domenica 8 novembre 2009

Civita Castellana in "Tuscia Viterbese" del 1968: territorio e vicende.




CIVITA CASTELLANA

Da: TUSCIA Viterbese, vol. II : I Comuni / a cura di Pio Bartolozzi, Saverio Migliori. - Roma : Editoriale Dea, 1968. – [170-180].

IL TERRITORIO E LE VICENDE

Civita Castellana è una delle maggiori cittadine della Tuscia e, senz’altro, la più importante della zona cimina, dopo Viterbo.
Sorge a metri 145 di altitudine, su un altipiano tufaceo (profondamente inciso dalle dirupate forre generatesi per l’erosione plurimillenaria delle acque del Fosso Maggiore, del Rio Vicano, del Fosso Ponte e di altri corsi minori, confluenti poco a valle dell’abitato nel fiume Treja, a sua volta tributario del Tevere), all’estremo lembo est della regione cimina e a nord-ovest del Monte Soratte, in una zona assai fertile.
Attraversando la contrada anche il tratto inferiore del Rio Cruè, sfociante direttamente nel Tevere, ed il fosso Ceppetta, affluente del Treja.
Il suolo, formato per lo più da spessi strati di tufo vulcanico nelle quote più elevate, diviene argilloso e sabbioso nella zona più prossima al Tevere, fiume che fa da confine al comune civitonico, verso la Sabina. Le argille, anzi sono così abbondanti e così raffinate da permettere la fiorentissima industria ceramica, di cui Civita Castellana va fiera. Esse, di formazione terziaria, essendo più o meno ricche di ossido di ferro, abbracciano una vasta gamma di colori, che vanno dal bianco quasi puro (caolino), al grigio-azzurro.
Confinano col comune, nel tratto non delimitato dal Tevere, i territori di Gallese, Corchiano, Fabbrica di Roma, Nepi, Castel S. Elia, Faleria, e quelli della provincia romana di S. Oreste e Ponzano Romano.
Civita Castellana è attraversata dalla strada nazionale Flaminia; è collegata con ottime carrozzabili ai centri di Fabbrica di Roma, Nepi, Castel S. Elia e Faleria; è allacciata alla nazionale Cassia; ed è servita dalla linea ferroviaria elettrica Roma-Viterbo, gestita dalla Società Romana per le Ferrovie del Nord in esercizio fino dal 1906 per il tratto Roma-Civita Castellana, dal 1912 per il successivo tratto fino a Soriano, e dal 1913 per la parte terminale. Sebbene passi alquanto lontano dal centro abitato, il comune civitonico è attraversato e servito da una stazione della linea ferroviaria statale Roma-Orte.
Oltre al capoluogo, il territorio di Civita Castellana comprende anche le frazioni di Catalano, oggi saldatasi alla città in continua espansione, e Borghetto, presso il passaggio della Flaminia sul Tevere (Ponte Felice).
Nei pressi dell’attuale centro esisteva Falerium Vetus (o Faleri Veteres), di mitica origine, detta anche Falesi o Halesus (dal nome del presunto fondatore, figlio o compagno di Agamennone), sorta verso il IX secolo a.C.
Fu poi la Faleri etrusca, che costituì una delle lucumonie di quel popolo e la metropoli dei Falisci, i quali, sebbene facessero parte della confederazione etrusca, costituivano un ceppo etnico distinto, e sembra avessero forme linguistiche, riti e costumi diversi.
La città oppose lunga resistenza a Furio Camillo che la conquistò nel 369 a.C., ma fu poi più volte ribelle a Roma, che finalmente, nel 241 a.C. la prese e distrusse, ed edificò nelle vicinanze Falerium Novum, centro che sopravvisse fin verso l’VIII o IX secolo, epoca in cui, i suoi abitanti, decimati dalle continue incursioni barbariche, ritornarono nella posizione meglio difesa naturalmente di Falerium Vetus, dove edificarono una nuova città.
Questa compare già in un documento del 727, col nome di "Massa Castellanae Patrimonii Tusciae"; nel 998 ebbe da Gregorio V il titolo di Civitas; e, successivamente, dal dominio sui vicini castelli, le fu data la denominazionedi Civita Castellana, che tuttora conserva.
Al principio del XII secolo, la città fu presa da Pasquale II. Nel 1155 vi sostò Adriano IV, durante il suo viaggio alla volta di Sutri, per incontrarsi con l’imperatore Federico I; lo stesso pontefice la diede successivamente a Pietro di Vico.
Nel 1195, Celestino III riscattò il centro alla Chiesa, cui restò fino al 1240, allorché fu occupato da Federico II, che lo ebbe, però, solo per breve tempo.
Nella seconda metà del XIV secolo, tornata in mano dei papi, Civita Castellana fu data da Gregorio XI in feudo ai Savelli, ai quali la tolsero i Di Vico.
Nel 1410 tornò ai Savelli, quindi, nel 1426, alla Chiesa.
Verso la fine del 1400, Sisto IV la dette al cardinale Estouteville. La ebbe successivamente Rodrigo Borgia che, divenuto papa, trasferì il feudo al proprio figlio Cesare (il tristemente celebre Duca Valentino), e vi eresse la Rocca, poi compiuta da Giulio II.
Posteriormente la città seguì le sorti dello Stato Romano, senza subire particolari scosse, e molti papi la visitarono o vi furono comunque di passaggio.
Presso Civita Castellana, il 4 dicembre 1798 i soldati della Repubblica francese condotti dal Macdonald sconfissero le truppe napoletane guidate dal generale Mack.
La città, oggi sede di diocesi unitamente ad Orte, va storicamente considerata erede del vescovado di Falerium Novum, esistito fino al 1033.
Nel 1439, a Civita Castellana fu deposto un vescovo di nome Giovanni; quindi, per volere di Eugenio IV, che con una bolla del 5 ottobre 1437 aveva previsto il passaggio di quella tra le due diocesi di Civita e di Orte che sarebbe rimasta per prima vacante, alla giurisdizione dell’altra, il vescovo ortano Valentino, divenne per primo, pastore delle due sedi riunite. Questo abbinamento determinò, però, tra le due città, dei motivi di contrasto, in quanto ciascuna di esse voleva figurare per prima nella denominazione, accampando diritti di priorità sull’altra.
Si decise allora di cercare di stabilire quale delle due sedi fosse risultata di più antico vescovado; ma anche questa soluzione fu resa impossibile dalla mancanza di fonti sicure; anzi, a questo proposito, si cercò persino da ambo le parti di falsificare documenti.
La vertenza si è risolta soltanto in tempi moderni, mediante l’applicazione "ad litteram" della bolla di Eugenio IV del 1437 e cioè mediante l’accordo che la consacrazione degli Olii e le altre cerimonie speciali che il vescovo deve compiere annualmente nella sua cattedrale, vengano celebrate alternativamente nelle due città.
Lo stemma comunale civitonico raffigura un cavaliere, che esce da un castello con una bandiera in mano. La tradizione popolare identifica tale cavaliere con il leggendario S. Giorgio, ma poiché manca il drago, è lecito supporre che la figura simboleggi piuttosto l’ideale di protezione, proprio dell’antica cavalleria.

