domenica 8 novembre 2009

DIZIONARIO DI ERUDIZIONE STORICO-ECCLESIASTICA di GAETANO MORONI ROMANO



La voce CIVITA CASTELLANA dal
«DIZIONARIO DI ERUDIZIONE STORICO-ECCLESIASTICA DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI COMPILATO DA GAETANO MORONI ROMANO PRIMO AJUTANTE DI CAMERA DI S.S., VOL. 1., IN VENEZIA, DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA, 1840.»

Civita Castellana (Civitatìs Castellan.). Città con residenza vescovile nello Stato pontificio, delegazione di Viterbo, fondata su d'un fortissimo scoglio tufaceo di figura quadrilunga, il quale è isolato da tutte le parti, meno verso mezzodì, cioè verso Nepi e Monterosi, dove si unisce ad una spianata per mezzo d'una specie d'istmo. Scorrono a piè della rupe i rivi detti Rio Vicano, oggi conosciuto sotto il nome di Rio Filetto, e Rio Maggiore, che ivi si riuniscono insieme, e formano il fiume Treja, che, non molto dopo, mette foce nel Tevere. Sul Rio Maggiore all'apertura della nuova strada, Clemente XI fece costruire nell'anno 1712 col mezzo del Cardinal Imperiali, un solido ponte di pietra, alto cento cinquanta piedi. Dal detto lato della nuova strada, la sua superficie è molto ampia. L'antica via Flaminia, che circa mezza lega trovasi lungi dalla via consolare, aperta da Pio VI nell' anno 1789; il Tevere, ed il maestoso monte sant' Oreste dipendente dall' abbazia delle tre fontane (della quale, in un al monte  s. Oreste o Soratte si tratta all'articolo Chiesa De' SS. Vincenzo Ed Anastasio Alle Acque Salvie), circoscrivono nella parte orientale il territorio di Civita Castellana, che può generalmente dirsi salubre, meno le pianure prossime al Tevere. Esso è fecondo di ogni sorta di biade, legumi e vino; ma è poco coltivato per mancanza di braccia. Civita Castellana non presenta altri edifìzi degni di osservazione, che la chiesa cattedrale, opera del secolo XIII, di cui poscia riparleremo, della cittadella della quale pure si terrà discorso, la piazza maggiore decorata di una fontana, ed avente ne' lati il palazzo municipale, ch' è un mediocre edifìzio. Non così vuol dirsi del palazzo della romana famiglia Androsilla ora estinta, il quale è situato nell' estremità meridionale. Da porta romana sino alla porta Lauretana la città presenta dei buoni casamenti, frammezzati da qualche palazzo, tra cui distinguonsi quelli delle estinte famiglie Petroni, Stella, e Castellan Ciotti. La città non ha mura formali ; ma è però difesa da quelle che date le vennero dalla natura, avendo all' intorno altissime rupi, che la rendono di difficile espugnazione : ha porte su tutte le vie, meno su quella di Roma, dominata dai baloardi della fortezza. Distante poi circa una lega, è il sito conosciuto sotto il nome di Falleri, e si vede tuttavia un avanzo imponente di mura, alto circa palmi 43, con le torri quadrilatere, che lo difendevano. L'interno della città offre gli avanzi antichi di una piscina, e quelli di un teatro scavato negli anni 1829 e 1830 opera veramente romana, e del tempo di Augusto. Ivi molti frammenti di statue si discoprirono, e tra esse una bella di Livia, sotto le forme della Concordia, insieme ai frammenti di due statue di Cajo e Lucio Cesari. Altri ruderi informi si veggono fra la piscina ed il teatro, e due tumuli, che incontransi fra la stessa piscina e l'abbazia abbandonata di s. Maria, coprono gli avanzi di qualche tempio. La chiesa di s. Maria, e l'annessa abbazia ora in rovina, furono edificati con frantumi antichi del XII secolo. La chiesa è a tre navi divise da colonne. Forse in questi dintorni vi fu un tempio antico, che fornì i materiali all'erezione di tal chiesa. Presso di questa è la porta di Giove, una delle sette de' Falerii, ed è ancora conservata. Non sembra abbastanza provata l'opinione di coloro, che ne' dintorni, e presso Civita Castellana volevano ne' tempi passati riconoscere il sito del celebre Vejo, Del Tosco impero già capo e regina, dacchè piuttosto vuolsi esistita nell’isola Farnese, o in monte Lupoli, sui colli, che dominano Baccano. Gli indizi però riuniti dal ch. can. Morelli nella sua recente dissertazione sulla ipotesi che Civita Castellana sia l'antica Vejo, somministrano argomenti favorevoli alla città. Certo è, che neppur Tito Livio seppe indicare il luogo di Vejo, e le diverse opinioni basano tutte sulla probabilità.
