domenica 8 novembre 2009

I Cappuccini a Civita Castellana. Di Rinaldo Cordovani





 
Rinaldo Cordovani
I CAPPUCCINI A CIVITA CASTELLANA (Viterbo)

[Estratto da Italia Francescana, bimestrale, anno 66, n. 5-6, settembre-dicembre 1991]


Le origini del convento

I frati minori cappuccini sono stati chiamati dalla comunità di Civita Castellana nel 1534, 6 anni dopo che il papa Clemente VII aveva approvato la loro riforma dall’Ordine francescano nel 1528 nella basilica di san Francesco a Viterbo. Nel 1534 i cappuccini erano già circa 700 e nell’alto Lazio erano già stati chiamati a Viterbo in località Palanzana, a Rieti, Scandriglia, Tivoli, Collevecchio, oltre che a Roma.
Il primo luogo dei cappuccini a Civita Castellana, costruito dalla popolazione nel 1534, era dedicato a sant’Anna e fu abbandonato “per l’aria cattiva”. Il convento del 1636 fu disegnato dall’architetto pontificio p. Michele da Bergamo[1]. La pala dell’altare principale che rappresenta il martirio di san Lorenzo, al quale la chiesa del convento era dedicata, fu poi portata in cattedrale. Attualmente è nella chiesa parrocchiale nella quale è stato trasferito il titolo: San Lorenzo martire.
In una relazione del 1650 si legge che la Comunità di Civita Castellana nel consiglio comunale del primo novembre del 1575 aveva stabilito di chiamare in città i cappuccini e costruire per loro una casa. Di fatto nel consiglio del 28 maggio 1577 li fece venire e li accolse nel convento costruito per loro in contrada Nottiano “in cima ad un colle tra cerqueti” con una clausola che in quei tempi era d’obbligo: qualora i cappuccini se ne fossero andati “per l’aria, peste, guerra e altro impedimento”, tutto sarebbe tornato alla comunità[2].
Negli annali manoscritti[3] dei cappuccini a Roma in via Vittorio Veneto si legge che in Civita Castellana vi furono tre conventi dei cappuccini: 1534, 1577, 1636, costruiti sempre per interessamento del vescovo e della città.
Il primo dicembre 1577 Maestro Felice Restituiti di Caprarola si impegna a trasportare il legname in località Nottiano di Civica Castellana per la costruzione del convento dei cappuccini. “Die prima mensis decembris 1577. Mastro Felice Restituiti da Caprarola spontaneamente promette e si obbliga al Capitan Gio. Paolo Curiato prefetto della venerabile fabrica del Monasterio et Chiesa delli R. di frati cappuccini nel territorio di Civita Castellana di mandare et condurre a detto luogo l’infrascripti legnami per uso di detta fabbrica[4]”.
Il documento seguito elencando e descrivendo minutamente la qualità, lo spessore, la lunghezza e la destinazione dei singoli pezzi, nonché precisando le singole clausole del contratto.
Nel libro dei consigli comunali di Civita Castellana del 1578 al foglio 145 si legge: “A dì 28 di Maggio 1577 la Comunità di Civita Castellana per vigore del Consiglio generalissimo fatto sotto il primo di novembre 1575, chiamò e rispettivamente accettò la Religione de’ Padri capuccini e li assegnò in contrada Nottiano, in cima ad un colle tra cerqueti, il sito nel quale hora si trova fabricato il Convento di rubbia due incirca, compro dalla medesima Comunità da diversi particolari con riserva dell’attione, e facoltà di poter dispensarne li frutti a luoghi pii a suo arbitrio, quando li medesimi Padri, per l’aria peste guerra o altro impedimento fosero forzati[5] lasciar detto Convento etc., come per istromento rogato lì 5 ottobre 1578.

La situazione del convento nel 1650

In una relazione ufficiale del 19 marzo 1650 così viene descritto il convento di Civita Castellana: “Il suddetto convento è murato et discosto dalla Città da un mezzo miglio incirca, sotto il titolo di S. Lorenzo; è stato edificato col consenso del vescovo diocesano et è della Provincia (monastica) di Roma. Non possiede intrate perpetue né temporali né proprietà de beni stabili; e vi abitano di fameglia quattro sacerdoti, cioè il p. Bernardo fiamengo, guardiano e predicatore; il p. Andrea da Pavia sacerdote e predicatore; il p. Paolo da Nizza, sacerdote; il p. Dionisio da Namur, sacerdote; due chierici fra Nicolò da Cambrai e fra Giuseppe da Lieggi (sic); quattro laici: fra Lorenzo Bergamasco, fra Marco da Luca, fra Bernardino di Borgogna e fra Domenico da Segni. Si sostentano di elemosine somministrate della pietà de’ popoli di detta Città e terre circonvicine. Non ha ospitio veruno et il detto convento non ha alcun peso di messe o d’anniversarij perpetuo o temporale. Non ha detto convento debiti di sorte alcuna né annui né temporali[6]”. Il convento primitivo, quello dedicato a sant’Anna, fu abbandonato nel 1580 a causa “dell’aria cattiva”. E la città di Civita Castellana accolse i cappuccini nel secondo convento come attesta il già ricordato consiglio comunale del 28 maggio 1577.
Il papa Urbano VIII, con lettera dell’11 giugno 1636 indirizzata all’architetto pontificio, il cappuccino p. Michele da Bergamo, autorizzava ad abbattere il vecchio convento e la chiesa ed utilizzare il materiale per costruire il nuovo convento dedicato a san Lorenzo Martire in località Nottiano, come precisano le delibere del consiglio comunale. Il papa permise anche che il terreno del vecchio convento fosse venduto all’asta al maggior offerente e il ricavato fosse impiegato nella costruzione del nuovo[7].
Le spese, ovviamente, furono tutte a carico della Comunità; anche se il progetto fu preparato da p. Michele da Bergamo e se i cappuccini stessi lavoravano da muratori, carpentieri, falegnami… assieme agli altri operai. Tra gli offerenti troviamo un certo Crosi, che scrive così la sua volontà: “prometto alli RR. PP. Cappuccini del loco de Civita di spendere per far il muro atorno al detto loco scudi cinquecento de moneta da spenderse la metà sotto agosto prossimo del presente anno 1619 et l’altra metà sotto agosto 1620[8]”. Nello stesso archivio dei cappuccini di via Veneto a Roma si trova un elenco curioso di spese: “il muro di Civita Castellana è 617 canne in tutto. Per due Sommari scudi 15 e mezzo. Per due para di bigonzi per portare la puzzolana et un massello e due barilli scudi due…”.
Dicevo già che i cappuccini lavoravano alla costruzione del convento assieme agli operai, come in seguito poi lavoreranno per costruire il ponte che porta in paese. In questo convento si tenne due volte il capitolo provinciale[9]. Segno che era abbastanza grande e che godeva di un certo prestigio; ed ancora, aveva la possibilità di fornire cibo ed ospitalità ad un numero rilevante di persone per alcuni giorni.

