domenica 8 novembre 2009

Il Forte Sangallo nella "Storia delle fortificazioni..." di Alberto Guglielmotti. 1880.


STORIA DELLE FORTIFICAZIONI

  

IL FORTE DI CIVITA CASTELLANA

Libro IV, tratto daStoria delle fortificazioni nella spiaggia romana risarcite ed accresciute dal 1560 al 1570 per il padre maestro Alberto Guglielmotti dell’ordine dei predicatori, teologo casanatese.
Roma, Tipografia dei Fratelli Monaldi, 1880. [139-168] p.

I. - I primitivi abitatori dell’Italia centrale, quando mettansi a edificare le loro città, intesi principalmente alla sicurezza della propria dimora, sceglievano di preferenza le alture dirupate; e fattisi eminenti sulle vette precipitose, circondati da grosse muraglie, e muniti di eccelse torri rettangolari o rotonde, teneansi a bastanza fortificati sul tipo, che possiamo chiamare alla dantesca, di Montereggione. Valgono per esempio, tra le grandi città, Orvieto, Siena, Perugia, Volterra; e valga per quanto ce ne resta, l’esempio di Cere, di Norba, di Tarquinia, e di altrettali antichissime metropoli. Dove per l’opposto incontravano vaste pianure, tenevano nondimeno la stessa regola nell’ordine inverso, cercando al disotto quel che non potevano trovare al disopra. Imperciocchè allora sorteggiavano alcuna lingua di terra, circondata da precipizi; e piantavano stazione non meno acconcia e sicura, come quella che, quantunque da lungi sembrasse in piano, senza eccedere punto o poco sul livello generale delle campagne circostanti, tuttavia cercata da presso compariva al sommo di alcun macigno dirupato fino nel fondo dei torrenti, con trenta e cinquanta metri di abbisso da ogni parte; o solamente per un angusto passaggio congiunta al resto degli altipiani. Di questa maniera troveremo nell’Etruria marittima Tuscania, Nepi, e più d’ogni altra Civita Castellana, anticamente Faleria, capitale dei Falieri al di qua del Cimino.
Questa città, messa di lungo sul dorso di scoglio tufaceo, per quanto dalla parte maremmana sembri sul piano, non è d’altronde unita alla campagna se non dal lato di libeccio; e per ogni altra parte trova precipitosi dirupi, in fondo ai quali corrono in giro tre rapide riviere e perenni: a destra il rio Filetto, nomato già Vicano, emissario naturale del lago di Vico; a sinistra il rio Maggiore, nudrito dagli scoli di Caprarola; e di fronte allo scoglio corre il fiume Treja, che quivi a punto raccoglie le tre vene, onde si noma, e le mena in grossa corrente a breve distanza tributarie nel Tevere. Dunque scoglio di fortissima posizione, contornato dai dirupi e dalle acque, sul passo allora più frequente della via Flaminia; e sul nodo delle strade maremmane, umbre, amerine, picene, e sabine verso Roma.
Tutti i padroni del tempo seguente, a imitazione dei primitivi fondatori, tanto più attesero alle difese di quel luogo, quanto meno avevano a stentare per renderlo inespugnabile. Ne restano le memorie, e si vedono tuttavia gli avanzi delle torri e delle muraglie di epoche diverse, specialmente sull’isola, e al Castelaccio, e presso alle porte, e in capo alle strade per le quali con lunghi e tortuosi stenti si sale alla città. Ma più e più studiate, ripetute, e continue voglionsi dire le fortificazioni sull’istmo, così possiamo chiamare l’unica e angusta spianata tra la città e la campagna di verso Monterosi: geloso tratto, dove solide opere difensive sorgevano nei tempi di mezzo, e dove alla fine dl secolo decimoquinto fu edificato il forte, che darà determinato argomento a questo libro.
Il nostro forte, avvegnachè poco noto ai moderni scrittori dell’architettura militare, né mai allegato a suo luogo dal Promis, avrà nondimeno quinci innanzi grado precipuo tra i migliori monumenti dell’arte nuova nei tempi primitivi; e gli cresceranno importanza gli studi della casa da Sangallo, i riscontri col castello di Roma, ed i richiami alla marina. Descriverò in ordine il magisterio del poligono, la figura del prospetto, le piante dei moderni, e gli autografi degli antichi: ma prima devo cominciare dal farmi strada a stabilire la data certa del nuovo edificio.

(1494.)

