domenica 8 novembre 2009

Paola Rossi, Civita Castellana e le chiese medioevali del suo territorio



 Roma, Edizioni Rari Nantes, 1986
[Estratto]

Il Duomo

Il duomo conclude l’antico nucleo urbano medioevale all’estremità ovest del pianoro tufaceo su cui sorge l’abitato, in prossimità della via di collegamento con Falerii Novi e, di seguito, con Nepi.
E’ situato all’interno del primo dei quattro rioni in cui era divisa la città “…chiamato Massa, perché quivi si congregavano li Cittadini; comincia dal Capo della Città, e s’estende per dritto filo da ogni lato alle Case de Gaij. Il secondo, il quale ministrando già agl’Animali brutti erbosi pascoli, diede il nome di Prato al Rione, et alla Piazza sotto la quale sono antichissime, e fortissime volte, comprende le Case delli Eredi di Marco Fontibasso, e si termina per dritta linea da ogni parte alle Case dell’Eredi di Antonio Ciani. Il terzo nominato di mezzo, perché è nell’umbellico della Città, contiene la Casa di Placido Florenzolo, continuando per quadrangolo sino alla Casa di Lorenzo Rossi. Il quarto, et ultimo detto di Posterula, come la Porta, pigliando dalle Case di Gio: Angelo, et Oratio Vellula, e di Sebastiano Albanese inchiude il resto della Città. E questi Rioni furono partiti in Contrade, come Piazzarella, Castelletto, le Rote e Panico”[1] .
Questa divisione della città risale chiaramente a un’epoca relativamente moderna, compresa tra il 1447 ca., anno in cui “Roderico Borgia Governatore perpetuo di Civita favorisce la Città”, dotandola appunto di mura con due porte, e il 1560 ca., momento in cui scrive Francesco Pechinoli la sua cronaca, nella quale appunto tratta dei quattro rioni e di ben quattro porte di accesso al paese: “… da capo, da piè, Lanciana, e Posterula …”[2].
La città sorge sul luogo di un antichissimo insediamento etrusco: la Faleria capitale dei Falisci, assoggettata a Roma nel 363 da Furio Camillo[3] e distrutta, a seguito delle continue ribellioni, nel 512 dai Romani che obbligarono gli abitanti ad abbandonare il sito e a costruire la nuova città, Falerii Novi, in pianura[4]. In seguito alle invasioni barbariche venne però lasciata anche la pianura per tornare in posizione elevata, sul pianoro etrusco, in prossimità dell’attuale Santa Maria dell’Arco[5].
L’esistenza di una sede episcopale a Civita Castellana è documentata già dal IX secolo in una lapide dell’871, dalla quale si rileva la presenza nella città di un vescovo Leone[6]. Se la tradizione vuole che il primitivo edificio, avente funzioni di cattedrale, si identifichi con Santa Maria dell’Arco e non con il duomo attuale[7], l’esistenza però di una chiesa, riferibile all’VIII-IX secolo e costruita in prossimità del sito dove sorge la cattedrale, è sicuramente documentata da alcune lastre marmoree altomedioevali, murate all’interno del portico e riutilizzate nella cripta[8].
Nel 1063 viene riportata la notizia della distruzione della città, avvenuta a opera dei Normanni[9]; a questa seguì nel XII secolo un altro periodo ancora più travagliato per Civita, che vide la lotta tra papi e antipapi, che soggiornarono anche nella città[10] e che potrebbero aver favorito la ricostruzione della cattedrale, fortemente danneggiata da queste guerre. L’ipotesi viene indirettamente confermata dalla serie dei vescovi di Civita che, ininterrotta dal 998, termina in questo periodo per poi riprendere, con una certa continuità, alla fine del XII secolo, quando nel 1179 a un concilio indetto da Alessandro III, compare nuovamente un vescovo di Civita, Pietro[11],  che interviene anche alla consacrazione di Santa Maria di Falleri del 1183, lasciando prova di ciò in un altare dell’abbazia[12].
Attualmente il duomo è ad un’unica nave con cappelle laterali comunicanti tra loro e due navi trasverse, la prima delle quali è stata realizzata sopraelevando la parte terminale delle primitive navate, ma è chiaro che questa sistemazione, di certo non originaria, è conseguente ad un radicale intervento di restauro che nel 1736-40 ha trasformato il primitivo impianto planimetrico a tre navate con transetto, caratterizzato internamente dall’alternanza di colonne e pilastri.
La precedente icnografia si rileva da una Visita Pastorale del 1738 di monsignor Tenderini, fautore della ristrutturazione. Tale visita, riportata dal Cardinali, descrive così l’edificio: “L’interno della chiesa era a tre navate di cui quella di mezzo, la maggiore, formata da sedici colonne, otto per parte, così disposte: due colonne e un pilastro, poi tre colonne e un pilastro ed altre tre colonne e un pilastro. Le colonne, disuguali, avevano capitelli rozzi ed erano sormontate da archi differenti, sopra ai quali correva un cornicione o fregio di peperino, alto circa un palmo, sporgente in fuori … Il presbiterio, sollevato dal piano della nave di mezzo, m. 2,13, era chiuso da una balaustra di marmo e vi si accedeva per due scale laterali … Le finestre, aperte vicino al tetto, alte e strette, erano n. 13, le quali davano poca luce. Il presbiterio era illuminato da una finestra rettangolare con sesto semicircolare, e ai lati da due altri occhialoni…” [13].
Alla descrizione del Cardinali possono poi essere aggregate notizie più marginali, rilevabili dalla Visita ad limina del 1724, concernenti il numero di colonne che scandivano la cripta[14] o la collocazione, all’interno dell’edificio, dei due plutei situati attualmente nella sacrestia vecchia[15] (15).
La tipologia della costruzione originaria, che scaturisce da questa documentazione, si rivela in ogni caso sostanzialmente attendibile se messa in relazione con le parti della fabbrica antica, ancora riscontrabili sulla moderna. Se infatti le trasformazioni subìte dall’edificio non permettono di identificare all’interno l’originaria planimetria, questa è più facilmente rilevabile all’esterno dove, isolando i corpi aggiunti, resta ben visibile il primitivo andamento a tre navate con i lati perimetrali caratterizzati da una muratura in blocchetti di tufo, legati insieme da sottili letti di malta. Questo tipo di cortina è chiaramente riconoscibile solo nelle absidi e su una parte del fianco meridionale dove sono ancora visibili, anche se murate, tre finestre ad arco, facilmente individuabili con le primitive aperture già segnalate dal Cardinali[16].
Notevoli difficoltà d’analisi presenta, al contrario, il transetto che non permette ipotesi di sorta, avendo la parete orientale probabilmente riedificata in quanto munita di ampie finestre moderne che documentano in ogni caso un intervento su questo fianco. Supponendo che esse abbiano preso il posto delle primitive, si dovrebbe presupporre l’innesto del transetto con le navate ad un livello così basso da realizzare una lievissima variazione altimetrica tra la navata centrale e le navatelle. Non essendo possibile questa soluzione, è ipotizzabile che le aperture siano state praticate durante una riedificazione del lato orientale del transetto che avrebbe potuto così subìre alcune modifiche, tali da non permettere, allo stato attuale, ipotesi di sorta sulla sua tipologia.
Si può quindi solamente azzardare l’ipotesi – seguendo la tesi della Raspi Serra[17]  – che il transetto del duomo fosse tipologicamente affine a quello del vicino San Gregorio che si erge al di sopra delle navate, presentando appunto le finestre sul lato orientale[18]. La conferma a questa ipotesi potrebbe poi essere individuata sia nella notizia riportata dal Cardinali, che voleva il presbiterio rialzato di m. 2,13 rispetto al piano delle navate[19], sia in quella asserzione che vuole la chiesa sopraelevata durante il restauro settecentesco[20]. Da ciò potrebbe derivare quella logica conformazione del transetto, ma – va ripetuto – la possibile riedificazione del lato orientale lascia tutte le supposizioni nel campo del probabile.
Sul lato occidentale si aprono le tre absidi, coronate da una serie di archetti a tutto sesto che, racchiudendo diverse raffigurazioni floreali, zoomorfe e antropomorfe, realizzano un tipo di decorazione assimilato dal settentrione, ma riproposto durante il XII secolo in vari centri della Toscana, dell’Abruzzo e dello stesso Lazio[21].
L’abside centrale viene qualificata da un andamento planimetrico semicircolare all’interno, mentre esternamente è caratterizzata da una configurazione poligonale, realizzata con cinque setti murari raccordati tra loro da lesene a tutta altezza alle quali sono addossate semicolonne con capitelli fogliacei.
La particolarità decorativa di quest’abside non è un’innovazione imputabile ai costruttori del duomo, in quanto le lesene e le semicolonne, abbinate al coronamento ad archetti, ma impostate su absidi semicircolari, realizzano un motivo molto diffuso nel Lazio lungo tutto l’arco del XII secolo[22]. Anche la fusione dell’elemento decorativo con la particolare icnografia di questa abside, realizzata a Civita raccordando i setti murari con quegli elementi salenti, viene qui riproposta dopo essere già stata adottata, qualche anno prima, a Santa Maria di Falleri e più o meno contemporaneamente a Corneto in Santa Maria di Castello[23].
Se quindi già l’analisi stilistica pone le absidi di Civita come fase conclusiva di un processo decorativo-planimetrico, mediato da Corneto, ma nato con Falleri, i rapporti e soprattutto la dipendenza del duomo dalla vicina abbazia vengono suffragati dalla storia che lega saldamente questi due edifici.
L’anteriorità della chiesa di Falleri rispetto a quella del duomo viene infatti confermata anche dall’esame del portale cosmatesco che ne decora la fronte e che fu eseguito dagli stessi artisti che lavorarono a quello centrale di Civita, dove Jacopo, che a Falleri figurava solamente come figlio di Lorenzo, è qui citato, alla stregua di questi, come magister doctissimus[24]. Si può perciò supporre che Jacopo, ancora giovane e quindi allievo del padre a Santa Maria, ne sia divenuto, ormai adulto, il collaboratore nel duomo[25].
A conferma della maggior età raggiunta da Jacopo nella fabbrica di Civita e quindi della posteriorità del portale di questa rispetto a quello dell’abbazia, si può portare la firma del solo Jacopo apposta sul portale destro del duomo[26]. Ciò lascia supporre che, ormai morto Lorenzo, Jacopo abbia continuato da solo il lavoro per poi finirlo con il portico insieme al figlio Cosma.
Con i due portali si parla chiaramente della fine dei lavori delle due fabbriche. Quella di Falleri era infatti già in stato avanzato nel 1183. Ciò si rilevava da un’epigrafe, relativa alla consacrazione di un altare[27], nella quale veniva menzionato un vescovo di Civita, assente fin dal X secolo per le lotte che travagliarono la città[28] e che, danneggiando la cattedrale, ne obbligarono probabilmente la ricostruzione, cominciata intorno a quegli anni, chiaramente dalle absidi.