“La divina Provvidenza…”

Negli Annali manoscritti già citati[10], trovo alcune notizie interessanti per la presenza dei cappuccini a Civita Castellana e per alcuni episodi avvenuti in occasione della beatificazione del primo santo dei cappucini, Felice da Cantalice. Ecco il testo:
La nostra chiesa di Civita Castellana, dal giorno di S. Lorenzo martire in poi, al quale è dedicata, ha meno concorso di qualsivoglia altra della nostra Provincia, non già per la poca divozione di detta città, la quale è devotissima al paro di qualsivoglia altra della Provincia, della nostra Religione, come si esperimenta in effetti dai frati che vi stanno di famiglia, per comodità dei quali, sinora ha edificati due conventi nel suo territorio e ristretto, il primo dei quali fu lasciato per rispetto dell’aria pessima e della lontananza, ma questo secondo, non è troppo migliore in quanto all’aria, e però i frati vi stanno molto malvolentieri; e per essere la strada molto scomoda e disastrosa non è frequentato dai secolari della città; sicché nelle feste più solenni appena vi vedranno in quella chiesa quattro e sei persone alle messe e divini Offici.
Con tutto ciò nella festa del nostro Beato (Felice da Cantalice), vi fu competente concorso con grande devozione del popolo, avendone ricevute molte e segnalate grazie per mezzo dell’olio della lampada, le quali sono state scritte in altra parte. Ed in questa festa, da un cittadino Cavaliere di Monsignor Gozzadino Vescovo, fu donato un quadro al Convento coll’Immagine del Beato Felice.
In questo secondo convento due volte è stato celebrato il Capitolo Provinciale, ed una volta fu l’anno (per antonomasia) chiamato della carestia del 1591 (…) essendo provinciale di questa Provincia il m.r.p. f. Santi Romano, e guardiano di detto convento il p.f. Donato da Lecce, predicatore ferventissimo dei suoi tempi; ed essendosi offerto di far le spese ai frati in questo Capitolo il Sig. Lorenzo Trigli cittadino di Civita, sopravenendogli poi la carestia, oltre una certa disdetta per alcuni maneggi che aveva in mano della sua Comunità, si pentì, ma poi ripensando al fatto, tutto confidato in Dio e nel P. S. Francesco, si risolse di far questa carità, pensando anche che avendo dato la parola, non vi era l’onor suo a ritirarsi indietro.
Risoluto adunque il buon uomo di proseguir l’impresa, cominciò, come è prudente a fare i suoi conti, ed acciò il negozio gli riuscisse a fare qualche provvisione, e però se ne andò nel suo granaio, e misurò quanto grano vi era, e trovò che erano otto rubbia; pose da parte due botti di vino, una di bianco e l’altra di rosso, e da 80 a 100 scudi per comprare carne, pesce ed altre cose.
Finalmente congregati i frati per il capitolo furono trattati con tanta abbondanza da quest’uomo caritativo, che non si può dire di più. Ma il Signore Iddio che pasce i servi suoi senza industria umana quando gli pare e piace espediente, per insegnare a quest’uomo a confidarsi maggiormente in S.D.M. ed essere liberale verso i poveri e credere al suo santo Evangelo, mostrò miracolo in questo Capitolo, perché essendo licenziato il Capitolo, e partiti tutti quei Padri, che vi si trovavano, andò a visitar la sua cantina e trovò ambe le botti piene di vino, senza mancarvene neppur una goccia; andò alla cassa e in essere tutto il suo denaro, senza mancar neppure un quattrino, e l’aveva pur spesi per servizio dei frati. Del che stupìto grandemente, volle tornare a far misurare anche il grano e lo trovò tutto in essere, anzi questa seconda volta gli riuscì la misura più abbondante della prima”.
Nel 1703 furono aggiunte alcune stanze e due locali più spaziosi per gli ospiti e per gli infermi; fu riparato il muro della clausura e la cappella di san Giuseppe. Fu anche iniziata la costruzione del ponte a spese della città e con l’aiuto dei nostri frati muratori[11]. Nel 1721 il convento venne ancora restaurato e fu rifatta del tutto la chiesa[12]. Ormai però i tempi stavano cambiando: la rivoluzione francese portava anche in Italia il vento del nord e nel 1798 dal convento di Civita Castellana dovettero partire tutti i cappuccini perché fu invaso dalle truppe francesi del Direttorio, che vi stabilirono il loro quartier generale. Il convento fu “completamente saccheggiato, rovinato e spogliato dalle truppe francesi[13]”, che andavano a Roma per stabilirvi una delle tante “repubbliche sorelle”, la repubblica Romana, dove il Direttorio aveva inviato già una sua ambasceria e dove le guardie papali uccisero il generale francese Léonard Diphot durante una sommossa popolare. La repubblica fu stabilita con la forza e il papa Pio VI fu catturato prigioniero e portato in Francia.