II. - Le vicende del cardinal Rodrigo Borgia Llancol, e gl’intimi successi della sua casa, strettamente si legano a Civita Castellana da lui per lunghi anni tenuta in governo; e pur si legano ai paesi vicini di Nepi e di Rignano: luoghi di singolari avventure. Divenuto egli stesso papa col nome di Alessandro VI, trasferì il medesimo governo nelle mani del suo Cesare, novello cardinale, perché servisse anche a lui di fondamento ai futuri progressi. Cesare fin dal principio divisò di assicurarsi meglio del dominio, fabbricandovi un forte, rispondente alla grandezza delle sue speranze. Era allora in corte, precipuo architetto militare, Antonio da Sangallo. Lo abbiamo veduto fin dal novantadue a lavorare nella seconda cinta di Santangelo, e ad apprestarne la terza sul disegno di pentagono bastionato. Del nobile disegno invaghitosi Cesare, di presente (come il fatto dimostrerà) volle vederne la prova nella sua terra, coll’intendimento di ripeterlo a miglior tempo, e con maggior grandiosità pel castello di Roma. Il Vasari ben ricorda la connessione di questi fatti nella vita di Antonio, dicendo[1]: “L’opera di Castello gli diè credite grande appresso il Papa e col duca Valentino; e fu cagione ch’Egli facesse la rocca che oggi si vede in Civita Castellana: e finchè visse il Papa, attese di continuo a fabbricare, e per esso lavorando fu non meno premiato che stimato da lui”.
Non ripeto i commentari e le dimostrazioni già assicurate nel terzo libro; ma vengo subito alle conclusioni del presente[2], ed alle istorie municipali di Francesco Pecchinoli[3]. Costui quasi contemporaneo, nipote del vescovo civitonico, alfiere in Lombardia con le bande nere di Giovanni de’ Medici, e poi cancelliere del comune, scrive così[4]: “Cesare Borgia ottenne dal padre in governo perpetuo Civita Castellana per servirsene in un bisogno come di antimurale a difesa di tanti suoi stati: et dai nostri cittadini volle sacramento solenne di homaggio, et di fede. Della quale non si stimando abbastanza sicuro (pel fresco esempio della espulsione dei Savelli), sotto pretesto di voler fortificare la città, ma in effetto per tenerla a freno, diede principio e progresso grandissimo a quella superba roccha, che hoggi si vede. A questa fabbrica contribuì la Comunità, avendo fatto a sue spese il principale baluardo che è opposto verso Terrano.
Né Francesco, né Giorgio, né altri ch’io sappia, scende ricisamente ai particolari del giorno e del mese: ma tutti ci menano più tosto al principio, che non alla fine delle grandezze di Cesare; tutti lo chiamano Duca Valentino per anticipazione, perché con questo nome si rese famoso da poi, e così anche oggi comunemente è chiamato, messi in non cale i precedenti suoi titoli vescovili e cardinalizi. In somma tutti vogliono che diamo tempo all’architetto e al favorito di crescere nei lavori e nelle grazie dal principio alla fine, quanto durerà di seguito la vita di papa Alessandro. Nel novantadue Antonio entrava ai lavori del castello di Roma, come ho già dimostrato: nel novantatrè papa Alessandro, recandosi a Viterbo, rivedeva Civita Castellana[5]: nel novantaquattro Cesare cardinale mirava più su del cappello. Dunque non possiamo differire il principio, se vogliamo trovarci alla fine della fabbrica, che nel 1503 comparirà compiutamente in punto di gagliarda difesa. La troveremo dentro e fuori coperta in ogni parte dai ricordi di casa Borgia. Stemmi frequenti dipinti e scolpiti di Alessandro  di Cesare dal pianterreno alla cima dei baluardi, tutti dell’istesso tempo e della medesima forma, all’uso del quattrocento: iscrizioni più rare, ma qualcuna ne resta sotto al portico, volgarmente detto il Loggiato, dove alle quattro punte della prima crociera arcuata tuttavia si legge[6]: “Viva Giulio Cesare Borgia”. Non ancora Duca.
A rendere vie più certa la data dell’edificio, Cesare istesso, non contento degli stemmi paterni e delle proprie iscrizioni, volle aggiustare al piè dell’ultimo baluardo alla Rupe il suo ritratto. Fisionomia notissima per la famosa tela dipinta da Raffaello e conservata in Roma nella Galleria dei principi Borghesi, e per le tante copie e stampe da quella ripetute. Se non che a Civita Castellana voi non trovate il piumino rovescio, né il farsetto rigonfio, né il pugnale sull’anca: ma vedete che Cesare, allora uomo di Chiesa, fece scolpire la sua effigie, ad alto rilievo di finissimo marmo, sotto la figura dell’Eccehomo[7]. Fatto strano, che manifesta vie meglio la trista miscela di sacri e di profani intendimenti nell’animo di colui che della dignità ecclesiastica tanto poteva abusare nei primi anni, quando la vita di lui, cardinale novello, parea tutta di pietà; ma non certamente negli anni seguenti, quando il nome e la faccia sua stettero a segno di comune maledizione. I buoni terrazzani, passando di là, salutano l’immagine del Salvatore, senza impacciarsi di Cesare[8]; e noi similmente, dopo la debita riverenza, penseremo soltanto alla data dell’edificio, cominciato dal Cardinale e finito dal Duca.
Oltre a tante ragioni, egli stesso al primo tempo era tratto all’opera, e quasi direi costretto dall’esempio, sempre e dovunque potentissimo, massime in Roma, de’ fatti precedenti. Ciò che il giovane cardinale della Rovere sotto papa Sisto aveva potuto fare di bella rocca nella sua residenza di Ostia, doveva pure il giovane cardinal Borgia sotto papa Alessandro voler ripetere di nuovo nel suo governo di Civita Castellana. Il primo di poi fu eletto Papa, il secondo divenne Duca: famoso l’uno e l’altro più col nuovo che col vecchio titolo. Nondimeno ambedue fabbricarono le primitive fortezze da cardinali: quegli nell’ottantatrè, questi nel novantaquattro. Non prima, perché l’architetto lavorava altrove: non dopo, perché ci veniva appresso Carlo ottavo; e con lui i pensieri degli architetti e dei padroni ne andarono pei campi dietro agli eserciti, anziché pei nuovi edifizi sotto ai fondamenti delle nuove muraglie. Tutte le ragioni ci stringono all’istesso anno.
Ma ciò non basta a chi desidera la precisione del mese e del giorno, tanto più ardentemente, quanto meno se ne trova nelle iscrizioni del forte di Civita, dove mai non si vede segnato il millesimo. Fatto in vero singolarissimo, che non m’incontra altrove.
Nell’archivio di Stato in Roma, rarissimi sono i documenti del pontificato di Alessandro sesto. Mancano tutti i registri della depositeria generale, e tutti gli altri della tesoreria secreta; mancano quasi tutti quelli dei mandati camerali. Lo stesso sconcio s’incontra negli altri archivi privati e pubblici. Piaggiatori e maligni del tempo passato, intesi a scoprire, o a nascondere, si sono dati la mano a disperdere. Nondimeno mi farò forte con tre documenti, che mi tengono fermo all’anno predetto.