Sul lato meridionale del duomo di Civita si erge il campanile parzialmente inglobato nella muratura della chiesa, di cui occupa parte della seconda cappella sinistra. Anch’esso subì gravi manomissioni, soprattutto dal punto di vista statico, durante il rifacimento settecentesco. Nella vita di monsignor Tenderini del 1750 si specifica infatti che essendosi “…accesa un’ostinata controversia tra gli Ecclesiastici del Capitolo, e quei Cittadini, volendo i primi, che si gettasse a terra l’antico campanile, che guastava la simmetria del nuovo disegno, e nol consentendo gli altri, per esser troppo dispendioso l’alzarne un nuovo. Non sapeva il Prelato a che espediente appigliarsi, per mantenere insieme la pace, e proseguire la fabbrica. Interrogò finalmente il Signor Gaetano Fabrizi Architetto, se riuscirebbe lo spartire il campanile, sicché se ne diroccasse una parte, e l’altra rimanesse in piedi, senza cagionare intoppo alla Cappella della Chiesa? Rispose egli di sì, purchè con un grande arco, che non apparirebbe, si desse sostegno alla parte intera … questo temperamento, … si eseguì …”[29]. E’ chiaro che a seguito di questo intervento la torre campanaria subì grossi danni che portarono evidentemente al crollo degli ultimi due piani, ricostruiti durante il restauro del 1960[30]. E’ edificata in laterizi e ha la base scandita da due cornici sovrapposte a denti di sega che, nei piani superiori, si arricchiscono con l’inserzione di beccatelli marmorei, realizzando così un tipo di cornicione divisionale il cui diretto antecedente è ravvisabile a Rignano, nel campanile dei SS. Abbondio e Abbondanzio, dove però le due cornici sono ancora distanziate da più corsi di mattoni.
La membratura orizzontale che scandisce invece la base del campanile del duomo è direttamente rapportabile a quella che si riscontra a Faleria nel San Giuliano e a Roma in San Lorenzo fuori le mura. Quest’ultimo presenta anche, in comune con quello di Civita, lo stesso tipo di bifore a pilastro e gli stessi cornicioni marcapiani che però si arricchiscono di beccatelli marmorei solamente nell’elemento divisorio tra la base e i piani superiori e al culmine del tetto[31]. Le strette analogie permettono di collocare i due campanili in periodi costruttivi molto prossimi tra loro. Se per la torre romana si discute per il suo inserimento tra i lavori eseguiti alla chiesa da Clemente III (1187-1196), o tra quelli di Onorio III (1216-1227)[32], la presenza a Civita della data del 1210, legata al completamento del portico e quindi dell’intera fabbrica, permette di ipotizzare una fase cronologica precedente all’opera cosmatesca e individuabile negli ultimi anni del XII secolo o al massimo nei primissimi del XIII.
All’interno il duomo conserva ancora, dell’edificio primitivo, la pavimentazione[33], alcune sculture reimpiegate come suppellettili e la cripta, che è suddivisa in nove navate e mantiene sostanzialmente l’assetto originario se si esclude l’ingombro dovuto ai piloni di sostegno che si resero necessari quando nel 1736-1740 fu trasformato il soprastante presbiterio. L’intervento portò anche alla costruzione di una scala a tenaglia che veniva a sostituire i primitivi accessi situati nella seconda e nell’ottava navata. Quest’ultimo passaggio, anche se murato, è ancora visibile.
La cripta del duomo è quindi collocabile all’interno della cosiddetta planimetria ad oratorium che caratterizza altri edifici della zona e in particolare il duomo di Sutri del 1170 ca.[34] e quello di Nepi, databile tra il 1145 e il 1180[35]. Dal confronto scaturisce anche per la cripta di Civita Castellana un periodo cronologico individuabile negli ultimi anni del XII secolo e comprovato dai pochi capitelli in peperino[36] che si possono supporre scolpiti appositamente, perché su una tipologia abbastanza comune s’innesta un tipo di decorazione a foglie con bordi dentati e nervature accentuate, vicino ad un capitello dell’antico altare smembrato nella chiesa di Santa Vittoria a Monteleone Sabino. Questo, databile al 1156 ca.[37], pur presentando un rilievo più marcato, rivela nel disegno affinità tali con quelli di Civita Castellana da permettere di ipotizzare anche per questi ultimi una datazione alla seconda metà o alla fine del XII secolo.
Una costruzione quindi, quella del duomo di Civita Castellana, voluta probabilmente dal vescovo Pietro, che aveva consacrato nel 1183 gli altari a Falleri, e iniziata dalle absidi che costituiscono il punto di sintesi dell’iter decorativo Falleri – Corneto – Civita.
La fabbrica viene poi continuata con la cripta e con le navate, per le quali va rilevato il particolare, indicato dal Cardinali, del “cornicione o fregio di peperino, alto circa un palmo, sporgente in fuori”, situato internamente al di sopra delle arcate[38] e che colloca il corpo longitudinale del duomo di Civita in un momento cronologico individuabile intorno all’ultimo decennio per le indubbie assonanze che lo legano al San Lorenzo di Viterbo, dove è presente lo stesso motivo[39]. A questo periodo costruttivo seguirà subito dopo l’erezione del campanile e l’edificazione del portico, che pone fine ai lavori nel 1210.


Chiesa di San Gregorio

La chiesa di San Gregorio a Civita Castellana è situata in una piazzetta poco discosta dal duomo, collocabile all’interno del terzo degli antichi rioni in cui fu diviso l’abitato “…nominato di mezzo, perché è nell’umbellico della Città”[40].
Nella raccolta delle decime figurano due chiese dedicate a San Gregorio; nella prima relativa agli anni 1295-98, compare un presbiterio Blasio S. Gregorii de Massa, mentre nella seconda, degli anni 1333-1335, un Pietro clerico ecclesie S. Gregorii de Turribus[41] . Ambedue gli edifici compariranno poi nei documenti successivi. Nel manoscritto del Pechinoli del 1560 ca., nell’elenco relativo alle parrocchie, viene specificato “… di S. Gregorio, dui, uno da Capo, che si congnominava dalle Torri per le Torri, che all’ora vi erano; l’altro in mezzo della Città, che oggi si dice di Corte”[42]. Con queste specificazioni si continuano a rilevare ambedue gli edifici anche nella Visita Apostolica del 1571, dove eccl(esi)am parrochialem divi Gregorij d(ic)ta(m) dacastro e S.ti Gregorij de Corte risultano ancora parrocchiali[43], come anche in quella ad limina del 1610, dove però la dicitura dacastro viene sostituita da a capite [44]. Nel 1709 si parla di sopprimere la parrocchia di San Gregorio Taumaturgo, che già nel 1724 risulta unita alla cattedrale, e nel 1729 viene specificato nella visita di monsignor Tenderini che è proxima al duomo[45]; si tratta quindi di quella situata nella piazzetta di San Gregorio che già dal 1830, alla morte del parroco, verrà sospesa come parrocchia perché bisognosa di restauri[46].
Concludendo, si vuole qui precisare come la chiesa attuale di San Gregorio sia quella che viene citata nelle decime del 1295 come san Gregorio de Massa, puntualizzando che questo le deriva dal primo titolo medioevale del paese[47] che poi rimarrà circoscritto solamente al primo rione, quello “…chiamato Massa, perché quivi si congregavano li Cittadini; comincia dal capo della Città, e s’estende per dritto filo da ogni lato alle Case de Gaij”[48].
L’edificio, a tre navate con transetto e tre piccole absidi, rivela un restauro di grosse proporzioni che, rispettando la primitiva conformazione, ha interessato le murature della facciata, del lato perimetrale settentrionale, degli alzati della navata centrale e di una parte del lato meridionale in prossimità dello spigolo di facciata[49]. Questo intervento è facilmente leggibile nel tipo di muratura a blocchetti di tufo in colore giallastro, molto regolari e in ottimo stato, che contrastano notevolmente con la muratura visibile sul resto dell’edificio, dove i tufelli, anche qui molto regolari, si presentano però notevolmente più scuri e danneggiati.
Sulla facciata tripartita si aprono un semplice portale, sormontato da un oculo, e tre finestrelle ad arco, uguali a quelle che si ritrovano anche sugli alzati delle navate.
La chiesa ha il transetto che, se planimetricamente viene evidenziato dall’allineamento delle navate solamente per la presenza di due lesene che lo delimitano, negli alzati si diffrenzia dal resto della fabbrica per la sua notevole elevazione che ha permesso anche l’apertura di due finestre ad arco, situate sul muro orientale, al di sopra della copertura della navata centrale. Sul lato occidentale del transetto si snodano le tre absidi, in tutto simili a quelle del vicino duomo, di cui viene qui riproposta anche la particolarità planimetrica. La centrale, di dimensioni maggiori delle laterali, presenta esternamente una configurazione poligonale, realizzata con cinque setti murari, raccordati tra loro da lesene a tutta altezza, alle quali sono addossate semicolonne complete di basi e capitelli con decorazione fogliacea, ora in gran parte caduta. Gli estremi dell’abside sono sottolineati da una larga lesena uguale a quelle che marcano anche gli angoli delle absidiole. Su queste ultime e sulle parti laterali dell’abside centrale si aprono finestre ad arco, mentre al centro della maggiore è visibile un oculo marmoreo quadrilobato, analogo a quello riscontrabile in Santa Maria di Falleri, dove la parte absidale è databile ante 1179[50].
Il campanile, situato all’innesto del transetto sulle navate, pur avendo la base completamente inglobata nella chiesa, si appoggia solo parzialmente ai muri, essendo provvisto di piloni indipendenti che occupano la quarta campata della navata sinistra dell’edificio, fungendo da supporto alla volta a crociera che copre la base. Questi sostegni, non coincidendo con il posizionamento delle colonne e dei pilastri divisori delle navate, lasciano ipotizzare per l’impianto planimetrico del campanile una possibile fase costruttiva immediatamente precedente al resto dell’edificio e non estendibile al suo alzato, la cui cortina risulta al contrario perfettamente uniforme al resto della costruzione e tale quindi da permettere di escludere a priori la preesistenza della torre rispetto alla chiesa. Superiormente il campanile è scandito da un ordine di monofore, a cui se ne sovrappone un altro di bifore, sorrette da colonnine in marmo con capitelli a stampella e presenta i marcapiani realizzati con una semplice cornice in tufo, aggettante e leggermente modanata, uguale a quella che, raddoppiata, conclude gli alzati della stessa torre del transetto e della facciata, sormontando una serie di archetti.
Per questo campanile sembra ovvio il rimando a quello del San Sisto di Viterbo (1133 ca.)[51]. Il posizionamento all’interno dell’edificio, speculare rispetto a quello di Civita e soprattutto l’analoga tipologia denunciano però nel San Sisto una maestranza più altamente specializzata – indizio di un momento cronologico precedente[52] – nel perfetto inserimento del campanile all’interno della campata e di conseguenza nell’utilizzazione delle ultime due colonne verso il presbiterio come piloni di sostegno alla torre.