I MONUMENTI

I resti archeologici ed i notevoli monumenti siti in Civita Castellana fanno di questa cittadina una delle più interessanti del Lazio.
Tra i resti di Falerium Vetus, il più notevole è costituito dai ruderi del tempio argivo di Giunone Curite (uno dei cinque di cui si ha notizia dovessero esistere nella zona). Tali ruderi risalgono al IV – III secolo a.C.; ma presso di essi furono trovati interessanti oggetti votivi e sculture (attualmente conservati al Museo di Villa Giulia in Roma), riferibili ad epoche più antiche, fino dall’età del bronzo. Anche vari frammenti degli altri quattro templi (acroteri fittili, cornici, ecc.) sono raccolti presso lo stesso Museo romano.
Vi sono poi, sparsi in tutto il territorio, molti sepolcreti etrusco-romani, che hanno fornito numeroso materiale ceramico di tipo falisco (oggi conservato presso vari musei). Tra tali sepolcreti meritano particolare menzione quelli delle località Penna, Valsiarosa, Monteranno, Celle e Colonnetta; e quello della valle del Fosso Maggiore, presso la quale ultima sono delle tombe con celle sepolcrali precedute da vestiboli scavati nella roccia, simili ad altri conservati in varie zone del territorio falisco, e principalmente presso Corchiano e presso la distrutta Faleri.
Notevoli sono anche il cosiddetto Ponte Terrano (sul Fosso Maggiore), con parte del pilastro settentrionale dell’epoca etrusca e le rimanenti strutture del periodo romano, ed il Ponte Ritorto (sul Treja), di fattura romana.
Altre vestigia dell’epoca romana sono infine costituite dai frammenti marmorei provenienti da località varie, e raccolti attualmente presso il portico del Duomo e presso il cortile dell’episcopio.
Al periodo paleocristiano, appartiene un pregevolissimo sarcofago marmoreo (attribuibile al III secolo d.C.), proveniente dalle catacombe prossime al paese di Rignano Flaminio (in provincia di Roma), conservato nello scalone del Palazzo Vescovile. Questo ha, ricavate sul prospetto, sette nicchiette, in cui sono raffigurate, a bassorilievo, altrettante scene bibliche, di cui due relative al Vecchio Testamento (le due estreme), e cinque al Nuovo Testamento (quelle centrali).
Le scene del Vecchio Testamento rappresentano:
a) il sacrificio di Abramo (il personaggio biblico sostiene il pugnale alzato, pronto per colpire Isacco, sulla cui testa sta posando la sinistra, mentre il suo sguardo è volto verso una nuvola, in alto, nella quale compare una mano, simbolo della volontà divina);
b) l’uccisione del "Draco magnus", divinità adorata dai Babilonesi.
Nelle scene del Nuovo Testamento si ammirano:
a)  la predizione del rinnegamento di Gesù (il Salvatore parla con un Apostolo, che si può agevolmente identificare con S. Pietro, dalla presenza del gallo cui si fa riferimento nel brano evangelico);
b) la guarigione del paralitico (vi compaiono Gesù e l’Apostolo, simili alle figurazioni della scena precedente; il paralitico, rappresentato più piccolo, appare già guarito e si appoggia al suo letto);
c) la consegna del primato a Pietro (E’ la scena centrale e quindi la più importante: quella a cui tendono le altre col loro significato. La nicchietta è occupata dai due personaggi principali visti nelle altre scene… Gesù è nell’atto di consegnare qualche cosa – oggi mancante – a Pietro);
d) la guarigione dell’emoroissa (vi compaiono ancora Gesù e S. Pietro; il Salvatore poggia la destra sul capo della malata, che nel contempo sta toccando un lembo del suo mantello);
e) il miracolo di Cana (anche qui sono Cristo e l’Apostolo; un servo versa l’acqua da un’anfora che porta sulle spalle, ed essa si trasforma in vino per volontà del Redentore).
Vari sono, poi, i monumenti medievali di Civita Castellana.
Il più importante tra tutti è la cattedrale (S. Maria), eseguita verso il 1210.
D’immensa bellezza è il portico che precede la facciata (il migliore di tutta l’architettura romanica e, nel contempo, una delle opere più notevoli e più complete di due tra i celeberrimi architetti della famiglia dei Cosmati: Iacopo e il figlio Cosma.