Il primo, pel giorno ventuno d’agosto 1491, mi dice congedato il vecchio castellano della rocca vecchia; e mi mostra saldati i suoi conti minuti, quando dovevano in sua vece sottentrare nuovi architetti alla fabbrica del forte nuovo[9]: “Ad messer Antonio Petroni da Siena, già castellano di Civita Castellana addi 21 di agosto 1494, ducati 25, et carlini 5 per certe spese fatte nella roccha, pagati per vigore di lettere camerali addi 4 di novembre 1494”.
Il secondo dell’istesso archivio, dopo tre anni di lavoro, mi dà la fabbrica del nuovo forte già tanto innanzi, che, oltre al nuovo castellano, già si attende al corredo delle artiglierie, dicendo[10]: “Sedici di agosto, 1497, ad messer Aloisio Attavanti, castellano di Civita Castellana, per insino a di 16 di agosto, ducati sei di oro di Camera, ad carlini dodici per ducato, pagati per vigore di lettere camerali, per spese fatte nelle artiglierie della roccha”. Cotesto Attavanti continuossi per molti anni nell’ufficio; e sempre ritorna nei documenti come castellano della rocca nuova, cioè del nostro Forte.
Il terzo, frutto di lunghe e minute ricerche negli archivi di Civita Castellana, mi dimostra la continuazione dei lavori per tutto l’anno del novantasette. Imperciocchè nel dicembre dell’anno medesimo, in uno strumento di compra e vendita, dovendosi determinare i confini del fondo urbano, il notajo Graziani tre volte, e sempre più chiaramente ripete[11]: “Verso il forte… Verso il forte nuovo… Verso il forte che adesso si costruisce”.
Dunque nel novantasette già alto e notorio alla vista di tutti sovrastava il forte di nuova costruzione: e come al pubblico serviva di traguardo nello spazio, così a noi servirà di fede nel tempo, che non meno di tre anni avanti doveva essere stato preso a fabbricare, cioè nel 1494.
III. - Ma all’istessa data più e più sicuri ci rimena la mano dello architetto co’ suoi disegni e con le sue scritture. Gli originali, conservati alla Galleria di Firenze, ed i lucidi perfettamente simili nel mio Atlante, mostrano due disegni bellissimi di Antonio il vecchio, dritto e rovescio dell’istesso foglio. Nella prima faccia si rappresenta la parte interna del maggior cortile in prospetto, con quattro arcate del portico inferiore e quattro finestre del piano superiore: i pilastri, le mezze colonne di fronte e di fianco, l’architrave, la fascia, la cornice; e sopra al second’ordine di arcate i veroni rispondenti, il timpano, e le decorazioni, tutto improntato di leggiadria e di gravità, come si conviene a tale edificio. Sicurezza di mano maestra, qualche tratto di ombreggiamento a penna; e scritture di Antonio nel vano delle due finestre ultime, ove si leggono queste parole[12]: “Cortile a Civita Castellana: e’ dà più vano l’andito, che non ha da uno archo a un altro; e istà come vedi, e fa mezzo pilastro nel canto; e lo ‘mbasamento de’ zocoli: l’agetto suo posa fora del vivo, cioè agetto sopra aggetto. Fra la cornice della finestra e la cimasa corre uno regolo tanto quanto è grossa deta cornice; e corre al collarino del membretto, e va a toccare l’opposto, come vedi”.
Il disegno di Antonio ribbatte a capello coll’edificio esistente infino a oggi in Civita Castellana, precisamente dove egli dice: “Come stà… come vedi”. E insieme riporta la data dei suoi lavori ai primi tempi di Cesare: altrimenti non avrebbe potuto murare di dentro gli ornamenti delle cornici e dei membretti, se non avesse già prima chiuso il perimetro di fuori co’ baluardi  con le cortine.
Di che fa fede anche meglio nella seconda parte dell’autografo, dove con maggior precisione a punti grandi disegna il profilo supremo delle muraglie, con la bellezza di quindici risalti, tra fasce, cordoni, denti, collarini, ovoli, sgusci; e con tanta armonia, che l’è una delizia al riguardarli. Poi nel mezzo del foglio leva tutto intiero dal piede alla cresta il mastio ottagono con tre lati di prospetto, abbasso la scarpata, poi il cordone, indi la verticale, i ripiani, la piazza, i parapetti e quivi pur di sua mano scrive[13]: “Profilo della roca, come istà. Di pietra l’ouolo e i piani grandi: e il mastio come istà a ottangolo, come vedi”.
Senza ripetere colpi per ribadire le premesse  le conclusioni già note e ferme, avvisate nel secondo disegno quanto bene l’architetto abbia eseguito il lavoro, dai fondamenti alla suprema cresta delle muraglie e del mastio. Così oggi ancora durano.
Le due carte seguenti appartengono ad Antonio il giovane, senza dubbio copiate dagli autografi dello zio, alla cui scuola infino da fanciullo educavasi. Le quali carte, con tutte le altre della famiglia, venute poscia in dono al granduca Francesco de’ Medici, pel fatto del terzo Antonio di Orazio Picconi, come si legge nella lettera di rassegna pubblicata dal Gaye[14], ora si conservano alla Galleria di Firenze, sotto la custodia e direzione dell’egregio cavaliere Carlo Pini, cui tanto devono gli studiosi delle arti belle, dal massimo al minimo, insino allo scrittore di queste pagine. La memoria del Pini, e dei suoi favori, tornerà sovente nel mio volume: s’intenda sempre tanto più onorata e riverita, quanto meno atteso ne giugne in questi giorni il doloroso avviso della immatura sua morte.
Antonio il giovane, così sempre l’ho chiamato, e lo chiamerò per distinguerlo dallo zio, col quale per la prima volta adesso s’incontra[15], nel primo foglio ci consola della pianta generale così del forte, come dei campi circostant[16]. Da un canto gli accessori, i dirupi, le profondità, il corso delle acque, le viuzze rampanti, le cappelle rurali, gli uliveti, le vigne; noi cercheremo solo nel mezzo la pianta del forte, come fu costruito da principio, e come tuttavia si mantiene, in figura di pentagono bastionato, secondo le regole dell’arte nuova. Baluardi, fianchi, musoni, radenza, incrociatura; in somma né più, né meno, di quel che oggi vi metterebbero gli ufficiali del genio nel rilevarlo di pianta. Tale adunque lo vediamo oggidì, quale il vecchio Antonio lo disegnò da principio, e quale il nipote da lui raccolse.
Nel rovescio del medesimo foglio abbiamo il disegno della porta maestra, composto in bell’ordine e fiero di travertini a bugne; e la portella di riserva sulla destra. Abbiamo di nuovo il profilo delle mura e del mastio nelle parti supreme, a punti maggiori: e abbiamo di sua mano diverse scritture nel diritto e nel rovescio, che qui metto in ordine. La prima a lapis rosso e lettere grandi; le altre in piccolo carattere, a penna[17]:

“CIVITA CASTELLANA”

“Civita Castellana di fuora della rocha, in verso Monterosi, dove è lo più alto nemicho della rocha.
Cima del mastio.
Fondo del fiume, e valle fonda più di quindici canne.
Ripe.
Uliveto.
Canne 5.
Canne 10.
Fosso.
Va fino al ponte.
Va fino al fine della terra, o pocho mancho.
Insula di Pier Franc. da Viterb”.
Questa ultima noterella chiamerò sempre preziosissima, perché essa mi ha dato il bandolo a raccogliere da Civita Castellana ciò che in vano avevo ricerco d’ovunque, e dalla sua patria istessa, il cognome, e le notizie di un architetto tanto celebrato dai contemporanei nelle prime decadi del cinquecento[18].
Nei capitoli seguenti, trattando a parte a parte delle forme e misure del nostro forte, descriverò insieme il magisterio dei predetti autografi; perché quale in essi comparisce, tale fu murato e dura: primo modello della terza cinta di Santangelo, e di ogni altra fortificazione sulla figura del pentagono bastionato.
IV. - Ai maggiori cimeli devo aggiungnere, prima di mettermi alla descrizione tecnica del forte, i ricordi più umili, appuntati da me stesso sul posto, ed il prospetto rilevatone dal lato boreale, cioè dalla parte più finita e perfetta, secondo le regole della nuova maniera. Fronte bellissima, munita dai due baluardi migliori, pentagonali e simmetrici, dove in alto sovrasta lo stemma di Alessandro, e dabbasso l’immagine di Cesare, a dimostrare il principio e il finimento dell’opera pel tempo loro. Ne ho inserita la figura nell’Atlante, senza curare la porta di soccorso e il rivellino sulla strada, per non togliere nulla alla comparsa del recinto primario[19].
Aggiungo di più due nitide litografie attenenti all’istesso proposito: la prima rappresenta il forte preso dalla stazione di libeccio, con quella finitezza di minutissimi particolari, che la squisita diligenza soltanto può riprodurre[20], la seconda corre da lungi a cercare i precipizi, onde è circondato il forte da ogni altra parte; e mostra il famoso ponte dei cento palmi per la strada corriera[21].
Finalmente aggiungo la pianta geometrica del forte a punti grandi, nella proporzione di tre millimetri per metro, rilevata dai pontifici ufficiali del genio, e favoritami dalla gentilezza del capitano Camillo Ossani[22].
Con questi elementi, perfettamente corrispondenti tra loro nel rappresentare l’istesso oggetto e nella medesima forma, e in ogni tempo, imprendo la descrizione geometrica del forte, e ne dichiaro gli autografi, ora che l’edificio un viene dinanzi quasi compiuto.
All’estremo lembo della città, verso libeccio, di fronte alla marina lontana, sur un macigno vivo di tufo, sorge il forte; e al primo aspetto vi si presenta, come ogni altra opera dei meravigliosi quattrocentisti, di armonica perfezione, dove alla terribilità della milizia si congiunge la bellezza dell’arte. Prima di tutto la casa Borgia ci mette innanzi, mentre ci avviciniamo, gli stemmi di famiglia in grandiosa mostra ad alto rilievo di marmo bianco, sulla fronte della cortina principale, di prospetto alla città, ed a lato della porta maestra. Nel mezzo lo scudo di papa Alessandro sesto, sormontato dal triregno conico, e dalle chiavi incrociate. Scudo di sette lati, e partito per mezzo in due pezze: a destra la vacca pascente della casa Borgia, a sinistra le tre fasce della casa Lenzuoli. Due altre targhe fiancheggiano di qua e di là lo scudo papale: targhe totalmente simili tra loro, onde ci si disvela il raro e preciso blasone di Cesare, adorno oramai di corona ducale. Ciascuna targa in punta di sette lati, partita in tre pali: nel mezzo l’emblema del gonfalonierato di s. Chiesa espresso dal padiglione camerale e dalle chiavi incrociate sul feristo: a destra il secondo palo porta di sopra i tre gigli di Francia per la moglie, e disotto le tre fasce dei Lenzuoli pel padre; a sinistra l’ultimo palo porta su la vacca del primo ceppo, e dabbasso i fiordalisi. Gli stemmi del Duca, minori e più bassi, lasciano vuoti due riquadri, nei quali l’artista, di accordo col suo principale, ha scolpito la corona regia a punte triangolari di ferro, con le bende e gli svolazzi all’uso dei longobardi. I concetti e le scolture di quel secolo tendono al sublime, e le iscrizioni aleggiano verso il perpetuo. Niuna data di tempo: ma la reticenza, sia studiata, sia fortuita, ci manifesta i lavori ormai compiuti sei o sette anni dopo il cominciare, quando tanto alto poggiava il volo, non dico del Duca, ma delle arti belle, che dal petto e dagli occhi pur dei riguardanti traeva l’esclamazione scolpita quivi a lettere cubitali sul marmo[23]: “Dal Signore è proceduta quest’opera; ed è cosa meravigliosa innanzi agli occhi nostri”.
V. – Ora per intender meglio la costruzione geometrica, può ciascuno sulla scala di parti uguali descrivere un pentagono, perfettamente chiuso con cinque cortine di quaranta metri, e cinque baluardi proporzionali. Mettendoti di stazione a borea, sul ciglio della rupe, donde cadono trenta metri di precipizi sino al fondo del rio Maggiore, avrai di prospetto il filo dell’asse principale per centoventi metri, fino al vertice del baluardo australe; e avrai incrociato l’asse minore di metri cento tra i due baluardi mediani. Opera, alla maniera dei Sangallesi, cavata fuori di pianta a colpi di piccone e di scalpello dal vivo del masso, che da più parti comparisce all’esterno, massime allato alla strada Nepesina: opera rivestita di soda muraglia  e grossa cinque metri, per lo più a quadrelloni di tufo coi fregi e con gli spigoli inchiavati di travertino. Stile, materiali, costruzione, disegno, tutto uniforme, tutto di una mano, tutto di un tempo, tutto del secolo decimoquinto, tutto della prima scuola nella nuova maniera. Bellissima fronte bastionata.
La prima cortina della base corre quaranta metri: dalle due estremità spiccano due fianchi di quattro metri ad angolo retto, e poi due facce di metri quattordici ad angolo ottuso. Faccia quadrupla, cortina decupla del fianco e tripla della faccia. Dunque in questa parte non v’ha né angolo morto, né ombra di stile antiquato: ma in quella vece baluardi regolari, fuochi incrociati, difesa radente, e quanto di meglio si può volere nelle opere dei tempi più felici. A qual pro i miei maestri si recano ancora a cercare col frugnolo intorno alle opere più recenti e più distrutte da Pisa a Piacenza? Vengano una volta a Civita Castellana, vedano cogli occhi e tocchino con le mani le bellezze di edificio più antico, e tuttavia ritto al posto, come fu disegnato nei primi autografi.
Il baluardo a maestro, rimpetto al ponte Terrano, cui col Pecchinoli daremo il numero primo, procede sempre rettilineo: perfetto modello di opera a cantoni. Mette il sagliente acuto sulla rupe, spiega la seconda faccia di venti metri, e caccia dentro il secondo fianco rettilineo, e simile al primo. Dunque il baluardo, compiuto in tutte le parti, esiste ancora come fu disegnato e murato nel secolo decimoquinto. Ma se taluno volesse oppormi il difetto di simmetria, io per fermo si gli risponderei che venga  e si provi se sa di metterlo meglio. Non mica sul telajo de’ suoi cartoni, ma sui dirupi di questo terreno, al quale di buona o mala voglia bisogna acconciarsi. Anzi tra cotali pendenze e dislivelli di dentro e di fuori meglio si pare il genio dell’architetto, quando sappia sollevarsi alla suprema ragione dell’arte sua nell’assettamento dell’opera secondo la ragione del sito.
La seconda cortina, eguale alla prima ed a tutte le altre, di quaranta metri, come ho detto, va a cercare il secondo baluardo, chiamato di santa Rosa, rimpetto alle ruine d’una cappelletta rurale, espressa altresì nella pianta del Sangallo alquanto meno danneggiata, ancora salva nei tetti. Questo baluardo volge in tondo come torrione di pianta circolare. Quindi l’architetto ci dimostra anche meglio l’originalità sua e il tempo dei suoi lavori, innestando insieme il vecchio e il nuovo come sempre avviene nel primo svolgimento di ogni arte proficiente. Ma però lo ha collocato di fronte alla spianata, dove meglio dicevagli la difesa divergente. E notate pure in esso il diametro di metri quindici, che è la misura tradizionale dei Sangallesi.
Lo stile, i cordoni, le scarpate, i membrotti, e tutte le grazie dell’architettura mantengonsi sempre simili tanto sulle rette, quanto sulle curve del perimetro. Da che più chiaro esempio ci fornisce il terzo baluardo alla punta australe dell’asse maggiore, dove si uniscono insieme i due sistemi: cioè il rettilineo a squadra sul fianco destro dei soliti quattro metri; e il curvilineo con la voluta solitaria, a mo’ di orecchione, sul fianco sinistro. Le due facce uguali di metri quindici si appuntano a un sagliente acuto di sessantacinque gradi: e l’architetto ne corregge la eccessiva sottigliezza smussandone in tondo la punta: metodo costantemente seguito dall’istesso maestro nei casi simili, che ci verranno dappoi.
Il quarto baluardo, detto la Rotonda, per la gran sala a cerchio nel primo ingresso, distende le linee esterne in figura regolare per tutta la periferia, dagli angoli infuori, che hanno smusse le punte del sagliente e delle spalle, e mistilinei gli incontri nelle cortine. Supera i venti metri in lungo e in largo, rinforzato di soda muraglia, più grande e più grosso di ogni altro, come quello che difende l’entrata principale, dove tra poco saremo, dopo compiuto il giro esterno, che ora deve rimenarci al quinto baluardo.
L’ultimo risponde al primo: perfetto modello di opera a cantoni, con la giunta di un po’ di smusso al sagliente. La grossezza dei muri in tutto il giro mi fa stupire, ripensando con quanto grande animo, a fronte di qualunque fatica e dispendio, muravano i maestri della prima scuola. Quasi tutto il perimetro passa la grossezza di cinque metri, e in alcun luogo supera i sette e gli otto: cosa veramente stupenda. L’intiera muraglia monta a quattordici metri dal piano del fosso attuale, e spiega in alto tre ordini di bellissime forme: dal basamento al cordone, dal cordone alla cornice, e dalla cornice alla cresta dei parapetti. Grandezza di opera e fecondità d’ingegno.