V’ha chi crede quivi situato Fescennium, città argiva, come asseriscono Dionisio e Strabone, a' tempi de' quali era abitata; ma essa più probabilmente viene collocata a Gallese. Che se devesi riconoscere a Civita Castellana, dovrebbe riconoscersi per qualche avanzo romano, o di una colonia formativisi dopo la distruzione di Fescennia, dappoichè a' tempi di Augusto e di Tiberio era ancora popolata. Tuttavolta vuolsi comunemente che Civita Castellana sia succeduta a Fescennia. Questa antichissima città dell' Etruria Cicisminia da Festo, e nella Carta Peutingeriana, viene chiamata Faleri, onde Falerii furono detti i suoi abitanti. Tal nome ebbe origine da Phalesi, o Falesi, derivato da Helesus, compagno e figlio naturale di Agamennone re di Argo, il quale, dopo la morte del re abbandonò la Grecia, e si ritirò in questa terra già da' Siculi, ed allora abitata dai Pelasgi suoi connazionali. Dall’averle poi comunicato il nome, e probabilmente dall'averla anche colonizzata, fu riconosciuto come fondatore; avvenimento che rimonta a circa dodici secoli innanzi l'era volgare. Da Phalesi, nome della città, gli abitanti furono detti Falisci,e così si chiamò il popolo di tutto questo distretto, che ebbe l'epiteto di Equi. Quindi alcuni scrittori confusero il nome della gente, con quella della terra che chiamarono Falisco, aequum Faliscum, Falisci. Nel quarto secolo di Roma i Falisci provarono gli effetti della sua potenza, e Camillo poscia li disfece co'Vejenti e i Capenati presso Nepi, finchè, dopo diverse guerre sostenute con valore dai Falisci, nell'anno 512 di Roma, perdettero la metà delle loro terre, e Faleria fu presa, spianata, e riedificata in luogo di facile accesso, cioè in Fallari, divenendo colonia romana, col nome di Junonia dal culto particolare, che prestavano i Falisci a Giunone, e dal tempio che quella dea avea nella Faleria argiva.
Faleria costruita da’ Romani divenne sede vescovile, e rimase in piedi sino al secolo XI, mentre la antica argiva risorse, come dottamente ha dimostrato A. Nibby, nel tomo II dell' Analisi dei dintorni di Roma a p. 15, e seg. Perciò Montefiascone, secondo lui, non sarebbe la Faleria, ma una colonia di Macedoni. Mons Faliscorum da molti si ritiene per la metropoli dei popoli falisci. V. Monte fiascone. Che Faleria da molti si creda essere Civita Castellana, stata pure da altri chiamata  Flavinia, lo dice anco l'Adami, Storia di Volseno, tomo I, p. 48 e 120. Tuttavolta lungi dal pronunziare definitivamente su tante divergenti opinioni, noi non faremo che riunirle, potendo chi il brami consultare gli autori che nomineremo.
Da Faleria argiva, Civita Castellana, dice il sullodato autore, deve riconoscere la sua origine. Il seggio episcopale poi le è derivato dopo, le rovine di Faleria romana, siccome stiam per narrare. Lo ripetiamo, che questa città secondo il Nibby citato, non fu Vejo, ad onta dell' epigrafe: Qui steterunt Vejos, nunc renovare licet, scritta nel frontespizio della casa comunale edificata dalla munificenza di Leone X. V'ha pure, come dicemmo, chi reputa Civita Castellana l'antica Fescennìa, ove si celebravano solennemente gli epitalami, e i licenziosi ludi fescennini, che appunto in occasione di nozze solevansi fare. Forse distrutta Fescennia, una parte degli abitanti si recò in Faleria argiva, oggi Civita Castellana, il che diede luogo di credere essere l'antica Fescennia o Fescennium.