La soppressione e l’abbandono

Lo Stato italiano sorto con il risorgimento, con leggi speciali nel biennio 1866-67, completò la legislazione che regolava i rapporti con le istituzioni cattoliche ed estese a tutta la penisola la legislazione piemontese in merito, che prevedeva lo sfratto dei Gesuiti e delle Dame del Sacro Cuore (1848), la soppressione del foro ecclesiastico, la tassazione della mano morta e poi l’introduzione del matrimonio civile, l’abolizione delle Collegiate e dei benefici senza cura di anime (legge Siccardi). Tutti i beni mobili e immobili degli Istituti religiosi furono indemaniati e offerti ai Comuni o ai Municipi affinché li vendessero all’asta pubblica.
Le vicende della chiusura del convento dei cappuccini di Civita Castellana sono registrate nei documenti dell’archivio comunale, in quello della Curia vescovile e nell’altro dei cappuccini di via Veneto a Roma.
Il Consiglio comunale[14] del 2 ottobre 1873, riferendosi alla legge di soppressione del 7 luglio 1866 “ estesa in questa Provincia con decreto del 19 giugno 1873 “e all’articolo 70 della stessa legge, fa presente al Governo centrale che il convento è del Comune per clausola di fondazione, che ne prevedeva il ritorno al Comune stesso qualora i religiosi fossero venuti a mancare per qualunque causa. Infatti già vi aveva costruito a fianco il cimitero; la chiesa sarebbe divenuta cappella funeraria e tutto l’orto avrebbe avuto la stessa destinazione funeraria. Il Consiglio comunale del 19 febbraio 1876, dovette intervenire per riparare ai cattivi odori che venivano fuori da quel cimitero, decidendo di impiantare numerosi alberi nell’ex orto dei cappuccini.
Un cenno a parte merita la vicenda della biblioteca del convento di Civita Castellana. Il consiglio comunale se ne occupò più di una volta. Nella seduta del 28 febbraio 1875 si prese in considerazione la cessione della biblioteca al Comune da parte della Prefettura di Viterbo[15]. Un consigliere affermò che vi erano “ non poche opere pregevoli”. Quando di fatto si andò a vedere che cosa c’era, si trovò “ che la biblioteca, tranne poche opere incomplete riguardanti materie ecclesiastiche di qualche pregio, come sarebbe il bollario di Benedetto XIV ed altri autori di teologia dommatica e morale, le altre in ben ristretto numero, sono libercoli ascetici di nessuna considerazione.
Quantunque non fosse dell’interesse comunale di sobbarcarsi agli obblighi richiesti dal Ministero della pubblica istruzione, pure considerando esser disdicevole per un Municipio il rinunciare a questo beneficio “, la donazione fu accettata[16]. Riferisco qualche dato preso dall’archivio di Roma.
Già il 19 novembre 1873 il p. Guardiano del convento scriveva al suo superiore a Roma: “Riscontro la inviatami circolare in data del 12 corrente, ed in breve dico, anzi riporto quanto a voce gli ha detto fra Rocco, cioè, qui si sta alle solite promesse del Sindaco e del Municipio, nonché dell’intera popolazione e si spera che riuscirà, mentre hanno fatto formale istanza al Governo, e sono certi che otterranno quanto hanno chiesto. Noi egualmente lo speriamo, ma la nostra speranza non è senza timore: oltre di che ci fa d’uopo rimetterci a più condizioni, una delle quali è che apriranno la clausura in due punti per il pubblico ingresso al camposanto, cosa che ci passa l’anima, ma come fare diversamente? Basta, staremo a vedere questo e il resto. La saluto ed al solito mi segno D.P.V.M.R. u.mo servo Fr. Gio. Battista d’Aspra Cappuccino”.
La situazione, come risulta da un documento del 12 settembre 1844, era questa: vi erano 24 camere abitabili e lo stato della costruzione è definito sufficientemente buono. Vi erano presenti nove frati che si prestavano per confessare la gente che numerosa arrivava nella chiesa del convento, andavano a dir messa nei giorni festivi all’ospedale e uno di loro era cappellano nel “Reclusorio politico “. Come contro parte si dice che “ con le elemosine dei benefattori si possono mantenere circa 12 frati”.
Nell’archivio di Roma esiste una fitta corrispondenza tra gli anni 1880 e il 1885 da e per Civita Castellana tra convento, comune, vescovo e superiori di Roma per salvare il convento e far rimanere i cappuccini in città. Il 7 aprile 1880 il terreno del convento era già stato affittato da sei anni per lire 225, lo stabile era abbandonato e la chiesa chiusa. Il 6 marzo dello stesso anno era stato messo all’asta per lire 11.221, ci furono molti disposti a ricomprarlo per conto dei cappuccini, ma nessuno lo fece, anche perché i cappuccini stessi non erano entusiasti. Perciò rimase al Demanio in totale stato di abbandono. Il vescovo ricorse al superiore generale dei cappuccini perché essi non lasciassero Civita Castellana.
Il superiore regionale scrisse al vescovo dicendo che “nelle attuali condizioni la posizione nostra non è sostenibile; ma che intanto non dimenticheremo mai la bontà dell’E.V., la divozione dei buoni Civitesi e che sempre li avremo presenti nelle nostre deboli orazioni, che anzi, cambiate le circostanze non mancheranno i cappuccini di tornare a riprendere il posto temporaneamente abbandonato[17]”. Fu anche ipotizzata la costruzione di un nuovo ospizio per i cappuccini nei pressi dell’ospedale, ma non se ne fece nulla.