VI. – Il fosso gira intorno al forte da ogni parte, meno che dal lato boreale, onde sbocca a destra e a sinistra sul labbro dei dirupi: largo dove venticinque e dove cinquanta metri; oggi in gran parte colmato, e messo a coltura di ortaglie e di pometi al piacimento del comandante. Resta nondimeno ben guardato il ridotto trapezoide, che cuopre la portella di soccorso, ed abbarra la strada di verso la rupe. La fronte del ridotto piomba sui precipizi; ed i fianchi sulle due porte, per le quali deve transitare chiunque voglia tra quelle angustie scendere o salire dai campi alla città. Quivi han piantato un corpo di guardia, ed una scala secreta per ascendere al ballatojo dominatore del passo, senza offendere il recinto primario, cui resta soggetto. Ridotto messo in quadrilatero di dieci metri per canto, e ben munito.
Dalla punta della rupe alla porta maggiore del forte si prolunga una falsabraca, guernita di feritoje, che serve di strada coperta intorno alla controscarpa per quel tratto solamente dove occorrono le comunicazioni tra il forte e la città. Con la testa e con la coda si appoggia sopra due piccoli ridotti o cavalierini, cui è affidata la sorveglianza generale degli approcci. Quando avvisai da presso la detta strada coperta, parvemi lavoro di più recente costruzione.
Non così devo dire dei due rivellini, che guardano la porta maestra: in essi vedo apertamente l’arte del quattrocento, e la simiglianza dei contemporanei. Il primo sul ciglio del fosso, di figura pentagonale, gitta la punta verso la città, e dai fianchi apre l’accesso per vie ritorte infino al ponte. Il secondo, a cavallo sulla cunetta, di figura quadrilatera, guarda il passo più da vicino; e con sei troniere spazza il fosso a livello, e rade le due facce dei baluardi contigui. Tra l’uno e l’altro, sopra asse diverso, tra ponte morto e levatojo, prima di essere alla porta, occorrono tre risvolte, sempre sottoposte all’infilata. Prima un androne parallelo al fosso, poi un altro a squadra sul ponte, finalmente l’ultimo di traverso mena al fianco destro del quarto baluardo, dove è la porta maggiore, e le consuete chiusure a doppio battente, ed a rastrello piombante.
VII. – Troviamo sull’ingresso il grande camerone a volta emisferica sul diametro di dieci metri, dove è il corpo di guardia; e attorno cannoniere e feritoje minacciose per ogni lato. L’occhio, rifuggendo dall’oscuro e fiero ricetto, che gravita pure sul pensiero, più presto vi conduce all’aria libera ed aperta del primo cortile. Corre diritto da levante a ponente, per ventitrè metri di lungo e per dieci di largo, in rettangolo, con una scala rampante a sinistra per salire alle piazze alte dei baluardi, e un grazioso portico di prospetto verso il mastio.
Volgendo a destra, per due porte successive, entrate, come per incanto, nel mezzo alla corte di magnifico palagio. Intorno all’area squadrata di metri seicento, trenta di lungo e venti di largo, sorride il bellissimo porticato di ordine dorico adorno di ventiquattro arcate in giro, sorrette da pilastri, rilevate da mezze colonne di fronte e di fianco: tutta l’opera in pietra di taglio. Al second’ordine di simile comparsa gli appartamenti superiori e la ricca decorazione, espressa negli autografi di Antonio il vecchio. L’osservatore conta ventotto camere nel pian terreno, più del doppio nel superiore; ed ammirando la bellezza e correzione dell’architettura, corre festoso col pensiero a paragonare ciò che vede con quel che ricorda di meglio, alla loggia dei Lanzi dell’Orcagna in Firenze, ed al chiostro della Pace di Bramante in Roma. Non dico identità di forma, ma somiglianza di classica bellezza.
Le interne decorazioni delle scale e degli appartamenti signorili, e dei quartieri militari, le ricche dorature, gli affreschi, i fregi, gli stucchi e gli intagli dal pavimento alle volte, non che vedere, oggimai potete a pena congetturare da quello che resta tra lo squallore dei condannati e dei custodi, ai quali nel tempo più vicino sono state colà assegnate le stanze. Prigionieri di stato, briganti di campagna, militari discoli, e malfattori d’ogni condizione, a volta a volta vi sono stati ristretti, e vi stanno ancora alla catena, come in tanti altri edifici di simil genere. Perciò non andremo a cercare di dentro le casemattate, convertite in ergastoli; né le troniere, chiuse dalle spranghe; né gli androni, assegnati ai prevosti; né le chiocciole delle polveriere sotterranee, artificiosamente acciecate nel centro di tutti i baluardi; né i pozzi delle civaje, abbandonati alla ventura. Basterà uno sguardo alle vecchie decorazioni del porticato, massime agli affreschi di chiaroscuro, rappresentanti trofei d’armi, che ancora ombreggiano le volte, quantunque esposti all’intemperie, e affumicati dai lordi focolari di cucina e di bucato. Uno sguardo al secondo piano, ora convertito in portico; ed uno al terzo recentemente aggiunto con altrettanta dissonanza artistica, quant’è la differenza sociale tra i moderni berrovieri, e gli antichi architettori.
Tronco l’abbietto argomento delle prigioni, e mi rivolgo alla nobiltà dell’edificio militare. Gran passo ha dato Antonio verso la perfezione dell’arte nei parapetti. Non è giunto alla teoria dei terrapieni, ma almeno ha tolto di mezzo l’inutile ingombro dei merletti e dei beccatelli. Inutile, dico, contro l’offesa dell’artiglieria; inutile a petto della difesa radente. Sicuro oramai del fiancheggiamento, Antonio inventa un nuovo metodo per la archibuseria: e, in vece di un rondello sporgente e piombante, mette un corridojo interno a volta reale, nei punti più gelosi delle cortine e dei baluardi, tra le piazze alte e il cordone. Si vedono tuttavia di fuori le feritoje lunghe e sottili senza risaltare dalla muraglia; e meglio si vedono negli autografi e litografie dell’Atlante.
Buona parte del forte, massime ad ostro, cuopre il masso del tufo intorno al quale è stato murato[24]. Sul dorso di quei macigni e di quei muri, commesi insieme ed inchiavati, svolgonsi grandiose piazze d’armi, tutte riparate da grossi parapetti di pietra viva, e tutte acconce di belle troniere. Le trombe aperte all’infuori, lunghe tre metri: davanzale, stipiti, ginocchiello, e battenti di travertino. Ricca e bellissima vista.
Sopra tutte le opere torreggia il mastio ottagono isolato da ogni parte, sublime di ventiquattro metri, ampio di ottanta, uguale in tutto ai disegni primitivi dell’architetto. La parte inferiore a grande scarpata, la media verticale, la suprema a fascioni sporgenti e rientranti: finimenti di pietra viva, e decorazioni condotte con tanto gusto, quanto capir ne poteva nell’anima d’un grande artista. Il cornicione dei Farnesi in Roma, e quel degli Strozzi in Firenze potranno pareggiare, ma non vincere, le cimase del forte in Civita Castellana[25]. A quella vista, se tu ami il bello delle arti, potrai deliziarti e studiare. Ricca composizione, squisita proporzionalità, nobile comparsa di tutte le forme: e infine alle mensolette di sostegno sotto al cornicione, se tu riguardi, vedrai grazie di bellissima scoltura. Né pel numero grande che fosse di tante centinaja, lasciò Antonio d’intagliarle tutte alle testate in figura di svegliati genietti, le cui bende dal capo, e le stole dagli omeri scendono pei due lati ad abbellire le volute delle imposte[26].
VIII. – Dalle predette dimostrazioni caveremo adesso conseguenze non meno utili alle arti che alla storia. Primamente resta chiarito il miglior metodo da seguire cercando l’origine delle tecniche scoperte per la strada a doppio binario sul cartone e sul terreno, anzi che per quella dei calcoli verbali. Quindi non torneremo fuor di proposito appresso alle declamazioni del Maffei sul baluardo della Maddalena, troppo tardi venuto, troppo presto distrutto[27]. Similmente di poco vantaggio ora ci tornerebbe il catalogo del Promis intorno alle opere di Pisa, Padova, Treviso, Bari, Nizza, e Piacenza: opere bensì di nuova maniera, ma di data troppo fresca nel cinquecento, dal nove al ventisei; e poi in ogni modo rimaneggiate o distrutte[28]. Forse di Pisa solamente si potrebbe ricostruire la cittadella con le due piante di Giuliano da Sangallo[29]: ma sarebbe lavoro tardivo e di carta, perché sul terreno più non rimangono, dal dodici in giù, che pochi e miseri avanzi.
Al contrario nel forte di Civita Castellana noi abbiamo il quattrocento novantaquattro, e il richiamo al Santangelo anteriore del novantadue[30]. Abbiamo opera primitiva e classica, disegni autografi, ed edificio mantenuto sempre uguale. Con questo possiamo dimostrare a chicchessia, nostrano o straniero, quanto avanti già fosse tra noi l’architettura militare: perfetto il fiancheggiamento, perfettissimi i baluardi, non più merletti, non più beccatelli; e il poligono al massimo della perfezione coi cinque lati. Magisterio della scuola sangallesca, lodato da tutti allora, e imitato poscia dai migliori. Sottentra Pierfrancesco Florenzuoli da Viterbo in Firenze l’anno del trentaquattro[31]; segue il Melloni a Bologna di mare nel quarantacinque[32]; poi viene la proposta per Siena nel cinquantaquattro[33]; indi l’opera del Loparelli al castello di Roma nel sessantuno[34]; e del Paciotto in Torino nel sessantaquattro[35]; e dello stesso ripetuta in Anversa nel sessantasette[36]. Tutte ripetizioni e copie di quel pentagono che tanti anni prima Antonio il vecchio in Civita Castellana non solo, aveva inventato, ma anche condotto a classico finimento.
Imperciocchè noi oggi troviamo quel forte perfettamente rispondente ai disegni originali, così nella pianta fondamentale, come nella levata delle muraglie, e nella decorazione architettonica delle cime: quindi non possiamo a meno di conchiudere che lo stesso Antonio di sua mano abbia cominciato nel novantaquattro, e condotto innanzi l’insieme dell’opera nelle parti principali, finchè egli stette al servigio di casa Borgia e prima di tornarsene privo dei suoi protettori in Toscana.