Nella fiera, che al 16 settembre ha luogo in Civita Castellana, siccome giorno festivo de' suoi patroni, il popolo dava molti anni addietro il bizzarro spettacolo di un bufalo tratto lungamente per le vie, fra lo schiamazzo e l'allegria del basso popolo; il quale dopo averne fatto scempio anelava di mangiarne le carni. Forse tal sollazzo sarà originato in parte da quella festa, che gli argivi celebravano in Faleria primitiva, ed in onore di Giunone, della quale erano, come dicemmo, i Falisci particolarmente divoti; festa, che Ovidio ne' suoi Fasti descrive nel lib. VI, Elegia XIII del lib. III, e che a' suoi giorni si continuava in onore della dea, nel recinto di Faleria argiva. È noto che i romani, dopo lo smantellamento della città, lasciarono sussistere il tempio situato sopra un colle di accesso difficile. Or dunque tra gli animali, che con solenne rito e pompa portavansi a sagrificare a Giunone, si eccettuava la capra come invisa alla dea, onde una se ne lasciava, che con dardi era inseguita da'garzoni, e colui che la feriva l'aveva in dono. Non dee qui però tacersi che l'origine di detta popolare costumanza può più ragionevolmente ripetersi da altre tradizioni, cioè che i corpi de' ss. Marciano e Giovanni protettori della città siano stati dalle catacombe di Rignano trasportati in città su di un carro tirato da due bufali; per lo che, a perenne memoria dell'avvenimento, invalse il costume di cui si fece cenno.
Trasportati dai vincitori romani i Falisci da un luogo forte, come è Civita Castellana, ad un luogo piano, come si vede nell'odierna Fallari, i Falisci più non si mossero. A Fallari si veggono importanti avanzi della colonia romana dei Falisci argivi di Faleria primitiva. Mentre l’antica Faleria andava poco a poco a ripopolarsi nel romano impero, fioriva pure la colonia Junionia. I fasti de' martiri del secolo terzo ricordano il martirio sofferto in Falerii da Graciliano e Felicissima vergine, il dì 12 agosto, come si legge ne' martirologi di Adone colle note del Giorgi, e nel romano con quelle del Baronio. I loro corpi sono oggi venerati in Civita Castellana, dove furono trasportati. Nell' Ughelli, Italia sagra, dal secolo sesto al decimoprimo, abbiamo i vescovi che sedettero in Faleria colonia romana, che Commanville dice fondata nel quinto secolo chiamandola Falera o Falisci, soggetta immediatamente alla sede apostolica. Questa chiesa fu pure detta Falerina, o Faleritana, e Faleritanense.
Il primo vescovo, che si conosca di Faleria romana, è Giovanni, il quale intervenne ai concilii romani del 595, e del 601 sotto il Pontefice s. Gregorio I. Caroso fu presente al concilio tenuto da Papa s. Martino I nell'anno 649; Giovanni sottoscrisse gli atti del concilio romano del 679 convocato dal Pontefice s. Agatone, e la epistola sinodica dello stesso Papa nel 680 ; Tribunizio fu presente al concilio celebrato in Roma da s. Gregorio II, l'anno 721; Giovanni segnò gli atti di quello adunato nel 743 dal Papa s. Zaccaria; Adriano nominato in quello dell' 826, in cui sedeva sulla cattedra apostolica Eugenio II; e Giovanni in quello dell'861, radunato da s. Nicolò I contro l'arcivescovo di Ravenna. Al conciliabolo fatto celebrare in Roma nel 963, dall' imperatore Ottone I, contro Papa Giovanni XII, assistè un vescovo Falarensis, del quale ignorasi il nome. Nell'anno 978 si ricorda in un privilegio di Benedetto VII, Giovanni vescovo Faleritano; nel concilio romano del 1015, nel pontificato di Benedetto VIII, un Crescenzio; e nel 1033, da una bolla di Benedetto IX apparisce la unione delle sedi di Falerii e Civita Castellana, cioè lo spopolamento della città o colonia romana, ed il ripopolamento della primitiva Falerii argiva, secondo il lodato Nibby, che lo afferma coll'autorità di gravi scrittori; dappoichè in essa trovasi sottoscritto Benedictus ec.  Faleritanae, et Castellanae epìscopus. Tra i documenti del registro Farfense, n. 994, si legge che Faleria romana, o Junonia, era ancora abitata il primo luglio 1064; e vi è sottoscritto certo Tenzo di Crescenzio giudice di Fallari.