Fu incaricato dello sgombro fra Giustino da Monteleone, il quale il 29 gennaio 1885 scrive al suo superiore a Roma che “in città vi è abbastanza rumore. Il Vescovo fa grandi lamenti, dice che non si è trattato neppure colla più volgare convenienza ed educazione”. Ed il vescovo il 30 gennaio dello stesso anno scrisse al p. Provinciale a Roma questa letterina: “Sono dolente di ricevere oggi, 30 gennaio la sua ultima portante la data del 23. Fin dal giorno 27 li suoi religiosi lasciarono questo convento, di cui il giorno innanzi si era già incominciato lo sgombro da un tal Commissario Capuccino all’insaputa di tutti. Mi limito per ora a deplorare questo modo di agire poco corretto, ragguagliandone, come faccio, la P.V…”
È questo il giorno e l’anno in cui i cappuccini lasciarono definitivamente il convento di Civita Castellana: il 27 gennaio 1885; di fatto però l’ultimo frate partì, come vedremo, il 10 febbraio successivo. Gli annali manoscritti già ricordati, riassumono così tutta la vicenda[18]. “ Questo convento di Civita Castellana, fu chiuso dopo la soppressione del 1876, si veda pag. 305 di questo volume (dove la breve relazione risalente al 1880 afferma che fu abbandonato  a causa del cimitero costruito entro il recinto a pochi metri distante dal fabbricato e rendeva sempre più micidiale l’aria già malsana per se stessa”). I religiosi, meno un Padre ed un Laico che vi restarono come custodi, ma per poco tempo, si rifugiarono per primo in una casa in Città, quindi preso in affitto un Casino con orto e vigna circa un quarto di miglio fuori il paese, dove dimorarono, sempre provvisoriamente, circa sei o sette anni.
Nel principio del passato capitolo si decise di abbandonare quel locale destinando i religiosi in altri conventi e gli oggetti appartenenti al detto convento, in Monterotondo. Ma per le calorose istanze di quel vescovo, del Capitolo e di una commissione di cittadini venuta appositamente in Roma, fu dovuta sospendere l’esecuzione; con patto però 1° che il vescovo comprasse il terreno dell’ospedale per erigervi il nuovo ospizio come aveva promesso e stabilito col passato provinciale; 2° che si verificasse una sottoscrizione da dare 1.000 lire annue per 10 anni; 3° che non più tardi di settembre o ottobre del corrente anno 1881 si cominciasse la fabbrica del nominato ospizio e venisse quindi proseguita con tutta celerità possibile voluta dall’arte. I religiosi poi si sarebbero prestati, e secondo le loro possibilità, alla esecuzione e a tal fine rimarrebbero nel luogo ove trovansi attualmente e non si mancherebbe di mandare il religioso che fece il disegno, ad assistere alla lavorazione. Però non verificandosi le sudette condizioni, i religiosi nella prossima congregazione di novembre, sarebbero richiamati da quella città. Difatti giunse la detta congregazione e nulla si era fatto di tutto ciò e fu allora che il M.R.P. Provinciale e suo definitorio vi mandarono il primo definitore p. Carlo da Bologna come presidente, con la missione di sollecitare l’esecuzione delle cose sopra descritte o progettate al vescovo di comprarci il Casino ove ora dimorano i cappuccini. In questo caso i cappuccini medesimi si sarebbero impegnati a farvi la chiesa con l’aggiunta di un piccolo dormitorio. Non verificandosi neppure questo, venisse sollecitamente allo sgombro. Ma anche il detto M.R.P. Carlo non riuscì a far nulla e fra una trattativa e l’altra, passò, nello statu quo, tutto intero il capitolo.
Sotto il nuovo provinciale, ancor questi raccomandò di venire a una sollecita soluzione, altrimenti avrebbe richiamato i religiosi.
In questo frattempo scoppiò il colera in varie città d’Italia e dovendo il Municipio per ordine del governo, in previsione del morbo, preparare un luogo per il lazzaretto, ottenne dal governo il nostro ex convento. Fu allora che vescovo e municipio, a forza di insistere, ottennero che i cappuccini tornassero in convento, per ora, come loro dicevano, come custodi ed assistenti del lazzaretto; quindi avrebbero sicuramente ottenuta la concessione totale del convento ai cappuccini, promettendo di più, di fare quei lavori già stabiliti da un perito dell’arte onde migliorare sensibilmente l’aria di quel convento.
Ma, cessato il pericolo del colera, nonostante le insistenze, direi quasi di tutta la città, il governo diede ordine al Municipio di ricedere al governo tutto il convento. E di fatti fu aperta l’asta di affitto e restò ad un tale per circa 400 lire annue di pagamento, forse nella speranza di farle poi pagare ai cappuccini. Giunti a questo punto non era più fattibile che i cappuccini restassero ancora in Civita Castellana, e perciò il presidente M.R.P. Carlo da Bologna, primo definitore, si portò subito in Roma dal Provinciale e si convenne di scrivere al vescovo di C. Castellana la seguente lettera:
Eccellenza reverendissima – 30 gennaio 1885 – Roma.
La M.R. Definizione de’ cappuccini della provincia romana e per lo scrivente provinciale, è venuta alla dolorosa determinazione di richiamare e destinare altrove quei pochi religiosi che si trovano in Civita Castellana, e ciò per la insostenibile condizione che venne loro formata, ed infatti:
1° Appena i sopradetti religiosi avevano trasportati dal Casino di Gori al convento quei pochi oggetti a loro uso, per parte del Demanio si procedeva all’affitto della vigna e selva per la proporzionata somma di lire 350; somma che, se non in tutto, in gran parte dovrebbesi sborsare dai religiosi stessi.