All’interno l’edificio di San Gregorio, a tre navate, è caratterizzato dall’alternanza di colonne e pilastri quadrangolari, realizzati in tufo, che, tramite una semplice lastra d’imposta molto rovinata, sorreggono una teoria di archi a tutto sesto. La muratura soprastante è per circa metà altezza originaria, anche se ripresa durante i restauri, e presenta tra il secondo e il terzo arco della navatella sinistra un affresco databile al quattrocento[53]. Il raccordo tra le navate e il transetto è realizzato con pilastri cruciformi che sorreggono archi a tutto sesto; fra questi gli archi trasversi, che separano le navi dalla zona presbiterale, sono notevolmente più bassi degli archi che seguono l’allineamento delle colonne. Si viene così a delineare nel San Gregorio un transetto del tipo “continuo”[54], ma riadattato ad un lessico strettamente locale.
Se la caratteristica generale di questo tipo di transetto è nel realizzare uno spazio “continuo” con l’assoluta assenza di scansioni interne, nel San Gregorio si raggiunge il medesimo effetto nonostante la presenza dei due arconidiaframma che, proprio perché altissimi, non frazionano lo spazio. Si ottiene così un tipo che, se si avvicina al partito romano[55] per l’allineamento con le navate e per l’idea di spazio in esso contenuta, se ne differenzia però nella soluzione adottata per creare una continuità tra il transetto e il corpo delle navate. A Roma la corrispondenza viene risolta adottando la medesima elevazione per le due parti, mentre a Civita si raggiunge lo stesso effetto nonostante la forte elevazione del transetto sul corpo delle navate. Se l’evidenziazione in altezza del transetto del San Gregorio, forse derivatagli dal San Sisto di Viterbo[56], poteva presupporre due spazi contrapposti, la continuità viene invece realizzata dalla rispondenza delle navate con le tre absidi e dagli arconi diaframma che, senza interrompere lo spazio del transetto, continuano in esso la teoria degli archi che scandiscono le navate.
Se non è possibile affermare che la soluzione adottata per il transetto del San Gregorio fosse simile a quella realizzata nel duomo[57], si possono però notare le indubbie affinità che legano le due fabbriche. Queste presentano lo stesso tipo di muratura a tufelli, una scansione interna pilastro-colonna con una alternanza però diversa nei due edifici[58]; ma soprattutto hanno le absidi caratterizzate dalle stesse particolarità decorative e planimetriche che, già messe in relazione con altri edifici della zona e soprattutto con Santa Maria di Falleri[59], permettono di ipotizzare anche per il San Gregorio una datazione compresa tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo. Tale epoca è comprovata poi dal campanile e dal tipo di transetto i cui diretti antecedenti sono ravvisabili nel San Sisto di Viterbo, la cui cronologia (prima fase: 1133 ca., seconda fase: seconda metà XII sec.) funge da termine ante quem per la chiesa di Civita Castellana.


Chiesa di Santa Maria dell’Arco

La chiesa, preceduta da un atrio ora adibito a giardino, presenta il lato meridionale prospiciente l’importante asse viario est-ovest che collega la città alla via Flaminia, mentre il lato settentrionale è in parte unito all’attuale convento di clausura.
Questa collocazione topografica non è, chiaramente, l’antica, in quanto proprio la strada che unisce il centro alla via Flaminia costituisce la soluzione moderna ad un problema secolare, dal momento che Civita, per le alte rupi che la circondano, era quasi inattaccabile, di conseguenza, di difficile accesso[60].
La via più praticabile era il versante nord del colle da dove con minore o maggiore difficoltà, a seconda dei punti, era possibile la discesa alla valle sottostante, in seguito resa estremamente facile con la costruzione del ponte Clementino[61].
Una di queste vie, sul lato settentrionale del colle, è stata rintracciata proprio dietro la chiesa di Santa Maria dell’Arco, prendendo l’avvio – più precisamente – dal giardino del convento. Si tratta di un ripido viottolo che conduceva poco più in basso ad una porta tagliata nella roccia che attualmente non è più accessibile dal fondo valle, ma che in passato doveva essere di collegamento ai templi e da lì, lungo la valle, alla strada che, scendendo dalla città lungo la riva destra del rio Maggiore, passava anch’essa attraverso i templi fino al fosso dei Cappuccini dove era possibile l’attraversamento del rio Maggiore[62].
Santa Maria dell’Arco è, secondo la tradizione, l’edificio religioso più antico situato sul pianoro dove le popolazioni di Falerii Novi e del territorio vicino si trasferirono per poter meglio resistere alle incursioni barbariche, fondando il nucleo primitivo di Civita Castellana[63], già denominata nel 727, Massa Castellana per il gran numero di castelli che conteneva[64] ed elevata al rango di città nel 998 da Gregorio V[65].
Il pianoro e le vicine alture di Vignale e Celle, su cui quasi sicuramente si estendeva la Falerii Veteres, non erano comunque stati abbandonati del tutto con la sconfitta dei Falisci da parte dei Romani e di conseguenza con la fondazione di Falerii Novi, restando vivo il culto primitivo testimoniato dai vari templi esistenti[66].
Con la diffusione del Cristianesimo le chiese rupestri si localizzano quindi a nord-est, in prossimità del luogo dove sorgeva la porta Falisca, punto di collegamento tra la via Falisco-Latina  l’itinerario verso i templi[67]. Si tratta di Sant’Ippolito, vicino alla porta suddetta, di San Cesareo e di San Selmo sulle pendici a nord[68]. E proprio ad est, lungo la direttrice che conduce alla porta Falisca e a non molta distanza da questa, si colloca Santa Maria dell’Arco, espressione delle esigenze religiose del primitivo nucleo abitativo consolidatosi nei pressi della porta, in località Scasato, dove già esisteva un importante tempio dedicato ad Apollo.
Lo stesso Pechinoli asserisce: “Si abitava in quel tempo nella parte inferiore della Città, dove la Chiesa dell’Arco, detta così dall’Arco, il quale si passava entrando in Chiesa, serviva per Catedrale …”[69]. Non solo quindi nel documento viene confermato l’insediamento del primo nucleo abitativo ad est della città, ma viene anche specificato “… la Chiesa dell’Arco … serviva per Catedrale …”.
Questa Massa Castellana fu sede episcopale già nel IX secolo, come viene documentato dalla lapide dell’871 – già segnalata – che riporta alcune donazioni fatte dal vescovo Leone alla Vergine Maria, non specificando la città relativa all’elargizione, ma elencando solamente una serie di fondi, alcuni dei quali però sono ancora individuabili nel territorio adiacente a Civita: “Fund Terrani … Nucitu qui ponitur in Falari”[70]. Da ciò si può supporre che la chiesa che riceveva la donazione da parte di Leone fosse situata in questa città, mentre dalla presenza di un vescovo a Civita Castellana già nel IX secolo scaturisce la conferma dell’esistenza nello stesso momento di una cattedrale, che la tradizione vuole appunto identificare con Santa Maria dell’Arco.
Secondo alcuni storici Santa Maria dell’Arco ebbe una prima dedicazione a Sant’Andrea, in quanto su un portale inserito lungo il moderno muro perimetrale del giardino è visibile l’iscrizione: HANC QUA CERNIS BASILICAM. BEATI ANDREE EST CELLULAM[71]. E’ chiaro che questa ipotesi andrebbe a contraddire la tesi che vuole Santa Maria dell’Arco come prima cattedrale di Civita, perché nella famosa epigrafe dell’871 si specifica chiaramente che l’edificio, al quale il vescovo elargisce i doni era dedicato alla Madonna[72].
È quindi probabilmente per ovviare a questo inconveniente che è stata proposta una datazione dell’iscrizione all’VIII-IX secolo, precedente a quella di Leone[73], senza però tenere conto del fatto che l’epigrafe è apposta non su di un pezzo reimpiegato, bensì sul marmo che costituisce parte integrante del portale, sicuramente cosmatesco e perciò molto più tardo dell’VIII-IX secolo.
Se è possibile ipotizzare che la chiesa di Santa Maria dell’Arco abbia avuto, agli inizi del XIII secolo o anche più tardi, una dedicazione a questo Santo, è però altrettanto plausibile che il portale sia di altra provenienza e non si riferisca assolutamente a questo edificio, essendo inserito in un muro moderno che oltretutto non fa corpo con la chiesa[74].
Nel 1728 comunque l’edificio è sicuramente dedicato alla Vergine, in quanto nella raccolta di decime relativa agli anni 1274-1280 figura un Iohannes archipresbiter S. Marie de Arcu[75], e con lo stesso appellativo la chiesa viene citata anche nel 1375 tra i beni appartenenti a San Paolo de Urbe[76].
Nel 1571 alla chiesa figura già annesso un monasterium monaliu(m) S.tae Mariae gratiar(um) ordinis S.ti Francisci de observatia seu sanctae Clarae [77] [78]e nelle Visite ad limina del 1610, del 1613 e del 1617 è ancora inserita tra le chiese appartenenti ai religiosi con la specifica ord.s Carmelitar(um), mentre in quella del 1729, pur non comparendo più la distinzione tra le chiese secolari e quelle dei religiosi, viene detta Mense ecclesia S. Marie de Monte Carmelo de Turibus Episcopalis[79].
La facciata tripartita, costruita in tufi intonacati, è preceduta da un atrio, ora adibito a giardino, su cui si apriva il portale principale, attualmente murato, riferibile al XVI secolo, quando cioè la chiesa subì drastici restauri che interessarono anche le mura perimetrali e che portarono alla sostituzione o all’apertura dell’altro accesso alla chiesa, situato lungo il fianco meridionale[80].
All’interno la chiesa è scandita in tre navate da colonne di spoglio, le cui basi non sono più visibili perché sepolte sotto il nuovo pavimento in cotto, ad eccezione di quella della terza colonna a destra e della prima e della terza a sinistra. I fusti sono scanalati e i capitelli, in forme e stili diversi, sono sormontati da mensole marmoree a sostegno di una serie di archi a tutto sesto che si scaricano, sul muro di facciata e sulla parete absidale, su semicolonne di tufo, delle quali la prima della navata sinistra ha inserzioni di rocchi marmorei, mentre l’ultima, in prossimità dell’abside, ha la parte inferiore costituita da un cippo con iscrizione[81].
La navata centrale è coperta a capriate e presenta, al di sopra degli archi, una muratura a faccia vista, sulla quale sono visibili monofore murate a seguito dell’apertura di finestre più grandi, anch’esse probabilmente del XVI secolo. La stessa navata centrale si conclude in un’abside semicircolare mentre le laterali, coperte a crociera, hanno una terminazione rettilinea.
