una novità era rappresentata, dal M.S.I., che non riuscì a superare il 2%, mentre il partito repubblicano registrò una flessione probabilmente per le numerose titubanze nella campagna elettorale rispetto, ai due schieramenti principali.
       Anche a Civita Castellana si poté riscontrare l’emorragia delle destre a favore della D.C. ritenuta l’unico baluardo contro il comunismo.
       Uno degli aspetti più significativi della consultazione era l’unità di azione tra socialisti e comunisti che aveva fatto registrare degli ottimi risultati a Civita Castellana, ma che fu controproducente in campo nazionale per tutta una serie di motivi da ricercare in un più attento esame della situazione politica.
       L’unità delle sinistre è uno dei dati più importanti, di cui tornerò a parlare e che fu uno dei motivi che spinsero i socialisti a ricercare quelle forme autonomistiche che si cominciarono a sentire anche a Civita Castellana, dove il P.S.I. rivide le proprie posizioni politiche, portandolo il 9 novembre 1958 a presentarsi da solo nelle elezioni amministrative.
       E’ importante notare che in quel momento il sindacato, a differenza dei partiti, si muoveva unitariamente.
       Ne è testimone il seguente documento sul rinnovo delle cariche del sindacato ceramisti: “Il 2 febbraio del 1948 alla Camera del Lavoro di Civita Castellana si sono riuniti la segreteria del sindacato ceramisti nelle persone di: Sedan Fausto, Patrizi Otello, Crestoni Leonida, Lanzi Augusto, Fallini Marino, e i rappresentanti dei partiti politici nelle persone di: Luigi Lemme per il P.R.I., Moscioni Quirino per la D.C., Micheli Alfio per il P.S.I., Testalepre Angelo per il P.C.I.
       Presiedeva il segretario della C.G.I.L. Profili Alò.
       Scopo della riunione: elezioni sindacato ceramisti che si devono tenere dentro il corrente mese.
       Dopo ampia discussione, si è addivenuti quanto segue:
1° per il rafforzamento dell’unità sindacale si è deciso di sottoporre agli organizzati una lista bloccata fra tutte le correnti.
2° i seggi del comitato, nel numero di 15, di ripartirli come appresso, tenendo conto delle forze esistenti.
       Un seggio al P.R.I. – un seggio alla D.C. – un seggio agli indipendenti – 12 seggi ai socialcomunisti.
       Si resta d’accordo altresì, che alla riunione del 9 febbraio, le varie correnti presenteranno i nominativi per la formazione della rosa dei candidati” (21).

g) L’ATTENTATO A TOGLIATTI E LA SCISSIONE SINDACALE
      
       Più tardi un avvenimento turbò la vita sociale, politica ed economica della città: l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948.
       In tutta Italia la reazione delle masse proletarie e comuniste fu immediata.
       Dalla C.G.I.L. fu proclamato lo sciopero generale di quarantotto ore.
       Le maggiori fabbriche del nord vennero occupate, blocchi stradali sorsero rapidamente in quasi tutte le maggiori città italiane (22).
       Civita Castellana, visse ore drammatiche e tristi.
       Questa pagina di storia del movimento operaio è tragica perché scritta con il sangue.
       Da testimonianze dirette che ho potuto raccogliere, i fatti succedutisi ebbero questo andamento: alle ventidue del quindici luglio 1948 una pattuglia di carabinieri, comandata da un brigadiere proveniente dalla caserma di Civita Castellana attraversava la piazza Matteotti e scendeva per Via XX settembre dirigendosi verso il rione Clementino.
       All’altezza della stazione della Roma-Nord, i carabinieri incrociavano una folla di dimostranti, alcuni dei quali gridavano slogan ostili al governo e ne nascevano vivaci battibecchi con la pattuglia dell’arma.
       L’aria si faceva ben presto tesa e in un attimo si arrivava alla decisione di fare esplodere una bomba per disperdere i dimostranti.
       Il lancio della bomba sul marciapiede della strada, da parte dei carabinieri, provocava dei ferimenti per la fuoriuscita di schegge e accendeva la collera dei dimostranti.
       Il carabiniere Minolfo Masci cadeva irriconoscibile, orribilmente sfigurato (23).
       Un altro carabiniere, certo Luigi Grillini, era sospinto e trascinato per tutta la via Clementina.
       Il carabiniere Minolfo Masci, soccorso da gente del luogo e ricoverato in ospedale alle ore 23, decedeva nelle prime ore della notte del 16 luglio 1948.
       Il Grillini veniva ricoverato in ospedale la stessa sera in condizioni gravi, con la seguente prognosi: contusione del dorso del naso con frattura delle ossa nasali, emorragia, ferita del cuoio capelluto della regione occipitale.
       L’amministrazione di sinistra cercò di non lasciarsi coinvolgere in una situazione che poteva dar luogo a provocazioni.
       Fu così che il 19 luglio, venivano tributate le esequie alla vittima, con la partecipazione di autorità civili e militari ed imponente presenza di popolo e di lavoratori.
       Una lapide fu esposta sull’allora Via Nazionale, che dopo alcuni giorni fu intitolata a Minolfo Masci.
       Le autorità cominciarono a lavorare per accertare di chi fossero le responsabilità e procedere alla ricerca dei colpevoli.
       Non va dimenticato, che mentre gli incidenti proseguivano, era in corso una riunione di dirigenti delle organizzazioni sindacali e politiche e nessuno di essi purtroppo, si trovò sul luogo della tragedia, per calmare gli animi e prevenire il gesto sconsiderato di alcuni esasperati.
       Malgrado ciò le autorità colpirono duramente la organizzazione sindacale e i partiti di sinistra, ritenute dagli inquirenti la causa dei sanguinosi incidenti.
       Ci furono arresti indiscriminati di centinaia di persone, solo perché appartenenti a partiti di sinistra o ad organizzazione dei lavoratori.
       Il carcere di Viterbo diventò, un grande collettivo politico; gli arrestati per i fatti di Civita Castellana (24) si incontrarono con quelli dell’alto viterbese, che erano stati protagonisti delle invasioni delle terre incolte del principe Torlonia.
       In seguito a questi incidenti, Civita Castellana rimase senza amministrazione comunale, per le numerose rappresaglie nei confronti dei dirigenti del partito comunista.
       Un mese dopo lo sciopero generale, la situazione poteva essere così riassunta (25): 150 arrestati oltre i latitanti e fra di essi alcuni consiglieri e assessori comunali, il sindaco, il segretario della sezione  quello della camera del lavoro.
       Tutto questo in un piccolo centro di 13.500 abitanti con un nucleo operaio che non arrivava a mille unità.
       Il problema che si presentava di fronte al partito comunista e alla classe operaia, era di difficile soluzione.
       Il partito comunista era di fronte ad una dura prova e si trattava di vedere quale grado di resistenza avrebbe dimostrato, per superarla.
       I comunisti si misero al lavoro, facendo leva sulla ricostruzione della organizzazione.
       Fu costituito un comitato cittadino di solidarietà che cominciò ad assistere le famiglie dei lavoratori arrestati e portò avanti la lotta contro il pericolo di fenomeni di sbandamento e di demoralizzazione.
       L’azione fu rivolta anche su altri due problemi, come il pericolo di isolamento e la ricostruzione della Camera del Lavoro.
       Questa opera, dette rapidamente i suoi concreti frutti.
       Il 7 ottobre 1948 il partito comunista poté già organizzare una grande manifestazione intorno al suo organo di stampa “L’Unità” con un comizio cui partecipò Giancarlo Pajetta della direzione nazionale.
       Il 16 dello stesso mese, con uno sforzo di tutti gli operai di Civita Castellana, (alla presenza di Luigi Longo) si inaugurò la prima nuova sede del partito.
       Entrambi i dirigenti si congratularono con i dirigenti della sezione comunista di Civita Castellana per i successi ottenuti per la campagna di proselitismo al partito (26).
       Decaduta l’amministrazione comunale, furono indette le elezioni amministrative nell’aprile 1949.
       Civita Castellana, dalla terza decade di luglio 1948 fu retta da una gestione commissariale fino al 27 aprile 1949 (27).
       Nella competizione elettorale dell’aprile 1949, le liste presentate erano tre: quella socialcomunista con capolista Enrico Minio, avente per simbolo il forte Sangallo; quella repubblicana con il simbolo dell’edera e infine la lista nata dall’alleanza della D.C. con alcuni esponenti della locale sezione del M.S.I..
       La lotta fu aspra e tenace da tutte le parti.
       Furono tenuti ventitre comizi, di cui diciassette da parte della lista socialcomunista.
       Mentre i comunisti usavano metodi di campagna elettorale fondati sulla partecipazione massiccia della gente delle campagne e dei rioni, i democristiani tentarono tutte le carte, usando anche quella del ritrovo dei loro elettori nelle numerose sale parrocchiali.
       La lista dell’unione popolare (socialisti e comunisti), riportò 3.313 voti pari al 58%; mentre l’alleanza D.C. e destre riportò 2.249 voti pari al 37,4%; i repubblicani 175 voti pari al 3,6%.
       In questa competizione Enrico Minio, il popolare “Righetto” ottenne un vero plebiscito con 3.352 voti di preferenza (39 voti in più della lista).
       A seguito delle agitazioni per l’attentato, la democrazia cristiana, convocò una prima riunione a palazzo Trocchi, ove partecipò anche il dott. Erminio Mariani (ex consigliere commerciale del governo italiano a Leningrado, Mosca, Madrid, Lisbona e Buenos Aires).
       Venne discusso il rilancio del sindacato su posizioni di autonomia dai partiti politici.
       La tesi che prevalse fu quella della costituzione di un sindacato libero cui aderirono anche i socialdemocratici nati dopo la scissione di palazzo Barberini.
       I socialisti non accettarono le posizioni della D.C. e rimasero nella C.G.I.L., mentre i repubblicani ne uscirono solo nel 1950.


CAPITOLO II


GLI ANNI CINQUANTA

a) L’agricoltura
b) L’industria della ceramica
c) I servizi e il commercio
d) Le lotte sindacali
e) Le sinistre e la lotta politica
f) Ente locale e politica amministrativa.

a) L’AGRICOLTURA

       Agli inizi degli anni cinquanta, assistiamo a Civita Castellana ad una massiccia immigrazione da parte di meridionali, alla ricerca di una collocazione nei più diversi rami della attività economica.
       Dai dati rilevati al comune di Civita Castellana, notiamo che dal 1951 al 1961, il movimento di immigrazione raggiunge le 1.576 unità (1).
       Queste famiglie vengono impiegate in agricoltura per la lavorazione del tabacco e la coltivazione di grano, granturco e orzo.
       E’ in questi anni che la popolazione di Civita Castellana supera le 13.000 unità.
       La tavola n. 1 indica la popolazione residente distribuita secondo i censimenti del 1951, del 1961 e del 1971 (2).

CENTRO                                        NUCLEI                                        CASE SPARSE
1951       1961       1971       1951   1961       1971                                1951       1961       1971
8765     10016     12224           93     416           10                                2418       2525       2314

  
       Si può notare dalla tavola che l’immigrazione trovò in buona parte sistemazione provvisoria nei nuclei sparsi intorno a Civita Castellana, mentre la popolazione urbana nello stesso periodo aumenta di circa 1300 unità.
       Da ricordare inoltre la presenza nella cittadina di circa 900 meridionali senza residenza.
       L’agricoltura rappresenta per costoro la principale risorsa da cui trarre il necessario per il sostentamento, grazie ai 7237 Ha di terreno così suddiviso (3):
conduzione diretta – aziende n. 386 con superficie di Ha 1.463;
conduzione in economia – aziende n. 57 con superficie di Ha 4.779;
conduzione a colonia appoderata – aziende n. 56 con superficie di Ha 996.
       Il totale delle aziende nel 1951 è di 499 unità mentre gli addetti in agricoltura sono 556.
       Le prime lotte del sindacato, si diressero verso l’applicazione della legge sulle “terre incolte e mal coltivate”.
       L’occasione fu rappresentata dalla richiesta di terra da parte della cooperativa “Unione” di Civita Castellana, che nel dicembre 1953 si rivolse alla commissione provinciale per la concessione delle terre incolte (Art. 1 Legge 18 aprile 1950, n. 139).
       Dopo lunghe trattative, la commissione fece decretare dal prefetto di Viterbo, la concessione per quattro anni, a partire dal 1951, di una superficie di tredici ettari in località Ceppeta di proprietà della Curia di San Gregorio, rappresentata dal parroco don Giacomo Pulcini (4).
       Non mancarono iniziative del sindacato rivolte ad illustrare le novità della legge.
       Nel quadro di una iniziativa generale, furono promosse una serie di assemblee.
       A Civita Castellana, la legge succitata non ebbe effetti dirompenti perché la zona era fuori dalla riforma.
       Pur tuttavia vi furono delle richieste di terra da parte dei contadini, e dei movimenti patrocinati dalla Federterra atti a realizzare migliori condizioni di vita nelle campagne.
       E’ opportuno ricordare che un gruppo di braccianti e salariati in forza nell’azienda del conte Feroldi, il 28 marzo 1954, lanciarono una petizione indirizzata al presidente della camera dei deputati, chiedendo l’estensione della legge, con la relativa diminuzione della grande proprietà terriera a 50 o 100 Ha.
       Il movimento contadino di Civita si distinse anche per le numerose lotte, patrocinate dalla locale sezione della Federterra, sul problema del rinnovo contrattuale del 1953: il 14 dicembre 1953 fu organizzato uno sciopero dei braccianti e salariati, che vide partecipare tutte le componenti del mondo del lavoro, compresi i lavoratori della industria della ceramica.
       I risultati della agitazione furono i seguenti: aumento delle paghe giornaliere per i braccianti e quelle mensili per i salariati fissi.
       Questo positivo risultato, determinò un rafforzamento della organizzazione sindacale e un primo convincimento dei contadini sulle loro capacità di vittoria.

b) L’INDUSTRIA DELLA CERAMICA

       Nel 1951 le aziende dell’industria della ceramica impiegavano circa 1.300 operai.
       Le aziende artigiano-industriali-commercio erano 188, mentre gli addetti nel complesso raggiungevano le 1.569 unità (5).
       Nel 1961, le unità aziendali diventano 199, mentre le forze di lavoro raggiungono le 1696 unità, con un aumento di 133 addetti.
       Nei primi anni ’50, l’industria della ceramica è costituita da piccole strutture, situate vicino il centro urbano.
       Il lavoro delle maestranze viene svolto ancora in condizioni di grande arretratezza tecnica, nell’assenza delle più elementari protezioni igieniche e dove il carattere artigianale delle lavorazioni è accentuato dall’uso dei forni a legna di tipo toscano che rendono il lavoro faticoso e degradante.
       Solo dopo il 1956, questi rudimentali metodi furono sostituiti con l’introduzione di forni a ciclo continuo a combustibile.
       Le dimensioni e la struttura dell’industria ebbero dei vari capovolgimenti rispetto al passato, per i numerosi sforzi orientati all’introduzione di tecniche moderne.
       La concorrenza delle industrie del nord si faceva sentire, tanto che gli industriali e il sindacato unitariamente si rivolsero al Ministro Campilli per un suo interessamento sui modi di intervento creditizio nei confronti delle industrie della ceramica e per affidare al ministero dell’industria uno studio sulle prospettive dell’economia locale dato l’allargamento del Mercato Comune Europeo (6).
       Esistono agli inizi degli anni cinquanta, anche forme di conduzione che prevedono nel processo di decisione, la consultazione con i dipendenti.
       Di fronte alle crisi congiunturali, queste forme di democrazia industriale, si capovolgono, dando vita a società di tipo cooperativistico o a società per azioni.
       Nel 1961, su un totale di 1700 addetti, gli operai rappresentano l’80% della forza-lavoro, mentre l’attività delle società a responsabilità limitata con operai soci è del 20%.
       I soci delle industrie sono operai che lavorano alla produzione, pagati per i pezzi che riescono a produrre, mentre a fine anno dividono le spettanze, in base alle quote di partecipazione.
       Risulta inoltre, che circa 300 persone alla fine del 1955 abbiano abbandonato l’agricoltura per andare a lavorare negli stabilimenti di ceramica.