2° Trovandosi la vigna in totale deperimento, si incontrerebbe una spesa assai forte per le lavorazioni indispensabili onde richiamarla al primitivo vigore e perché totalmente mancante del necessario legname, altra spesa assai forte si incontrerebbe, onde provederlo; spese tutte che non verrebbero rifatte al fine dell’affitto.
3° Riguardo al fabbricato poi, con dolorosa sorpresa del municipio e de signor sindaco Coluzzi, per parte del demanio s’intimava lo sgombero del convento, essendo cessato il pericolo del minacciato colera. E’ vero che per parte del Prefetto di Roma s’intimava la sospensione di detto sgombro, ma i religiosi rimanevano nella stessa incertezza e provvisorio, che loro impediva di fare alcune stanze della parte di mezzogiorno, onde in parte salvarsi dalla malaria cagionata naturalmente dalla vicinanza del camposanto.
Dietro tutto ciò, necessitava venire alla predetta determinazione. E mentre ne partecipa alla Eccellenza V. Rev.ma, sente anco il dovere di ringraziare per mezzo suo l’intera città per l’amore e generosità ed affetto, che essa ha sempre avuto verso i cappuccini. Tanto le doveva ecc… Fra Luigi da Leprignano, provinciale cappuccino”.
Contemporaneamente a questa lettera, fu mandato il R.P. Giustino da Monteleone, vicario di Monterotondo, per seguire lo sgombro, dappoiché i due padri, Teodosio da Palma e Lorenzo da Fermo, ivi rimasti, si erano ricusati di farlo. Giunto pertanto il detto padre Giustino nel convento di Civita Castellana, pregò i suddetti Padri ad aiutarlo nel difficile e scabroso incarico, mostrandole ancora una lettera del provinciale, dove li pregava ad assisterlo, ma questi fecero orecchie da mercante. La mattina susseguente, di buonissima ora, se ne partirono ciascuno per il suo nuovo destino. Dispiacque assai al lodato p. Giustino una sì ineducata azione, ma non si perdé d’animo. Eseguì puntualmente lo sgombro a seconda delle istruzioni ricevute dal M.R.P. Provinciale.
Il giorno 9 di febbraio il ridetto p. Giustino si portò dal vicario generale (il vescovo era assente) e gli partecipò la sua partenza. Il giorno appresso, 10 di detto mese, consegnata la chiave di detta chiesa al vicario generale, se ne partì alla volta di Magliano, per sistemare alcuni mobili in detto luogo e conservati parte in una stanza del seminario e parte presso le monache. Gli altri oggetti, come da nota che si conserva in archivio, furono portati porzione in Orte e porzione in Monterotondo.
Oggi rimane ancora la chiesa, adibita a magazzino del cimitero adiacente. Ma il “Titolo”, come si diceva, attualmente è stato trasferito alla nuova chiesa parrocchiale.
In un “Album fotografico a cura della Comunità Parrocchiale in occasione del XXX anniversario della Parrocchia S. Cuore di Maria e S. Lorenzo, Civita Castellana 1955-1990, trovo questo rapido cenno:
Il monumento dedicato a S. Lorenzo Martire, Arcidiacono di Roma, esce dalla pietra del passato per svelare una delle tante radici storico-religiose della popolazione di Civita Castellana. Al di là della storia muraria, in uno spazio particolare dove l’antico e il nuovo convivono, si possono ancora attingere i perenni insegnamenti.
Nessun patrimonio spirituale deve soccombere all’avanzare della nuova città. Il monumento vuol essere “spot”, un riflettore a luce concentrata su una zona dove appunto l’antico e il nuovo convivono. La vecchia chiesa di S. Lorenzo al Cimitero, consacrata dal vescovo Mons. Francesco Maria Forlani nel 1775, e l’attiguo convento dei frati Minori Cappuccini costituiscono, appunto, questa zona.
La storia religiosa e civile di Civita Castellana, non esclusi i dintorni, dal 1534 fino ai primi del 1900, ebbe come protagonisti questi Frati Minori Cappuccini. Per interessamento dei vescovi e della città vi furono tre conventi dei cappuccini: 1534, 1577, 1636. Nonostante i tanti rivolgimenti politici e sociali della fine del XVIII secolo, come la Rivoluzione Francese e ripercussioni varie, non abbandonarono i loro insediamenti.
Il prof. Luigi Cimarra in “Civita Castellana-Carivit”, sottolinea indirettamente la permanenza dei cappuccini a Civita Castellana negli ultimi anni del 1800. Riportando uno stralcio dei “Ricordi del 1870-71 di Edmondo De Amicis, parla di un fraticello che mostrò di avere paura dei soldati del generale Cadorna. Questo avvenne vicino a Civita Castellana. Non si sa, comunque, da chi venisse la vera “rivoluzione”: un fraticello con un somarello poteva essere portatore della rivoluzione del Vangelo. I Frati Minori Cappuccini la portarono. Con un irraggiamento di predicazione popolare hanno gettato il seme della “civiltà dell’Amore”. Nei loro conventi vivevano in rigida povertà, si sostentavano con la mendicità quotidiana, esercitavano le opere di misericordia. Certo è che dovette rimanere vivo il ricordo di questi cappuccini che aiutavano i poveri, curavano gli ammalati e seppellivano i morti.
Il monumento svela tutto questo. S. Lorenzo martire dalla sua vecchia chiesa al Cimitero passa in quest’altra, offrendoci un ideale di autentica comunità parrocchiale, fondata sull’Amore eroico verso Dio e verso il prossimo.
La nostra chiesa parrocchiale è un suo dono perché fu costruita con un sussidio (14.000.000) che il Governo stanziò per i danni di guerra della chiesa di S. Lorenzo al Cimitero.