Se a seguito dei numerosi restauri non è più possibile riconoscere sul corpo della chiesa quelle che sono le murature originarie, diversa è la situazione del campanile, inglobato nell’angolo dell’edificio, in corrispondenza della prima campata della navatella sinistra, dalla quale vi si accede. E’ caratterizzato da tre diversi tipi di cortina. La parte alta, interamente in laterizi, scandita da bifore, poggia infatti su una base per nulla uniforme, caratterizzata nei primissimi filari da grossi massi tufacei – attualmente contraffortati in mattoni – ai quali si sovrappone una muratura nella quale si alternano irregolarmente tufelli, laterizi, marmi altomedioevali e pezzi classici[82] realizzando un tipo di opus mixtum confrontabile con quello che connota alcune parti murarie di altri edifici della zona, dove però il numero dei corsi in laterizio si interpone ai tufelli in modo più uniforme. I rimandi più ovvi per questo tipo di cortina sono infatti il Sant’Andrea in Flumine di Ponzano e l’abside dei SS. Abbondio e Abbondanzio, dal cui raffronto scaturisce anche per l’opus mixtum di Santa Maria dell’Arco un’analoga cronologia, individuabile nel corso del XII secolo[83].
Pur essendo infatti questo tipo di cortina usato comunemente anche nell’VIII-IX secolo, è possibile però escludere per quella di Civita una datazione precoce per la sua larga utilizzazione nella diocesi durante il XII secolo e soprattutto per la presenza a Santa Maria dell’Arco di quei pezzi marmorei altomedievali reimpiegati nella cortina. La datazione proposta però non è forse estendibile ai primissimi filari di questo basamento che, nei grossi massi tufacei, potrebbero indicare una precedente fase costruttiva.
La parte alta del campanile è in laterizi, scandita in tre piani di bifore che, in quello superiore, poggiano su colonnine marmoree sormontate da un capitello a stampella, mentre nei due piani inferiori – il primo dei quali murato – si scaricano su pilastrini in mattoni. Gli estradossi delle arcatelle sono accentuati da una sottile risega, raddoppiata sul lato meridionale e costituita da un filare di laterizi che continua poi parallelamente ai cornicioni divisionali.
Se puntuale risulta essere il rimando stilistico istituito dal Serafini tra il campanile di Santa Maria dell’Arco e quelli romani di Santa Maria in Cappella e di San Lorenzo de piscibus, decisamente meno convincente è invece la datazione alla prima metà dell’XI secolo proposta dallo stesso studioso per Civita[84].
La parte alta della torre di Santa Maria dell’Arco, collocandosi proprio tra quella di Santa Maria in Cappella, datata dallo stesso Serafini al 1090 ca.[85], e quella di San Lorenzo de piscibus, riferita sempre dallo studioso alla prima metà del XII secolo[86], si pone automaticamente nel XII secolo e più probabilmente nella seconda metà, se viene presa in considerazione la differenza muraria tra l’alzato e il basamento che fa ipotizzare, per i piani superiori, un momento successivo.
Più fasi costruttive quindi caratterizzano il campanile di Santa Maria dell’Arco, la prima delle quali, collocabile forse in periodo altomedioevale[87], potrebbe aver interessato solamente i primissimi filari in grossi tufi della torre, mentre la seconda, protrattasi lungamente nel XII secolo, ha riguardato dapprima il completamento della base del campanile, per poi continuare con l’erezione dei piani superiori.
In questo secondo momento costruttivo va forse inserito anche l’attuale edificio che, pur non permettendo un’accurata indagine per la sua riedificazione pressoché totale, presenta all’interno una lastra altomedioevale (IX sec. ca.)[88], utilizzata come imposta del primo arco della navatella destra. Essendo questa presumibilmente reimpiegata – in quanto decorata solo su uno dei lati e non combaciante perfettamente con il piedritto dell’arco – sembra escludere la sua contemporaneità con la chiesa[89] che, di conseguenza, può essere collocata in un momento successivo.


Chiesa di Santa Susanna

La chiesa con il convento di Santa Susanna è arroccata su una collina in prossimità della via Flaminia nel tratto che da Civita conduce a Borghetto.
Il complesso, isolato nella campagna, era situato anticamente lungo il tracciato di un importante asse viario che, diramandosi dalla Flaminia in prossimità del “muro del Peccato”, univa quest’ultima con l’Amerina, biforcandosi in prossimità di Civita Castellana, in modo che un diverticolo attraversasse il borgo per poi ricongiungersi al tronco principale ni pressi di Falerii Novi e confluire quindi nell’Amerina[90].
Il tracciato da Civita alla Flaminia partiva dalla porta Posterula, nei pressi dell’attuale ponte Clementino, scendeva il fosso per raggiungere l’altipiano delle “Colonnette” e proseguiva verso la “cava del Lupo” dove si ricongiungeva con l’asse per Falerii Novi. Attraversava quindi il fosso dei Cappuccini e quello del rio Maggiore per seguire poi, per un tratto, la via di Celle e proseguire in direzione del Treia.
Del tracciato di questa arteria non sono stati trovati più indizi dagli studiosi fino al cavone detto di Santa Susanna che passava, secondo il Cozza, “tangente al fianco della chiesetta, (per) poi approfondirsi e discendere tortuoso fino al fossatello di S. Susanna, che doveva traversare con un piccolo ponte oggi perduto affatto. Oltre questo sparisce ogni indizio di via; forse l’antica doveva seguire l’andamento dell’odierna via campestre, la quale costeggia ad ovest il M.te Ombrica ed incontrarsi e confondersi con piccolo tratto di via traversa che muovesi dalla Flaminia sopra il Muro del Peccato sul fondo Carcarasi”[91].
Il complesso di Santa Susanna è inserito nel catalogo dei monasteri spettanti ai frati minori nella provincia romana, redatto da P. Casimiro da Roma, il quale asserisce che “…il Convento…, era situato presso di Civita Castellana, ed era stato fabbricato nel mese di Settembre dell’anno 1230 dal P. F. Giovanni Parenti, il quale aveva esercitato l’ufficio di Podestà nella medesima Terra, prima che fosse vestito dell’abito dei Frati minori dal P. S. Francesco nella città di Firenze”[92].
Se risulta documentabile la notizia relativa alla costruzione di una fabbrica francescana a Civita Castellana nel 1230 da parte del primo ministro dell’ordine Giovanni Parenti, che era stato giudice nella città[93], non altrettanto certa risulta l’identificazione del complesso con quello di Santa Susanna in quanto le fonti specificano solamente il titolo della chiesa prima dell’occupazione francescana, asserendo: “… Adjecta est ei (al convento di Civita Castellana) Ecclesia, quae prius dicebatur Sancta Maria de Communi, in qua praedictus Generalis Missam cantavit in translatione corporum beatorum …”[94].
La traslazione alla quale si accenna è quella relativa ai corpi dei SS. Marciano e Giovanni, le cui spoglie furono rinvenute il 18 settembre di quell’anno nell’altare della cattedrale di Civita e che furono solennemente celebrate il 18 ottobre[95]. A questo proposito gli Acta dei due santi, redatti da un contemporaneo per l’occasione, confermano il primitivo titolo del convento francescano: “Anticipatur dies solemnis et lucescente sabbato vespertinis horis ab ecclesia sanctae Marie de Communi Fratres Minores, quos praediximus, ad templum Summae Virginis Sanctorum reliquias, olivarum ramos manibus deferentes venerunt, ordine litterato. Li astante populi multitudine juxta pulpita, vespertina officia coram Sanctorum reliquiis celebrarunt, tribus cereis … in honorem martyrum gratiose splendentibus. Finitis officiis vespertinis, relinquuntur cerei memorati coram nostris martyribus et patronis, et fratres dicti ad ecclesiam unde processerunt sunt reversi[96]
Non essendo rimasta traccia delle successive dedicazioni di Santa Maria de Communi, è chiaro che gli storici dell’ordine a seconda delle occasioni hanno riferito il documento a più chiese di Civita e in particolare a Santa Susanna[97] e a San Francesco[98], identificabile quest’ultima con l’attuale San Pietro sulla piazza del Comune.
Se quindi non è possibile asserire con certezza quale dei due edifici è riferibile al primo insediamento francescano, si deve però segnalare come a favore di Santa Susanna giochi principalmente l’esame archeologico – non attuabile al contrario sul San Francesco, completamente riedificato[99] – mentre non ci si può basare sulla sua dislocazione al di fuori della cinta muraria, in quanto gli studi di Le Goff[100] hanno dimostrato come pur non essendoci edifici sicuramente databili a questo periodo, in molti casi però l’insediamento cittadino dei Francescani è certamente anteriore al 1237, all’anno cioè di emissione della bolla di Gregorio IX che sanciva per i frati minori il diritto alla confessione dei fedeli[101] e di conseguenza suscitava in essi l’esigenza di un più stretto contatto con il popolo.
È possibile infatti affermare che “i due tipi (insediamenti non urbani, romitori e insediamenti cittadini) hanno uno sviluppo cronologico parallelo con netta prevalenza numerica dei secondi sui primi, sintomo di una chiara tendenza dell’ordine fin dai primissimi anni della sua organizzazione istituzionale”[102].
Il complesso di Santa Susanna figura comunque già dedicato alla santa nel 1447[103], ed inserito nell’elenco dei conventi della provincia romana del 1506, come unico convento presente a Civita Castellana[104]; nel 1557 poi vi si trasferirono i Cappuccini di San Francesco di Roma, che lo abbandonano nel 1571[105], per edificare un nuovo convento nel 1577[106].
Figura poi disabitato nelle Visite ad limina del 1610 e del 1613, mentre in quella del 1617 non risulta neanche inserito tra le Ecclesie Religiosor(um), ma tra quelle ex Civitate come se il convento fosse ormai decisamente in disuso. Nel 1729 viene invece espressamente citato solamente come ecclesia S. Susanna in fundo Mense episcopalis sub cura eiusdem societatis[107].
Il complesso, edificato quindi intorno al 1230, subì diverse trasformazioni che ne cambiarono l’assetto originario. La chiesa ad aula unica coperta a tetto, presenta un coro rettangolare con volta a crociera costolonata e ridotta, tale da lasciar supporre che, durante l’edificazione di una delle fabbriche aggiunte del monastero, ne sia stata diminuita l’area. Il raccordo tra la nave e il presbiterio è risolto con un arcone a sesto acuto che si scarica su due pilastri in corrispondenza di mensolette leggermente modanate.
La chiesa, in muratura di tufi regolari legati insieme da sottili letti di malta, ha la facciata a capanna preceduta da un portico di epoca tarda che si apre sulla campagna con due arconi a tutto sesto, mentre il lato sud-orientale è delimitato da un muro che circoscrive un’area affiancata alla chiesa, individuabile probabilmente con il primo nucleo del monastero[108]. In asse con il culmine del tetto si apre il portale d’accesso che non è quello originario, ma che è stato inserito nella muratura in un momento successivo alla costruzione della chiesa. L’ipotesi scaturisce dalla presenza di materiale vario, utilizzato come riempimento dell’interspazio tra l’apertura primitiva e il portale, composto quest’ultimo utilizzando pezzi marmorei e tessellati cosmateschi probabilmente già in loco[109].