c) I SERVIZI E IL COMMERCIO

       Per quanto riguarda i servizi, la città disponeva nel 1951 di attrezzature sociali così suddivise:

scuole primarie:
       unità scolastiche                              n°     2
       alunni in totale                                 n°  714
       insegnanti                                        n°    21
scuole secondarie:
       unità scolastiche                               n°      3
       alunni in totale                                  n°  550
       insegnanti                                         n°   38
farmacie                                                  n°     2
istituti di cura pubblici e privati                 n°     1
istituti di cura pubblici e privati
posti letto                                                 n° 110
alberghi-pensioni-locande                         n°     4
alberghi-pensioni-locande      stanze         n°   36

       I pubblici esercizi, con licenza rilasciata dalla Amministrazione comunale erano 34.
       Il commercio, rappresentava una attività complementare alla industria della ceramica.
       In questo settore, trovavano collocazione nel 1951 circa 418 persone, mentre nel ’61 erano 716, con un aumento di circa 300 addetti.
       Gli spacci di vendita all’ingrosso erano 52, mentre i punti al minuto 317 (7).

d) LE LOTTE SINDACALI

       I dirigenti sindacali arrestati nel 1948, una volta usciti dal carcere, o tornati a Civita Castellana dopo una lunga latitanza (anche all’estero), cercarono di riordinare le fila del sindacato che negli anni 1950-54 contava 750 iscritti su un totale di circa 1.000 operai (8).
       Nel frattempo, anche altre organizzazioni sindacali, si davano la loro struttura di base.
       Ricordiamo qui una riunione tenuta il 2 dicembre 1951, nella sede delle A.O.L.I. che diede vita alla locale sezione della Coltivatori Diretti (9).
       Gli effetti della rottura sindacale si protrassero nel tempo ed ebbero conseguenze negative per il movimento operaio di Civita Castellana.
       Come abbiamo accennato, nel luglio del 1950 alcuni sindacalisti di tendenza cattolica usciti dalla C.G.I.L. fondarono la C.I.S.L. e nel 1951 i repubblicani costituirono la U.I.L. insieme ad alcuni elementi del partito socialdemocratico.
       L’indebolimento del movimento sindacale, procurò una situazione difficile a Civita Castellana, dove la repressione nelle fabbriche si presentò colpendo soprattutto i membri dei consigli di fabbrica e i lavoratori più sindacalizzati (10).
       La maggior parte delle vertenze con le quali i lavoratori cercarono di resistere agli attacchi padronali degli anni cinquanta furono condotte dalla C.G.I.L., rimasta di gran lunga la più consistente organizzazione all’interno delle fabbriche.
       Diedero vita a situazioni conflittuali i licenziamenti di alcuni operai della fabbrica “Sbordoni” che ricoprivano cariche sindacali all’interno della azienda.
       La lotta per il posto di lavoro segnò la chiave di volta della battaglia che prima la C.G.I.L. e poi anche la C.I.S.L. e la U.I.L. dovettero affrontare per vari anni.
       A Civita Castellana, come nel resto del paese, lo sviluppo distorto della economia aveva bloccato le paghe degli operai: i salari minimi salirono soltanto dello 0,9%, mentre le retribuzioni effettive progredirono appena del 2,2% all’anno.
       Chi determinò questa situazione fu il frazionamento fra le organizzazioni sindacali, mentre positivo risultò il programma di agitazioni e scioperi spontanei o parziali, a cui parteciparono centinaia di lavoratori.
       E’ importante citarne alcuni tra i più significativi (11):  
il 14 novembre 1950 viene indetto uno sciopero dalla locale Camera del Lavoro, per protestare contro la rottura delle trattative.
       Sempre a Civita Castellana viene programmata una agitazione il 24 settembre 1953 con la partecipazione di 1.000 operai (12).
       Queste agitazioni erano parte integrante della lotta per il rinnovo contrattuale della ceramica che venne siglato il 17 marzo 1954.
       Non fu di minore importanza l’azione della locale Confederterra sul problema della concessione delle terre incolte e malcoltivate (13).
       Una importante vertenza in agricoltura è quella della “tabacchina del Sig. Donati Lamberto”, le cui maestranze protestarono e scesero in sciopero, perché il Donati non aveva rispettato l’accordo contrattuale del 3 marzo 1950, stipulato dalle parti alla presenza del Ministro del lavoro (14).
       L’agitazione fece recedere il Donati e reimpose le clausole dell’accordo contrattuale.
       Analoga vicenda si verificò al “tabacchificio Basili” il 14 giugno 1951 dove il proprietario non pagava gli stipendi di un mese arretrato.
       Quest’ultima agitazione fece decidere la serrata, durante pochi giorni per l’intervento dei carabinieri (15).
       Alcuni giorni dopo, il Basili definì tale conflitto, con il pagamento degli arretrati, alla presenza di sindacalisti e del rappresentante dell’arma dei carabinieri certo tenente Osvaldo Balestrini.
       Naturalmente anche a Civita Castellana si rifletteva la situazione economica nazionale: da una parte i sindacati si interrogavano sul senso dei profondi mutamenti dell’apparato produttivo, dall’altro lato anche gli industriali si ponevano il problema della trasformazione degli impianti, per attenuare i colpi della concorrenza.
       Di fronte a questo impellente problema, l’unico rimedio era l’investimento di capitali, per stare al paso con le più moderne tecniche di lavorazione.
       Non mancò da parte industriale l’accusa del costo del lavoro, ritenuto la causa principale delle difficoltà della industria.
       I sindacati, risposero che negli anni cinquanta in Italia i salari erano i più bassi d’Europa, affermando che l’alto costo della mano d’opera non era indice di crisi, dal momento che dove il salario è misero l’industria è arretrata, mentre dove il salario è alto l’industria è progredita (16).
       Dietro questa tesi, vi era un esplicito attacco alla classe industriale, ritenuta conservatrice e senza spirito dell’iniziativa moderna.
       La critica del sindacato, coinvolse i modi di produzione, ma anche le infauste condizioni di lavoro delle maestranze.
       Ed è su questo ultimo tema che il sindacato espresse il suo punto di vista, chiamando a raccolta i lavoratori del settore e prendendo delle iniziative come quella del 18 dicembre 1954.
       Infatti in quel giorno fu tenuta a Civita Castellana, una conferenza con la partecipazione del caporeparto dell’Istituto Forlanini di Roma, Alfredo Monaco, sul tema: “I danni determinati dalla silicosi sui lavoratori della ceramica” (17).
       Su questo preoccupante tema, l’azione del sindacato fu rilevante tanto da creare con gli industriali e le istituzioni i mezzi idonei di immediata applicazione per la prevenzione della malattia, tramite i casellari sanitari per ogni lavoratore.
       Alla fine degli anni cinquanta i lavoratori scesero in sciopero per il rinnovo contrattuale riuscendo a spezzare il ristagno salariale.
       La spinta che venne dagli strati più bassi della classe operaia fece maturare la consapevolezza della necessità di rivendicazioni più avanzate e più unitarie che determinarono la ripresa sindacale, facilitata dalla autonomia nei confronti dei partiti politici.
       In questo periodo esistevano a Civita Castellana trentadue stabilimenti di ceramica che occupavano 1.350 lavoratori, con alle prese problemi concernenti la stagnazione dei salari e soprattutto la disoccupazione.
       Su queste due questioni verté soprattutto la lotta per il rinnovo contrattuale e fu deciso di fatto che la C.G.I.L., la C.I.S.L. e la U.I.L. fino alla firma del nuovo contratto di lavoro (stilato a Roma nella sede della piccola industria) condussero la battaglia unitariamente.
       Questo atto, di grave valore per il movimento operaio, gettò le basi per una ripresa dell’unità sindacale su più vasta scala (sono solo del 1960 i primi contatti nazionali tra le segreterie della C.G.I.L. e della C.I.S.L.).
       Da questo incontro uscì una strategia sindacale orientata alla rivalutazione dei salari e alla definizione dei contratti collettivi di lavoro.

e) LE SINISTRE E LA LOTTA POLITICA

       Dopo i fatti successivi all’attentato a Togliatti anche i partiti di sinistra si trovarono in una posizione difficile.
       Erano privi di sedi e i migliori quadri dirigenti, erano stati arrestati o erano latitanti.
       Dopo alcuni mesi, il P.C.I. e il P.S.I. ricominciarono a riorganizzarsi, mentre l’attenzione degli amministratori fu rivolta verso i problemi della città.
       I primi a fare politica attiva furono i comunisti i quali convocarono attivi di sezione sin dal 1951, per discutere le prospettive politiche del partito e per rilanciare la campagna di tesseramento e proselitismo.
       Essendo un centro industriale, con forte presenza operaia, il P.C.I. e, in misura minore, il P.S.I. orientarono l’attenzione verso lo strato operaio, tradizionale forza politica ed elettorale dei partiti di sinistra.
       L’interesse per la politica nazionale era particolarmente vivo, tanto che in numerosi convegni del P.C.I. fu affrontata la discussione sul “partito nuovo” considerato l’elemento decisivo per la formazione di un blocco storico antagonista (18).
       Questo tipo di prospettiva politica, trovò ampi consensi nella classe operaia, mentre vari dirigenti di partito, nutrivano seri dubbi sulla validità di tale strategia.
       Non mancarono forme di estremismo settario tali che alcuni comunisti, pensando alla rivoluzione mancata, negavano l’utilità della partecipazione dei partiti di sinistra alle elezioni.
       Fondamentalmente, l’iniziativa del P.C.I. fu rivolta a rafforzare l’organizzazione che alla fine del 1954 raggiunse i 1.256 iscritti con una composizione sociale così distribuita (19):
       Operai 56,8%; braccianti 17,4%, artigiani 3,6%; impiegati 2,8%; intellettuali 0,6%; casalinghe 15%; vari 4% (si noti la particolare incidenza degli artigiani-soci lavoratori rispetto al dato nazionale).
       Le donne erano 216 con il 17, 1% del totale degli iscritti.
       Gli iscritti del P.S.I. erano 177 con una composizione sociale così ripartita:
       Operai 45%; contadini 3%; piccoli imprenditori 13%; impiegati 8%; insegnanti 12%; braccianti 7%; casalinghe 12%
       Come si vede, la base sociale dei due partiti della sinistra, poggia sul ceppo operaio, mentre i piccoli imprenditori, in maggioranza aderiscono al P.S.I.
       Nel 1953, le sinistre vivevano un momento particolare, per la spinta che veniva dal basso e si mobilitarono efficacemente contro i disegni della D.C., tendenti a dare, con la “legge truffa”, carattere stabile e legale alla esclusione delle sinistre dalla direzione politica del paese.
      Civita Castellana contribuì alla sconfitta della “legge truffa”, riversando sui partiti di sinistra il 55% dei voti e procurando alla D.C. e alle destre una netta sconfitta.
       Le elezioni politiche del ’53 ebbero i seguenti risultati:

P.C.I.       voti       3.339       pari       al        49,6 %
P.S.I.          “            377         “          “          5,5 %
D.C.           “         2.019         “          “         30,0 %
P.R.I.         “            171         “          “           2,7 %
P.L.I.         “              68         “          “           1,0 %
P.S.D.I.      “             66         “           “           1,0%
M.S.I.        “            374        “           “           5,6 %
Altri          “            308        “           “            4,6 %

       La battaglia elettorale del 1953 contro la legge truffa, portò il movimento operaio a lottare con forza evitando che la propaganda anticomunista dei partiti moderati determinasse un cambiamento di rapporti di forza a livello elettorale.
       Infatti in queste consultazioni vi fu un consistente aumento dei voti al P.C.I. (alla Camera + 2%), mentre il P.S.I. e la D.C. subirono delle flessioni a vantaggio del P.S.D.I. e delle destre.
       Sul piano locale le elezioni amministrative del 1953 videro la lista socialcomunista ancora affermarsi con una vittoria superiore a quella riportata il 7 di giugno del 1953.
       La lista di “Unità Popolare” riportò 3.972 voti pari al 63%, la D.C. 1.711 voti pari al 27,6%, mentre il M.S.I. 639 voti pari al 10,3%, il P.R.I. in questa consultazione non si era presentato.
       I seggi in consiglio comunale erano così ripartiti: 13 ai comunisti, 6 ai socialisti, 1 indipendente, 7 alla democrazia cristiana e 3 al movimento sociale italiano.
       Se osserviamo i dati elettorali della consultazione amministrativa del 1953 (ma anche nel 1958) notiamo che le sezioni elettorali numero 8 – 5 – 12, fanno registrare un enorme successo del P.C.I., dovuto alla forte presenza di strati operai: centro cittadino, periferia, zona delle case popolari.
       Le assemblee, le riunioni di quartiere, le conferenze-dibattito, rappresentavano gli strumenti con i quali i partiti di sinistra svolgevano le loro campagne elettorali.
       I risultati positivi erano da attribuire anche al modo in cui il P.C.I. e il P.S.I. intesero interpretare il problema della vita interna di partito.
       Ampia era infatti la libertà di espressione per ciascun membro di partito purché (questo per il PCI) nelle scelte operative si rimanesse nell’ambito della politica scelta a maggioranza della assemblea degli iscritti.
       La maggioranza degli iscritti aveva però accettato le tesi della politica nazionale anche se permanevano minoritarie spinte che consideravano il P.C.I. come “partito dell’ora x” sulla base di ricordi nostalgici dei tempi eroici, o con un atteggiamento fideistico per cui il partito diventava una chiesa che non conosce concilii rinnovatori.
       In questo clima, rimaneva come elemento unificatore la linea politica del partito, mentre la vita interna veniva regolata secondo i principi statutari del centralismo democratico.
       Particolare occasione di scontro politico si presentò con quell’”indimenticabile” 1956 (20).
       Fu infatti nel 1956 che si tenne il XX congresso del P.S.U.S., mentre a dicembre dello stesso anno si svolse l’VIII congresso del P.C.I.
       Tra l’uno e l’altro di questi avvenimenti, c’è tutta la polemica sul rapporto segreto di Chruscev e i fatti d’Ungheria.  
       Questi fatti procurano delle ripercussioni nel movimento operaio italiano e anche a Civita Castellana la tensione si placa solo dopo l’VIII congresso del P.C.I. che di fronte ai temi della destalinizzazione e degli errori compiuti, gettò le basi di una strategia volta a saldare la costruzione di una democrazia pluralistica con una prospettiva socialista.
       Che influenza ebbero questi fatti sul movimento operaio di Civita Castellana e sui partiti di sinistra?
       Senza dubbio il 1956 rappresentò un momento di riflessione che vide impegnati nelle sezioni del PCI e del P.S.I. di Civita Castellana, centinaia di militanti.
       I socialisti non erano d’accordo con le posizioni assunte dal P.C.I. sui fatti d’Ungheria, tanto che presero le distanze affiggendo dei manifesti di protesta contro l’Unione Sovietica per le vie della cittadina.
       E’ importante invece sottolineare il clima che emerse nel P.C.I. locale: mentre gli operai dell’industria “tennero” ai fatti del 1956, il rapporto fra il partito e gli strati del ceto medio si deteriorò.
       Alcuni insegnanti di scuola media di estrazione cattolica che avevano aderito al P.C.I. si spostarono su posizioni moderate mentre altri intellettuali (dell’area comunista) non riuscirono a trovare una propria collocazione data la insufficiente risposta del partito.
       Sostanzialmente però rimase il mito di Stalin e ciò indebolì la forza della risposta del partito.
       I temi della politica internazionale, cominciarono ad essere al centro della vita politica e amministrativa della città, tanto che anche in consiglio comunale furono portati dai diversi gruppi politici ordini del giorno riguardanti la politica estera (21).
       Il momento in cui i rapporti dei partiti divennero più tesi, fu in occasione della campagna elettorale amministrativa del 1958 (22).
Per quanto riguarda le amministrative, la D.C., il M.S.I., il P.L.I., ed il P.R.I. si presentano all’elettorato con elementi di varia estrazione sociale.
       I risultati di quella consultazione furono i seguenti:

Unione Popolare       voti       4264       pari       al       56%       Seggi       18
P.S.I.                            “           737         “          “         9%           “          3
D.C.                             “         1640         “          “       22%           “          7
M.S.I.                          “           453         “          “       6,2%          “           2
P.R.I.                           “           159         “          “       2,2%          “           -
P.L.I.                           “             80         “          “       1,1%          “           -

       Rispetto alle elezioni amministrative del 1953, la novità del 9 novembre 1958 fu che per la prima volta venne adottata la legge elettorale proporzionale per i paesi che avevano più di 5.000 iscritti nelle loro liste.
       Cominciarono ad affiorare nei partiti cosiddetti intermedi serie preoccupazioni, in virtù del cuorum, richiesto dalla proporzionale per essere rappresentati in consiglio comunale.
       Le perplessità si riveleranno fondate, perché la composizione del consiglio comunale eletto il 9 novembre 1958 vide l’assenza dei repubblicani e dei liberali.
       In questa occasione, infatti, il P.S.I. si presentò con il proprio simbolo e con propri candidati.
       Le liste in lizza furono sei.
       Nella lista del P.C.I., con alla testa Enrico Minio, figuravano due indipendenti di estrazione cattolica: Angelo Ricci e Orazio Vaselli.
       Silvano Muto, pubblicista, rappresenta in questa occasione il punto di forza dei socialisti.
       I comunisti e socialisti guadagnavano un seggio.
       La D.C. perdeva 344 voti e un seggio.
       Il M.S.I. pur passando dal 5,6% al 6% perdeva un seggio.
       Il P.R.I. e il P.L.I., non raggiungendo il cuorum, non riuscivano ad essere rappresentati in consiglio.
       In questa circostanza vi furono anche le elezioni politiche che diedero i seguenti risultati:
       Camera                                    Senato                   
P.C.I.   voti   4.024   con   51,4%   3.807   54,0%
P.S.I.     “         704     “       9,0%      492     7,0%
D.C.      “       1977     “     25,2%   1.794    25,2%
P.R.I.    “         184     “       2,4%       263     3,7%
M.S.I.   “          445    “       5,6%       434     6,5%
P.L.I.    “            52    “       0,7%         38     0,6%
P.N.M. “            86    “       1,2%          75    1,1%
P.M.P.  “          185    “       2,5%        106    1,6%
P.S.D.I.”          114    “       1,5%          96     1,4%
Altri     “             51   “       0,5%

       Il tema, sul quale si era svolta tutta l’attività politica della terza legislatura, era stata l’operazione di apertura a sinistra.
       Infatti la nuova maggioranza che nasce dall’incontro tra socialisti e democristiani, si manifesterà per la prima volta, in occasione del voto di fiducia al governo Fanfani il 10 marzo 1962, quattro anni dopo le elezioni politiche del ’58 (23).
       A Civita castellana il risultato è tra i più interessanti.
       Infatti, il responso elettorale faceva aumentare il P.C.I. che passa dal 49,6% del 1953 al 51,4% del 1958, mentre i socialisti aumentano di 3,5% rispetto al 1953.
       I rapporti politici fra i due partiti della sinistra si arrestano, per il disegno che si voleva costruire a livello nazionale, teso ad isolare il P.C.I., il quale non aveva nascosto la propria ambizione dell’esclusiva rappresentanza della classe operaia.
       Le diatribe interne alla D.C. di Civita Castellana, sul ruolo dei socialisti, creano le condizioni per un aumento elettorale del P.S.I. alle elezioni politiche del 1958 e un regresso in voti della D.C. che scese al 25,2% perdendo il 4,8%.
       Né beneficiò anche il M.S.I. che passò dai 378 voti a 445.

f) ENTE LOCALE E POLITICA AMMINISTRATIVA

       Agli inizi degli anni cinquanta, Civita Castellana si trovò a dover rimediare ad una situazione di grande carenza di servizi che strozzava lo sviluppo civile ed economico della città: mancava l’acqua, le strade non erano pavimentate, vi erano solo due edifici scolastici, mancava in alcuni quartieri la luce, le fognature lasciavano a desiderare, le strade di campagna erano del tutto abbandonate.
       L’amministrazione, programmò una vasta opera di risanamento, creando tutte le infrastrutture funzionali ad una città industriale di importanza nazionale.
       Intanto le leggi sulla gestione diretta dei comuni, avevano aperto nuove possibilità per l’attuazione di programmi nei più diversi rami dell’attività amministrativa.
       Anche se i controlli prefettizi non mancarono, fin dai primi tempi, l’amministrazione comunale aveva cominciato ad operare ed a prendere confidenza con i problemi della città, assistita da Minio, che intratteneva legami permanenti con Ministeri e con le varie autorità.
       Dal 1949 in poi, vennero elaborati i progetti di rinascita della città, mentre l’attività preponderante del comune fu orientata alla realizzazione di quel programma che avrebbe guidato gli amministratori negli anni successivi.
       L’attuazione del programma comprendeva le seguenti opere pubbliche: strada di circonvallazione, acquedotto, edificio scolastico, scuola media, costruzione di fognature, case per i senza tetto, asilo e scuole rurali, piano regolatore urbanistico (24).
       L’amministrazione nel 1952 aveva portato a termine (stanziando nel bilancio la somma di 32 milioni di lire) i lavori delle strade interne, mentre si erano avviate le pratiche per il mercato coperto, l’unico nella provincia di Viterbo.
       Alla fine del 1953, l’opera venne inaugurata, alla presenza di autorità locali (la spesa occorsa per la realizzazione sfiorava la somma di 12 milioni di lire).
       Altro tema sul quale l’amministrazione si impegnò fu la democratizzazione della finanza locale: fu portata avanti una battaglia per ottenere che l’imposta di famiglia non fosse applicata sulla sola base della imposta complementare (25).
       Su quest’ultimo argomento si verificò un acceso scontro che vide il comune da una parte e gli industriali dall’altra.
       Infatti una legge del 1951 aveva reso liberi i comuni di accertare per proprio conto, i redditi da assoggettare all’imposta di famiglia, indipendentemente da quelli dichiarati e accertati dallo Stato.
       E’ con questi criteri che l’amministrazione comunale proseguì nel suo cammino, colpendo le famiglie benestanti come Parroccini, Feroldi, Morelli, Brunelli ecc. e sgravando dal pagamento delle tasse i ceti sociali meno abbienti.
       Nel 1956 l’amministrazione affrontava il problema scolastico, del quale si era preoccupata anche negli anni precedenti, con alcuni provvedimenti di emergenza nei riguardi di zone periferiche sprovviste addirittura di aule.
       Furono edificate 14 aule a Sassacci e Borghetto (per una spesa di 14 milioni di lire).
       Così pure per il mattatoio comunale, la Giunta espresse la speranza che l’approvazione definitiva da parte del Genio Civile e del Provveditorato alla OO.PP poteva dare inizio ai lavori sin dal 1958.
       Gli interventi furono diretti nel 1957, anche per la costruzione di case I.N.A. per un totale di dieci alloggi.
       Il comune in questo caso, concesse gratuitamente l’area da edificare.
       Altro argomento di interesse singolare fu rappresentato dalla stesura del piano regolatore generale.
       Esso seguiva nella intenzione degli amministratori linee direttive tendenti a sviluppare aree urbane con criteri moderni, onde evitare il sorgere di quartieri privi delle più elementari infrastrutture sociali, con limiti anche per la normale transitabilità viaria (caso zona Priati).
       La redazione e la adozione del piano, apriva un periodo nuovo nello sviluppo economico e sociale di Civita Castellana.
       Per evitare il nascere di interessi, contrasti e polemiche, su un tema così delicato, l’amministrazione comunale propose a tutte le organizzazioni politiche, sindacali e professionali, la partecipazione attiva ai consigli, al fine di isolare quelle forze, orientate a tutelare interessi particolari o individuali.
       Non fu dimenticato di prendere in esame il problema delle condizioni di salute dei lavoratori della ceramica, con l’istituzione dei prontuari medici, con analisi periodiche sui lavoratori.
       Questo metodo di politica amministrativa trovava il consenso della maggioranza della opinione pubblica.
       Gli sforzi del comune erano diretti anche verso i bambini bisognosi per i quali furono stanziati 19 milioni di lire per la colonia marina di Montalto di Castro (26).                     


CAPITOLO III

GLI ANNI SESSANTA

a) Crisi dell’agricoltura e mutamenti demografici
b) La ceramica e lo sviluppo della cooperazione
c) Rinnovi contrattuali e strategia sindacale
d) Le sinistre negli anni sessanta
e) Le elezioni
f) La gestione del comune di Civita Castellana
g) Il 1968-1969 a Civita Castellana

a) CRISI DELL’AGRICOLTURA E MUTAMENTI DEMOGRAFICI

       Rispetto al censimento del 1951 nel comprensorio di Civita Castellana, l’agricoltura registrò nel 1961 un notevole ridimensionamento.
       Questo fenomeno si nota per tutti i comprensori della provincia di Viterbo (1).
       Ma, mentre nel comprensorio di Civita Castellana, l’esodo dalla campagna trova uno sbocco nella attività di sviluppo industriale, negli altri due comprensori, la riduzione dell’occupazione in agricoltura, si è tradotta in una perdita secca di forze di lavoro a causa dell’emigrazione, o in un processo di terziarizzazione che, gonfiando in modo particolare il settore della distribuzione, ha appesantito il sistema economico del comprensorio centrale di Viterbo.
       Conseguenza della riduzione delle forze di lavoro in agricoltura fu il minore utilizzo della superficie coltivabile che, in base ai dati ricavati dal censimento del 1970, registrò una flessione di 506 ettari rispetto al 1961.
       Gli addetti in agricoltura nel 1961 erano 651, mentre scesero, con il censimento del 1971 a 394 unità.
       Esistono inoltre a Civita Castellana, numerose aziende agricole con classi di superficie distribuite come da tabella (2), a)

       Comune                                                    Provincia
                                aziende   ettari             aziende   ettari
fino   a   Ha   1,00      235       138               11.291    6.611
  “      “    “     2,00       98        162                7.603   11.866
  “      “    “     3,00       35         91                 5.367   13.897
  “      “    “     5,00       47        191                6.107   24.273
  “      “    “   10,00       34        258                4.814   34.229
  “      “    “   20,00       38        553                2.638   37.437
  “      “    “   50,00       27        926                1.494   46.438
Oltre            50,00       33      5.258                 825   147.330

       Come si può notare solo 60 aziende controllano più di seimila ettari.
       Questo dato indica il forte accentramento della proprietà agricola (l’80% della superficie è nelle mani di poche aziende) (3).
       Altro importante dato è rappresentato dall’incremento della popolazione residente che contava nel ’61 12.957 unità, mentre nel 1971 ne contava 14.548.
       Secondo il censimento del 1971 la popolazione di Civita Castellana ha avuto un aumento di 689 abitanti, mentre l’incremento immigratorio (rispetto a quello emigratorio) registra un aumento di 774 persone.
       Se gli anni sessanta hanno visto l’inizio e il continuo progredire del fenomeno dello spopolamento in tutta la provincia, a Civita Castellana l’incremento demografico si è verificato per la presenza di un centro industriale di notevole dimensione, tanto da rendere addirittura crescente l’andamento immigratorio come riportato dalla tabella b) (4).


       L’incremento più consistente si ebbe nel 1960, con un aumento di circa 500 abitanti.
       In generale, la disoccupazione veniva assorbita da una industria fiorente e sempre più competitiva che trovava anche nei mercati stranieri lo sbocco commerciale dei prodotti della ceramica.

b) LA CERAMICA E LO SVILUPPO DELLA COOPERAZIONE

       La situazione dell’industria ceramica si modificò notevolmente negli anni sessanta, ma solo dopo il 1965 si registrò una netta espansione delle aziende con aumento dell’occupazione e relativo incremento della produttività.
       Dalle trentadue aziende del 1961 si era giunti alle trentasei del 1965.
       Civita castellana nel 1966 copriva il 28% del mercato nazionale (dietro soltanto alla Richard-Ginori e alla Pozzi).
       Essa aveva conquistato gran parte dei mercati internazionali ed esportava inoltre buona parte della produzione verso i mercati dell’Africa australe, dell’Europa del nord e dell’America (in quest’ultima con stoviglierie).
       L’enorme export del prodotto ceramico trovava il favore anche nelle capacità di alcuni manager dell’industria pubblicitaria.
       La tabella c) indica l’incremento degli occupati dal 1940 al 1964:

      
       Come si vede nella suddetta tabella è evidente il ruolo positivo dell’industria della ceramica, per l’intera economia di Civita Castellana.
       Il periodo che va dal 1949 al 1955 è indicativo per il numero maggiore di addetti rispetto agli anni successivi.
       Positivo anche l’incremento del numero delle aziende nei corrispondenti periodi come dalla tabella d):

      
       
Nel periodo dal 1945 al 1965, il numero delle fabbriche si era esteso ma sia per mancanza di finanziamenti e agevolazioni da parte dello stato, sia per l’assenza di un piano organico di sviluppo, esse nacquero con strutture vecchie e superate.
       L’esigenza di un ammodernamento di esse venne ritenuto inevitabile, per controbilanciare i colpi di una crisi irrimediabile del settore.
       Questo processo di ammodernamento iniziato nel 1960, gravò in maniera diversa ed esclusiva sui lavoratori di Civita Castellana in quanto tutte le sovvenzioni avute dallo stato non ricoprirono neanche una parte minima del volume complessivo di investimenti realizzati.
       Da uno studio della Camera di Commercio, sugli investimenti a Civita Castellana, pubblicato sulla rassegna di produzione intitolata: Civita Castellana produce 1977, si rileva che la cifra investita, toccò la somma dei tre miliardi e mezzo, cumulati a fine 1965 dalle ceramiche di Civita Castellana, mentre la cifra data dallo stato non superò la somma irrisoria di 240 milioni di lire (5).
       Verso la metà degli anni sessanta si pose il problema se l’impegno professionale degli operai sarebbe stato sufficiente a mantenere una così alta capacità produttiva.
       A questo fondamentale problema, sia gli imprenditori che i lavoratori-soci, risposero investendo capitali per rimodernare le strutture aziendali, dotandole delle più progredite attrezzature produttive.
       Il numero delle imprese si estese fino a raggiungere nel 1968-69 le quarantanove aziende con un numero di addetti che sfiorava le duemila unità (6).
       Le condizioni di lavoro, che erano ragionevoli fin dagli inizi degli anni cinquanta, andarono migliorando in virtù delle innovazioni tecnologiche a cui erano state soggette le industrie della ceramica: i vecchi forni a legna di tipo toscano scomparvero e furono sostituiti da forni tubolari a gas e da forni elettrici.
       Questo tipo di trasformazione mise però in difficoltà alcune aziende (7).
       Esistevano inoltre notevoli problemi di accesso al credito bancario, e di agevolazioni fiscali, tanto che il grido di allarme fu rivolto nel 1965 al Ministro dell’Industria al fine di estendere fino a Civita Castellana i benefici derivati dalla “Cassa del Mezzogiorno”.
       Nonostante che il contributo pubblico fu solo di 206 milioni su tre miliardi e mezzo investiti, nacquero negli anni sessanta una miriade di piccole imprese di ceramica con il contributo dei lavoratori, i quali, in forma associata crearono nuovi impianti produttivi (dei circa 1.200 occupati oltre la metà erano soci-lavoratori).