A P P E N D I C I

I

I Cappuccini di Civita Castellana

La città di Civita Castellana non soltanto ha chiamato, accolto, dato ospitalità e pane ed affetto ai cappuccini per tre secoli, ma ha dato anche 19 suoi concittadini all’Ordine dei cappuccini, ad incominciare da p. Lorenzo che è nell’elenco dei padri Guardiani del convento di Civita Castellana nel 1625 fino al p. Tarcisio Del Priore.
Ecco l’elenco completo col nome assunto da religiosi e, tra parentesi, col nome di battesimo:
Bernardino (Volpolino Giovanni Marciano) Roma 1806, fratello laico;
Domenico (?) 1604-Roma 1657; sacerdote, servì gli appestati a Sezze con encomiabile carità;
Francesco (Gori Domenico) 1837-Montefiascone 1864, sacerdote e studente di teologia;
Gaetano (?) Roma (?) 1797, sacerdote;
Giovanni (?), 1631 circa Roma 1687, fratello laico;
Giovanni Battista (Rondelli Giacomo Antonio) 1723 Roma 1787, sacerdote e predicatore;
Girolamo (?) Roma 1705, fratello laico;
Girolamo (Corradini Pietro Paolo), 1724 Roma 1790, fratello laico;
Girolamo (?) Viterbo 1751, sacerdote, predicatore, religioso di osservanza e di preghiera;
Giuseppe (Pirelli Carlo) 1737 Roma 1790, fratello laico di grande pazienza e serenità nelle sue penose sofferenze;
Giuseppe (Petrangola Andrea) 1599 Roma 1673, fratello laico;
Mario (Petrangola Giovanni) 1596 Sezze Romano 1656; sacerdote, predicatore, guardiano. Durante la peste con santa abnegazione offrì tutte le sue energie al servizio degli infetti, morendo vittima di carità;
Innocenzo (?) Priverno 1639; sacerdote, predicatore. Religioso adorno di ogni virtù; la sua salma fu venerata da tutta la popolazione presso cui godeva fama di santità;
Liberato (?) Viterbo 1637, fratello laico;
Lorenzo (Guardiano nel convento di Civita Castellana nel 1625);
Nicola (Paolelli Francesco Simone) 1727 Roma 1774, sacerdote;
Vincenzo (Santucci Giovanni) 1742 Roma 1799; sacerdote, predicatore; per i suoi meriti fu insignito del titolo di ex provinciale;
Tarcisio (Del Priore Armando 1918-).
(Notizie desunte da P. Teodoro da Torre Del Greco, Necrologio dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Roma, Roma 1967).
*       *       *
Vorrei fermarmi con brevissimi cenni su tre di loro: Domenico, Mario e Innocenzo. Non vorrei omettere però una notizia che riguarda p. Felice da Massa, il quale, “essendo di famiglia nel convento di Civita Castellana, cappellano dell’ospedale di questa Città dove andava ogni giorno, a motivo dell’infezione di aria (causa per cui morirono tanti religiosi in quest’anno in detto convento) per violenta febbre, convertita in nervosa, dopo aver ricevuto i santissimi sacramenti, rese lo spirito al Signore Creatore il giorno 6 novembre 1860, avendo anni 31 di religione[19]”.
P. Mario era guardiano del convento dei cappuccini a Sezze Romano quando scoppiò la peste che mieté tante vittime un po’ ovunque, cominciando, dicono le storie del tempo, dalla Sardegna e da Napoli. Il libro dei morti già citato scrive di lui che è “degno di eterna memoria per la sua ardentissima carità, havendo per l’affetto et eccesso di quella esposto la propria vita e avendo riportato il meritato guiderdone nella gloria dei beati”.
E gli Annali manoscritti (II, p. 592, anno 1657) scrivono: “Con non minor carità di edificazione (dei precedenti cappuccini morti nell’assistere gli appestati in quegli anni) ministrarono in Sezze, esponendosi prima alle pubbliche confessioni il p. Mario da Civita Castellana, predicatore di buoni talenti e spirito, ed allora guardino del medesimo luogo; il p. Domenico da Civita Castellana impiegandosi alla cura delle povere monache, rimaste prive di padre spirituale, toltogli il proprio dalla fierezza del morbo; il quale avanzandosi impetuosamente privò ben presto di vita, acciò più presto godesse il premio delle sue fatiche, il p. guardiano , il quale ai 5 di novembre, ferito di peste, riposò nel Signore”.
Mentre ha tutte le caratteristiche di un santo il p. Innocenzo da Civita Castellana, del quale così scrivono gli annali:
L’altro padre che passò all’altra vita in questa quadragesima fu il p. f. Innocenzo da Civita Castellana, veramente innocente di nome e di fatti, religioso di molta semplicità e purità, di gran zelo, di fervente spirito, di molta orazione, astinente, pieno di fervore apostolico e predicatore esemplarissimo e conforme al cuore del n. padre san Francesco ed imitatore del glorioso san Giovanni Battista e di san Paolo, osservatore puntualissimo del modello che danno le nostre Costituzioni per un buon predicatore. E lasciata da banda tutta la retorica umana ed ogni artificio di parole, quasi in tutte le prediche trattava dei quattro novissimi o di alcuno di essi almeno, con parole tanto ardenti ed infuocate, che si vedeva che gli uscivano dal cuore e facevano molto frutto nelle persone semplici e che con devozione ascoltavano le sue prediche. E dai nostri Padri fu sempre onorato con buoni pulpiti e particolarmente due anni fu fatto predicare in Roma nella chiesa di san Giacomo degli Incurabili, in diversi monasteri, nella nostra chiesa, oltre alla moltitudine di sermoni fatti in diverse chiese coll’occasione dell’Orazione delle 40 ore che è continua in Roma.
In questa quadragesima, essendo stato mandato a Giugliano di Campagna, si ritirò per alcuni giorni prima della quadragesima nel nostro convento di Piperno per apparecchiarsi a predicare conforme al solito dei nostri frati predicatori, ed essendo in quella chiesa seppellito p. f. Marcello dalla Torre, predicatore, già di grande spirito e santità del quale sopra è stata fatta memoria. In quei giorni di carnevale ragionando spesso il p. f. Innocenzo col p. Guardiano di quel convento e con i frati della morte e di altre cose spirituali, mostrava un ardente desiderio di morire in quel convento e di restar sepolto assieme col p. Marcello, facendo spesso di lui memoria e portandogli una santa invidia, che se ne stesse godendo Iddio dopo tante fatiche e penitenze fatte in questa vita.
Andato finalmente a Giugliano predicò sin a passata la domenica di passione con molto spirito e con molto frutto di quel popolo, poiché essendo quella terra piena di dissenzioni e di inimicizie, fece far molte paci e molte altre opere buone. E perché egli molto si riscaldava e sudava nel predicare in stagione fredda, tra quelle montagnole, molte volte gli si raffreddava il sudore addosso finita la predica; sicché gli sopraggiunse la febbre e poi anche la pontura e non bastandogli però l’animo di lasciar quel popolo senza la parola di Dio, seguitò anche con la febbre in dosso a predicar tre o quattro altri giorni. E fatta finalmente la predica della Maddalena, restò tanto debole e senza lena che si risolse di tornare al convento di Piperno; e non potendo camminare a piedi e nemmeno andar a cavallo, fu portato da alcuni di quei contadini in segia al detto convento, ove subito giunto chiese i santissimi sacramenti. E presili con molta devozione, desiderando grandemente di morire, sopportava il male con molta pazienza e parlando sempre spiritualmente di Dio, della gloria e di altre cose spirituali con edificazione particolare dei frati e dei secolari che l’andavano a visitare; e così con sì buona e santa disposizione, perseverando sino alla fine in questi santi ragionamenti in pochi giorni rese lo spirito al Signore. E nello spirar l’anima, restò la sua bocca ridente come quello che con molto gusto andava a godere gli eterni contenti. Ed i frati, quantunque non invidiassero la sua gloria, ebbero però comunemente dispiacere della sua morte per essere molto da bene, umile, ritirato, caritativo ed utile non poco nei conventi in opere anche manuali, poiché lui risarciva i messali, i breviari antichi e tutti i libri vecchi che trovava, ricuciva, rilegava, rappezzava, facendo nuove coperte a quelli che avevano bisogno, acciò i frati predicatori ed altri se ne potessero servire. Si dilettava anche grandemente di far l’inchiostro e ne faceva grande quantità, e mandava per tutti i luoghi che poteva, acciò i predicatori potessero scrivere le prediche ed i frati ne avevano grande soddisfazione.
Dopo la sua morte concorse molto popolo della città di Piperno a venerare il suo corpo, e trovandosi ivi in vita Mons. Conti, governatore di Campagna, anch’esso vi andò con molta devozione”.