Sul lato occidentale della chiesa l’uniformità del parato è interrotta da due arconi a tutto sesto, che all’sterno dell’edificio rientrano rispetto alla muratura, mentre all’interno sono riempiti con materiale misto che contrasta con il muro in elevazione; indici, queste aperture, dell’esistenza di una seconda navata, da valutare però se originaria e quindi contemporanea alla nave esistente o se conseguente ad una trasformazione successiva dell’edificio. La seconda ipotesi sembra la più plausibile in quanto questi arconi risultano, all’esterno come all’interno, completamente privi di ghiere a conci verticali, e sono al contrario realizzati con il semplice taglio curvilineo dei tufelli orizzontali che costituiscono la cortina della chiesa. Esternamente poi è possibile anche rilevare la stessa trasandatezza di esecuzione sul pilastro divisorio tra i due arconi che qui viene parzialmente mascherata da cemento sovrammesso, utilizzato anche a nascondere e nello stesso tempo a definire le ghiere.
Resta da segnalare la discontinuità muraria visibile sul restante tratto di muro esterno occidentale che, intaccando in parte i tufelli, è giustificabile solamente come tentativo di impostare una copertura a volte su questa seconda nave, che è possibile definire quindi come “aggiunta”, riconoscendo la planimetria originaria nell’aula unica con terminazione rettilinea, alla quale fu affiancato il corpo parallelo in un momento successivo.
In seguito al probabile crollo di tale corpo, la chiesa fu nuovamente ridotta alle forme primitive attuali, che la collocano all’interno del gruppo di edifici denominati “ad hangar” o a capannone, costituiti cioè da un’aula unica a tetto e coro coperto a volta[110].
Si tratta quindi della tipologia planimetrica di uso comune presso gli ordini mendicanti che trova il suo caposaldo, il suo edificio più rappresentativo, nella chiesa di frate Elia, San Francesco a Cortona (1245)[111], le cui forme vengono però, nel complesso di Civita Castellana, ulteriormente semplificate nell’adozione del coro rettilineo, indizio della “scelta locale” francescana[112] e forse anche di uno sfasamento di qualche anno tra i due edifici; sfasamento che confermerebbe per Santa Susanna una datazione intorno a quella cronologia riportata dalla tradizione locale: 1230.
Progettata quindi ad aula unica, la chiesa di Civita fu successivamente ampliata – come già notato – con l’inserimento di un’altra navata. Si viene così a delineare anche per Santa Susanna un iter costruttivo che lega ancor più saldamente ad alcuni edifici dell’ordine che, subendo un ampliamento successivo alla loro edificazione, furono affiancati anch’essi da un’altra aula parallela all’originaria, messa in comunicazione con la prima dalla serie di arconi[113].


[1] Cfr. Dell’Istoria di Civita Castellana. Composta da Francesco Pechinoli Cittadino di Civita Castellana, 1560 ca., pp. 15-16. Il manoscritto consultato (Firenze, Bibl. Naz. II. VII. 32) è la copia eseguita nel 1705 dall’archivista Tommaso de Julijs dall’originale, un tempo conservato nell’Archivio Segreto Vaticano. Si tratta di un manoscritto numerato a pagine.
[2] Cfr. Dell’Istoria di Civita Castellana, cit., pp. 38 e 15.
[3] Sull’argomento, si veda: G. MAROCCO, Monumenti dello stato pontificio, Roma 1836, t. XIII, p. 108; A. NIBBY, Analisi storico-topografica-antiquaria della carta de’ dintorni di Roma, Roma 1849, vol. II, p. 19; E. ABBATE, Guida della provincia di Roma, Roma 1894, vol. II, pp. 109-110; E. ANGELELLI, La Via Flaminia, in “Capitolium”, III, 1927/28, p. 624; E. MARTINORI, Via Flaminia. Studio storico-topografico, Roma 1929, pp. 82-83.
[4] Sull’argomento, si veda: F. UGHELLI, Italia Sacra, Venetiis 1722, t. X, coll. 90-92; G. MAROCCO, Monumenti dello stato pontificio, cit., p. 108; G. CAPPELLETTI, Le chiese d’Italia … cit., pp. 11-12; A. NIBBY, Analisi storico-topografica-antiquaria … cit., pp. 21-22; E. ABBATE, Guida … cit., pp. 109-110; O. DEL FRATE, Guida storica e descrittiva della Faleria Etrusca (Civita Castellana), Roma 1898, pp. 11-12; L. R. TAYLOR, Local cults in Etruria, in Papers and Monographs of the American Academy in Rome, Roma 1923, vol. II, p. 63; E. MARTINORI; Via Flaminia, cit., pp. 82-83.
[5] Per il ritorno della popolazione sul pianoro tufaceo, si veda: F. UGHELLI, Italia Sacracit., vol. X, pp. 90-91; G. CAPPELLETTI, Le chiese d’Italia … cit., p. 12; E. ABBATE, Guida … cit., p. 110; O. DEL FRATE, Guida storica … cit., pp. 13-14; L. R. TAYLOR, Local cults in Etruria, cit., pp. 61-62; J. RASPI SERRALa Tuscia Romana. Un territorio come esperienza d’arte: evoluzione urbanistico-architettonica, Milano 1972, pp. 9-10. A proposito poi della collocazione del nuovo insediamento in prossimità della chiesa di Santa Maria dell’Arco, si veda p. 36, infra.
[6] Nell’epigrafe, conservata nel Museo Diocesano, si enumerano delle donazioni fatte ad una chiesa di Santa Maria da “Leo indignus epc.”. Non viene menzionato il nome della città nella quale è collocato l’edificio, ma vengono specificati una serie di fondi i cui toponimi sono ancora rintracciabili nella campagna intorno a Civita. Sull’epigrafe, si veda: A. CARDINALI, Cenni storici della chiesa cattedrale di Civita Castellana, Roma 1935, pp. 12-20; M. MASTROCOLA, Note storiche circa le diocesi di Civita C. Orte e Gallese. Parte II. Vescovadi e vescovi fino alla unione del 1437, in Collana storica Pian Paradisi. Studi di Storia della Chiesa nell’Alto Lazio. IV, Civita Castellana 1965, pp. 21-26; J. RASPI SERRA, La Tuscia Romanacit., fig. 10, p. 12; G. PULCINI, Falerii Veteres Falerii Novi Civita Castellana. Documentazioni epigrafiche e storiche. Presentazione del Corpus Inscriptionum di Civita Castellana medioevale, rinascimentale e moderna, Civita Castellana 1974, p. 202, n. CICC (1).
[7] Sull’argomento si veda p. 36, infra.
[8] Per l’analisi e la datazione delle lastre marmoree, situate nella chiesa, si veda J. RASPI SERRA, Le diocesi dell’Alto Lazio. Corpus della scultura altomedioevale, Spoleto 1974, vol. VIII, p.58 ss.
[9] Cfr. A. DEGL’EFFETTI, Memorie di S. Nonnoso Abbate (sic) del Soratte e de’luoghi convicini e loro pertinenze, Roma 1675, p. 62; O. DEL FRATE, Guida storica … cit., p. 17.
[10] Nel 1100 muore a Civita Castellana l’antipapa Clemente III e nel 1145 vi si rifugia Eugenio III che vi emana bolle dal 29 marzo (cfr. P. JAFFE’, Regesta Pontificum Romanorum, Lipsia 1885, vol. I, p. 655; 1888, vol. II, p. 22).
[11] La serie dei vescovi relativa alla cattedra di Civita Castellana è riportata dall’Ughelli (F. UGHELLI, Italia Sacra cit., vol. I, coll. 596-604).
[12] Questa data si rilevava da un’iscrizione situata nella chiesa ed ora scomparsa; resta comunque la sua trascrizione, eseguita dall’Ughelli: “hoc altare dicatum est a Petro Castellanae Civitatis Episcopo in honorem SS. Martyrum Cosmae, & Damiani, ac S. Thomae Episcopi Martyris, die iij Martij, anno ab Incarnatione Domini MCLXXXIII” (F. UGHELLI, Italia Sacra, cit., vol. I, col. 598). Secondo il Cardinali a questa data è legata anche la citazione del primo arciprete della cattedrale (A. CARDINALI, Cenni storici … cit., p. 99).
[13] Si è dovuto ricorrere alla descrizione del Cardinali perché non è stato possibile consultare il manoscritto originale della Visita Pastorale del 1738 in quanto non conservato all’Archivio Segreto Vaticano. Nell’Archivio vescovile di Civita Castellana dovrebbe essercene un’altra copia, ma l’Archivio purtroppo non è agibile perché in fase di ristrutturazione. Quindi sull’argomento, si veda: A. CARDINALI; Cenni storici … cit., pp. 30-32.
[14] Nella Visita ad limina del 1724 si legge: “In ecclesia Cathedrali Civitatis Castelane edem subterraneam à primis Conditoribus ad mensuram totius Presbiterii constructam, et quinquaginta marmoreis … Columnis …” (Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Relationes 226 a. Civitatis Castellanae, f. 46 v).
[15] Sempre nella Visita ad limina del 1724 si asserisce: “Inter cetera venerabilis antiquitatis monumenta adhuc integra permanent duo sugesta marmorea, que ambones dicebantur unum in limine Presbiterij à Cornu epistole, alterum, in medio ecclesie à Cornu Evangelij vermiculatum …” (Arch. Segr: Vat., S. Congr. Concilii – Relationes 226 A. Civitatis Castellanae, f. 39).
[16] Cfr. A. Cardinali, Cenni nstorici… cit., p. 36. Il contrafforte visibile tra la seconda e la terza di queste aperture, fu costruito durante unop degli ultimi restauri.
[17] Cfr. J. RASPI SERRALa Tuscia Romana, cit., p. 182 n. 281.
[18] Sull’argomento, si veda p. 30 ss., infra.
[19] Cfr. A. CARDINALI, Cenni storici … cit., p. 32.
[20] Ibidem, p. 44.
[21] In Abruzzo questo motivo si trova generalmente con la variante delle rosette, inserite negli archetti di coronamento nel San Pietro ad Alba Fucense (1115) o nel San Pelino di Pentima (primi anni XII sec.) dove nello pseudo loggiato dell’abside si riscontrano anche animali affrontati (1124 ca.). Sulle chiese abruzzesi, si veda M. MORETTI, Architettura medievale in Abruzzo (dal VI al XVI sec.), Roma 1971, p. 320, p. 66, p. 72. In Toscana si nota la presenza di un coronamento simile, con la variante delle testine inserite negli archetti, sull’abside della badia di S. Maria a Conéo in Valdelsa (1123 ca.). Sulle chiese in Valdelsa, si veda I. MORETTI – R. STOPANI, Chiese romaniche in Valdelsa, Firenze 1968, in part. sulla badia: pp. 33-41. Infine per quello che riguarda i paesi laziali è da rilevare la presenza di figure inserite negli archetti di coronamento dell’absidiola sinistra del duomo di Viterbo (fig.98) e delle absidi di Santa Maria di Castello (fig. 9) e di San Martino a Corneto. Sull’argomento, si veda J. RASPI SERRALa Tuscia Romana, cit., pp. 20-30. Sull’absidiola del duomo di Viterbo, cfr. n. 12 pp. 158-159, infra.