Civita Castellana, siccome parte del ducato romano, con Nepi, Gallese, Otricoli ec., verso l'anno 727, divenne dominio della santa Sede nel pontificato di s. Gregorio II, e per volontaria dedizione dei popoli. Nel registro poi di questo Papa, inserito da Cencio Camerario nel libro de'censi, pubblicato dal Muratori, si nomina il monistero di s. Silverio nel monte Soratte, al quale fu dato in enfiteusi dal medesimo Gregorio II un fondo chiamato Canciano ex corpore Massae Castellianae patrimonii Tusciae. Da ciò si rileva che i fondi posti in quella contrada, ed appartenenti alla romana Chiesa, formavano una massa denominata Castellana o Castelliana, per le molte castella che conteneva. A misura però che la Falerii romana si andava spopolando, si raccoglievano genti sulle rovine della Falerii primitiva come luogo più inaccessibile, e per conseguenza più sicuro in que' tempi di scorrerie frequenti, di usurpazioni e di fazioni. Questa seconda a poco a poco nel secolo nono, e nel seguente formò una città, che dalla massa mentovata fu detta Civita Castellana, nome che ancora ritiene. In fatti il Calindri, saggio storico p. 112, dice che nel 998 Gregorio V dichiarò città Civita Castellana. Sino poi dall' anno precedente si nomina negli atti de' ss. Abbondio ed Abbondanzio un tal  Crescenziano, vescovo Civitatìs Castellanae, che trasportò i corpi di que' martiri in Civita, da dove poi si trasferirono in Roma nella chiesa del Gesù in cui veneransi. Quindi abbiamo nel 1015 un Pietro episcopus Civitatis Castellanae, il quale sottoscrisse il decreto di Papa Benedetto VIII a favore di Guglielmo abbate Fruttuariense, dopo il quale le sedi di Civita e Faleria furono, sotto Benedetto vescovo, unite insieme dal Pontefice Benedetto IX, come fu indicato di sopra.
Sul principio del secolo decimo secondo, nella vita di Pasquale II, narra Pandolfo Pisano, che quel Pontefice volendo ricuperare alla santa Sede i suoi dominii, usurpati dagli antipapi, attaccò colle sue genti Civita Castellana, designata come locum natura satis munitum, e la prese. Altrettanto riporta l'annalista Rinaldi, all'anno 1100. Allora era Civita Castellana capo di un contado, Comitatus, che unitamente alla città, e con altre terre fu oppignorato l’anno 1158, da Papa Adriano IV, a Pietro prefetto di Roma, ai suoi figli Giovanni ed Ottaviano, ed a' suoi coadiutori ec., per la somma di mille marche d'argento, eccettuando però quello, che un tal Malavolta aveva ricevuto in Civita dalla Chiesa romana. Questo pegno fu fatto per compensare le spese incontrate dal prefetto a favore della Chiesa, e si stabilì di redimerlo a cinquanta marche l'anno, cioè in venti anni. Ludovico Muratori, Ant. Med. Aevi. t. IV. c. 31, riporta l'originale istromento di questa oppignorazione. Secondo que' patti il pegno doveva essere del tutto redento nell'anno 1178, ma si sa che non lo era stato neppure nel 1195, mentre che da tre altri istromenti di quell'anno, che si leggono nello stesso Muratori, t. I. p. 143, t. II. p. 809 e seg., si rileva che la porzione di Pietro de Atteia, o Attegio, nominato tra gli oppignoratori, fu svincolata , e riceduta alla Chiesa, nel pontificato di Celestino III, dalle sue sorelle Costanza, e Sibilia, e da Giacinto di Pietro Dio salvi marito di Sibilia, e da' suoi fratelli Nicola ed Ottaviano, cioè il primo febbraio 1195; e che a' 7 e 25 dello stesso mese gli eredi delle ragioni dotali e nuziali di Porpora, moglie di Pietro prefetto di Roma, e sorella di Cencio di Romano di Papa, cedettero al Pontefice le loro porzioni per centotrentatre marche e mezza d' argento. Nella bolla di Onorio III del 1217, presso il Bull. Vatic. t. I. pag. 100 e seg., si rammenta il territorio Castellano, nel quale si pone Morolo, e si unisce insieme col Faleritano, dove si parla di Flaianellum.
Nelle vite de' Pontefici del can. Novaes, si apprende, che avviandosi l'imperatore Federico I Barbarossa alla volta di Roma per essere coronato (funzione che poi seguì a' 18 giugno 1155 ), e temendo il Papa Adriano IV summentovato ch'egli venisse piuttosto come nemico, pel numeroso esercito che seco conduceva, per questo timore si rifugiò in Civita Castellana, e gli mandò incontro tre Cardinali, acciò giurasse di difendere, e mantenere i diritti della Chiesa. Quindi passò a Sutri, a ricevere il principe che tutto aveva promesso. Nel 1159, successe ad Adriano IV il glorioso Alessandro III, il quale terminò il suo lungo pontificato di circa anni ventidue a Civita Castellana perchè vi morì ai 30 agosto 1l81, e trasportato in Roma fu sepolto nella basilica lateranense. Tanto afferma il Novaes, ma il Platina dice nella sua vita, che morì in Roma a' 27 agosto. Non però così dice il dotto Sandini Vitae Pontificum, t. II. p. 484, il quale ecco come si esprime: Vìtam posuit in urbe Castellana anno 1181, III. Kal. septembris. A' 30 di agosto, e in Civita Castellana, molti autori sostengono che morisse Alessandro III. Così dice Ludovico Agnello (il quale per altro chiama questa città col nome di Città di Castello), nella storia degli Antipapi, t. II. p. 110, e 111, e fra le testimonianze che riporta, v'ha quella dell' Anonimo Cassinese. Da tutto ciò si rileva quanto importante fosse divenuta Civita Castellana nel XII secolo.