A differenza dei portici di alcune pressoché contemporanee basiliche romane (S. Lorenzo fuori le mura, S. Maria in Trastevere, S. Cecilia, Ss. Giovanni e Paolo), “ qui a Civita Castellana troviamo che al centro il portico si spezza per lasciar sollevare un arco meraviglioso. I fedeli per entrare in chiesa debbono passare sotto un arco di trionfo e vengono invitati al passaggio a disporsi all’incontro di Dio, rendendogli già gloria, lode e grazie. L’arco trionfale che doveva servire a non nascondere il portale della chiesa, della cui bellezza dovevano essere più che convinti i costruttori stessi, ad un certo momento divenne una bella esigenza della fede dei costruttori ed un invito alla fede. La trovata, se di trovata si può parlare, fu studiata tanto che l’arco rivela una grande nobiltà ed un grande talento. Vi si è voluta vedere la imitazione dell’arco del palazzo imperiale di Spalato e di altri edifici romani e l’antecedente per quanto farà il Brunelleschi nel portico della Cappella dei Pazzi. L’arco è inquadrato da pilastri corinzi, le cui scanalature sono state riempite da pietruzze multicolori (fatto questo che poi ripeterà il Brunelleschi) e da un attico.
La bellezza dell’arco ci fa dimenticare che esso copre il meraviglioso rosone della facciata e che gli artefici non seppero trovare, dopo lo sforzo produttivo fatto per innalzare quella bell’opera, il modo conveniente per innestare l’opera stessa alla facciata.
Al di sotto del portico si aprono tre portali: il mediano (opera di Lorenzo padre del ricordato Iacopo) ha una lunetta traforata a mezza rosa e decorazioni a mosaico; il destro (opera di Iacopo) è adorno di una lunetta a mosaico, con il busto del Cristo benedicente; il sinistro è di fattura moderna.
L’interno della chiesa, ad una navata, con cappelle laterali comunicanti tra loro e presbiterio sopraelevato, presenta di notevole: il magnifico pavimento a mosaico, che ricorda quello della chiesa romana di S. Maria in Trastevere; le due esili colonne, poste ai lati della porta centrale, poggianti su figure leonine, una delle quali abbocca un piccolo genio del male, a voler forse simboleggiare il trionfo della Chiesa sulle forze infernali; una tavola bizantineggiante, di anonimo del XIII secolo, in cui è effigiato il Salvatore; e il ritratto marmoreo ad altorilievo di Virgilio Mazzocchi (musicista, ideatore del bequadro). Nel complesso, però, il tempio risulta deturpato dai vari rinnovamenti apportativi nel XVIII secolo.
Nel locale a sinistra dell’altare maggiore (oratorio del Sacro Cuore) sono: due magnifici plutei marmorei con decorazione cosmatesca e con rilievi di sfingi (opera della seconda metà del XIII secolo, di Deodato e Luca, figli di Cosma); una Madonna in Trono col Bambino, tavola di anonimo del 1200; e deperiti affreschi, pure del XIII secolo.
Al di sotto del presbiterio è una antica magnifica cripta (forse costruita sui resti di un sacello pagano), con volte a crociera costolonate, sorrette da ventisei colonne. In essa si conservano due pregevoli oliari della seconda metà del 1400 (donati al sacro edificio da Rodrigo Borgia, quando era cardinale), ed un altare settecentesco.
Notevoli sono pure i seguenti altri monumenti medievali:
a) la chiesa romanica di S. Maria del Carmine, del 1100, con bel campaniletto a bifore, abside semicircolare, e interno a tre navate con colonne fornite di scanalature e di capitelli diversi fra loro; su una parete esterna è murato il più antico bassorilievo in cui sia raffigurato lo stemma civico;
b) la chiesa romanica di S. Gregorio Magno, con un bel portale marmoreo decorato dai Cosmati, aperto su una parete laterale;
c) la chiesa romanica di S. Pietro, completamente trasformata nel 1700, in cui si conservano: una tavola raffigurante S. Bernardino da Siena, attribuita a Sano di Pietro (XV secolo); una bella “ Natività “ di Antoniazzo Romano (del 1480 circa); ed un oliario rinascimentale con le immagini del Redentore e di due angeli ricavate a bassorilievo;
d) la chiesetta di S. Chiara, con un elegante rosone nella facciata;