[22] Il motivo si ritrova uniformemente su tutto il territorio laziale: nella parrocchiale di Ceri, nel Sant’Antonio di Borgo Vellino, nel San Pietro di Norchia e di Magliano Sabino, nel duomo di Sezze, nel San Salvatore di Vasanello e di Tarquinia, nel San Francesco di Vetralla, nel Sant’Erasmo di Veroli e nel San Sisto di Viterbo (fig. 8).
[23] Sull’argomento si veda p. 68 ss., infra.
[24] Sul portale di Falleri si legge l’iscrizione: LAURENTI / US CUM JACO / BO FILIO SUO / FECIT HOC OPUS. Sull’architrave del portale maggiore del duomo di Civita: LAURENTIUS. CUM IACOBO FILIO SUO. MAGISTRI DOCTISSIMI ROMANI. H (OC) OPUS FECERUNT. Sul portale destro: MA. IACO + BUS M. FECIT + RAINERIUS PETRI RODULFI FIERI FECIT. Sull’architrave del portico: MAGISTER IACOBUS. CIVIS ROMANUS. CUM. COSMA FILIO + SUO CARISIMO. FECIT OHC (sic) OPUS ANNO DNI M.C.C.X.
[25] Questa tesi è stata già sostenuta da A. VALLE, La chiesa di S. Maria di Falleri, in “Rassegna d’arte antica e moderna”, II, 1915, 9, pp. 199-208.
[26] A Jacopo si attribuisce anche la decorazione a mosaico che occupa la lunetta soprastante questo ingresso. Sull’argomento, si veda G. MATTHIAE, Pittura romana del Medioevo, Roma 1966, vol. II, p. 156.
[27] L’epigrafe, scomparsa, viene riportata dall’Ughelli: “hoc altare dicatum est a Petro Castellanae Civitatis Episcopo in honorem SS. Martyrum Cosmae, & Damiani, ac S. Thomae Episcopi Martyris, die iij Martij, anno ab Incarnatione Domini MCLXXXIII” (F. UGHELLI, Italia sacra, cit., vol. I, col. 598).
[28] La serie dei vescovi relativa alla cattedra di Civita Castellana è riportata dall’Ughelli (F. UGHELLI, Italia Sacra, cit., vol. I, coll. 596-604).
[29] Cfr. G. F. STROZZI, Vita di monsignor Gio. Tenderini vescovo di Civita Castellana, e d’Orte, Roma 1750, pp. 91-92.
[30] Una lapide apposta all’interno del campanile ricorda il restauro avvenuto nel 1960.
[31] Il raffronto tra i due campanili è già stato proposto dal Serafini, che però assegna il campanile romano all’XI sec. e quello del duomo di Civita Castellana alla prima metà del XII sec. (A. SERAFINI, Torri campanarie di Roma e del Lazio nel Medioevo, Roma 1927, vol. I, tavv. XV-XVI, nn. 144-145, pp. 104-106).
[32] Per l’inserimento della torre tra i lavori eseguiti da Clemente III (1187-1196) alla chiesa, si veda A. L. FROTHINGHAM, The monuments of Christian Rome, New York 1908, pp. 190-194. Per il suo inserimento invece nell’intervento di Onorio III (1216-1227), si veda G. GIOVANNONI, Campanili medioevali romani, in Atti del IV convegno nazionale di storia dell’architettura (Milano 18/25 giugno 1939), Milano 1940, pp. 65-78.
[33] Sul pavimento cosmatesco, si veda D. F. GLASS., Studien on Cosmatesque Pavements, BAR International Series 82, Oxford 1980, pp. 63-64.
[34] La cripta del duomo di Sutri è contemporanea alla fabbrica superiore, riedificata nel 1170. Questa datazione si rileva da una lapide che era apposta sul coronamento dell’altare: “hoc opus fecit Nicolaus, & filius eius anno Incar. MCLXX. Factum est hoc opus a ven. viro Adalberto Episcopo”. (F. UGHELLI, Italia Sacra, cit., vol. I, col. 1275). Per l’analisi della cripta del duomo di Sutri, si veda E. BATTISTI, Monumenti romanici del Viterbese. Le cripte a sud dei Cimini, in “Palladio”, III, 1953, 2-3, pp. 67-80.
[35] La cripta del duomo di Nepi è contemporanea all’edificio superiore, costruito secondo Battisti tra il 1145 e il 1180. Questa datazione si ricava da una lapide ancora in loco, che riporta la notizia che il chiostro iniziato da Franco sotto Eugenio III (1145-1153), fu compiuto nel 1180 (E. BATTISTI, Monumenti romanici … cit., pp. 67-80).
[36] La maggior parte dei capitelli e delle colonne della cripta del duomo di Civita Castellana sono di spoglio.
[37] Questa cronologia si rileva dall’epigrafe di consacrazione dell’altare appunto del 1156 ed è apposta su di un’architrave. Un’altra epigrafe del 1171, si riferisce invece alla dedicazione della chiesa ed è situata sul pilastro dell’arco trionfale. Sull’argomento, si veda: B. PREMOLI, La chiesa di S. Vittoria a Monteleone Sabino, in “Palladio”, XXII, 1972, 1-4, pp. 187-204; A. FERRI, Monteleone. La chiesa di Santa Vittoria, in La Sabina medievale, Rieti 1985, pp. 76-89, in part. P. 76. A Santa Vittoria compaiono anche i piccoli fregi racchiusi tra le quattro foglie
[38] Cfr. A. CARDINALI, Cenni storici … cit., p. 31.
[39] Il corpo delle navate del San Lorenzo a Viterbo è riferibile probabilmente agli anni tra il 1188, data in cui la chiesa era ancora citata come parrocchia, e il 1192 quando fu riconsacrata cattedrale con un decreto di Celestino III (cfr. E. BATTISTI, Architetture romaniche in Viterbo, in “Studi medievali”, N. S., XVIII, 1952, pp. 156-157). Probabilmente della stessa fase costruttiva, ma di qualche anno precedente è l’absidiola, databile intorno al 1150 ca. indice dell’inizio lavori, durati probabilmente alcuni decenni (fig. 98). Sull’argomento cfr. anche n. 12 pp. 158-159, infra.
[40] Cfr. Dell’Istoria di Civita Castellana cit., p. 16.
[41] Sull’argomento, si veda G. BATTELLI, Rationes decimarum Italiae … cit., p. 386 e n. 3700 p. 389.
[42] Sull’argomento, si veda Dell’Istoria di Civita Castellana, cit., p. 14.
[43] Cfr. Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Visit. Ap. C. 3. Civitatis Castellanae 1571, f. 6.
[44] Sull’argomento, si veda Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Relationes 226 A. Civitatis Castellanae, f. 226
[45] Cfr. Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Relationes 226 A. Civitatis Castellanae, !709 f. 1 v; 1724 f. 39 v; 1729 f. 60. Nella visita del 1729 compare anche per l’ultima volta: “ecclesia S. Gregorij de Turibus Confraternitatis S. Crocis” (f. 83 v).
[46] Sull’argomento, si veda Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Relationes 226 B. Civitatis Castellanae, f. 245 v.
[47] L’appellativo “Massa” deriva dal primitivo nome di Civita Castellana, chiamata appunto Massa Castellana. Sull’argomento si veda p. 36, infra.
[48] Sull’argomento, si veda Dell’Istoria di Civita Castellana cit., p. 16.
[49] L’edificio ha subìto nel 1956 un restauro di grosse proporzioni, ancora documentato da una lapide. Durante questo intervento fu anche asportato l’intonaco che ricopriva le murature interne e sostituiti i tufi logorati alla base del muro esterno.
[50] Sull’argomento, si veda p. 57 ss., infra.
[51] Della chiesa di San Sisto a Viterbo non si hanno notizie storiche prima dell’inizio dell’XI sec., quando fu elevata a “canonica” insieme al San Michele Arcangelo e a Santa Maria Nuova (cfr. G. SIGNORELLI, Viterbo nella storia della chiesa, Viterbo 1907, vol. I, p. 112). Ad una chiesa primitiva ancora documentabile nelle navate e nel vecchio campanile, fu aggiunto alla fine del XII sec. l’altissimo presbiterio (cfr. P. TOESCA, Il Medioevo, Torino 1965, vol. II, p. 599). Questa cronologia quindi si rivela in ogni caso come termine ante quem per la fabbrica originaria che il Rivoira fa risalire alla prima metà del XII sec., più probabilmente al pontificato di Eugenio III (1145-1150), che fece lunghi soggiorni in Viterbo (G. T. RIVOIRA, Le origini della architettura lombarda, Milano 1908, p. 160). Ancora più plausibile sembra la datazione proposta dal Battisti che anticipa di qualche anno quella di Rivoira, rilevando come “… è poco probabile ch’essa (chiesa di San Sisto) fosse ufficiata prima della costruzione della cinta (muraria), avvenuta sembra, nel 1095. Pasquale II tra il 1099 ed il 1118 concesse il permesso di impartirvi il battesimo; il sacramento vi risulta esercitato dal 18 aprile 1133. E’ possibile che queste date corrispondano grosso modo al compimento della costruzione” (E. BATTISTI, Architetture romaniche in Viterbo, cit., p. 154).
[52] Si vuole qui sottolineare anche l’impiego nel San Sisto delle trifore (sostituite da bifore a Civita) e soprattutto la figura antropomorfa che funge da colonnina, denunciando una maestranza altamente specializzata.
[53] Altri affreschi quattrocenteschi decorano due piccole nicchie, situate lungo i muri perimetrali del presbiterio.
[54] Sull’argomento, si veda L. GRODECKI, Au seuil de l’art Roman. L’Architecture octonienne, Paris 1958, cap. I, pp. 17-45.