Nel pontificato di Bonifacio VIlI, a cagione del suo stato rovinoso per le guerre delle fazioni, il Papa fece riedificare le sue mura, e circondarla di nuove, cioè da quel lato ove le aveva, munendola ad un tempo di torri. Nel principio del secolo XIV Civita Castellana fu concessa dai sovrani Pontefici in vicariato della santa sede alla nobilissima e potente casa Savelli. Nell'archivio Sforza in Roma esiste una lettera di Giovanni XXII, Papa residente in Avignone eletto nel 1316, data apud Villam novam Avenionen. Dioec. XVIII KaI. sept. anno 7, e diretta Ven. fratri Aegidio episcopo Sabinen. Apostolicae sedis legato, colla quale ingiunge al Cardinale di rimettere in libertà Petruccio figlio di Luca Savelli, tenuto in ostaggio presso l'abbate di s. Paolo d'Albano, abbazia fondata dallo zio Onorio IV, e toglieva con essa l'interdetto a cui aveva sottoposto Civita Castellana per avere omesso di pagare il solito censo alla Chiesa romana, esprimendosi il Papa nella lettera, che ambedue queste grazie gli erano state domandate da Luca per suum nuntium , et litteras. L'interesse preso dal Savelli a favore della città, mostra certamente ch' egli ne era il rettore ed il vicario.Un altro Luca Savelli senatore di Roma, negli anni 1348 e 1355, nel 1375 ottenne da Gregorio XI, poco prima che ristabilisse in Roma, la Pontificia residenza, il vicariato di Civita Castellana, già in addietro goduto dalla sua famiglia, come continuò anco in progresso per altro tempo. La bolla di Gregorio XI porta la data di Avignone XIV Kal.Jjulii pontificat, nostri anno sexto. Il vicariato è ristretto a soli otto anni, si assegnano a Luca sedici mila fiorini d'oro d'annua provvisione da prendersi dalle rendite della città, e contado, col solo obbligo di pagarne dieci a titolo di censo nel giorno della festa di s. Pietro. V. Ratti, della famiglia Savelli. Dell'antica rocca poi di Civita Castellana, si fa menzione in un breve del medesimo Gregorio XI, il quale ne affidò la custodia al detto Luca Savelli.
Bonifacio IX, recandosi nel 1392 a Perugia per comporre gli animi dei Raspanti con Beccarini cardinale, ritornando in Roma a' 15 settembre del seguente anno, prima onorò di sua presenza Civita Castellana. Papa Nicolò V, creato nel 1447, rifece le mura della città. L'immediato successore Calisto III creò cardinale il proprio nipote Roderico Borgia spagnuolo, il quale poi fu fatto governatore di Civita Castellana da Sisto IV. Quindi divenuto Pontefice nel 1492 col nome di Alessandro VI, ebbe sommamente a cuore di riedificare la rocca ridotta in istato di decadenza. Altri dicono, che considerando Alessandro VI che Civita Castellana, forte per natura, e stimata in guisa di poter signoreggiare il nodo delle strade di Nepi, di Acquaviva, di Ponte Felice, di Amelia e di Viterbo, per l'importanza del sito fabbricò dalle fondamenta la fortezza che ora si vede e che serve di prigione di stato. Certo è, ch'egli dal lato occidentale della città fece innalzare quella fortezza dal celebre Antonio Sangallo, fratello del rinomato Giuliano, siccome valentissimo anche nell'architettura militare, e nelle fortificazioni in figura pentagona, e riuscì solida, ed encomiata. Quindi Giulio II, Leone X, e altri Pontefici ne curarono la conservazione, ed anco nell'odierno pontificato vi si operarono dei miglioramenti, per cui si trova in ottimo stato. Nei vasti saloni vi sono bellissimi soffitti dorati, nobilitati dalle pitture dello Zuccari, come mirabili sono gli affreschi delle volte degl'inferiori loggiati, in mezzo a' quali si veggono in varie parti il nome e gli stemmi gentilizi del famoso duca Valentino Cesare Borgia, che dal Papa Alessandro VI ne fu fatto castellano. Per alcuni secoli continuò la fortezza ad avere il castellano, per lo più scelto tra' Cardinali di s. Chiesa. In progresso Civita Castellana seguì i destini dello stato pontificio, e se da essa deriva gran vantaggio per la stazione, che vi fanno del loro passaggio gli stranieri, che del continuo si dirigono a Roma, andò pure soggetta alle conseguenze derivatele dalle armate nimiche quando