e) varie case dei secoli XIII e XIV, più o meno rimaneggiate;
f)       il ponte a schiena d’asino gettato sul Rio Maggiore, a valle dell’abitato;
g) i resti di un acquedotto costruito su ruderi etruschi.
Sempre al periodo medievale appartengono, infine, i ruderi di vari castelli del territorio civitonico. I più cospicui tra essi sono quelli relativi al castello di Borghetto (o Borgo S. Leonardo), presso la frazione omonima, sorto in epoca imprecisata, forse a difesa del porto sul Tevere di Civita Castellana e Magliano Sabino. Nei pressi sorgeva una chiesa, pure medievale, oggi distrutta, dedicata a S. Leonardo, ed edificata dai monaci di S. Maria di Faleri. Borghetto fu in possesso dell’Ospedale di S. Spirito in Sassia dalla fine del XIV secolo fino al XVI secolo; lo ebbe quindi la Camera Apostolica, e successivamente passò ai Farnese, che lo tennero fino al 1649.
Preso Borghetto, la Via Flaminia attraversa il Tevere sullo storico ponte Felice. Esso è dell’epoca di Augusto, ma fu ricostruito da Sisto V (1589), su disegno di Domenico Fontana, però modificato; restaurato da Clemente VIII, da Paolo V e da Urbano VIII. E’ a quattro luci e nella sua costruzione si deviò in un nuovo letto il Tevere, che prima scorreva ai piedi di Magliano. Il nome gli viene dal pontefice Sisto V, che si chiamava Felice Peretti.
Tra i resti delle altre rocche medievali, prossime a Civita Castellana, ricordiamo: quelli del Castello di Corsignano, e quelli delle torri dei Giganti e di Giunone.
Al periodo rinascimentale, appartiene il già menzionato castello, fatto innalzare negli ultimi anni del XV secolo da Alessandro Borgia, per il figlio Cesare, su progetto di Antonio da Sangallo il Vecchio sull’area di una più antica rocca. Qualche anno più tardi Giulio II vi aggiunse il poderoso mastio ottogonale alto ventiquattro metri e con un perimetro di ottanta, eseguito su disegno dello stesso Sangallo. E’ questo tra i più notevoli castelli rinascimentali del nostro territorio. E’ a pianta pentagonale. Vi si accede per un ponte levatoio (sovrastante ad un alto fossato), che immette in un torrione cilindrico, dal quale si passa in un primo cortile rettangolare, dove, incastonato in una parete, notasi un altorilievo marmoreo, raffigurante un Ecce Homo (il volto è però quello del duca Valentino, il tristemente famoso Cesare Borgia: strano miscuglio di sacro e di profano voluto da quella potente famiglia!). Da un portale si passa in un secondo cortile, molto vasto, con un elegante loggiato a due ordini. Sotto il portico e in alcune sale interne sono conservati affreschi attribuiti agli Zuccari e ad Amico Aspertini. Nel castello si conservano anche alcune armi del tempo dei Borgia.
Nella prima metà del secolo scorso la Rocca fu prigione politica dello Stato Pontificio, e fu denominata la "Bastiglia di Roma"; ma vi furono rinchiusi anche delinquenti comuni, come i briganti della banda del famoso Gasparone, che furono graziati nel 1870 dallo Stato Italiano (dopo ben quarantaquattro anni di pena!).
Altri monumenti rinascimentali e di epoche più recenti, conservati in Civita Castellana, sono:
a) la Porta Borgiana, del XV secolo, avente incorporati frammenti marmorei di un sepolcro romano; al sommo dell’arco è lo stemma dei Borgia e sopra questo è quello di Paolo V che fece restaurare l’opera;
b) la facciata vignolesca del Palazzo Trocchi-Alessandri;
c)  il cinquecentesco Palazzo Baroni, nel cui interno si trovano alcuni affreschi degli Zuccari;
d) il palazzetto rinascimentale prospiciente la via Regina Margherita, con una parte della facciata a bugnato rustico e due curiosi portali coronati da archi a schiena d’asino, detti anche da taluni studiosi archi "Tudor";
e) il Palazzo vescovile, della metà del XV secolo;
f)  l’ardita costruzione del Ponte Clementino, sul Rio Maggiore, fatta innalzare a due archi sovrapposti da Clemente XI nel 1707 e ricostruito nel 1862 da Pio IX (con un solo altissimo arco), in seguito ai danneggiamenti provocati da una memorabile piena del fosso, verificatasi l’anno precedente;
g) la fontana di Piazza Matteotti.