c) RINNOVI CONTRATTUALI E STRATEGIA SINDACALE

       Nel clima delle lotte nazionali degli anni sessanta furono poste le condizioni di un maggior potere contrattuale del sindacato nella fabbrica.
Il movimento operaio di Civita Castellana intraprese una serie di iniziative nelle ceramiche, tanto da riuscire a impostare nel contratto del 1962 una serie di rivendicazioni come quelle sull’aumento salariale del 10% e sull’orario settimanale di lavoro (da 48 a 46 ore) (8).
       Se da un lato l’azione sindacale riuscì ad ottenere nuovi diritti di contrattazione e l’istituzione del pagamento del salario in caso di malattia nei primi tre giorni, dall’altro la piaga del cottimo non fu superata per una serie di motivazioni di carattere economico e psicologico che sono strettamente legate alla composizione particolare della classe operaia di Civita Castellana.
       Non meno importanti furono le lotte che il sindacato patrocinò per il nuovo contratto di lavoro delle maestranze addette alla lavorazione della foglia di tabacco.
       Una delle conquiste più importanti del movimento sindacale fu la stipulazione del contratto del 14 febbraio 1963 in cui i sindacati dell’agricoltura riuscirono, mediante un vasto movimento che interessava circa mille persone, ad ottenere un aumento sulla paga base fino al 30% nei confronti dell’ultimo contratto del 1959 ed il passaggio ad un sistema contrattuale più decentrato.
       L’accordo salariale fu stipulato il 1° ottobre 1962.
       I punti qualificanti riguardavano l’aumento del 30% del salario per tutti i lavoratori e lavoratrici addetti ai tabacchi di tipo americano: le paghe furono portate per il primo gruppo a lire 1.714 al giorno, per il secondo gruppo a lire 1.657 e per il terzo gruppo a lire 1.428.
       Per i lavoratori e le lavoratrici addette ai tabacchi di tipo orientale furono acquisite per il primo gruppo lire 1.495, per il secondo gruppo lire 1.371 e per il terzo gruppo lire 1.314 (la diversità delle paghe è da ricercare in un differente modo di lavorazione dei due tipi di tabacco).
       La firma del nuovo contratto di lavoro rappresentò per i lavoratori del settore una vittoria, mentre per il sindacato un momento di unità generale di lavoratori della terra.
       Differenti e diverse erano invece le condizioni dei braccianti e salariati fissi.
       I contratti di lavoro di questi lavoratori per effetto della variazione della scala mobile, raggiungevano trattamenti economici come dimostrato dalla tabella che indica la tariffa sindacale dei giornalieri di campagna come appresso (9):

                                                                                                       avventizi                           fissi
Lavori ordinari
- paga base e contingenza                                                                   931                                845
- terzo elemento (11%)                                                                       102                                  93
- caro pane                                                                                           30                                  30
                                                                                                       _________                     _______
                                                                                                           1.063                              968
Lavori qualificati
- paga base e contingenza                                                                  1.117                               996
- terzo elemento (11%)                                                                         123                               110
- caro pane                                                                                             30                                 30
                                                                                                        _________                      _______
                                                                                                            1.270                             1.136
Lavori specializzati
- paga base e contingenza                                                                   1.243                             1.093
- terzo elemento (11%)                                                                         137                                120
- caro pane                                                                                              30                                  30
                                                                                                           _________                     _______   
                                                                                                             1.410                             1.243

       Come si vede, il caro pane è per tutti di lire trenta, mentre la differenza fra i lavori è determinata dalla professionalità e dalla divisione dei compiti in agricoltura.
       Questo risultato fu ottenuto a seguito di un periodo di lotte e di scioperi (otto giorni consecutivi dal 26 aprile al 4 maggio 1962) che rappresentarono per il sindacato il passaggio da una strategia difensiva ad una offensiva, e costituirono un importante punto di riferimento anche per il resto della provincia di Viterbo, dove i salariati fissi e i loro sindacati conquistarono il nuovo contratto di lavoro con decorrenza dal 1° gennaio 1963 (10).
       La recessione economica del 1964-65 fece scorgere chiaramente i limiti dei successi ottenuti negli anni precedenti.
       Di fronte alla crisi del paese per il calo degli investimenti industriali e per la forte diminuzione dei livelli di occupazione, il movimento operaio di Civita Castellana si trovò di fronte al tentativo degli industriali della ceramica di scaricare sui lavoratori il peso della situazione, bloccando ogni forma di rivendicazione salariale e rinviando ogni tipo di intervento nella fabbrica sul problema della salute dei lavoratori.
       Si notano in questo periodo delle effettive riduzioni di guadagno per l’operaio, calcolate intorno al 4,7% del salario.
       Ma mentre i rinnovi del 1962-63 furono preceduti da una serie di lotte e di conquiste, i rinnovi del 1966 vennero affrontati con una strategia sindacale difensiva a causa della sfavorevole congiuntura economica.
       Pertanto, i rinnovi dei contratti di questo periodo, rappresentarono una sostanziale battuta di arresto per la classe operaia e il sindacato.
       L’arma dei licenziamenti, effettuati alla fine del 1965, e della Cassa integrazione, aveva fatto crescere molte preoccupazioni in seno ai dirigenti della Camera del Lavoro (11).
       Il calo della occupazione, strumento classico per indebolire il potere contrattuale dei lavoratori, riuscì a piegare anche i sindacati i quali dopo il 1964 si erano presentati sempre con piattaforme unitarie che avevano come elemento caratterizzante la estensione dei diritti sindacali e la parità normativa tra operai e impiegati (raggiunta solo nel 1967).
       Analizzando la strategia sindacale dal 1955 al 1967, il richiamo critico che si può fare al sindacato è quello di non aver saputo cogliere il rapporto sociale fra il lavoratore-socio e l’operaio dipendente e l’aver ritenuto il primo un piccolo imprenditore che partecipa alla divisione degli utili dell’impresa.
       I lavoratori-soci, pur rappresentando circa la metà della forza-lavoro, sono stati considerati dal sindacato (e dalle organizzazioni politiche) quasi alla stregua dei capitalisti, senza un’approfondita valutazione e analisi dei contrasti che, soprattutto in alcuni momenti, sono sorti fra le cooperative e i grandi industriali delle ceramica, che controllano in gran parte il mercato delle merci in generale e il mercato finanziario in particolare.

d) LE SINISTRE NEGLI ANNI SESSANTA

       I socialisti in questi anni furono presenti a Civita Castellana, con un’organizzazione che presentava notevoli limiti e insufficienze.
       La linea politica del partito fu gestita spesso in modo personalistico tanto da identificarsi con l’azione di alcuni personaggi più in vista in seno all’amministrazione comunale.
       Di rado si riunirono gli organismi dirigenti, tanto che alcuni attivisti e militanti del partito socialista reclamarono la sostituzione di alcuni quadri dirigenti.
       Di fronte a questo stato di cose, fu compito del P.C.I., partito con una rete organizzativa in grado di raggiungere quasi tutti gli strati sociali, inserirsi e colmare tutti gli spazi lasciati aperti dalla insufficiente azione della politica socialista.
       Nel 1967, il P.C.I. contava 914 iscritti (667 uomini e 247 donne) raccolti in due sezioni.
       Dalla relazione al VII congresso del P.C:I. di Civita Castellana, si ricavano i dati sul radicamento operaio e la struttura cellulare del partito, che risultava così composto (12):

       22   cellule   di   fabbrica   con   283   iscritti
        7        “        femminili         “    247   iscritte
       10       “        di rione          “     160   iscritti
        8       “         di campagna  “     176       “
        1    cellula   ente locale      “       32       “
        1        “        ferrovieri       “       11       “
        1        “        ospedalieri    “       18      “
        1        “        cavatori          “      13      “

       Fra le prese di posizione del P.C.I., citiamo l’iniziativa della cellula di fabbrica della ceramica “Facis” che organizzò una conferenza regionale operaia per la pace che si tenne nella sala consiliare il 12 novembre del 1961 (13).
       I temi trattati nella conferenza furono:
la soluzione pacifica delle controversie internazionali;
il disarmo generale controllato e cessazione di tutti gli esperimenti termonucleari e la fine di tutte le guerre colonialiste.
       Questa iniziativa costituì un momento importante della lotta e della mobilitazione in difesa della pace nel mondo.
       Problemi di grande impegno furono affrontati dal partito comunista nella prima conferenza politico-organizzativa del 19 gennaio 1961 (14).
       I temi più dibattuti furono quelli economici e politico-sindacale.
       Grande attenzione fu riservata al tema del rinnovamento delle strutture dello stato, da realizzarsi attraverso lo sviluppo e la difesa delle autonomie locali.
       In questo quadro, prendeva particolare rilievo nel documento conclusivo, la rivendicazione dell’ente regione, quale organismo che assicurasse una articolazione e un decentramento di potere che potesse favorire una profonda democratizzazione dello stato.
       Dopo la formazione del centro-sinistra e la sua involuzione moderata, nel 1962 il P.S.I. uscì dalla giunta comunale determinando non poche polemiche fra i partiti della sinistra.
       La risposta del gruppo dirigente della sezione del P.C.I. di Civita Castellana (al gesto del P.S.I.) fu orientata verso una politica unitaria con tutte le forze della sinistra e con le forze democratiche in generale.
       Nel 1966 infatti, il P.C.I. ebbe una serie di contatti con il P.S.I. ed il P.S.I.U.P. su argomenti di politica nazionale e locale.
       Anche nei confronti del P.S.D.I. e del P.R.I., nonché della componente più democratica ed antifascista della D.C. vi sono delle aperture (15).
       Ma l’attività del P.C. di Civita Castellana in questo periodo fu caratterizzato soprattutto dallo sforzo di tutti i comunisti, teso ad organizzare in modo nuovo e diverso l’organizzazione del partito.
       Infatti, problemi nuovi si presentarono all’VIII congresso del partito, dove nella relazione politica furono criticati i limiti della politica del P.C.I. nei confronti dei socialisti, invitando la sezione e i compagni a superare resistenze e incomprensioni, dannose per l’azione della sinistra.
       Nella storia del P.C. di Civita Castellana vi sono momenti difficili e situazione complesse.
       Nell’estate del 1964, nel quadro della politica di rinnovamento dei quadri dirigenti, Enrico Minio rassegnò le dimissioni dalla carica di sindaco (il partito lo aveva chiamato a Roma per altri incarichi) e questo fatto creò notevoli difficoltà per il partito stesso.
       Agli occhi dell’opinione pubblica le dimissioni rappresentavano una forzatura del partito nei suoi confronti.
       A Civita Castellana, l’avvenimento fu sbandierato dagli avversari del P.C.I., come un siluramento definitivo, ritenuto inevitabile per far posto alle nuove leve.
       Negli ambienti locali della D.C., del P.R.I. e dello stesso P.S.I., si sosteneva che solo il popolo aveva il diritto di destituirlo dalla carica di sindaco (16).
       In verità, Enrico Minio (suicidatosi poi a Palazzo Giustiniani il 21 febbraio 1973) aveva rappresentato per Civita Castellana e per i comunisti un punto di riferimento sul quale era stata posta la fiducia per l’avvenire dei lavoratori e della città.
       Non mancarono in questi anni neanche accanite polemiche fra la sezione del P.C.I. e le istituzioni religiose, sul problema dei ruoli e dei compiti della Chiesa nello stato laico e repubblicano.
       Esistevano alcuni religiosi la cui azione era tesa a sostenere la “confessionalità” dello stato contro la sua laicità.
       Ma si arrivò ad una schiarita nel 1967, in occasione della marcia per la pace, conclusasi con la lettura della Bibbia a favore del popolo Vietnamita da parte di un religioso, che fu accusato dal clero di Civita Castellana come “falso deviatore”.
       Sempre sul terreno della politica internazionale si sviluppò una nuova polemica con punte di grande asprezza, in occasione dei fatti di Praga del ’68.
       L’invasione delle truppe del Patto di Varsavia, procurò al P.C.I. di Civita Castellana un isolamento politico temporaneo e alimentò la protesta, in parte strumentalmente anticomunista, di tutti i partiti, dalla D.C. al P.S.I.
       La sezione comunista di Civita Castellana si allineò sulla posizione di netta condanna dell’invasione espressa dalle Botteghe Oscure.
       Ciò non impedì che alcuni militanti esprimessero aperte simpatie per l’invasione.

e) LE ELEZIONI

      Le prime elezioni che si svolsero nel 1960 furono quelle per il rinnovo del consiglio provinciale e diedero i seguenti risultati:

       P.C.I.       voti       4.076       pari       al       52,5%
       P.S.I.          “            775         “          “        10,1%
       D.C.                      1.755         “          “        22,9%
       M.S.I.         “           705          “          “          8,5%
       P.L.I.          “             40          “          “          0,5%
       P.M.           “             86          “          “          1,2%
       P.S.D.I.      “            198         “          “          2,7%

       In questa tornata elettorale, l’unica novità fu rappresentata dalla presentazione di due liste differenti del P.S.I. e del P.C. rispetto alla elezione provinciale del 1956.
       Nei confronti del 1956, le sinistre registrarono un aumento di circa 8 punti, mentre gli altri partiti mantenevano le posizioni e in qualche caso subivano lievi flessioni.
       In queste elezioni vi è da notare, la mancata presentazione della lista del P.R.I. per motivi di irregolarità nei confronti della legge elettorale.
       Subito dopo si svolsero le lezioni comunali, nel 1962, con i seguenti risultati:

U.P. (unione popolare) voti 4.169 con 54, 8% s.   18
P.S.I.                                “     804    “  10,2%    “  2
D.C.                                 “   1.750   “  23,0%        7
M.S.I.                              “      534   “     7,0%        2
P.R.I.-P.S.D.I.                “       160   “     3,6%        1
P.L.I.                              “       109    “    1,4%         -

       Le elezioni comunali del 1962, fecero registrare un lieve calo del P.C.I. (unione popolare) con simbolo forte San Gallo, e un aumento dello 0,1% da parte del P.S.I.
       La D.C. aumentò rispetto al 1958 di un punto, mentre la novità fu rappresentata dall’alleanza laica tra il P.R.I. e il P.S.D.I. che permise il raggiungimento del cuorum elettorale e la  possibilità di entrare in consiglio comunale con un rappresentante.
       In queste elezioni, come nelle altre, (la tendenza è costante nelle amministrative) il P.C. perse consensi a favore di socialisti, mentre la D.C. aumentò a spese dei repubblicani e dei socialdemocratici.
       Va ricordato infine, che le numerose critiche rivolte alla amministrazione comunale, per provvedimenti presi, come l’esproprio di aree da edificare per case popolari (zona 1° maggio, Catalano) a danno di piccoli proprietari, incisero sull’esito del risultato elettorale e a scapito del partito che gestiva il Comune.
       Le elezioni politiche del 1963 per la Camera dei Deputati diedero i seguenti risultati:

P.C.I.   voti   4.306   pari   al   54,6%
P.S.I.     “        551      “      “     7,0%
D.C.              1.924     “      “   24,4%
M.S.I.              634     “      “     7,6%
P.R.I.               162     “      “     2,4%
P.S.D.I.            229    “      “      3,2%
P.L.I.                 75     “      “      0,8%

       Il dato elettorale delle elezioni politiche del 1963 fu negativo per il P.S.I. che si vide diminuire rispetto alle amministrative del 1962 la forza elettorale di 3 punti, a vantaggio del P.C.I.
       La D.C. perse in voti e percentuale, rispetto alle elezioni politiche dl 1958, a favore del M.S.I., dopo movimentate riunioni che videro il costituirsi in seno al partito dello scudo crociato di tre posizioni: di destra, di centro e di sinistra.
       Il 1963, è l’anno politico tra i più difficili, sia per la D.C. che per il P.S.I.
       Dopo le dimissioni del Governo Fanfani il 16 maggio del 1963, il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, aveva incaricato Aldo Moro per la formazione del nuovo Governo.
       Sul piano politico i socialisti, con il XXXV congresso (17) decidono a maggioranza la partecipazione diretta nella nuova compagine governativa, contro il 39% della sinistra e il 20% di un documento unitario presentato da Sandro Pertini.
       Questa situazione apriva la strada alla scissione della corrente di estrema sinistra capeggiata da Vecchietti, Valori e Basso.
       Nelle elezioni provinciali del 1964 i risultati furono così ripartiti:

P.C.I.       voti   4.335   pari   al   55,6%
P.S.I.          “        453      “      “    5,8%
P.S.I.U.P.   “        216      “      “    2,8%
D.C.           “      1.754     “      “  22,5%
M.S.I.        “         487     “      “     6,3%
P.R.I.         “         189     “      “     2,4%
P.L.I.         “         134     “      “     1,7%
P.S.D.I.     “         157     “      “     1,8%
P.M.          “           68     “      “     0,8%