si recarono alla capitale. Ed a' 4 dicembre 1798, la città si vide disfatte nelle sue vicinanze dall'esercito francese di Macdonald, le truppe napoletane, comandate dal general Mack. Per questa città transitarono, e si fermarono oltre molti sovrani, eziandio i sommi Pontefici. Da ultimo Pio VI ritornando da Vienna in Roma a' 12 giugno del 1782 giunse in Civita Castellana fra il rimbombo delle artiglierie, e pernottò nel palazzo del marchese Androsilla, ove ricevette il vescovo, il governatore, la magistratura, e i primarii del paese. Nella seguente mattina ascoltò la messa, che nella cattedrale celebrò monsignor Ponzetti caudatario; da un balcone dell' episcopio benedì il popolo, quindi partì per Roma. Dopo che Pio VII, nel 1800 fu eletto in Venezia, nel condursi a Roma, la sera del 2 luglio pernottò nell'episcopio, ricevuto dal vescovo monsignor Lorenzo De Dominicis, e nella mattina si avviò per la capitale. Lo stesso Pontefice reduce dal viaggio di Parigi, nella mattina de' 15 maggio 1814 ripassò per Civita Castellana; finalmente il regnante Papa Gregorio XVI, nell'intraprendere nel 1841 il glorioso suo viaggio, per visitare alcuni principali santuari de' suoi dominii, fece la sera de' 30 agosto la sua prima fermata in Civita Castellana, dormì nel nominato palazzo Androsilla. Uno stuolo di giovani patrizi e di cittadini uniformemente vestiti, preceduti da una deputazione della magistratura, ottennero il permesso di trarre la carrozza, dopo averne distaccati i cavalli in qualche distanza dalla città. Così in mezzo agli applausi di pubblica esultanza, fu ricevuto il Pontefice alla porta della città, ov'era stato innalzato un maestoso arco trionfale da monsignor Bartolomeo Orsi, delegato della provincia Viterbese, e dalla magistratura locale, il cui gonfaloniere a nome di quella fedele suddita popolazione, ebbe l'onore di presentargli le chiavi. Sul piano poi delle scale della cattedrale fu ricevuto da monsignor Fortunato Maria Ercolani, vescovo del luogo, da tutto il clero secolare, e da alcuni vescovi delle diocesi confinanti. Entrando il Papa nella cattedrale magnificamente addobbata e illuminata da copiosissimi lumi, ricevette la benedizione col ss. Sagramento; e poscia nella sua residenza, dopo aver compartita da un padiglione costruito sulla loggia del palazzo, l'apostolica benedizione, ammise alla sua presenza ed al bacio del piede il vescovo, il clero secolare e regolare, i vescovi confinanti, la magistratura sì governativa che civile, e i primari della città, non che il corpo militare. Il cardinale Gaspare Benedetto Pianetti, vescovo di Viterbo, si portò a Civita Castellana ad ossequiare il santo Padre, poco dopo il di lui arrivo. La sovrana di lui presenza fu celebrata con infiniti evviva degli abitanti, con numerose salve d'artiglieria, con eleganti fuochi d' artifizio, con illuminazione generale, anche della cupola del duomo e della fortezza, con giulive armoniose bande, e con altri modi. Quindi nella seguente mattina, traversando la città addobbata di arazzi, partì per Narni, benedicendo paternamente l'intera popolazione, dopo aver ricevuto gli omaggi dal zelante vescovo, e di tutte le autorità e personaggi nominati, e dopo essere state dispensate per suo sovrano comando elemosine, e donativi diversi. Monsignor vescovo seguì il Pontefice sino ai confini della diocesi, e il prelato delegato sino a quelli della provincia.
Civita Castellana, capo luogo di governo, ha per appodiato il castello di Borghetto, ov'è la stazione postale in prossimità del Tevere, e del celebre Ponte Felice, così chiamato dal nome di Sisto V, che lo costrusse, e che avea innanzi il pontificato. Sono ad essa soggette le comuni di Nepi, di Castel s. Elia, di Stabbia e di Calcata. Alcune donne de' popolani mantengono l'antico e curioso costume , d' altronde molto modesto, d'indossare due gonnelle, ed una ne alzano da tergo per cuoprire il capo, uso che si vede seguito nel circondario campestre di Monte Fiascone. Tuttavia in Civita Castellana tale costume va ogni giorno più perdendosi, seguendo il vestire comune.