I SANTI E LE FESTE

Protettori di Civita Castellana sono considerati i Ss. Marciano e Giovanni, i cui resti si conservano nella cripta della Cattedrale, ivi trasportati nel 998 da Rignano Flaminio.
La loro festa si celebra con grande solennità il 16 settembre. In tale circostanza viene effettuata una magnifica processione, nella quale vengono portate – per le vie della città – le reliquie dei Patroni.
Nel giorno successivo ha luogo una grandiosa mostra mercato, nella quale vengono esposti, oltre ai normali generi di consumo comuni a tutte le manifestazioni similari, anche i magnifici prodotti dell’industria ceramica locale. Per qualche tempo – negli anni scorsi – si è svolta, in tale occasione, anche una combattutissima gara di pittura estemporanea.
Una grande venerazione i Civitonici nutrono pure per i Ss. Gratiliano e Felicissima, martiri della vicina distrutta città di Faleri.
Patrono della frazione di Borghetto è S. Leonardo, la cui festa cade nella seconda domenica dopo Pasqua.
Accanto alle feste religiose, vanno ricordate, per Civita Castellana, quelle profane del Carnevale (erezione di Re Carnevale sulla fontana di Piazza Matteotti, sfilate di carri allegorici e gruppi mascherati, veglioni, cremazione di Re Carnevale, ecc.).