II

Inventario ad uso de’ Religiosi, spettanti al Convento di Civita Castellana nel seguente ordine segnate dal p. Teodoro da Palma.

Sacrestia, e Chiesa

Calici d’argento tre. Ostensorio d’argento con lunetta, e scatola per riporre la s. ostia una. Pisside d’argento una. Chiavetta del ciborio d’argento una. Vasetto dell’olio santo d’argento uno. Camici con merletti grandi festivi cinque. Camici ordinari dodici. Cotte quattro. Corporali dodici. Tovaglie otto, sottotovaglie cinque. Amitti undici. Veli omerali due, uno nuovo, ed uno vecchio. Pluviale di colore. Pianete festive, e feriale diciassette. Tappeti per Chiesa, e sacrestia due. Purificatori quaranta. Coscini per la Chiesa due. Ginuflessori di noce 2. Candelieri di legno non inventariati dal Demanio, e vasetti di legno 20. Reliquiari tre, e molte reliquie de’ santi colla pace di ottone. Urne pel sepolcro due, una indorata, e un’altra semplice. Baldacchino in mediocre stato uno, con ombrellino. Copertine per pisside quattro. Palle per sopracalici dieci. Cingoli per camici coloriti quattro, bianchi nove. Messali da vivi quattro, da morti tre. Padiglioni per ciborio di colore due. Secchietto d’ottone uno. Ferro per le ostie uni, per tagliarle con piastra uno, per particole uno e scatola. Croce d’ottone con crocifisso uno, crocifisso grande all’altare maggiore uno, e processionale. Cornice per la preparazione alla Messa due. Credenzone per la biancheria in sacrestia uno. Brocca, e brocchetta per lavamano due. Quadri per la Chiesa, non Demaniati S. Francesco, S. Filomena, S. Antonio, S. Catarina, S. Fedele, S. Lorenzo. Più il SS. Salvatore, il Nazareno, B. Benedetto, Concezione, S. Fedele, Vittoria, Addolorata. Il Sacro Bambino con scatola uno. Salterio, breviario, e diurni in coro a sofficienza. Legili grossi e piccoli. Zoccoletto per reliquia uno, per fiori finti sei.

Cocina, e Dispensa

Caldaia e di rame due. Padelloni di rame. Soletti di rame. Conche di rame con coperchio due. Padelle di ferro due. Cazzaruole di rame con coperchio due. Coltelli di cocina, e mezza luna trinciacarne cinque. Palette di ferro tre. Lumi tre, ed una lanterna. Machinetta per l’arrosto con due spiedi. Schiumarole tre sgommarelli di rame due, e uno di latta. Colabrodo due. Spianatoia, setaccio, e grattacacio tre. Schifi due. Bilancione e bilancia due. Terraglia, cioè piatti, pile ecc. a sufficienza. Secchi di legno con fune due. Cradicola due. Trepiedi di ferro due, e due capofuochi. Focone, con macinino da caffè e tre caffettiere, con machinetta. Tazze da caffè, zuccariera, e cucchiarini a sufficienza. Mortaro di marmo, e molle di ferro. Vettine da olio tre. Posate da tavola sette, ed uno sgommarello di stagno. Saliere cinque. Bicchieri sette, bottiglie quattro, boccione uno, boccali due. Lume di petrolio per Refettorio.

Cantina ed orto

Tini due, uno grande ed uno piccolo. Botte sei. Carratello uno. Barili otto. Bigoncie cinque. Scalette due con quella della Chiesa. Pistarola, e tinozza per svinare due. Accetta grande, e piccola due. Ronche due. Zappa una. Segone, e sega due. Tenaglie una, trivello, trivelletti e martello. Paletta di ferro, e spinotto per mine due. Brocche di latta due. Mastello uno. Carretto con finimenti, e fune, ed una bardella da somaro.

Comunità e Dormitorio

Scrivanie quattro. Tavolini sei. Scansie per libri quattro. Tavolini grandi due. Credenzette, e commodini per stanze sei. Sedie a braccioli due ordinarie venti. Scala a tre pezzi per paratura. Panghe di legno due. Tavole da letto ventidue. Banchetti di ferro due di legno dodici. Paglioni sei. Matarazzi. Coscini di lana nove. Stipetti per lumi tre. Brocchette di terra tre bacili quattro. Coperte impottite due, di lana cinque, di cotone cinque. Tele da letto quattordici. Foderette da letto venti. Lumi da stanza quattro. Sacchi quattro, saccoccie tre, bisaccie, tre asciuttamani tre, zinali dieci. Orologio grande, e piccoli. Tovaglie grandi da tavola. Salviette quaranta. Asciuttamani grandi due, piccoli tre.
Nota de’ consumibili. Vino botte due circa some sedici, ed una di ammezzato, some otto. Grano rubbia quattro circa. Carne porcina di un maiale di 24 decine. Olio circa boccali dieci. Cera Lib. trenta circa, con cero Pasquale. Alici mezza tinozza, e poca quantità di legumi, ed una mezza granturco. Galline dieci.

In fede Civita Castellana 18. gennaio 1885
fr. Teodoro da Palma
fr. Lorenzo da Fermo.