Non dobbiamo passare sotto silenzio, che questa città sempre fedelissima e divota alla santa Sede, fu patria di personaggi ragguardevoli per pietà e dottrina, non che di cinque vescovi, di un nunzio apostolico spedito nella Ungheria, di un maestro della Cappella Pontificia, di un bibliotecario del sovrano di Modena, e di altri rispettabili individui. Essendo confusi il patriziato e la cittadinanza (i quali stati sono antichissimi), il regnante Papa nel 1837 richiamò dall'obblio il patriziato, e permise che si procedesse alla opportuna riforma, e distinzione dei ceti, sulle norme del moto proprio di Leone XII, emanato nel 1827.
Ad ulteriore lode di Civita Castellana aggiungeremo, che nella fatale epoca del 1831, essendosi la rivoluzione estesa sino ai confini del suo territorio, la città, ad onta degli sforzi dei ribelli, si mantenne costante nella sua fede, e rivolse incessanti preghiere a Dio, acciocchè ripristinasse l'ordine e la quiete ai pontificii domini. In tal congiuntura molti volontari con entusiasmo partirono per andare a difendere la santa causa, ed in altri punti dello stato ove si presentarono ai ribelli resistettero con quel coraggio, che non manca a chi combatte sotto il vessillo della religione e del legittimo sovrano, massime del soave dominio della sede Apostolica.
La fede fu predicata in questi dintorni, nel pontificato di s. Lino, immediato successore di s. Pietro, come narra l'Ughelli Italia sagra t. I, p. 596. Superiormente abbiamo detto che la sua sede vescovile ebbe origine nel secolo decimo, e che nei primi del secolo decimoprimo, le fu unita quella di Faleria Junìona. Quindi nel secolo decimoquarto venne unita a Civita Castellana la sede episcopale di Gallese (Vedi), e poscia nel 1437 il vescovato di Orta (Vedi), unione che tuttora dura, colla diretta soggezione alla sede Apostolica. Commanville aggiunge, che furono unite alla sede di Civita Castellana quella di Aquae Vivae, le cui rovine sono nel luogo detto la Fontana di Acquaviva, e di Valentinum, Castrum Valentinum, ambedue erette sino dal quinto secolo.
La cattedrale era prima a cinque navate, di antica architettura: ora lo è a tre, dopochè il ven. Giovanni Francesco Tenderini, fatto vescovo di Civita Castellana da Clemente XI, la riedificò nel 1717. Rimarchevole è l'antico mosaico, che ne decora il pavimento. E’ dedicata quella cattedrale all'Annunziazione della b. Vergine, e vi si venerano le sagre spoglie di s. Marciano illustre personaggio, e di s. Giovanni suo figliuolo, al quale, per l'intercessione de' ss. Abbondio ed Abbondanzio, Dio rese la vita. Tutti e quattro que'santi nella persecuzione di Diocleziano, verso l'anno 303 a'16 settembre, patirono.il martirio; i due primi sono i patroni della città. L' invenzione de' loro corpi avvenne dopo il corso di sette secoli, nella notte stessa della loro passione, sulla falda del monte Soratte, ove la pia ed illustre matrona Teodora avea dato loro la sepoltura. Subito se ne fece la traslazione nell' anno 997, ovvero 998.
Il capitolo della cattedrale si compone della dignità dell' arciprete, di diciotto canonici, compresi il penitenziere e il teologo, oltre altri ecclesiastici addetti al servigio divino. La cura annessa alla cattedrale è amministrata da un vicario curato perpetuo. Vi sono nella città due altre parrocchie, i cappuccini e un monistero di monache, oltre il seminario con alunni, alcune confraternite, l'ospedale, e il monte di pietà, non che l'orfanotrofio. L'ospedale fu largamente beneficato da un legato fattogli dalla pia defonta marchesa Orsola Androsilla. Il detto orfanotrofio è di recente erezione, ed è fondato coll'eredità de'benemeriti fratelli d. Onorato e Tommaso Stefani della diocesi. Il seminario fu riaperto sotto gli auspici dell'ottimo vescovo attuale sullodato, le cui sollecite cure furono coadiuvate dai mezzi forniti dal comune.