UOMINI ILLUSTRI

Civita Castellana si vanta di aver dato i natali a:
a)  Grazio Falisco, scrittore, autore del “ Cynegeticon “ (II sec. d.C.);
b)  Alessandro Petronio, autore dell’opera "In aedibus populi romani" (sec. XVI);
c)  Giorgio Giuliani, pittore della scuola di Guido Reni (sec. XVI);
d)  Domenico e Virgilio Mazzocchi, musicisti (1592-1665 e 1597-1646);
e)  Paolo Rosa, astronomo (sec. XIX).

L’ARTE CERAMICA

Civita Castellana è oggi ben avviata dal punto di vista industriale, grazie alla presenza nel suo territorio delle ottime argille cui si è altrove accennato, alla rinomata scuola di arte ceramica che vi ha sede, ed ai numerosi impianti di fabbricazione delle ceramiche stesse, che da molti anni vi svolgono la loro attività, e che affondano la loro origine nella tradizione artigianale esistente ivi fin dai tempi antichi.
Pertanto, la cittadina è l’unica, tra i vari centri della zona cimina (oltre, naturalmente, a Viterbo), a non aver risentito affatto del fenomeno dello spopolamento delle zone rurali in atto in questi ultimi anni; essa presenta, anzi, un aspetto di prosperità e di benessere.
Le prime manifestazioni dell’arte figulina di Falerii Veteres, l’odierna Civita Castellana, risalgono al X secolo a.C., quasi ai primordi dell’età del ferro.
Dalle più antiche invenzioni di suppellettili presso le tombe delle necropoli di Falerii, le necropoli di Celle, Monterone, Scasato, Penna, Valsiarosa e Colonnette, si ha un materiale vascolare di rozza e grossolana manipolazione, i cosiddetti vasi ad impasto, difettosi soprattutto nella forma, per la mancanza del tornio, che compare solo più tardi. Essi appartengono alla civiltà chiamata comunemente Villanoviana e che deve essere considerata, per quanto concerne l’arte, come un riflesso di ciò che si svolgeva nel mondo greco.
A poco a poco si nota nella suppellettile destinata in gran parte al corredo funebre dei Falisci, una trasformazione della tecnica vascolare: compaiono i prodotti dell’arte orientalizzante, così chiamati perché tratti dal Mediterraneo orientale ed i cui centri di fabbricazione non sono stati ancora ben determinati. Con i vasi d’arte orientale o italo-geometrici, compare il bucchero vaso d’argilla d’un bel colore nero ebano in cui la sottigliezza delle pareti e l’armonia della linea sono davvero meravigliosi.
Sotto l’influenza dell’arte orientalizzante, anche i modesti prodotti locali cercano di trasformarsi e di migliorarsi nell’imitazione. E’ intorno a questa epoca – VII secolo a.C. – che incominciano a comparire i primi vasi attici lavorati al tornio.
Ne consegue che, per effetto del nuovo apporto meccanico, le forme dei fittili non solo vengono migliorate e perfezionate, ma subiscono una completa trasformazione permettendo così il passaggio dalle forme abituali del tronco di cono e lenticolari a quelle cilindriche e sferiche.
Verso la metà del VII secolo a.C., ai vasi detti italo-geometrici, succedono i protocorinzi che invadono tutti i mercati e costituiscono il punto di congiunzione con quelli corinzi.
Volendo eseguire un confronto tra i vasi falisci e quelli etruschi, prodotti in questo periodo, si riscontra una maggiore perfezione nei primi; e il fatto si spiega poiché la maggiore produzione etrusca coincide con l’epoca in cui la civiltà etrusca incomincia a tramontare.
Ma l’arte locale di imitazione raggiunge il più alto grado con la ceramica cosiddetta falisca, la quale, se rimase inferiore alla greca per la qualità delle materie prime, le somiglia però per l’ornamento delle pitture e per il procedimento tecnico con cui furono condotte. I vasi falisci che imitano prevalentemente quelli attici di stile fiorito differiscono da questi, oltre che per il colore dell’impasto, anche per una maggiore purezza di composizione e di forma congiunta alla finezza di sentimento che costituisce uno dei pregi migliori dell’arte falisca.