[55] Dal Krautheimer (R. KRAUTHEIMER, Corpus Basilicarum Christianarum Romae, vol. I Città del Vaticano 1937), si possono rilevare alcune tra le chiese romane che conservano ancora transetti databili al XII sec. Si tratta per esempio dei SS. Quattro Coronati (1116 ca.), di S. Stefano degli Abissini, di S. Maria in Trastevere, di S. Anastasia, di S. Francesca Romana (1161) ecc. Tra queste chiese, però, poche hanno le parti terminali che non essendo inglobate in altri edifici, permettono di osservare la soluzione di raccordo tra il transetto e la navata. Due esempi forse tra i più chiari sono San Bartolomeo all’Isola Tiberina e San Crisogono. Il primo di questi edifici conserva del XII sec. parte della cripta, il campanile, il braccio sinistro del transetto e la navata centrale; di conseguenza si può reputare originario anche l’innesto allo stesso livello delle due parti. Per lo studio delle murature appartenenti al XII sec., si veda M. E. AVAGNINA – V. GARIBALDI – C. SALTERINI, Strutture murarie degli edifici religiosi di Roma nel XII secolo, in “Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte”, N. S., XXIII-XXIV, 1976-77, pp. 181-184. La stessa elevazione presentano anche la navata e il transetto del San Crisogono che pur avendo subìto un grosso intervento di restauro, conserva sostanzialmente la conformazione esterna originaria, databile tra il 1123 e il 1129. Sulla chiesa, B. M. APOLLONY GHETTI, S. Crisogono, Le chiese di Roma illustrate n. 92, Roma 1966.
[56] Per il transetto del San Sisto a Viterbo, databile alla seconda metà del XII sec., cfr. n. 51,
[57] Sull’argomento si veda p. 18,  infra.
[58] Sull’alternanza pilastro-colonna che caratterizzava l’antico duomo, si veda p. 17, infra.
[59] Sull’argomento, si veda p. 18 ss., infra.
[60] Sui cambiamenti topografici della zona dal 1609, si veda: O. DEL FRATE, Guida storica … cit., pp. 28-30 e 66-68; G. PULCINI, Falerii Veteres Falerii Novi Civita Castellana, cit., p. 187.
[61] Sull’erezione del ponte Clementino di Civita Castellana si veda G. PULCINI, L’acquedotto di Nepi e il Ponte Clementino di Civita Castellana hanno una firma: Filippo Barigioni, in “Biblioteca e Società”, II, 1980, 3, pp. 31-34.
[62] Sull’argomento, si veda M. W. FREDERIKSEN – J. B. WARD PERKINS, The ancient road systems … cit., pp. 132-133.
[63] Sull’argomento, si veda n. 5, p. 47, infra.
[64] Nel registro di papa Gregorio II si legge: “locavit monasterio S. Silvestri in monte Soracte in perpetuum fundum Cancianum ex corpore Massae Castellanae Patrimonii Tusciae” (cfr. P. F. KEHR, Italia Pontificia. Latium, Berlino 1961, vol. II, p. 190, n. 2).
[65] Civita Castellana figura già come città negli atti della Passione dei SS. Abbondio e Abbondanzio, dove si afferma: “Crescentianus Civitatis Castellanae Episcopus, in exquirendis SS. Martyrum corporibus diligentissimus fuit, temporibus Othonis III Imperatoris, hoc est anno 998 …” (cfr. F. UGHELLI, Italia Sacra, cit., vol. I, coll. 596-604).
[66] La Taylor non solo conferma la notizia che gli abitanti della Faleria Romana continuarono a frequentare gli antichi templi anche dopo l’allontanamento dal loro primo insediamento, ma aggiunge: “There is moreover good reason to believe that other temples of Etruscan Falerii, of which several are known from the fragments of terracotta decoration, not only continued as cult centres but actually underwent restoration after Roman Falerii was built” (L. R. TAYLOR, Local cults in Etruria, cit., p. 63).
[67] Sull’argomento, si veda G. PULCINI, , Falerii Veteres Falerii Novi Civita Castellana cit., p. 154.
[68] La chiesa rupestre di Sant’Ippolito è ancora visibile vicino al luogo dove era collocata la porta, mentre San Cesareo e San Selmo sono situate sulle pendici a nord. Sulle chiese rupestri di Civita Castellana, si veda J. RASPI SERRA, Insediamenti rupestri … cit., pp. 56-65.
[69] Cfr. Dell’Istoria di Civita Castellana, cit., p. 11.
[70] Sull’epigrafe di Leone, si veda n. 6, pag. 47, infra.
[71] Su una primitiva dedicazione della chiesa a Sant’Andrea, si veda: A. SERAFINI, Torri campanarie … cit., tav. XXII, n. 158, p. 114 n. 1; J. RASPI SERRA, Le diocesi dell’Alto Lazio, cit., n. 1, p. 78.
[72] L’epigrafe del vescovo Leone, asserisce infatti: BEATA DI GENITRIX. SEMPER VIRGO. MARIA/DE TUA TIVI DONA. LEO. INDIGNUS. EPC TE/LARGIENTE. REPARAVIT. ET SI QUIS EX SUCCESSO/RIB. NOSTRIS. QUI POS. NOS. BENTURI SUNT. EPCOPI ET/EX EA QUOD HIC SCIPTA SUNT. ALIENARE VOLVERIT. ANATHEMA/SIT ET DE TRIBUNIB. VEL. COMITIB. CLERO AUT. POPULO/QUI CONSENSERIT. ANATHEMA SIT. A. D. CCCLXXI… (segue l’elencazione dei fondi). Su questa epigrafe, si veda anche n. 6, p. 47, infra.
[73] Sull’argomento, si veda G. PULCINI, Falerii Veteres Falerii Novi Civita Castellana, cit., n. CICC 2, pp. 203-204.
[74] Si poteva pensare ad una provenienza di questo portale della chiesa di Santa Susanna, collocata fuori della città (fig. 27), che presenta anch’essa un portale reinserito e della quale oltretutto non è stato possibile rintracciare la primitiva dedicazione del XIII sec. (cfr, p. 42 ss., infra). L’ipotesi cade però per la mancata coincidenza tra le misure dei due portali. Quello attuale di Santa Susanna, infatti, pur essendo reinserito, coincide per la larghezza con quello originario, ed è largo cm. 135 contro i 117 cm. del portale di Santa Maria dell’Arco.
[75] Cfr. G. BATTELLI, Rationes decimarum Italiae … cit., n. 3679, p. 383.
[76] Cfr. B. TRIFONE, Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV, in “Archivio della R. Società Romana di Storia Patria”, XXXII, 1909, pp. 34-37.
[77] Cfr. Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Visit. Ap. C. 3. Civitatis Castellanae 1571, f. 7 v.
[78] Cfr. Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Realationes 226 A. Civitatis Castellanae, ff. 226 v, 238 v, 252 v.
[79] Cfr. Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Relationes 226 A. Civitatis Castellanae, f. 83 v.
[80] Una lapide collocate all’interno, nel pavimento, ricorda che nel 1597 la chiesa è stata restaurata a spese di Simone Petroni il cui stemma è visibile sull’architrave del portale meridionale (cfr. A. CARDINALI, Cenni storici … cit., pp. 104-106).
[81] Sulle iscrizioni di Civita Castellana, si veda G. PULCINI, Falerii Veteres Falerii Novi Civita  Castellana, cit., pp. 145 ss.
[82] Nelle foto precedenti al 1970 – antecedenti cioè alla contraffortatura – è visibile la muratura a grossi tufi già segnalata dalla Raspi Serra (J. RASPI SERRA, Le diocesi dell’Alto Lazio cit., n. 1, p. 78). A questo studio si rimanda anche per l’analisi delle lastre altomedioevali; si vedano nn. 69-70-71-72-73-74-75-76-77, pp. 80-84.
[83] Sulla datazione delle chiese di Rignano e Ponzano, cfr. pp. 79 ss. e 109 ss., infra.
[84] Cfr. A. SERAFINI, Torri campanarie … cit., vol. I, tav. XXII, n. 158, pp. 113-114.
[85] Ibidem, tav. XI, n. 133, pp. 96-97.
[86] Ibidemtav. XXI, n. 157, pp. 112-113
[87] Un primo nucleo altomedioevale è inoltre comprovato dalle altre lastre altomedioevali erratiche nella chiesa e dalla tradizione che vuole Santa Maria dell’Arco come prima cattedrale. Anche per queste lastre, si veda J. RASPI SERRA, Le diocesi dell’Alto Laziocit., nn. 67-68 e 79, pp. 79-80 e 84.
[88] Sulla lastra, si veda J. RASPI SERRA, Le diocesi dell’Alto Lazio, cit., n. 78, p. 84.
[89] La Raspi Serra propone per la chiesa di Santa Maria dell’Arco una datazione all’VIII-IX sec., notando l’icnografia dell’edificio “a tre navi divise da ampie arcate su otto colonne con capitelli di spolio di varia epoca e qualità, con mensole, senza transetto, chiuso da un atrio antistante la facciata…” (J. RASPI SERRA, Le diocesi dell’Alto Lazio, cit., n. 1, p. 78). Sull’argomento cfr. anche J. RASPI SERRALa Tuscia Romana, cit., p. 146, n. 17.
[90] Sull’argomento e per tutte le altre diramazioni minori della strada che univa la Flaminia all’Amerina, si veda M. W. FREDERIKSEN-J. B. WARD PERKINS, The ancient road system … cit., figg. 23-25.
[91] Cfr. G. F. GAMURRINI-A. COZZA-A. PASQUI-R. MENGARELLI, Forma Italiae, cit., p. 267.
[92] Cfr- P. CASIMIRO DA ROMA, Memorie delle chiese e dei conventi dei frati minori della provincia romana, Roma 1746, pref. p. XI.
[93] Giovanni Parenti nacque a Carmignano nel 1180 ca. Prima di prendere l’abito francescano insegnò diritto a Bologna ed esercitò la professione a Civita Castellana. Nel 1211 divenne frate e nel 1219 ministro provinciale di Spagna fino a che nel 1227 fu eletto primo ministro generale. Ricoperse questa carica fino al 1232 quando gli subentrò frate Elia. Sull’argomento, si veda: Chronica Fratris Nicolai Glassberger ordinis minorum observantium edita a patribus collegii S. Bonaventurae (1508 c.), in Analecta Franciscana, Quaracchi 1887, t. II, pp. 45-47; P. CIRO DA PESARO, B. Giovanni Parenti. Cenni Biografici, Roma 1900; G. RIGOLI, Beato Giovanni Parenti da Carmignano, Prato 1924; GIORDANO DA GIANO, La Cronaca, Traduzione e note di A. Biancheri, Milano 1972, p. 42.
[94] Cfr. L. WADDINGO-P. J. M. FONSECA, Annales minorum seu Trium ordinum a S. Francisco institutorum, Quaracchi 1931, t. II (1221-1237), cap. 254, p. 286, XXVI. Anche altri cronachisti dell’ordine riportano la notizia asserendo: “In eadem Custodia (Romana) extat Locus Sutrij, Locus Ca(m)pagnani, Locus Civitatis Castellanae, ubi eum Joannes Parens natione Florentinus, patria Carmignanensis, esset iudex, suscepit tunicam S.francisci eo modo, quo superius retulimus, ibique missam cantavit, cum esset Generalis in translatione beatorum corporum … Hic locus fuit co(n)structus sub Greg.IX, anno 1230. de mense Septembris, & dicebatur S.Marie de Communi” (cfr. P. R. TOSSINIANENSI, Historiarum Seraphicae religionis, Venetijs 1586, f. 258 v, f. 259).