La mensa vescovile ad ogni nuovo pastore, nella cancelleria apostolica, è tassata in fiorini novanta. La diocesi è ampla. V. Bonaventura Theuli, Apparato mìnoritico della provincia di Roma, del convento di s. Francesco di Civita Castellana. Egidio da Cesarò, L’ effimeri per il martirio de' ss. Marciano e Giovanni, con un parere del vero sito dell’ antico Veio, Venezia 1678. Abbiamo poi dal p. Marroni: Ragionamento con cui si dimostra, che la sede vescovile della città di Orta non può pretendere superiorità di precedenza sopra la sede vescovile di Civita Castellana per ragione di maggiore antichità, Roma 1759; Ragionamento secondo in cui si risponde alle ragioni proposte dal. p. M. Mamachi in favore della cattedra vescovile di Orta, contro la cattedra vescovile di Civita Castellana nel libro de Hortani episcopatus antiquitate, e nell’altro adversus auctorem, ete. Romae 1759; Ragionamento terzo, e lettere due dell'autore de' Ragionamenti, cioè del p. Marroni. Sembra che i dotti dieno la preferenza alle ragioni addotte dal p. M. Mamachi, come osserva il Rangiaschi.
Sulle diverse opinioni poi se Civita Castellana sia Veio o Fescennia, oltre quanto di sopra abbiamo detto, si possono consultare i seguenti autori: Francesco Scotto, Itinerario d'Italia, di Civita Castellana, detta Fcscennia p. 280; Petrus Cursius, Poema de Civita Castellana, Faliscorum non Veientium oppido, Romae 1589; Franciscus Mariani, de antiquis Veiis, et Veiente colonia contra Cluverium, Holstenium, aliosque. Ext. nel Gior. de' Letterati di Roma dell'anno 1759; Domenico Mazzocchi, Lettera ed apologia del difensor di Veio, dove si riprovano molte opposizioni fattegli dall’ investigatore dello stesso Veio, Roma 1653; Supplemento a Civita Castellana circa la sua distanza da Roma, Discorso al quale si è aggiunto il Sintagma di Giuseppe Castiglione in difesa di Veio, Roma 1663; Veio difeso, Discorso in cui si mostra l'antico Veio essere oggi Civita Castellana, Roma 1696; Famiano Nardini, il quale scrisse contro la lettera del Mazzocchi; L'antico Veio investigato dal sito di quella città, Roma 1647. Gio. Domenico Perazzi fece la risposta alla lettera del Mazzocchi, coll'opera: La scoperta, Apologia in difesa dell’antico Veio dì Famiano Nardini, Ronciglione 1654; Carlo Zanchi, il Veio illustrato, ove si dimostra il vero sito di quella città, un dì capo e frontiera di tutta la Toscana, Roma 1758. Da ultimo il canonico Francesco Morelli eruditamente compose una Dissertazione, nella quale stabilì per ipotesi, che Civita Castellana sia l'antico Veio, e la pubblicò nel 1825 colle stampe in Terni.
Sull'opera di d. Eugenio Sarzana, dedicata a Pio VI, della capitale de' Tuscaniensi, ec., Montefiascone stamperia del seminario 1783, fra gli altri ebbe ad esternare favorevole giudizio il teologo della cattedrale di Montefiascone, lettore di dommatica nello stesso seminario e collegio, e prefetto degli studi, cioè il can. Carlo Fiorelli a pag. 41. Ivi si legge quindi, che i cittadini di Montefiascone si pregiano di essere Etrusci d' origine, di stare nello stesso agro particolare etrusco, e che la loro città sia la Rocca di Corito padre di Dardano. Nè mai ignorarono, soggiunge, che i Falisci erano una colonia degli Argivi, e che i savi cittadini di Montefiascone non si appropriarono mai i vescovi dell'antica Faleria. Tuttavolta non si deve tacere che in Montefiascone stesso, e nell'anno 1788, fu pubblicata l'opera postuma del dottore Francesco Maria Pieri patrizio Falisco, e dedicata al vescovo Cardinale Giuseppe Garampi, che porta per titolo: La situazione Trasciminia degli antichi Falisci, e della loro metropoli Falerio. Non ha guari, e nel 184l, dalla tipografia del seminario suddetto, fu dato alla luce il Commentario sulla città e chiesa dì Montefiascone, ove nella terza Annotazione a pag. 79 si tratta degli autori e delle opinioni sulla situazione cisciminia, o transciminia dei Falisci.

NOTIZIE SULL’AUTORE DEL DIZIONARIO
Gaetano Moroni Romano, eruditissimo, fu in origine barbiere e poi primo cameriere e confidente del Papa Gregorio XVI.
La sua Storia della Chiesa si compone di 120 volumi per più di 3.000 pagine.



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