       Queste elezioni provinciali, risentivano del clima politico, creato dopo la formazione del Governo di centro-sinistra.
       La scissione socialista avvenuta dopo l’astensione di 25 deputati socialisti nei confronti del Governo Moro, faceva nascere nel gennaio del 1964 una nuova formazione politica che assumeva la denominazione che era stata del partito socialista nell’immediato dopoguerra: quella di Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (P.S.I.U.P.).
       Come nei dati precedenti, la nuova formazione, alle elezioni provinciali conquistò il 2,8% dei consensi tutti a danno del P.S.I.
       La D.C. e il M.S.I. registrano flessioni a favore dei liberali che aumentano di un punto.
       Permangono stazionarie invece, le posizioni dei repubblicani, mentre i socialdemocratici diminuiscono i consensi a favore del P.C.I.
       Quest’ultimo dato, è il segno caratteristico delle aperture del P.C.I. nei confronti di strati sociali come gli artigiani, commercianti che votavano per il P.S.D.I. e la D.C.
       Queste due categorie sociali, si riveleranno in seguito, fedeli alleati della classe operaia, su problemi di generale politica economica.
       Altra competizione elettorale, fu l’elezione per il rinnovo del consiglio comunale del 1966; il responso delle urne fu il seguente:

U.P. (unione popolare) voti 4.532 con 54,8% s.   18
D.C.                                 “  1.757    “   21,2% “   7
P.S.U (unificato)             “     776    “     9,3% “     2
M.S.I.                              “     654    “     7,7%      2
P.R.I.                               “     341    “     4,2%      1

       Nelle elezioni comunali del 1966, il P.C.I. mantenne i 18 seggi pur aumentando di poco sulle amministrative del 1962.
       La D.C. perse in percentuale l’1,8%, mantenendo però i 7 seggi.
       La novità è rappresentata dalla unificazione socialista avvenuta con il XXXVI congresso del P.S.I. (novembre 1965).
       L’invito rivolto dai socialisti, vedeva consenzienti i socialdemocratici, i quali accolsero la proposta l’11 gennaio 1966 in occasione del loro XIV congresso nazionale.
       A Civita Castellana, questo accordo, apriva la strada ad una lista comune unitaria del partito socialista unificato, la quale lista ottenne gli stessi seggi di cui disponeva il P.S.I. da solo.
       Questo fatto rafforzò i repubblicani, i quali riportarono da soli lo stesso seggio che avevano avuto nel 1962 insieme con i socialdemocratici.
       Le ultime elezioni che si svolsero alla fine degli anni sessanta, furono quelle per il rinnovo del Parlamento Nazionale.
       I risultati, per la Camera dei Deputati, furono come appresso:

P.C.I.       voti   4.766   pari   al   55,5%
D.C.            “    1.994      “     “    23,5%
P.S.U.         “       447      “     “      5,4%
P.S.I.U.P.   “       258      “     “       3,3%
M.S.I.         “       475      “     “      5,7%
P.R.I.         “        261     “      “      2,8%
P.L.I.         “        148     “      “      1,8%

       I risultati elettorali del 1968, dimostrano come anche a Civita Castellana, l’orientamento prevalente dell’elettore tenda a polarizzarsi attorno ai maggiori partiti.
       La D.C., come in altre parti, anche a Civita Castellana arrestò lo slittamento a destra, manifestatosi nel 1963 come reazione immediata al centro-sinistra, accrescendo seppur di poco la percentuale e sfiorando i 2.000 voti.
       Il P.C.I. segnò come su scala nazionale, un ulteriore aumento in voti e percentuale.
       Gli elettori giovani che andarono alle urne per la prima volta, confluirono nel P.C.I. e nella D.C. in parti quasi uguali.
       Le perdite più gravi sono del partito socialista unificato con 350 voti in meno e una perdita in percentuale del 4%.
       Il P.S.I.U.P. acquistò ancora consensi a scapito del P.S.U. (3,3% dei suffragi).
       Il P.R.I. perse consensi rispetto alle amministrative, ma migliorò le posizioni rispetto alle politiche del 1963.
       Dopo le politiche del 1968, si hanno a Civita Castellana altre due competizioni elettorali: elezioni provinciali e regionali del 1970 (18).

                       Regionali                                                                Provinciali
D.C.                   voti         1.794          20,8%                                   1.726            19,9%
P.C.I.                    “            4.863           56,2%                                 4.702             54,4%
P.S.I.                    “               369             4,3%                                    362                4,2%
P.S.U.                  “                190             2,2%                                    175               2,0%
P.S.I.U.P.            “                227             2,6%                                    226                2,6%
P.R.I.                  “                 267             3,2%                                    424                5,2%
P.L.I.                  “                 108             1,2%                                    119                1,4%
P.M.                   “                   36              0,6%                                     36                0,6%
M.S.I.                “                  781              8,9%                                    869               9,9%

       Nelle elezioni provinciali del 7 giugno 1970, il P.C.I. aumenta in voti e percentuale rispetto alle elezioni provinciali del 1965.
       La D.C. subisce una flessione e non raggiunge per la prima volta, alle elezioni provinciali, il tetto del 20%.
       Il P.S.I. non riesce (come in campo nazionale) ad assorbire i voti del P.S.I.U.P., malgrado lo spostamento a sinistra della sua politica.
       I repubblicani totalizzano la più alta percentuale, per la presenza di una candidatura locale.
       Il M.S.I. registra un sensibile ma non eccezionale progresso.
       Rimanevano stazionarie le posizioni degli altri partiti.
       Limitando invece l’esame ai risultati delle regionali, più facilmente comparabili con quelli delle elezioni politiche, i più interessanti dati appaiono quelli dei due partiti socialisti, gli sconfitti del 1968.
       Ritornano (sommandoli insieme) a percentuali del 7% contro il 5,3% del 1968.
       I comunisti segnano anche a Civita Castellana una battuta di arresto con lo 0,4% in meno rispetto al 1968.
       La D.C. recupera i voti perduti nelle provinciali del 1970, ritornando a superare il 20%.
       I repubblicani avanzano come su scala nazionale, ottenendo il 3,2% dei voti.
       In conclusione, le elezioni regionali, pur non segnalando eccezionali novità, offrirono ai partiti risultati indicativi per la loro azione futura.

f) LA GESTIONE DEL COMUNE DI CIVITA CASTELLANA

       Agli inizi degli anni sessanta il comune di Civita Castellana si trovava di fronte a problemi di così vasta portata da richiedere l’unità di tutte le forze democratiche presenti in consiglio.
       Fu per questa ragione che il comune riuscì ad essere, e tale venne anche considerato dall’opinione pubblica, un centro propulsore della vita del paese.
       Anche negli anni sessanta affrontò e risolse problemi acuti come la scuola, l’acquedotto, il piano regolatore, l’assistenza ospedaliera e farmaceutica.
       Vennero istituite le prime classi di scuola elementare nelle località periferiche di Borghetto e Sassacci, mentre (delibera n. 3 del 7 gennaio 1958), (19) si inoltrò richiesta alla Cassa depositi e prestiti per la costruzione di un edificio scolastico fra le due località.
       Nei primi anni sessanta, la giunta comunale, previo parere favorevole del consiglio, intervenne per costruire il nuovo acquedotto di Faleri (20) che discendendo per la Via Falisca porta l’acqua alla zona di Catalano.
       La giunta inoltre, adottò un piano regolatore (l’opposizione democristiana ne criticò i criteri e i vincoli) che consentì uno sviluppo razionale delle costruzioni e delle aree industriali.
       Nel piano, il 4 aprile 1966, furono indicate anche alcune zone dove poter costruire abitazioni economiche e popolari in base alla legge 167 (piani particolareggiati per l’edilizia economica e popolare) (21).
       Vennero istituiti inoltre, nel 1968, le classi dell’istituto tecnico industriale statale, del liceo ginnasio e dell’istituto professionale per il commercio.
       Il comune spese circa l’intero bilancio per la scuola aprendo inoltre, se pur tra carenze e limiti, cinque sezioni di scuola materna statale, la scuola elementare del quartiere S. Giovanni e la scuola media “Dante Alighieri”.
       Uno dei provvedimenti della giunta comunale su questioni sociali fu la distribuzione, a totale carico del comune, dei medicinali per i poveri.
       Contemporaneamente, l’estendersi della popolazione scolastica, l’aumento della stessa popolazione, l’allargamento delle zone urbane, posero all’amministrazione notevoli problemi finanziari di fronte ai quali si ricorse (1966) all’imposta familiare (focatico) e alla supertasse su patenti, cani, valore locativo, ecc.
       Inoltre, per sopperire ai debiti, fu deliberata la contrazione di un mutuo con la cassa depositi e prestiti, a pareggio del bilancio, per una somma di lire 33.661.871.
       Non mancarono discussioni e polemiche attorno a tali provvedimenti.
       L’impopolarità di tali disposizioni (anche se, come venne spiegato, tali provvedimenti erano emanati dalle autorità centrali) si ripercossero sull’amministrazione di Civita Castellana e fu oggetto di dibattito in seno ai partiti democratici.
       Come vennero affrontati questi temi dell’amministrazione?
       Per rispondere a questo interrogativo, dobbiamo considerare il ruolo del sindaco E. Minio, il quale pose con forza, in un convegno tenuto a Firenze nel novembre del 1960, il problema dello sviluppo delle autonomie locali nella prospettiva di attribuire pieni poteri ai comuni (22).
       Furono convocati a Civita Castellana convegni e dibattiti che coinvolsero i partiti, le associazioni industriali, le categorie dei lavoratori che pervennero alla conclusione di ribadire la volontà di intervenire sui seguenti punti:
a) riforma della legge comunale e provinciale nella direzione di attribuire più poteri ai comuni e alle provincie;
b) riforma della finanza locale affinché fosse instaurata una giusta proporzione nella divisione delle entrate fra stato e comuni, democratizzando il sistema tributario;
c) riforma della legge urbanistica, necessaria a dare ai comuni i poteri per stroncare la speculazione e disporre dei suoli al fine di attuare una effettiva programmazione del territorio (23).
       Il comune cercò inoltre di allargare l’ambito tradizionale dei compiti, tentando di inserirsi come soggetto autonomo nella vita della società e come organismo dirigente della vita locale.
       Si spiegano così gli interventi della giunta, nelle controversie di lavoro e sindacali, le deliberazioni che toccavano e favorivano organizzazioni operaie e popolari.
       Nel 1966, in occasione dei rinnovi dei contratti di lavoro della categoria dei ceramisti, l’amministrazione comunale esercitò una influenza alquanto determinante nei confronti degli imprenditori.
       In molte occasioni, la lotta dei lavoratori della ceramica, fu sostenuta, attraverso mozioni di tutti i gruppi politici presenti in consiglio anche sottoforma di contributi finanziari, ricavati da sottoscrizioni tra l’opinione pubblica (24).

g) IL 1968-1969 A CIVITA CASTELLANA

       La crisi del centro-sinistra cominciò a delinearsi all’indomani del congresso socialista tenutosi a Roma, dal 24 al 28 ottobre 1968.
       La collaborazione che si era manifestata tra le due componenti del partito, socialdemocratici e socialisti si interrompeva, dando vita alla presentazione di cinque correnti.
       Ma intanto, a congresso terminato (con la vittoria degli autonomisti e dei tanassiani), si riproponeva il problema della partecipazione governativa, alla quale erano favorevoli, pur con diverse prospettive, tutte le correnti, meno quella lombardiana.
       La crisi dei rapporti tra socialisti e socialdemocratici culminava in una vera scissione il 2 luglio 1969 dopo vari tentativi di riconciliazione (anche da parte dell’Internazionale Socialista).
       Questo non poteva che procurare una crisi ministeriale, che si risolse con la formazione di un monocolore DC, presieduto da Rumor.
       In questo periodo nuovi eventi si affacciarono sulla scena: “maggio francese”, il movimento di contestazione studentesca e i fatti cecoslovacchi.
       Queste novità, calarono su Civita Castellana, senza avere delle significative ripercussioni.
       I partiti risposero, senza preoccupazioni, convinti che la contestazione organizzata dei gruppi dell’estrema sinistra extraparlamentare non avrebbe avuto a Civita Castellana, nessun punto di riferimento.
       Gli unici a preoccuparsi maggiormente furono i comunisti, impegnati in quel momento nella lotta per il rinnovo del contratto di lavoro della categoria dei ceramisti (25).
       In alcune fabbriche, giovani operai tentarono di far penetrare in seno alla classe operaia, piattaforme di lotta che furono espressione di gruppi extraparlamentari più politicizzati.
       Il sindaco che dopo i contratti del 1966 aveva incentrato gli sforzi sulle condizioni di vita dei lavoratori della ceramica, fu colto senza proposte riguardo ai problemi e ai bisogni della società, in un momento di generale mobilitazione in tutto il paese sui temi della casa, della scuola, e della qualità della vita.
       Il sindacato tese a mobilitare gli operai sulla condizione dei lavoratori e il loro ambiente di lavoro organizzando nel 1969 un convegno sul tema della “nocività dell’ambiente di lavoro”, presieduto dal Prof. Francesco Ingrao, che gettò le basi per l’istituzione di un centro di medicina preventiva.
       Al convegno aderirono l’associazione industriali, le forze politiche democratiche e il comune di Civita Castellana.
       Attraverso le lotte di fabbrica e i successi sul piano nazionale, i sindacati si presentarono a Civita Castellana, all’appuntamento autunnale del 1969, con alcuni punti di forza che andavano dall’aumento salariale delle paghe-base (tra il 25% ed il 27%), al diritto di assemblea delle maestranze e al riconoscimento dei rappresentanti sindacali aziendali.
       Queste conquiste economico-sindacali, vennero riconosciute anche dopo il 1968.
       Infatti, rilevante e non meno significativa fu l’approvazione dello statuto dei lavoratori (maggio 1970), che costituiva nuove ed importanti garanzie a difesa e protezione del lavoratore.
       L’approvazione della cosiddetta legge “300”, ricevette un impulso decisivo dal movimento degli anni 1968-69.
       A differenza della situazione creatasi in Italia, con la perdita della produzione dovuta al moltiplicarsi degli scioperi, a Civita Castellana ciò non avvenne.
       Questo singolare aspetto della politica sindacale è da collegare, (come ho già detto nei capitoli precedenti) alle forme di conduzione delle aziende, con capitale sociale anche degli stessi soci-operai.
       E’ da segnalare inoltre la singolarità del caso “Civita Castellana” dove gli operai-ceramisti sono riusciti ad ottenere (dal dopo-guerra) contratti di lavoro differenti da quelli della Richard-Ginori, della Pozzi, ecc.
       Infatti, il contratto di lavoro della categoria, permette ad essi di espletare un tipo di lavoro (cottimo) che consente al lavoratore di terminare il ciclo di produzione nella sola mattinata.