Le forme preferite di vasi sono l’anfora a volute, il cratere a campana, lo stamnos di grandi dimensioni, la kylix, lo skyphos e l’oxybaphon. I soggetti sono tratti da miti greci ma con variazioni locali: sono però preferite le scene dionisiache.
Merita particolare menzione lo stamnos falisco che presentemente si trova nell’antiquarium di Berlino e che rappresenta il sacrificio funebre di due troiani in onore di Patroclo.
Notevoli per iscrizione in dialetto falisco le due kylike al Museo di Villa Giulia in Roma, rappresentanti Dionisio che bacia e sorregge Arianna. L’iscrizione dice: Foied vino pafo cra carefo = hodie vinum bibam cras carebo ("oggi berrò vino, domani ne farò a meno").
Degna ancora di attenzione è un’anfora esposta al predetto Museo, rappresentante l’Aurora, anfora mirabile per finezza di forma e di decorazione policroma.
Come la ceramica falisca si distingue dall’etrusca, così non si può confondere con quella italiota della Magna Grecia, in special modo con quella delle fabbriche apule.
L’arte falisca aveva già fissato il suo stile e scelti i suoi modelli.
Resta tuttavia il fatto che le tracce storiche della ceramica falisca da quell’epoca e per molti secoli furono alquanto evasive ed incerte.
Sulle materne rovine di Falerii Veteres vennero a stabilirsi, a poco a poco, numerosi conglomerati di famiglie sfuggite dalla vicina Santa Maria di Faleri i quali, all’epoca infausta delle scorrerie e devastazioni barbariche, trovarono maggior ausilio di salvezza e di difesa nella nuova residenza.
Dallo statuto municipale impresso a Roma nel 1566 si rileva che sin dal XVI secolo esistevano in Civita Castellana i cosiddetti “ Vascellari “ i quali producevano ceramiche a smalti stanniferi come quelle delle botteghe del Rinascimento.
Nei secoli XVII e XVIII, col progresso continuo dell’arte ceramica in Italia, alle antiche industrie civitoniche altre manifatture di maioliche e di terraglie a pasta bianca si si sostituirono con più o meno successo, facendo sempre tesoro delle materie prime locali.
Esse manifatture, iniziate dal Buonaccorsi, passarono a Consalvo Adorno e da questi a Giuseppe Valadier, al Mizielli ed altri successivamente, i quali tutti si distinsero nella produzione ceramica di quei tempi.
Ma verso la fine del secolo XVIII, per opera specialmente di un uomo di genio, Giovanni Trevisan detto Volpato – ceramista ed incisore – mercè una concessione avuta dalla Camera Apostolica di poter scavare argille plastiche su una estensione di diciotto chilometri dal Monte Soratte, l’arte ceramica di Civita Castellana ebbe incremento e perfezione a tal punto che Napoleone per alcuni magnifici oggetti di maiolica, biscuit e porcellana esposti in Roma al Campidoglio, premiò il Volpato con medaglia d’argento. Il Parnaso in biscuit che trovasi nel Palazzo regio di Capodimonte è opera sua, come molti altri pregevoli lavori tra cui la figura equestre di Pio VI in terraglia.
Sempre con materie prime locali l’artista e tecnico ad un tempo, riuscì a fare lavori di pregio non comune evitando la concorrenza in Roma dei prodotti stranieri. Emulo del Volpato in quell’epoca fu anche Francesco Coramusi, altro ceramista valentissimo che venne premiato anch’egli per le sue rinomate maioliche bianche e decorazioni eccellenti.
Morto il Volpato nel 1803, il figlio Giuseppe continuò le nobili tradizioni artistiche del padre con ognora crescenti successi.
Da Giuseppe la fabbrica passò al nipote Angelo e quindi al figlio di questi Mariano, chiamato anche lui Volpato, che nel 1850 cedette la privativa a Tommaso Roersi bolognese.
Questi non fu secondo, per la bontà delle sue produzioni ceramiche e per l’ottima organizzazione commerciale, ai suoi concessionari.
Fra i numerosi oggetti esposti a Roma e altrove furono degni di nota i piatti decorati a trasporto o meglio a calcomania, i ritratti a pastello minerale sotto vernice eseguiti con rara maestria.