[95] Si tratta della seconda Invenzione dei corpi dei due santi. Il primo ritrovamento infatti risale al tempo di papa Silvestro quando furono rinvenuti i corpi insieme a quelli dei SS. Abbondio e Abbondanzio a Rignano Flaminio (cfr. n. 10, p. 86, infra). Secondo le fonti vennero appunto trovati nel 1230 a Santa Maria de Communi. Nel 1749 effettivamente il vescovo Lanucci ritrovò nell’altare maggiore del duomo di Civita Castellana, un cofanetto dove erano contenute le reliquie dei due santi. All’interno della custodia era posto un documento che, secondo la traduzione riportata dal Cardinali, asserisce: “+ Nel Nome del Signore. Nell’anno del Signore 1230, Indizione IV del Pontificato del Nostro Signore Gregorio IX, nel mese di Ottobre, giorno 18, nella festa di S. Luca. Queste Reliquie sono le reliquie de’ santi Giovanni e Marciano, le quali furono estratte da Pietro, vescovo di Civita Castellana, presenti fr. Giovanni Parente, Ministro Generale de’ Frati Minori, e i Canonici di Santa Maria Maggiore, alcuni chierici e molti laici; e furono trovate sotto l’altare maggiore, e estratte nel detto giorno, e la festa ad onore di detti Martiri nel seguente giorno di Domenica fu solennemente celebrata, presente detto vescovo, e Pietro vescovo Sutrino e fr. Giovanni con duecento Frati Minori, e di detti santi martiri furono riservate le reliquie della testa, e alcune altre e poste nelle fenestre tra le due tribune, e alcune furono ritenute in mano; tutte le altre reliquie furono dopo dal detto vescovo nascoste sotto il detto altare, onde esso le aveva estratte, e questo fece dopo, nel detto mese, nel giorno antipenultimo” (A. CARDINALI, I Santi Marciano e Giovanni. Atti del loro martirio e culto in Civita Castellana con note storiche e archeologiche, Subiaco 1930, p. 17, si veda anche la fotografia del documento a p. 33).
[96] Cfr. Acta Sanctorum, dies XX Octobris, Paris 1869, t. LVI, October VIII, p. 834, n. 15. Sull’argomento si veda anche M. MASTROCOLA, Note storiche … cit. p. 259.
[97] Per l’identificazione di Santa Maria de Communi con Santa Susanna si veda: P. CASIMIRO DA ROMA, Memorie delle chiese … cit., pref. p. XI; O. DEL FRATE, Guida storica … cit, p. 80 n. l.
[98] Per l’identificazione di Santa Maria de Communi con San Francesco (San Pietro), si veda: B. THEULI-A. COCCIA, Apparato minoritico della provincia di Roma, Roma 1967, pp. 64-71, in part. pp. 64-65.
[99] Dell’edificio primitivo è forse rintracciabile solamente l’impianto planimetrico a nave unica con transetto e coro a terminazione rettilinea. Sull’argomento, si veda J. RASPI SERRA, Esempi e diffusione della tipologia architettonica minorita nell’Alto Lazio, in “Bollettino d’Arte”, LVIII, serie V, 1973, p. 211 n. 11.
[100] Cfr. J. LE GOFF, Apostolat mendiant et fait urbain dans la France médiévale; l’implantation des ordres mendiants. Programme-questionnaire pour une enquete, in « Annales. Economies. Sociétés. Civilisations », XXIII, 1968, pp. 335-352 ; J. LE GOFF. Ordres mendiants et urbanisations dans la France médiévale. Etat de l’enquete, in « Annales. Economies. Sociétés. Civilisations », XXV, 1970, pp. 924-946.
[101] Sull’argomento, si veda G. VILLETTI, Legislazione e prassi edilizia degli Ordini mendicanti nei secoli XIII e XIV, in Francesco d’Assisi. Chiese e Conventi, Catalogo mostra Narni, chiesa di San Domenico, Milano 1982, pp. 23-33.
[102] Cfr. L. PELLEGRINI, Insediamenti rurali e insediamenti urbani dei francescani nell’Italia del sec. XIII, in “Miscellanea francescana”. LXXV, 1975, pp. 197-210, in part. P. 202. Sull’argomento si veda anche: Les Ordres mendiants et la ville en Italie Centrale (v. 1220 – v. 1350). Actes de la Table Ronde, (Rome 27-28 avril 1977), in « Mélanges de l’école francaise de Rome. Moyen Age–Temps modernes », LXXXIX, 1977, 2 ; A. M. ROMANINI. Tracce per una storia dell’architettura gotica a Spoleto, in Atti del 9° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo (Spoleto 27 sett. – 2 ott. 1982), Spoleto 1983, pp. 713-736.
[103] Al 1447 infatti risale il manoscritto di Francesco Pechinoli che asserisce: “… e canonizzato, e posto nel numero de Confessori il Beato Bernardino da Siena … di S. Francesco, essendo ancora vivi molti nostri Cittadini, li quali si ricordano delle sue ferventissime Prediche avute sopra la Porta di S. Francesco, perché la Chiesa non era capace alla moltitudine del Popolo, che era concorso ad ascoltarlo, poiché eglino à spese pubbliche ebbero edificato lontano dalla Città circa un miglio la Chiesa in onore di S. Susanna insieme col Monasterio per abitazione de “Frati minori …” (Dell’Istoria di Civita Castellana, cit, p. 37).
[104] Cfr. L. WADDINGO–P. J. FONSECA, Annales minorum … cit., Quaracchi 1933, t. XV (1492-1515), cap. 320, p. 371, n. 23. Meno attendibile risulta la notizia riportata dal Casimiro che asserisce come “Nel pontificato di Leone X riuscendo di grave incomodo a i Cittadini il trasferirsi alla detta Chiesa pro Missis & aliis divinis Officiis, & sermonibus audiendis; nec non confessionibus peccatorum faciendis, e medesimamente a i Frati pro quarendis eleemosynis, & aliis ad eorum substentationem necessariis, ad istanza del Comune concedette il sovrallodato Papa, li 5 giugno 1519, la facoltà d’incominciare la fabbrica di un nuovo Convento o dentro, o fuori di Civita Castellana; e per vie più agevolarla diè anche licenza di vendere l’Ospizio de i Frati, detto di S. Jacopo posto dentro della stessa Terra” (P. CASIMIRO DA ROMA, Memorie delle chiese … cit., pref. p. XI). Il documento infatti non ha riscontro nella storia successiva di Civita, in quanto il monastero di Santa Susanna risulta abbandonato solamente nel 1571 e non quindi al tempo di Leone X (cfr. n. 105 e p. 45, infra). Bisogna inoltre precisare che anche il Waddingo riferisce la notizia del 1519, relazionandola però non a Civita Castellana, ma a Città di Castello, confusa più volte con il nostro sito (L. WADDINGO– P. J. FONSECA, Annales minorum … cit., Quaracchi 1933, t. XVI (1516-1540), cap. 89, p. 103, XIX.
[105] Sull’argomento, si veda: Dell’Istoria di Civita Castellana, cit., pp. 206-208 e P. CASIMIRO DA ROMA, Memorie delle chiese … cit., pref. p. XI.
[106] A Civita Castellana è documentata nel 1577 la fondazione di un nuovo cenobio: Santa Anna. Sull’argomento, si veda BERNARDINUS A CALPETRAZZO, Historia ordinis fratrum minorum Capuccinorum (1525-1593), in Monumenta Historica ordinis minorum Capuccinorum, Assisi 1940, vol. III, P. 453.

[107] Cfr. Arch. Segr. Vat., S. Congr. Concilii – Relationes 226 a. Civitatis Castellanae, ff. 226 v, 238 v, 253, 83 v.
[108] Una discontinuità muraria, visibile all’interno dell’edificio, sul lato orientale, in prossimità del coro, lascia supporre la presenza di una porta di servizio al convento.
[109] Internamente, sul muro di facciata, è riscontrabile una discontinuità muraria che circoscrive il portale, confermando così l’ipotesi della sua inserzione in epoca tarda. Nella lunetta del portale è affrescata la figura del Cristo, affiancata da San Francesco e da una Santa Francescana (Santa Chiara?).
[110] Sulle tipologie architettoniche degli ordini mendicanti, si veda: W. KRONIG, Hallenkirchen in Mittelitalien, in “Kunstgeschichtliches Jahrbuch der Biblioteca Hertziana”, II, 1938, pp. 1-142; R. WAGNER RIEGER, Zur Typologie italienischer Bettelordenkirchen, in “Romische historishe Mitteilungen”, II, 1957-58, pp. 266-298; W. KRONIG, Caratteri dell’architettura degli Ordini mendicanti in Umbria, in Storia e Arte in Umbria nell’Età comunale, Atti del VI Convegno di Studi Umbri (Gubbio 26/30 maggio 1968), Perugia 1971, pp. 175-178; P. HELIOT, Sur les Eglises gothiques des ordres mendiants en Italie Centrale, in “Bulletin Monumental”, CXXX, 1972, pp. 231-235; A. M. ROMANINI, voce Architettura monastica occidentale, in Dizionario degli Istituti di Perfezione, I, Roma 1974, coll. 790-827, in part. Coll. 817-826; A. M. ROMANINI, L’architettura degli ordini mendicanti: nuove proposte di interpretazione, in “Storia della Città”, III, 1978, 9, pp. 5-15; A. CADEI, E’ possibile scrivere una storia dell’architettura mendicante? Appunti per l’area padano-veneta, in Tommaso da Modena e il suo tempo, Atti del Convegno Int. di Studi per il 6° centenario della morte (Treviso 31 ag./3 sett. 1979), Treviso 1980, pp. 337-362; C. BOZZONI, Le Tipologie, in Francesco d’Assisi. Chiese e conventi, Catalogo mostra Narni, chiesa di San Domenico, Milano 1982, pp. 143-149. Sulla diversa interpretazione dello spazio nei Francescani e nei Cistercensi, si veda A. M. ROMANINI. “Povertà e razionalità nell’architettura cistercense del XII secolo, in Convegni del Centro di studi sulla spiritualità medievale, VIII (15-18 ott. 1967), Todi 1969.
[111] Sulla chiesa di Cortona, si veda A. CADEI, La chiesa di S. Francesco a Cortona, in “Storia della città”, III, 1978, 9, pp. 16-23.
[112] Per l’architettura francescana nell’Alto Lazio, si veda J. RASPI SERRA, Esempi e diffusione della tipologia architettonica … cit, pp. 207-212.
[113] Ci si riferisce in particolare alle chiese di San Domenico e di San Francesco a Montefalco. Sull’argomento, si veda W. KRONIG, Caratteri dell’architettura degli Ordini mendicanti in Umbria, cit., p. 178.

[Trascrizione di Sergio Carloni]

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