C O N C L U S I O N E

      Come si è avuto moto di vedere nel corso della ricerca, Civita Castellana aveva subito le conseguenze della guerra con demolizione di case, industrie e danni gravi per l’agricoltura a seguito dei numerosi bombardamenti aerei.
       L’amministrazione comunale, insediata subito dopo l’arrivo degli anglo-americani, cercò di venire incontro alle necessità della popolazione con interventi diretti come l’erogazione di sussidi alle famiglie più bisognose, l’organizzazione dei razionamenti di generi alimentari.
       Ma la carenza dei finanziamenti, non consentirono di far fronte all’impegno che la situazione richiedeva.
       Per quel che riguarda il settore industriale, occorre osservare che le attività delle ceramiche non furono mai messe in difficoltà (tranne che nel periodo 1942-1944), data la peculiare polverizzazione di esse (1).
       Dopo le elezioni amministrative del 1946, Civita Castellana, per la prima volta dopo l’epoca giolittiana è diretta da una amministrazione liberamente eletta dai cittadini.
       L’opera di ricostruzione si presenta ardua, per lo stato di malcontento crescente tra la popolazione, dovuto alla difficile reperibilità dei prodotti alimentari di largo consumo.
       Le organizzazioni politiche e il sindacato furono i punti di riferimento maggiormente frequentati dalla cittadinanza.
       Questo rapporto di fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini, viene meno con i fatti del ’48, conclusisi tragicamente con la morte del carabiniere Minolfo Masci.
       Il tessuto economico-sociale di Civita Castellana, cominciò ad evolversi per la presenza di una fiorente industria ceramica, che dopo il 1956 (col grande sacrificio di tutti gli operai e soci-lavoratori) conobbe delle trasformazioni, modificandone il carattere prettamente artigianale.
       Nella breve storia della città, il ruolo del sindacato e del movimento operaio, è importante e decisivo, per le sorti stesse della intera economia locale.
       Le lotte dei lavoratori, hanno creato (esiste continuità negli anni settanta) condizioni di vita migliori, tanto che in tutto il comprensorio si definisce Civita Castellana “una cuccagna” (2).
       I partiti, dal canto loro, svolgono una intensa attività, creando le condizioni obiettive di fiducia della popolazione nelle istituzioni repubblicane.
       Malgrado ciò, non mancano contrasti e divergenze sui modi di risoluzione dei problemi, che sfociano più di qualche volta in vere diatribe nella sede del consiglio comunale.
       Inoltre, gli anni sessanta vedono la completa realizzazione dei punti sui quali la giunta comunale si era prefissa di raggiungere.
       Un programma le cui linee generali di intervento sono state illustrate nel capitolo precedente.
       Dopo la costituzione dell’istituto regionale e il passaggio dei poteri dalle G.P.A. (giunta provinciale amministrativa) ai comitati di controllo sugli atti degli enti locali, il comune si trova nella condizione di intervenire sui problemi della città, con maggiori poteri e più responsabilità amministrativa.
       In queste nuova situazione, negli anni settanta, il comune diventa il vero centro di ogni attività economica e sociale a al tempo stesso l’animatore dello sviluppo della comunità.
       Problemi nuovi emergono in seno all’amministrazione comunale tra il 1970 e il 1972 (3).
       Infatti, solo il 1° aprile del 1972 si riconosce da parte del Parlamento la piena esecutività alla legge di delega dei poteri.
       Gli amministratori di Civita Castellana, preoccupati della situazione finanziaria venutasi a creare, ai primi inizi degli anni settanta, mobilitano tutti i partiti, le forze sociali, l’opinione pubblica, sui temi della costruzione di uno stato decentrato e delle autonomie, nello spirito della Carta Costituzionale.
       Vengono prese iniziative che indicano i nodi sui quali occorre mobilitarsi per delle soluzioni come la:
1 – creazione di un istituto regionale del credito per finanziare le attività industriali nei comuni;
2 – convocazione della conferenza regionale con le partecipazioni statali, al fine di programmare gli investimenti per i prossimi dieci anni;
3 – rispetto dell’articolo 45 dello statuto regionale che prevede un tipo di politica di programmazione, basata sulla partecipazione degli enti locali, ritenuti i veri protagonisti delle scelte e degli indirizzi di sviluppo.
       Oltre i temi indicati, il comune di Civita Castellana interviene con un documento unitario del consiglio comunale (veto contrario del M.S.I.) del 17 aprile 1973, per affrontare la grave situazione debitoria dei comuni, proponendo (4):
a) - piano straordinario dello stato per il risanamento della situazione debitoria dei comuni;
b) - pagamento di tutte le somme dovute dallo stato ai comuni;
c) - concessione di crediti a condizioni vantaggiose da parte della Cassa Depositi e Prestiti.      
      Amministrativamente, il comune di Civita Castellana, negli anni 1970, realizza una serie di infrastrutture sociali che sono le continuità delle iniziative delle passate gestioni, dal 1946 in poi.
       In questa nuova situazione, la giunta comunale tende a raggiungere gli obiettivi preposti nei programmi elettorali, riportando in attivo nel 1975 (5), l’istituzione di un centro di medicina preventiva, con lo scopo di dare un marcato contributo per la salute degli operai delle fabbriche di ceramica.
       Su questi punti gli sforzi dell’ente comunale, dei partiti e del sindacato, furono incessanti e la nascita di questo centro è tuttora considerata l’unico strumento di cui la classe operaia dispone per la salvaguardia delle sue condizioni di salute e di vita.
       Negli anni presi da noi in esame risulta che gli investimenti nel periodo 1974-1975 assommano per nuovi impianti a lire 6.100.000.000 e per gli ampliamenti produttivi a lire 5.770.000.000 (6).
       E’ nel 1973 che la crisi si ripresenta ed assume proporzioni addirittura laceranti nel sistema economico-sociale della città.
       Una crisi che a livello nazionale, ha provocato una diminuzione nei livelli di occupazione con punte di disoccupazione di circa 1.200.000 unità.
       A Civita Castellana la crisi si presenta grave, innanzitutto perché colpisce duramente le condizioni di vita dei lavoratori che attraverso l’inflazione si sentono erodere continuamente i redditi reali.
       L’aumento delle materie prime, procurano ai piccoli e medi imprenditori problemi economici di notevole dimensione che causano anche momenti di conflittualità con la parte degli operai sindacalmente più organizzati.
       Oggi la situazione è in parte mutata e diversa.
       Abbiamo, dai dati del 1978, un numero di aziende pari a 66 con un numero di addetti di 3.578 unità (7).
       Vi è a tutt’oggi un fatturato annuo di alcune centinaia di miliardi.
       I prodotti della ceramica vengono esportati in tutte le parti del mondo: Algeria, Libano, Spagna, Portogallo, Arabia Saudita, ecc.
       In generale, le aziende impiegano dai 20 ai 200 dipendenti, sono strutturate in capannoni, con dei forni continui di cottura a nafta o metano.
       Io credo che l’unico problema che ancora rimane per i lavoratori di Civita Castellana, sia quello di prevenire la più diffusa malattia professionale dei ceramisti: la silicosi.
       Dopo la creazione del centro di medicina preventiva (situato in un’ala del locale ospedale Andosilla) che provvede a visite periodiche dei lavoratori, questa allarmante malattia professionale ha avuto un notevole ridimensionamento.


A P P E N D I C E - 1

Denuncia contro Paesani Pio, spia dell’O.V.R.A.
                                                                                                                            Roma 23 giugno 1944
       Il sottoscritto Enrico Minio fu Vincenzo, nato a Civita Castellana il 4 maggio 1906, ivi domiciliato, presenta denuncia contro Pio Paesani, nato a Vallerano (Viterbo) quale spia fascista a partire dal 1935, passato al servizio del comando tedesco dall’8 settembre in poi, responsabile dell’arresto e della condanna di numerosi antifascisti a Civita Castellana nel 1935 e di altri fatti delittuosi, tutti compiuti per abietti motivi di lucro.
       Ecco in breve i fatti: nel 1934 io uscivo dal carcere dopo aver scontato sette anni di reclusione per una condanna inflittami dal Tribunale Speciale a causa della mia attività antifascista, e mi stabilivo a Civita Castellana dove ero sottoposto alla vigilanza speciale.
       Malgrado ciò riprendevo immediatamente la mia attività politica clandestina organizzando nel paese una sezione del partito comunista, stampando un giornale illegale, promovendo agitazioni antifasciste, ecc.
       Il Paesani Pio si trovava in quell’epoca a Civita Castellana, e approfittando di certi suoi legami personali con un nostro compagno, tale Marino Fallini, riuscì ad infiltrarsi nelle nostre file.
       Il Paesani, di professione decoratore, versava in quel periodo in condizioni economiche difficili, parte per la scarsezza del lavoro, parte per la vita spendereccia e dissoluta che amava condurre.
       Si valse perciò delle conoscenze che era riuscito ad avere per venderci alla polizia politica, la quale il 26 agosto del 1935 e nei giorni successivi, trasse in arresto una quindicina di persone, tutte indicate dal Paesani, alcune delle quali venivano inviate al confine, altre ammonite e cinque deferite al Tribunale Speciale, il quale con sentenza del 1° febbraio 1936 condannava: Enrico Minio, a 22 anni di reclusione; Fallini Marino, Oddi Giuseppe, Ceccarelli Pio, Soldini Vittorio, tutti a 4 anni di reclusione.
       Nel processo, il Paesani figurava come il principale accusatore e nell’estratto di sentenza si leggeva per ogni imputato l’accusa specifica del Paesani.
       Dopo questa prima impresa, il Paesani scoperto ormai come delatore, passava apertamente nelle file della polizia politica quale agente dell’O.V.R.A., svolgendo di preferenza la sua attività nella provincia di Viterbo che meglio conosceva.
       Si eclissava per un certo tempo dopo il 25 luglio per poi ritornare spavaldamente sul suo posto dopo l’invasione tedesca, regolarmente assoldato dal Comando tedesco.
       Io, dopo aver scontato altri otto anni di reclusione in conseguenza di questa seconda condanna del Tribunale Speciale, fui posto in libertà alla fine dell’agosto 1943 con provvedimento del Governo del Maresciallo Badoglio.
       Tornato a Civita Castellana, dovetti allontanarmi di nuovo il 12 settembre in conseguenza dell’invasione tedesca. Riparai a Roma, dove continuai la mia attività politica clandestina vivendo nell’illegalità, assolvendo compiti diversi affidatimi dal Partito Comunista.
       Per eseguire più facilmente alcuni incarichi particolarmente difficili e rischiosi, come viaggi in provincia, trasporti di stampa, armi e medicinali per i combattenti patrioti, etc. e passare più inosservato, usavo talvolta vestirmi in uniforme di milite della Croce Rossa Italiana, con documenti fornitimi da un soldato della C.R.I. mio amico personale.
       Il giorno 9 dicembre 1943, verso le ore 13, appena ritornato da una missione, mi trovavo, ancora vestito da soldato, in Piazza Cavour in attesa della circolare nera, quando fui avvicinato da una guardia P.A.I., la quale mi invitò a seguirlo in caserma.
       Vicino all’agente della PAI si trovava una persona in borghese, che in un primo tempo non riconobbi, la quale mi indicava ad alta voce come un noto antifascista travestito da soldato.
       Solo quando fui giunto alla caserma del 3° settore PAI, in Via Muzio Clementi, mi fu dato riconoscere nella persona del delatore lo stesso Paesani Pio, il quale declinò le sue generalità e mostrò i documenti che lo qualificavano agente del comando tedesco.
       Egli chiede la mia consegna al comando tedesco o al Ministero dell’Interno, e davanti agli agenti del la PAI mi promise le più feroci torture ove io non avessi voluto parlare.
       Il giorno dopo si ripresentava in caserma per ripetere la sua infame richiesta.
       Devo alla buona condotta del Magg. Licari, comandante del 3° settore PAI, la mia mancata consegna al Comando tedesco o alla polizia politica.
       Fui deferito al Tribunale Militare di Roma solo per porto abusivo di uniforme militare e condannato a tre mesi di carcere in data 21 gennaio 1944.
       Lo stesso Magg. Licari fece provvedere alla mia immediata scarcerazione al termine della condanna, senza che le mie pratiche fossero inviate alla polizia politica.
       Dopo la liberazione del viterbese, il Paesani che negli ultimi tempi era domiciliato a Faleria, è scomparso dalla circolazione, e finora non è stato possibile rintracciarlo.
       Unisco alla presente denuncia una dichiarazione del Magg. della PAI Giovanni Licari, comandante del 3° settore PAI, riguardante il mio ultimo arresto del 9 dicembre avvenuto su
delazione del Paesani.

A P P E N D I C E – 2

Operai dell’arte edile.

       La guerra che non combattuta, conto la nostra volontà, ha distrutto quasi tutte le nostre ricchezze nazionali, ha gettato nel lutto e nella miseria centinaia di migliaia di italiani.
       La nostra bella penisola, da tutti invidiata, è ridotta ora ad un cumulo di macerie, ad un immane cimitero di cose e di esseri. Un lembo di tale cimitero è anche, purtroppo, la nostra cittadina, che fu, un tempo, così prospera e industriosa.
       Una gran parte del suo patrimonio immobiliare è distrutto e moltissime famiglie, ad onta di tutto ciò che è stato fatto, sono ancora senza tetto.
       Bisogna armarsi di volontà, organizzarsi e ricostruire. E’ per questo che noi, componenti l’amministrazione comunale, espressione genuina dell’antifascismo, rivolgiamo un appello a voi tutti: l’appello della solidarietà ad una unione cooperativistica.
       Solo attraverso tale unione, noi possiamo impedire l’intervento di qualche grande impresa forestiera, che assorbirebbe tutta la nostra mano d’opera.
       Solo così, voi, operai edili, potrete raggiungere quella emancipazione economica che avete sempre desiderata e che l’occasione ora vi offre.
       Nessuno, meglio di noi, conosce la vostra abnegazione al lavoro, la vostra capacità, la vostra onestà nell’esecuzione dei lavori. Quindi, nessuno, più di noi, può sentirsi spronato a tutelare i vostri interessi, che sono poi gli interessi del paese.
       Necessita ricostruire, e subito, tutto ciò che è stato distrutto, riadattare parte dei nostri stabilimenti. Soprattutto, è necessario costruire delle case popolari, fornite di tutti i conforti moderni, anche se fatte con sistemi e mezzi economici.
       Case che rimarranno in proprietà alle famiglie che l’abiteranno, dietro pagamento di una quota mensile.
       Il costo delle costruzioni ora è molto elevato, ma chi non sarà ugualmente contento di attendere qualche anno di più, pur di divenire proprietario assoluto della casa che abita?
       Necessita, inoltre, dotare la nostra cittadina di un grande acquedotto che possa rispondere a tutte le esigenze igieniche del paese. Perciò ci è indispensabile la vostra opera. Indispensabile la vostra organizzazione cooperativistica.
       A coloro, industriali od altro, che volessero servirsi di imprese forestiere, dichiariamo fin da questo momento che nessun operaio della nostra nascente organizzazione uscirà dalla medesima, per mettersi a lavorare con le suddette imprese.
       Non vogliamo che capitalisti, estranei al nostro paese, e solo intenzionati di fare i loro esclusivi interessi, assorbano la nostra mano d’opera.
       Il nostro paese, che ci sta tanto a cuore, lo ricostruiremo da noi, con i nostri mezzi e la nostra capacità.
       Dalle rovine ancora fumanti, esso vorrà risorgere più bello e più prospero di prima.

                                                                                                    Il Sindaco
                                                                                                    Ugo Baldassini
                  Civita Castellana 8/8/944

(Manifesto affisso per le Vie cittadine a cura dell’amministrazione comunale)



A P P E N D I C E – 3

Le rappresaglie del Governo D.C.