(1503.)

Di fatto papa Alessandro più volte cercò sicuro e gradito albergo nel forte, come narrano le storie civitoniche e le romane[37]. E appresso a lui Cesare Borgia, nei giorni della sventura, tanto già ebbe a riputarlo difendevole e sicuro, che in esso fece racchiudere gran parte delle sue più care cose. Proprio di questi fatti discorreva l’ambasciatore veneziano da Roma, scrivendo al suo Doge, così[38]: “De’ denari trovati arzenti, et robe sine numero, tutto stà a requisizione del duca Valentino; e zà ne ha mandato una parte nella rocca de Civita Castellana”.
Poco dopo il governatore di quella piazza, certo conte Oliva, affiliato del Duca[39], perché non temeva violenza, sicuro del fatto suo tra le mura del forte, non dubitava di mettere a prezzo esorbitante la restituzione del medesimo al nuovo Papa e all’antico padrone, come l’istesso ambasciatore veneziano ricorda[40]: “Il duca Valentino ha convenuto accordarse con el Castellano de Civita Castellana in ducati diecimila, avanti che li abia voluto dare la fortezza”.
Dunque al tempo di Cesare erasi cominciata e compiuta in meno di anni nove, trovandosi perfettamente in difesa alli diciotto d’agosto del 1503.

(1505.)

IX. – Ma perché le fabbriche di questa qualità, massime nei tempi di transizione, sempre sono fatte, e sempre si hanno a finire, a niuno recherà maraviglia di sentire che papa Giulio abbia ripreso il carico degli ultimi lavori. Non saremo con lui né a mutazione di piante, né a rinnovamento di muraglie: si bene a giunterelle di comodità e di comparsa negli appartamenti, e sulle cime del mastio[41].
Egli dunque provvedeva alla cisterna, tutto che già murata sotto al piano del maggior cortile, mettendovi alla bocca le spondelle d’un bell’ottagono marmoreo, e una armatura di ferro bastantemente elegante per la carrucola delle secchie. Nelle quattro facce principali ci restano scolpiti questi ricordi[42]: “Giulio secondo, pontefice massimo, di patria savonese, di casa della Rovere, di Sisto quarto nipote, dei Liguri sesto, quando accignevasi alla maggiore impresa della fabbrica di san Pietro in Roma, questo forte, non ancora compiuto, terminava e muniva”.
Poi volgevasi al mastio, e in quella parte suprema ed ultima, dove niuno potrà mai asserire che non vi mancasse nulla, faceva qualcosa: e gli architetti di seconda mano e cortigiani, al solito uccellando alle grazie del nuovo padrone, ponevano lo stemma di Giulio sovr’esso il mastio, e qua e là pe’ muri; niuno più curando dei trapassati. Sempre a un modo: tutti si scaldano al sole della giornata. Avvertenza necessaria, che qui si registra per la necessità del caso presente, e di tanti e tanti altri casi simili, se non si voglia perdere il lume della storia, dei fatti e dei tempi. E poiché Giulio stesso ci ricorda la Basilica vaticana con tante cure da lui e dal suo Bramante presa a rifondare, valga per tutti l’esempio suo: chè oggidì, tra la ricchezza degli stemmi e delle iscrizioni successive, a stento troverete, si e no, qualche marmetto che vi ricordi di Giulio, se bene sia stato il primo.