Al Roersi, successe Giacomo Ruvinetti, che con il Laurenti e i fratelli Profili, civitonici, costituirono la rinomata fabbrica Ruvinetti e compagni.
Mentre il Volpato eccelleva nella produzione della ceramica d’arte e un soffio di orgoglio animava i ceramisti di Civita, in Inghilterra un geniale meccanico londinese – Giuseppe Bràmah – già noto per la sua invenzione del torchio idraulico, costruì nei primi anni dello scorso secolo il classico Water closet. Circa un secolo dopo dall’invenzione del Bràmah, un nostro intelligente artigiano, Antonio Coramusi, discendente da una famiglia di autentici artigiani ceramisti, … in una rudimentale fornace attrezzata alla bisogna nei pressi del ponte falisco in località Terrano, … iniziò le prove con le sole materie prime locali e, in breve, il successo fu suo.
Sorse così intorno al 1900 in Civita Castellana l’industria del sanitario che, in uno con quella delle stoviglie e delle maioliche artistiche, dette la prima cospicua impronta alla nostra città di centro industriale d’importanza nazionale ed internazionale.
Per concludere, esaminiamo ora brevemente i differenti tipi e le varie fasi di lavorazione della ceramica.
Questa . . . è essenzialmente un impasto di argilla ed altre sostanze con acqua, fatto a temperatura ordinaria, foggiato in varie forme e poi cotto in modo da diventare rigido e consistente. Variando le sostanze che vengono mescolate all’argilla, variano le caratteristiche dell’impasto: la terraglia è porosa e quindi permeabile all’acqua e scalfibile all’acciaio (viene infatti ricoperta da una vernice trasparente a base di borosilicati piombiferi); la porcellana è durissima, compatta, impermeabile e dà i prodotti di maggior pregio; la maiolica è anche essa porosa, ma è sempre rivestita da uno smalto che serve di base all’ornato dipinto.
Il processo di fabbricazione degli oggetti in ceramica, qualunque essi siano, comprende le seguenti fasi essenziali: la preparazione delle materie prime e l’impasto; la formatura; la cottura. Alcuni prodotti subiscono poi  un rivestimento con vernici o smalti, cui segue quasi sempre una seconda cottura. Gli oggetti artistici, durante questa fase, vengono decorati variamente.
La fase tecnicamente più interessante è la formatura, che dà all’impasto la forma desiderata. Il procedimento più antico per vasi,. piatti e piccoli oggetti di questo tipo è quello al tornio, che oggi è ormai poco usato, tranne che nei piccoli laboratori, ma che conserva sempre un grande fascino: con una mano fuori e l’altra dentro il blocco d’argilla, il vasaio preme, sorregge, allarga, restringe, accarezza e, come per miracolo, dal pugnetto di fango che aveva posato sul piatto del tornio ecco levarsi il vaso dalle forme perfette. Ma la tecnica oggi più largamente usata, specialmente nei grandi complessi industriali è quella dello stampaggio, usata soprattutto per gli oggetti artistici oppure di forma complicata, e la trafilatura, usata per i laterizi forati.
La formatura è poi completata dalle operazioni di rifinitura, dopo le quali i prodotti vengono passati alla cottura.
Dai forni di cottura gli oggetti escono ancora porosi e passano nelle mani dei verniciatori e degli abili artisti decoratori. Ma è necessario procedere ad una ulteriore cottura per dare stabilità alla vernice o agli smalti e, in certi casi, anche ad una terza.
In Italia l’arte della ceramica ha una lunga, e non mai interrotta, tradizione di bellezza artistica: oltre quelle di Civita Castellana, famose sono le ceramiche di Gubbio, di Faenza, di Pesaro, di Deruta. Particolarmente celebri le ceramiche di Capodimonte, dal nome della villa reale presso Napoli, dove dal 1743 al 1805 fiorì un’attiva fabbrica di ceramica artistica.

  [Trascrizione di Sergio Carloni]


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