SPEDIZIONE TERRORISTICA CONTRO CIVITA CASTELLANA

       Un’ondata di terrore poliziesco si è abbattuta su questo piccolo, ma forte centro operaio, roccaforte dell’antifascismo e del movimento socialista del Viterbese, ricco di tante e gloriose lotte combattute per la causa della libertà e dell’emancipazione dei lavoratori.
       Un carabiniere, il milite Masci, è rimasto ucciso in uno scontro fra un gruppo di dimostranti e una pattuglia. Benché la situazione di terrore venutasi a creare in seguito agli arresti indiscriminati, abbia finora impedito di accertare con esattezza come sia avvenuto il fatto luttuoso, quello che è certo è che nessuno l’aveva voluto e premeditato e che esso si è verificato in un rione del paese, in un momento in cui i dirigenti delle organizzazioni sindacali e politiche erano riuniti e nessuno di essi, purtroppo, si trovava sul luogo della tragedia per calmare gli animi e prevenire il gesto sconsiderato di alcuni esasperati, fra i quali la presenza della provocazione organizzata è tutt’altro che da escludersi.
       Nessuno poteva e può contestare alle autorità il diritto di accertare le responsabilità, di procedere alla ricerca dei colpevoli. Ma quanto è accaduto in Civita Castellana supera ogni limite, ogni immaginazione. Il terrore scatenatosi sui lavoratori e le loro organizzazioni non ha riscontro neppure nelle giornate di terrore fascista che ripetutamente si abbatterono su questo paese, con le violenze delle squadracce nere, gli arresti, le condanne del Tribunale Speciale.
       Arresti indiscriminati di centinaia di persone, uomini, donne, vecchi, ragazzi, indiziati non per la loro presenza sul luogo dello sciagurato episodio, ma per la loro appartenenza ai partiti e alle organizzazioni dei lavoratori. Vecchi antifascisti, confinati e condannati, arrestati solo a causa del loro passato; i dirigenti delle organizzazioni arrestati o ricercati, intere famiglie gettate in prigione; gli arrestati sottoposti a violenze di ogni genere.
       I sistemi delle S.S. applicati in tutta la loro brutalità. Si arresta il padre per il figlio, il figlio per il padre. Un ragazzo di 14 anni è trattenuto in caserma fino a quando il padre non si presenta. Ricercato il Sindaco, valoroso antifascista, che nella giornata dello sciopero si è prodigato per evitare incidenti e non ha esitato ad accompagnarsi ai carabinieri nel momento del maggior pericolo per dar loro sicurezza; si arresta in sua vece il padre vecchio contadino settantenne sorpreso in campagna mentre lavora sul piccolo podere.
       Le vecchie carogne fasciste del luogo e i gerarchetti democristiani segnano a dito le perone da arrestare, gli antifascisti, i comunisti, i lavoratori. Una lettera anonima pare sufficiente per gettare una persona in prigione e una famiglia nella disperazione.
       A tutti i costi il povero carabiniere ucciso al quale tutti volevano bene perché sincero amico dei lavoratori, deve servire per placare le ire dei padroni, dei ricchi, dei fascisti. “Questo morto proprio ci voleva: non se ne poteva più” ecco la frase che corre sulle bocche di costoro, mentre i lavoratori piangono sinceramente la vittima del dovere e le altre centinaia di vittime innocenti che ora soffrono. Il governo democristiano ha rigettato la responsabilità della tentata uccisione del compagno Togliatti sul solo esecutore materiale del delitto, ma a Civita Castellana, il Sindaco, i dirigenti delle organizzazioni dei lavoratori, tutti devono essere responsabili della uccisione del carabiniere. Il morto deve servire ai fascisti e ai democristiani cento volte battuti e schiacciati alle elezioni, per impadronirsi del paese. Un Commissario prefettizio sostituisce l’amministrazione comunale; i carabinieri occupano e s’impadroniscono della sede della Camera del Lavoro, mettendo così questa nell’impossibilità di funzionare per disorganizzare i lavoratori e piegarli alla mercè dei padroni.
       Ma il piano non riuscirà ai fascisti di oggi come non riuscì ai fascisti di ieri. Civita Castellana proletaria, antifascista, comunista che non porta, come tale la responsabilità dell’atto insano, non si piegherà. I lavoratori si stringeranno ancora una volta attorno alla loro organizzazione, ai loro partiti, ai loro fratelli ingiustamente colpiti; e nella grande lotta che le forze del lavoro conducono in Italia e nel mondo per il pane, per la pace, per la libertà, essi saranno ancora all’avanguardia come ieri, come sempre.

(Articolo di Enrico Minio pubblicato su “L’Unità”)


A P P E N D I C E - 4

Risposta all’Unità

IL VOLTO DEL COMUNISMO SI E’ RIVELATO IL 15 LUGLIO

       Mentre è ancora vivo in questa cittadina il profondo turbamento prodotto dai luttuosi avvenimenti del 15 luglio; mentre, a cancellare l’onta che macchia di sangue una pagina oscura della nostra storia, sale da tutti i cuori l’invocazione a una giustizia riparatrice, il senatore Minio con il suo articolo apparso su “L’Unità” raggiunge il limite estremo dell’impudenza nel tentativo di travisare la verità e di nascondere all’opinione pubblica ciò che può essere un formidabile atto di accusa contro la propaganda agitatoria comunista.
       La sua è una voce dissonante che non può non essere accolta con profonda meraviglia.
       L’On. Minio, unicamente preoccupato dal proposito di proclamare l’innocenza del suo partito, sostiene una tesi assurda che urta contro la verità ed offende la logica. Egli vede nei provvedimenti di polizia imposti dalla gravità della situazione un’ondata di terrore poliziesco e intanto sorvola sui fatti luttuosi nel tentativo di minimizzarne le proporzioni e la portata. Ma l’opinione pubblica ha il diritto di sapere tutta la verità e cioè che i compagni del sen. Minio nel pomeriggio del giorno 15 si abbandonarono a gesti che non si possono interpretare se non come azione di una “teppaglia” organizzata, e che il triste episodio finale non rappresenta un fatto isolato nel quadro degli avvenimenti della tragica giornata. Poche ore prima infatti in una spedizione a Ponte Felice gli attivisti rossi avevano costituito blocchi stradali e disarmato e malmenato un maresciallo dei carabinieri.
       A Civita Castellana quella sera per opera della teppaglia è stato compiuto un misfatto atroce, inaudito, raro negli annali della criminalità: due carabinieri sono stati brutalmente percossi, calpestati, massacrati con voluttà bestiale da gente assetata di sangue e le donne hanno inveito sui corpi dei disgraziati.
       Il comunismo a Civita Castellana ha scritto una pagina di sangue che non si cancella. Ed ora il senatore Minio viene a cianciare di responsabilità poliziesca contro i poveri lavoratori, tentando di presentarci un comunismo dal volto mite che è vittima di tutte le sopraffazioni. Le sue argomentazioni sono un capovolgimento della logica, mentre è grottesco il suo tentativo istrionico di accomunare nel rimpianto la vittima gloriosa abbattuta dalla teppaglia e quelle povere vittime innocenti, che sarebbero il sindaco latitante, i dirigenti delle organizzazioni comuniste (pure latitanti) e i fermati a disposizione della Giustizia, tutta brava gente che, secondo il sen. Minio, volva bene al povero carabiniere.
       Ma il popolo ormai ha aperto gli occhi. Troppo è durato l’inganno del lupo travestito da agnello; oggi la maschera è caduta e il popolo di Civita Castellana che ha assistito fremente di orrore all’inaudita barbarie ha veduto finalmente il vero volto del comunismo fratricida e, come ha condannato l’atto nefando della folla ebra di sangue, ha condannato tutti coloro che hanno sparso a piene mani i germi velenosi dell’odio, traviando e diseducando la coscienza civica dei cittadini.
       Oggi Civita Castellana ha raccolto l’amaro frutto di una folle aberrazione e in attesa del verdetto della giustizia medita sulle pagine insanguinate della sua storia recente da cui si sprigiona un mondo tremendo per tutte la coscienze. L’autentico popolo civitonico è più intelligente di quanto il senatore Minio possa credere, ed ha ritrovato in questo fosco dramma della sua esistenza il giusto orientamento; respinge pertanto come puerile la sua insinuazione che attribuisce agli anticomunisti di voler speculare sul luttuoso evento per impadronirsi del Paese.
       Se l’On. Minio vede nella nuova situazione che si è determinata nel paese (per cui un commissario ha dovuto sostituire l’amministrazione comunale rossa), il frutto di oblique manovre, ciò è dovuto alla sua miopia politica che lo fa essere al di fuori della realtà della storia.
       Ma noi gli vogliamo ricordare che c’è una nemesi a cui non si sfugge e che domina gli avvenimenti umani.
       E’ ancor vivo in questa cittadina il ricordo di un comizio del Fronte in cui Enrico Minio scavò un solco profondo fra i suoi cittadini figli della stessa terra e mise al bando la D.C. vietando agli uomini del nostro partito ad appressarsi al balcone comunale perché – sono sue parole – “lo avrebbero contaminato con le mani sporche di sangue”.
       Onorevole Senatore: la sera del 15 luglio troppe mani hanno grondato sangue, ma non erano le nostre. E il destino ha voluto che la vittima di una follia che non ha nome, trascinata verso la morte, segnasse di sangue la via del suo calvario fino all’aula consiliare del Palazzo Comunale, perché lì restasse documentata l’infamia generata dalla propaganda dell’odio.
       Di fronte a quel sangue cadono le vostre argomentazioni, onorevole senatore, e non ha senso la vostra meraviglia per la sostituzione dell’amministrazione comunale, che naturalmente doveva scindere la propria responsabilità da quella dei suoi membri latitanti.
       Quando voi affermate, egregio senatore, che a Civita Castellana impera il terrore siete fuori della realtà; il terrore a Civita Castellana in questi ultimi tempi ha avuto un solo nome e un solo volto, quello del comunismo rivelatosi nei suoi più mostruosi aspetti; e quello che voi chiamate terrore è la restaurata sovranità della legge, in un paese libero dalla schiavitù della paura per merito del sangue di una vittima gloriosa.
       Oggi nella residenza comunale partiti ed uomini hanno ceduto il posto alla maestà della legge, la grande sbandita. Ogni motivo di dissenso e di rancore bisogna che sia superato nel superiore interesse della pace e della giustizia. Voi onorevole senatore, rendete un pessimo servigio al vostro Paese, che ha bisogno di tranquillità e di ordine, seminando con la vostra prosa velenosa nuove scintille incendiarie.
       Il sacrificio del Morto esige che tutti s’inchinino, dopo la recente tragedia, alla giustizia degli uomini per placare la Giustizia di Dio.

(Articolo di Roberto Onorati pubblicato su “Il Popolo”).


A P P E N D I C E - 5

CRUDEL DESTINO

Oh vecchio ceramista che dagli anni
e dai malanni curvo e tormentato,
dopo una vita di lavoro e affanni
ora sei solo, e già dimenticato
       Crudel destino!
Misero il cespite della tua pensione,
duro il campare per male ingrato
che già coprì di polvere il polmone,
il tuo respiro è mozzo e affaticato
       Crudel destino!
E pensi agli anni della giovinezza;
quando una speme ti menò per via,
garrulo per salute e per franchezza
sognando un mondo che ingrato non sia
       Crudel destino!
E lotti ancora risperi anche se dura,
tenace come un gruppo di gramigna
la silicosi ti stringe alla gola,
e ti mugge nel petto, tu maligna.
       Crudel destino!
E’ per tuo figlio che tu lotti e speri
ch’ei non abbia a subir la stessa sorte,
con serie protezioni e aiuti seri,
da questo male che ti conduce a morte.
       Crudel destino!
Or nei giorni di pioggia, oh fato amaro
a stento ti trascini per la via;
la bocca aperta e l’occhio dilatato
come a soffrir perenne un’agonia.
       Crudel destino!
Veloce sulle pozze del selciato
senza riguardi per chi di ragione,
un’auto passa e tu, tutto infangato
lariconosci: è del tuo padrone.
       Crudel destino!

      Versi del ceramista Enzo Lemme, mai pubblicati, che dimostrano il ciclo della vita dell’operaio di fabbrica.
Civita Castellana 22/1/1955


A P P E N D I C E - 6
      
IL P.C.I. VUOLE CHE L’ON. MINIO SI DIMETTA DA SINDACO DI CIVITA CASTELLANA, PERCHE’ ?

       Per 17 anni Civita Castellana ha avuto, per suo Sindaco, L’On. Enrico Minio. Più che eleggerlo, lo ha acclamato.
       Le migliaia di voti che il partito comunista ha raccolto, tutti lo sanno, sono voti dati alla persona e non al partito.
       Egli è un uomo che ha sacrificato tutta la sua giovinezza, che ha preferito la galera pur di non piegarsi alla dittatura fascista, è un uomo che ha rischiato la vita ai tempi dell’occupazione nazista ed ora – contro il suo volere – è costretto a dare le dimissioni di Sindaco. Perché?
       Ieri sera, improvvisamente, ha convocato i consiglieri della minoranza nel suo ufficio ed ha comunicato loro che il Consiglio Comunale verrà chiamato, martedì sera alle ore 20, ad accettare le sue dimissioni dalla carica.
       Viene da domandarsi: perché il partito comunista che deve, ripetiamo, il suo successo, in grandissima parte, all’opera sua, ora gli impone di andarsene?
       E’ mai possibile che un partito possa ricompensare in questo modo un uomo che lo ha servito fedelmente per tutta una vita?
       Se si indicesse un Referendum, il 99% dei civitonici lo confermerebbe alla sua carica, al di sopra e al di fuori di ogni corrente di parte. Allora perché il partito comunista ha preso questa decisione?
       Quando ci parlava era commosso, tratteneva a forza le lacrime che avrebbero voluto uscire dalle sue palpebre. Era triste.
       Gli ho domandato perché, messo di fronte alla scelta di dimettersi dalla carica di Deputato del P.C.I. o da quella di Sindaco della nostra città, avesse scelto quest’ultima. Mi ha risposto che lui non avrebbe voluto fare questa scelta.
       Allora perché vogliono che si dimetta?
       Lui che ha sempre lottato contro la prepotenza, oggi è ancora vittima della prepotenza e del suo stesso partito questa volta.
       Reagiranno i lavoratori civitonici, le vecchiette, i poveri che da lui hanno avuto tutela, aiuto, protezione?
       “Righetto” è Sindaco di Civita Castellana perchè così ha voluto il popolo e solo ad esso spetta, semmai, il diritto di destituirlo.
Civita Castellana, lì 25/6/1964
                                                                                                            Luigi Lemme
                                                                                                      Consigliere del P.R.I.
(Manifesto affisso per le vie cittadine a cura della sezione del P.R.I. di Civita Castellana)


FONTI ARCHIVISTICHE

1) Archivio centrale dello stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati.
Busta 33, cartella “Confinati Politici”, anno 1924.

Serie A.S.G., Pubblica Sicurezza, 1920-1945, busta 16, cartella “Voci contro l’intervento in guerra dell’italia”, anno 1940.

Gruppo carabinieri di Viterbo, D.G.P.S.-A.G.R., 1944/1946, foglio 4.462.

2) Archivio di Stato di Viterbo, Gabinetto della Prefettura.
Anno 1946, doc. della D.C., busta 19, fascicolo 4.

Anno 1950, doc. riunione dei coltivatori diretti, busta 10, fascicolo 7.

Anno 1950, cartella sciopero contro rottura trattative, busta 46, fascicolo 2.

Anno 1953, agitazione operaia, busta 55, fascicolo 1.

Anno 1954, concessione terre incolte, busta 28, fascicolo di Civita Castellana.

Anno 1951, serrata tabacchificio, busta 55, fascicolo 7.

3) Archivi comunali.
Civita Castellana:
– Deliberazioni del Consiglio Comunale, 1949-1968.
– Deliberazione della Giunta Comunale, 1954-1958-1966.
– Documenti vari (bombardamenti aerei, aiuti alle famiglie, sopralluoghi di case, finanziamenti alle industrie, controversie sindacali, immigrazione ed emigrazione).

Ronciglione:
- Anno 1941, notizie sulla permanenza del comandante tedesco Kesserling.

4) Archivi partiti politici e sindacati.
Federazione P.C.I. di Viterbo:
- Anni 1948-1951, relazioni congressuali.
- Sezione P.C.I. di Civita Castellana:
- Documenti riguardanti E. Minio, relazioni congressuali, dibattiti e conferenze, anni 1948-1952-1958-1962-1968.

Sezione P.R.I. di Civita Castellana:
- Note storiche sulla resistenza, anno 1950, manifesti propagandistici, anno 1964.
Camera del Lavoro di Civita Castellana:
- Documenti relativi alle varie vertenze sindacali, anni 1946-50-51-53-54-64-66.

5) Emeroteca della Biblioteca Nazionale di Roma:
- L’Unità, anni 1948-49-53-58-61.
- Il Messaggero, anni 1948-59.
- Il Tempo, anni 1948-49-56-57-58.
- Il Paese, anno 1948.

Istituto A. Gramsci di Roma:
- Rinascita, anni 1948-49.