(1507-34.)

La tenuità dell’opera può anche essere riconosciuta dalla sottigliezza delle spese, e dalla semplice assistenza del castellano Attavanti. A lui, già nominato fin dal principio come collaterale del Sangallo, ed ispettore degli operaj, a lui indirizza papa Giulio un breve perché riscuota dai Civitonici trecento ducati, ammenda di crimine pubblico, e li spenda negli ultimi lavori del mastio. Pubblico il breve originale nell’archivio della Comunità, perché inedito[43].
Vuolsi eziandio ricordare tra i maggiori ornamenti e comandanti del forte di Civita Castellana quel valentuomo che fu Pierfrancesco da Viterbo, di cui nell’ultima stampa parla il Promis così[44]: “Collega dei principali ingegneri del suo tempo in molte opere famose fu quel Pier Francesco, al cui ignoto nome di casato supplisce quello della patria, col quale fu conosciuto da tutti, benché non manchi chi lo chiamò semplicemente mastro Francesco, e chi, pel lungo soggiorno in quello Stato, l’abbia detto di Urbino”.
Chiunque egli sia che abbia punto di pratica nei nostri archivi, deve sapere di certo l’abbreviatura perpetua di Urbo per Viterbo, e l’appellativo di Maestro per quel che oggi direbbesi Professore. Quindi non urbinate, né plebeo, ma illustre architetto militare, e ragguardevole gentiluomo viterbese della nobile famiglia de’ Florenzuoli, detta poscia Renzuoli, deve egli ora riprendere il suo nome ed i suoi titoli, come ho già io dimostrato[45]. Egli architetto, egli soldato, egli colonnello del re di Francia, famigliare del duca di Urbino, commissario di papa Clemente, e fortificatore celebre di Piacenza, egli condusse a vittoria i Civitonici contro tremila imperiali che dopo il sacco di Roma minacciavano la mala ventura anche a quella patria adottiva, dove egli aveva grado e possessioni[46]. Dal pentagono bastionato del Sangallo, Pierfrancesco, ultimo rampollo di prima scuola, trasse il concetto della bellissima fortezza, chiamata d’Abbasso o di san Giovanni, che l’anno 1534 dal duca Alessandro fu fondata in Firenze sopra i disegni del Florenzuoli medesimo, del quale appresso avremo a riparlare a proposito dei terrapieni, e del primato.

(1560-70.)

Pei tempi successivi trovo nel forte i Zuccari a dipingere, e papa Clemente ottavo ad alloggiare, andando e venendo di Ferrara, e dalla visita del ponte Felice. Nel nostro decennio niuno dei due Pii ebbe nulla a fare colà: tanto saldo stava e si manteneva il forte. Ma in vece degli architetti e dei comandanti nostrani, mi viene innanzi in questo preciso tempo un viaggiatore francese, che mi parla del forte, e mi costringe a volere che ogni altro ascolti la sua sentenza. Il celebre signor di Brantòme, tanto noto pe’ suoi spiritosi ricordi, arrivato a Civita Castellana, registra queste parole[47]: “Cesare Borgia ridusse a soggezione la Romagna, Bologna, Ravenna e Civita Castellana: e quest’ultimo luogo, ajutato dal padre, siffattamente fortificò nella città e nel castello, che io mi penso non avere giammai veduto piazza di terraferma più forte di quella là”. Dunque i partigiani del re Carlo, non che darci dell’arte loro, qui sul nostro avevano a cercare e a riconoscere i migliori modelli della nuova fortificazione, come già abbiamo veduto pur noi nei libri precedenti, e vedremo sempre meglio nei seguenti, passando per Nettuno, che immediatamente succede nel quinto libro.




[1] Vasari cit., VII, 218. – v. sopra p. 105, segg.
[2] Gio. Gaye. Carteggio di artisti. In-8. Firenze 1839, I, 342; II, 99, 100, 111, 391.
[3] Francesco Pecchinolo, Storia di Civita Castellana. Mss. inedito. (Per favore di Mons. Domenico Mignanti, vescovo di essa città) p. 86: “Acquistato da me il grado di Alfiere in Lombardia sotto Gio. de Medici, famosissimo capitano di quel tempo”.  E p. 170: “Tornando di Francia (1556) il card. Caraffa al tempo di Paolo IV, invece del cavalliere Francesco Pecchinolo, non idoneo per l’età, fece l’orazione breve il sostituto Gio. Batt. Rutili”. Pecchinoli cit., p. 50.
[4] Documenti cit. al lib III, cap. III, VI.
[5] Infessura, Diar. Rom. Edit Ecchord, Corpus histor II, 1015: “Die XXVII octobris MCDXCIII, papa Alexander VI ire Viterbium. Et postea reversus est”.
[6] Atlante P. A. G., p. 35, fig. 5.
[7] Antonio Degli Effetti, Memorie di san Nonnoso, in-4. Roma, 1675. p. 62: “Si vede l’effigie del duca Valentino scolpita nel Salvatore di marmo nelle mura della fortezza di Civita Castellana”.
[8] Francesco Tarquini, Notizie di Civita Castellana, in-16, tip.gr. Flaminia, 1874, p. 99: “Il duca Valentino, per eternare il suo sembiante, si fece scolpire in marmo sopraffino sotto la figura del SSmo Salvatore con corona di spine. Tuttora questo sembiante esiste a pubblica vista e venerazione nelle mura della fortezza, nella strada maestra, verso la porta a Rupe”.
[9] Archivio di Stato in Roma. Registro della Contabilità. Guglielmotti, Fortificazione della provincia del Patrimonio, novembre 1494. fol 126. (Per favore del sig. A. Bertolotti).
[10] Registro ut sopra dal Novembre 1496 al Novembre del 1497. fol. 141.
[11] Archivio notarile nel palazzo municipale di Civita Castellana. Atti del Graziani, codicetto in 32, volume VIII, p. 260: “Anno 1497, indiet. X, die vero XVI dicembris… Versus Arcem quae nunc construitur”.
[12] Antonio Giamberti da Sangallo. Autografi alla Galleria di Firenze, vol. 216. Disegni di palazzi, a carte 82, retto e tergo.
[13] Antonio da Sangallo cit. Atlante, p. 41.
[14] Gio. Gaye, Carteggio inedito di artisti. In-8. Firenze, 1839, III, 391. Lettera di Antonio di Orazio di Antonio Picconi al granduca Francesco, data del 24 settembre 1574, e quivi l’inventario di tutti i disegni.
[15] Milanesi e Pini, Corrispond. Fotogr. Num. 137. Nato in Firenze, 1845, m. a Terni 29 sett. 1546.
[16] Antonio Picconi sa Sangallo, Autografi alla Galleria di Firenze, vol. VII, 107, num. 268.
    Vasari e note cit. X, 63.
    Atlante P. A. G. , p. 37.
[17] Antonio Picconi da Sangallo, come sopra.
    Atlante cit., p. 43.
[18] Pecchinoli, e gli altri citati di sopra, p. 30.
[19] Atlante A. G., p. 35.
[20] Atlante A. G., p. 49.
[21] Atlante A. G., p. 51.
[22] Cap. Camillo Ossani, Pianta di Civita Castellana a tocco di Lapis, nella proporzione di 1 a 333. (presso di me per suo dono gentile).
[23] Lapida sulla cortina orientale, di prospetto alla città, sotto allo stemma diu papa Alessandro VI: A DOMINO FACTUM EST ISTUD ET EST MIRABILE IN OCULIS NOSTRIS. Psal. 117, v. 22.
    Niuna data. Avverto che, avendo pubblicamente promesso a quella gente, guardiani e prigionieri, uno scudo d’oro in premio di chiunque mi trovasse un millesimo del primo tempo, non ho mai avuto la consolazione di pagarlo.
[24] Pianta degli ufficiali del genio nell’Atlante, p. 47.
[25] Ant. Da Sangallo (vecchio), nell’Atlante, p. 41: “Profilo della Roca… Mastio come istà”.
    Ant. (giov.) p. 43: “Profilo del Mastio”.
[26] Prospetto nell’Atlante, p. 49.
[27] Maffei, Verona illustrata III, 121.
[28] Carlo Promis, Memorie, II, 299: “Baluardi edificati dal 1509 al 1526, prima di quello del Sammicheli in Verona, creduto il più antico”.
     Idem. Piemontesi, 22: “Baluardi edificati in varie città d’Italia dal 1509 al 1526. De’ precedenti non dice verbo, e degli altri lascia i migliori.
[29] Sangallo G., Autografi. Già di Campello, ora di Gaymuller. La pianta di Pisa, gran foglio, proporzione di 1 a mille. – E nel codice segnato num. 6, fol. 91
[30] Vasari cit. VII, 218. Vedi sopra, testo e nota 1.
[31] Varchi, e Guicciardini, Storie, all’anno detto: e gli altri citati a p. 30, 31.
[32] Gio. Battista Bellucci, Fortificazione. In-fol. Venezia, 1598, ed ivi Frammenti del Melloni, p. 66. 104
    Antonio Melloni, n. a Cremona, 1500, m. 1549.
[33] De Marchi, ediz. Del 1599, p. 81, tav. 37.
[34] Gamucci, Botero, e gli altri cit. lib. III, not. 56, segg.
[35] Promis, Vita del Paciotto, 38.
[36] Promis, Lettere del Paciotto, 9 ott. 1567.
[37] Burcardus, Edit. Ab Eccardo, II., 2134: “Die vigesima quinta septembris MDI, recessit in mane Pontifex iturus Nepetem et Civitatem Castellanam, et alia loca convicinia; et dux Valentinus cum co”.
    Pecchinoli, Storia cit.
    Tarquini, Memorie cit.
[38] Antonio Giustinian, Dispacci. Pubblicati dal prof. Pasquale Villari. In-8. Firenze, Le Monnier 1876, II, 125.
[39] Pecchinolo cit., 61: “Il conte Oliva, condottiero di soldati di Cesare Borgia, ammesso nella città”.
[40] Giustinian. cit. II, 185.
[41] Documenti citati, piante, storie, autografi, iscrizioni, e stemmi del tempo precedente.
[42] Iscrizioni pei quattro lati della cisterna nel centro del maggior cortile:
    JULIUS II PONT. MAX PATRIA SAVONEN SIS.
    DVM AEDEM D PETRI DE VRRE IN AMPLIOREM ERIGERAT FORMAM
    GENTE RV VERA SIXTI IIII LIGURUM SEXTUS
    ARCEM H. IMPERFEC TAM ABSOLVE BAT MVNIEBATQ.
[43] Julius PP. II dilecto filio, Aloysio de Attavantis, castellana arcis nostrae Civitae Castellanae. – Originale nell’archivio municipale).
     Dilecte fili salutem, et apostolicam benedictionem. Scripsimus alia tibi ut pro excessu commisso per Conservatores, Consiliarios, et quosdam alios cives iustius civitatis nostrae Civitae Castellanae in fractura carcerum rt liberazione illius carcerati, invita et proibente potestate, caperes et in sequestrum teneres fructus Molendinorum dictae Comunitatis, prout te jam fecisse accepimus,Cum autem duper hanc rem cum dicta Comunitateet delinquenti bus, re matura intellecta, per medium venerabilis fratris A. ArchiepiscopiSipontini Camerae apostolicae generalis Auditoris, intuitu, et observantissimam honoris hujus sanctae Sedis apostolicae reputavimus semper, composuerimus, vodelicet ut Comunitas pro se, et civibus, qui culpabiles sunt salvant trecentos ducatos de carlenis decem pro ducato monetae veteris, vide licet ducentos quinquaginta computatis illis, qui per delinquentes solventur in futurum,ad quod cogi et compelli possint et debeant, pro fabrica istius Arcis quos ad ordinationem ejusdem Archiepiscopi Auditoris solvi mandavimus, et alios quinquaginta pro fabrica pontis Cremerae per dictam Comunitatem exponendos. Volumus, et tibi per praesentes mandamus, ut dictos fructus Molendinorum per te hactenus recepitos, et ipsorum Molendinorum liberam, et expeditam possessionem eidem Comunitati restitues, nec eandem Comunitatem ulterios hac de causa quomodolibet molestes, seu molestari permetta; namde dictu excessu ulterius cognosci et judicari non volumus. Pro cujus rei testimonio, et fide Breve postquam tibi praesentatum et per te lectum et exequutum fuerit, eidem Comunitati restitui jubemus, praemissis ceterisque in contrarium facientibus non obstantibus quibuscumque. – Datum Romae apud S. Petrum sun anulo Piscatoris die XXIV octobris 1507. Pontif. Nostri Anno Quarto. Sigismundus.
[44] Carlo Promis, Biografia di ingegneri militari italiani. In-8. Torino, 1874, p. 326.
[45] Documenti cit., p. 30, 31, 150.
[46] Poggiali, Storia di Piacenza.
    Pecchinoli, Storia di Civita Castellana.
    Vasari, Indice della voce Pier Francesco
[47] Pierre Bourdeille de Brantôme, Les Capitaines etrangers. In-32. Leyda 1666, II, 219: “Cesar Borgia residuit ainsi en sujettion la Romagna, Bologna, Ravenna, et Civita Castellana, qu’il fotifia pae le moyen se don père de telle sorte, et la ville et le chateau, que je pense n’avoir veu jamais place de terre ferme plus forte que celle là”.


[Trascrizione testo Sergio Carloni]
[Trascrizione note Alfredo Romano]


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