B I B L I O G R A F I A

A. Accornero, Gli anni ’50 in Fabbrica, Bari.
B. Bezza, La ricostruzione del sindacato nel Sud, in AA.VV., problemi del movimento sindacale in Italia, 1943-1973, Milano 1976.
Bolaffi-Varotti, Agricoltura capitalistica e classi sociali in Italia, Bari 1978.
M. Caprara, L’attentato a Togliatti.
A. Caracciolo, Il movimento contadino nel Lazio (1870 1922), Roma 1952.
E. De Michelis, Comando-raggruppamento bande partigiane Italia centrale, settembre 1943-luglio 1944, Roma 1945.
B. Di Porto, La resistenza nel Viterbese, in quaderni della resistenza laziale, Roma 1977.
N. Gallerano, La disgregazione delle basi di massa del fascismo e il ruolo delle masse contadine nel mezzogiorno, in AA.VV., operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Milano 1974.
D. Gioacchini, A quarant’anni dalla soppressione dei circoli cattolici giovanili fatta dal fascismo nel maggio 1931.
G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell’età moderna, Torino 1974.
P. Ingrao, Masse e potere, Roma 1979.
G. Mammarella, L’Italia dopo il fascismo: 1943-1973, Bologna 1975.
V. Pulselli, Trent’anni di attività agricola della provincia di Viterbo, Viterbo 1952.
V. Tedesco, Il contributo di Roma e provincia nella lotta di liberazione, Roma 1967.
R. Tognoli, Aspetti economico-statistici dell’industria ceramica di Civita Castellana, Roma 1938.
S. Turone, Storia del sindacato in Italia 1943-1968, Bari 1974.
                                                                                                               
NOTE

PREMESSA

(a) Con le inevitabili lacune e imprecisioni cui è sottoposto un lavoro con limitata possibilità di confronto.

INTRODUZIONE

(1) Bollettino Ufficiale della Regione Lazio. Aspetto del territorio, Roma 1974, pag. 116.
(2) Note economiche, dattiloscritto, 1956 in archivio Comunale, busta 4, fascicolo 11, pag. 7.
(3) Commissione Agraria Consiliare, Indagine Agricola 1955, dattiloscritto, in Biblioteca Comunale.
(4) Intervista del 17/4/1978 ad un gruppo di mezzadri in forza nell’azienda agricola del conte Feroldi. Cfr. G. Giorgetti, contadini e proprietari nell’età moderna, Torino 1974, pp. 506-539.
(5) Gli stabilimenti principali erano: Ceramica Marcantoni, Vincenti, Sbordoni, Profili, Coletta, Sacas, Faci e Treia. Cfr. Archivio Camera del Lavoro, busta 2, fasc. 7.
(6) Cfr. R. Tognoli, Aspetti economico-statistici dell’industria ceramica di Civita Castellana, 1938, pag. 15.
(7) E’ il periodo della conquista dell’impero negussita.
La parola d’ordine del Duce, secondo cui le sanzioni economiche della Società delle Nazioni avrebbero dovuto ritorcersi contro gli stessi promotori, fu raccolta dagli industriali di Civita Castellana che unendosi con quelli di tutta la produzione nazionale, iniziarono il fronte unico dell’indipendenza.
Cominciarono così a sfruttare le materie prime del proprio sottosuolo alimentando i mercati di assorbimento del Regno e delle Colonie.
E’ necessario affermare che Civita Castellana nel 1938 uguaglia il 10% della produzione nazionale di sanitari.
Cfr. Tognoli; Aspetti economico-statistici 1938, cit. pag. 51.
(8) Cfr. Arte e ceramiche, n. 2, febbraio 1942, pag..     
(9) Cfr. A. Caracciolo, Il movimento contadino nel Lazio (1870-1922), Roma 1952, pp. 88-89.
(10) Intervista ad Alò Profili, dirigente sindacale della Camera del Lavoro nel dopoguerra.
(11) Archivio Centrale di Stato, “Ministero dell’Interno, Direz. Gen. P. S., Affari Generali e Riservati”, confinati politici, busta 33; B. Di Porto, La resistenza nel Viterbese, in Quaderni della resistenza laziale, n. S, Roma 1977 pp. 126.
(12) B. Di Porto, Cif., p. 26.
(13) Cfr. Comando-Raggruppamento Bande Partigiane Italia Centrale. Settembre 1943 – luglio 1944, relazione di E. De Michelis, Roma 1945, pag. 116; V. Tedesco, Il contributo di Roma  provincia nella lotta di liberazione, Roma s. d. (1967), pp. 306 – 309, 399 ss, 504.
(14) B. Di Porto, cit., pag. 23.
(15) V. Pulselli, Trent’anni di attività agricola della provincia di Viterbo, in Tuscia economica, a. III, 1935, nn. 8 – 9 – 10; B. Di Porto, cit., pag. 42.
(16) <“Vedi un po’, Luigino, tu sei un ragazzino che puoi girare di sera, mentre io, così grande, me ne torno a casa”>>.
Intervista a Luigi Lemme, in B. Di Porto, op. cit., pag. 46.
(17) D. Gioacchini, A quarant’anni dalla soppressione dei circoli cattolici giovanili fatta dal fascismo nel maggio 1931, Orte 1961.
(17 bis) Vedi appendice, doc. n. 1.
(18) Furono arrestati: Calamanti Guglielmo, Marucci Giovanni, De Dominicis Clito, Conti Agostino, Corazza Domenico, Barduani Decimo, Borromei Angelo.
Esaminate con il Questore di Viterbo in base alle risultanze dell’indagine e degli interrogatori, si è convenuto di proporre il Calamanti al confino di polizia; il Marucci e il De Dominicis per la ammonizione; il Conti e il Corazza per la diffida e di rilasciare il Barduani e il Borromei di cui non è stato possibile raccogliere elementi di prova. Cfr. Archivio Centrale di Stato, Serie “A.S.G., P.S., 1920-1945” Busta 16.
(19) Archivio Comunale di Ronciglione, Busta 6, fascicolo 71.

CAPITOLO I

(1) Intervista del 18 dicembre 1979 al segretario comunale della Democrazia Cristiana di Civita Castellana, Roberto Onorati.
(2) E. De Michelis, op. cit., pag. 66.
(3) Cfr. art. di M. Magni in cronaca di Viterbo del “Il Messaggero” del 13 gennaio 1959.
(4) Cfr. l’articolo di Alfredo Monaco: in La Voce dei Lavoratori, organo della Camera del Lavoro di Civita Castellana, a. II, n. 1, 22 gennaiop 1955.
(5) Intervista del Consigliere comunale del P.R.I. Luigi Lemme. Cfr. gli atti del consiglio comunale anno 1946.
(6) Vale anche per Civita Castellana quanto è stato rilevato sulla “supplenza” dei partiti riguardo alla ricostruzione sindacale. Cfr. S. Turone, Storia del Sindacato in Italia 1943-1969, Bari 1974, pp. 73-103; B. Bezza, La ricostruzione del Sindacato nel Sud, in AA.VV., Problemi del movimento sindacale in Italia 1943-1973, Milano 1976, pp. 109-134.
(7) Intervista ad Alò Profili, dirigente sindacale nel periodo del dopoguerra.
(8) Intervista ad Alò Profili cit.
(9) G. Mammarella, L’Italia dopo il fascismo: 1943-1973, Bologna 1975, pag. 98.
(10) Su questo essenziale problema si veda N. Gallerano, La disgregazione delle basi di massa del fascismo e il ruolo delle masse contadine nel Mezzogiorno, in AA.VV., Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Milano 1974, pp. 435-493. Per il Lazio Cfr.
(11) Gruppo carabinieri di Viterbo al Ministero dell’Interno, 11 ottobre 1944, in Archivio Centrale di Stato, Ministero Interno – O.G.P S.-A.G.R., 1944/46, foglio 4462.
(12) Si vedano al riguardo i documenti conservati presso l’archivio comunale di Civita Castellana… Cfr. appendice, doc. n. 2.
(13) Confederazione Generale del Lavoro di Viterbo, sezione di Civita Castellana. Sistemazione operaia licenziati, 2 settembre 1946 in Arch. com.
(14) Testimonianza di Roberto Onorati nella cit. intervista.
(15) Intervista cit.
(16) Archivio di Stato di Viterbo, doc. della D.C. civitonica del 1946, busta 19, fasc. 4.
(17) Archivio comunale e arch. P.C.I., cartella elettorale personale di E. Minio.
(18) Testimonianze di un gruppo di cittadini di Civita Castellana aderenti ai più diversi raggruppamenti politici, 10 ottobre 1979.
(19) Roberto Onorati intervista citata.
(20) Cartella elettorale personale di E. Minio cit.
(21) Archivio Camera del Lavoro, verbale riunione 2 febbraio 1948, busta 9, foglio 3.
(22) M. Caprara. L’attentato a Togliatti, Padova 1978… Vedi appendice, doc. n. 3 – 4.
(23) Mangini Gino nella sua intervista del 13 settembre 1979, afferma che (il carabiniere Minolfo Masci, secondo quanto l’infermiere aveva sentito dire dal Direttore dell’ospedale Prof. Ferretti) è stato colpito al ventre dalle schegge della stessa bomba lanciata dai carabinieri.
(24) In seguito all’attentato a Togliatti gli operai ceramisti di Civita Castellana e i contadini di Magliano Sabina, bloccarono la Salaria e occuparono il ponte di Magliano. Furono arrestate circa 150 persone accusate di adunanza sediziosa e di omicidio di un carabiniere. Al riguardo, cfr. E. Minio, reazione e riscossa a Civita Castellana, in Rinascita, a. VI, n. 5, maggio 1949 pp. 236 e 238, o cfr. in app. gli art. dell’Unità e Popolo.
(25) E. Minio, op. cit.
(26) Cfr. l’Unità del 10 ottobre 1948, cronaca del Lazio, pag. 6.
(27) Dagli atti comunali. Cfr. registri delle deliberazioni anni 1948-49.

CAPITOLO II

(1) Camera di Commercio, Aeree subregionali della provincia di Viterbo, Viterbo 1978, pp. 26-28. Cfr. dati sulla immigrazione, in archivio comunale.
(2) Ivi, pp. 113-115.
(3) Camera di Commercio, aree, cit. pag. 78.
(4) Archivio di Stato di Viterbo, busta 55, foglio 1.
(5) Camera di Commercio, aree, cit. pag. 68.
(6) I. Moroni-Fiori, Le industrie di ceramica di Civita Castellana sono costruite con carta di cambiali, su Il tempo, quotidiano, 4 ottobre 1957, pag. 6.
(7) Camera di Commercio, Indici socio-economici del comune di Civita Castellana, Viterbo 1978, pp. 173-175.
(8) Archivio Camera del Lavoro, fasc. Assemblea generale degli iscritti al sindacato ceramisti, 1953
(9) Archivio di Stato di Viterbo, busta 10, fasc. 7.
(10) Cfr. A. Accornero, Gli anni cinquanta in fabbrica, Bari 1974, passim.
(11) Archivio di Stato di Viterbo, busta 46, fasc. 2.
(12) Archivio di Stato di Viterbo, busta 55, fasc. 1.
(13) Archivio di Stato di Viterbo, busta 28, fascicolo Civita Castellana.
(14) Archivio di Stato di Viterbo, busta 55, fasc. 7.
(15) Archivio comunale di Civita Castellana, busta 286, fasc. 140.
(16) Da La voce dei lavoratori, organo della Camera del Lavoro di Civita Castellana, a. II, n° 1, 22 gennaio 1955.
(17) Ibidem……. Per capire le reali condizioni in cui i trovavano i ceramisti, è opportuno citare la poesia di un ceramista, E. Lemme, cfr. La voce dei lavoratori, org. della C.d.L. App. doc. 5.
(18) Cfr. art. P. Togliatti, in Rinascita, a. 1, n. 4, ottobre – novembre – dicembre 1944.
(19) Archivio del P.S.I. di Civita Castellana.
(20) L’espressione è di P. Ingrao, Masse e potere, Roma 1979.
(21) Archivio comunale, Atti deliberativi del consiglio, 1956.
(22) A questo proposito c’è da ricordare l’episodio, quasi folcloristico, della diatriba fra E. Minio e il vescovo Mons. R. Massimiliani in cui il deputato comunista, in un opuscolo dal titolo Bocche doro e maramaldi, aveva accusato il vescovo di aver violato il Concordato e la legge elettorale. Cfr. Il Tempo, cronaca di Viterbo, 4 gen. 1958.
(23) G. Mammarella, op. cit., pag. 68.
(24) Archivio comunale, busta 186, fasc. 21.
(25) Interpellanza dell’On. E. Minio del 13 gennaio ’53 in Discorsi parlamentari, cfr. E. Minio, finanza locale, in Comune democratico, febbraio 1958, pag. 113.
(26) Archivio comunale, busta 215, fasc. 14, relazione bilancio preventivo 1958.

CAPITOLO III

(1) Camera di Commercio, Indici socio-economici del comune di Civita Castellana, Viterbo 1978, pagina 161.
(2) Ibidem, pag. 71.
(3) Da notare come la contemporanea presenza di concentrazione e polverizzazione è caratteristica di tutto il Lazio. Cfr. Bolaffi-Varotti. Agricoltura capitalistica e classi sociali in Italia, De Donato, Bari 1978, passim.
(4) Per questa e le tabelle successive cfr. P.C.I., sezione di Civita castellana, Studio sulle condizioni della industria ceramica a Civita Castellana, dattiloscritto, 1962, in archivio P.C.I. di Civita Castellana.
(5) Camera di Commercio, rassegna di produzione pubblicitaria dal titolo “Civita Castellana produce 1977”.
(6) Camera del Lavoro di Civita Castellana, Indagine sulle unità lavorative nell’industria della ceramica, dattiloscritto, in archivio della C.G.I.L.
(7) Si vedano le lamentele del dott. Ugo Riccioni, amministratore della “Marcantoni”, a proposito delle norme e sborso di danaro dovuto all’aumentato consumo di energia elettrica su Il Tempo, 12 ottobre 1963, pag. 6.
(8) Contratto collettivo nazionale di lavoro. Addetti ai settori della ceramica, parte sindacale, pag. 12, in Archivio Camera del Lavoro di Civita Castellana.
(9) Contratto collettivo nazionale di lavoro. Accordo salariale, pp. 26-27 in Archivio Camera del Lavoro.
(10) Il contratto citato comportava miglioramenti salariali pari a lire ottomila mensili e con una indennità di lire duecento al giorno per novanta giorni in caso di malattia. Cfr. archivio Camera del Lavoro di Viterbo, a. 1963, pag. 3.
(11) Intervista ad Arnaldo Picchetto, segretario della Camera del Lavoro di Civita Castellana, del 31 marzo 1980.
(12) Archivio Partito comunista, fasc. VII congresso.
(13) L’Unità, cronaca del Lazio, 5 novembre 1961.
(14) Tesi per la prima conferenza politico-organizzativa di comunisti di Civita Castellana, dattiloscritto in archivio partito comunista di Civita Castellana.
(15) Schema di rapporto di attività del Comitato direttivo per l’VIII congresso, dattiloscritto, in archivio partito comunista di Civita Castellana.
(16) Cfr. Appendice, doc. n. 6.
(17) G. Mammarella: L’Italia dopo il fascismo, 1943-73, Bologna 1974, pag. 390-392.
(18) Cartella elettorale di E. Minio in archivio PCI di Civita Castellana, busta 16, fasc. 7.
(19) Archivio comunale, delibera di consiglio, 1958, pag. 17.
(20) Dal programma della lista di “Unione Popolare” del 1962, in archivio P.C. Civita Castellana.
(21) Atti del consiglio comunale di Civita Castellana, 1964, pag. 27, in archivio comunale.
(22) E. Minio, Una vittoria dei comuni, in “Il comune democratico”, a. XV, n. 1 gennaio 1960, pag. 24.
(23) E. Minio, Per un peso diverso degli enti locali, in “comune democratico”, n. 4, aprile 1962.
(24) Atti del consiglio comunale di Civita Castellana, 1966, passim, in archivio comunale.
(25) Archivio Camera del Lavoro, doc. riguardante il rinnovo del contratto di lavoro ceramisti 1969.

CONCLUSIONE

(1) Bolaffi, op. cit., passim.
(2) Da “Il Tempo”, cronaca del Lazio, 1958, pag. 6.
(3) Il comune trova difficoltà a pagare gli stipendi.
(4) Documento unitario del consiglio comunale di Civita Castellana in archivio comunale, busta 16, fasc. 4, 1973.
(5) Centro di medicina preventiva, atti della giunta comunale, 1974 in archivio comunale.
(6) Convegno sulla piccola e media industria a Civita Castellana, 1974.
(7) Schedario degli addetti alla ceramica, in archivio Camera del Lavoro.

[Trascrizione di Sergio Carloni]


















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