(Arch. Prov., Cartella Civita Castellana).

III

Appunti circa la Chiusura del nostro Convento di Civita Castellana. Eseguito dal p. Giustino da Monte Leone per Ordine del M. Revd. P. Luigi da Leprignano Provinciale.

  1. Parti(i) da Monterotondo il giorno 27 Gen. andai direttamente in Magliano Sabino per trattare il trasporto deli oggetti. La sera dello stesso giorno giunsi in Convento di Civita Castellana. Trovai il P. Teodoro da Palma, ed il P. Lorenzo da Fermo. Mostrai al P. Teodoro la mia obbedienza, e pregai ambedue ad aiutarmi ed assistermi perché io ero affatto nuovo nel Luogo; mostrandogli ancora il mio dispiacere per l’incarico ricevuto. Il P. Teodoro mi rispose: che non avendosi avuto fiducia in loro, era giusto che fosse venuto altri.
  2. Ricevei dal p. Teodoro l’Elemosine del Convento di lire mille sei cento novanta sei, e cent: quaranta nove: dico N ££ 1696:49: e non £ 1768:86, come risultava dal resoconto sotto il 18 Gen: 1885 e firmato dal P. Teodoro, e dal P. Lorenzo. La somma ritenuta dal P. Teodoro, disse, che era per spese di carne non riportabile nel libro di amministrazione. Io non potei verificare il fatto perché non mi fu dato detto libro di amministrazione.
  3. Non essendomisi dati i libri di amministrazione rifiutai di ricevere il Sigillo del Convento.
  4. Tutti gli oggetti del Convento (sei carri) furono trasportati in Magliano Sabino; e posti tutti in una camera a piano terreno nel Palazzo del Vescovo, e la chiave lasciata presso l’Abbadessa delle Clarisse. In una camera del primo piano del Palazzo del Vescovo furono posti i seguenti oggetti. Quadri ad olio su tela N. 13: 1 S. Francesco, 2 Madonna delle Grazie con cristallo intero e tendine di seta, 3 S. Filomena con cristallo intero e tendina di seta, 4 S. Filippo Neri, 5 Concezione con cristallo intero, 6 Il Nazareno, 7 Idem Nazareno, 8 S. Benedetto, 9 S. Giuseppe, 10 Addolorata, con cristallo intero, 11 S. Antonio da Padova, 12 S. Fedele, 13 Il S. Cuore di Gesù. Più la Croce grande con Crocifisso (alta met: 1° e più). Due cornici con cristallo intero, per la preparazione della Messa. Una Lampada. Un Legile. Tre Crocifissi piccoli, per Altari, uno con base di marmo. Secchietto dell’acqua santa. Ferri per tagliare le Ostie. Ferri lunghi per tendine di finestre. Cristiere.
  5. Fu lasciato nel Monastero delle Clarisse di Magliano per esser meglio custodito l’Orologio grande del dormitorio, il S. Bambino, il Cero Pasquale, il Bilancione, una cassa di libri.
  6. Il vino fu trovato some tredici e mezza. La soma misura locale, è di litri novantasei. Bevanda fu trovata some cinque e mezza: fu tutto venduto al Sigr. Marciano Mezzanotte: il vino a £ 33 la soma tolto mezza soma torbida, la bevanda a £ 10 la soma. Totale ££ 520.
  7. Grano fu trovato Rubi tre e mezzo. Carne salata libre 128 cento ventotto. Olio buccali 21       ventuno. Distrutto libre 15 quindici. Cera libre 44 quarantaquattro. Tutto venduto alle Clarisse di Magliano e fatte duecento cinquantuna £ 251. Ricevute lire cento, le altre 121 le daranno quanto prima.
  8.  Furono depositate presso il Sigr. Battista Miozzi di Civita Castellana Botti sei 6, un tino grande, un botticino.
  9. L’urna del S. Sepolcro, l’ombrellino, l’istrumento della Pace, il Crocifisso per processione, essendo presso il Capitolo della Cattedrale mandai Fr. Gioacchino a ritirare detti oggetti, ma il R.mo Capitolo non volle restituirli.
  10. Pagai i seguenti debiti non soddisfatti dal P. Teodoro. Al Sigr. Felice Colonnelli per una soma di carbone £ 6:00. Al medesimo per suola presa per un terziario £ 3:65. Al Sigr. Francesco Pistola per Riso etc. £ 2:90. Totale £ 12:55.
  11.  Saputo che certo Pasquale Santarelli di Recanati, domiciliato in Civita Castellana aveva                       ricevuto dal P. Carlo da Bologna £ 50 cinquanta gli feci fare un’obbligazione cambiale.
  12.  Oggetti spediti al nostro Convento di Orte. Coperte imbuttite. 2. Idem di lana 6. Idem di cotone 4. Cuscini di lana 8. Idem per Sagrestia 2. Tappeto grande 1. Asciugamani grandi 2. Idem piccoli 2. Sacchi grandi 3. Sacchi piccoli N. 3. Bisaccie per cerca 2. Zinali di cucina 9. Tele per letto 5. Foderette 7. Pagliacci 3. Troccola.
  13. Tutti gli oggetti di Sagrestia furono portati in Monterotondo. Più una piccola scrivania.
  14.  Il giorno 9 Feb: mi portai dal Vicario Generale (il Vescovo era assente) gli partecipai la mia partenza il giorno appresso 10 alle ore 1 ½ pom: partii dal Convento per Magliano. La chiave della Chiesa la mandai al Vicario Generale per Fr. Gioacchino come il Vicario stesso mi aveva detto.
  15.  Gli Arredi Sacri indemaniati furono colla Chiesa ceduti dal Demanio al Comune, e dal Comune al Capitolo: quindi mi disse Monsignor Montanari canonico della Cattedrale, che parte di detti Arredi erano deperiti, e che le pianete si trovavano presso le Maestre Pie (omissis).

                      Monterotondo 13 Feb: 1885

                                                               Fr. Giustino da Monteleone Cap.no.

                                                
ELENCO DEI PADRI GUARDIANI

1596 – R.P. Basilio da Rocchetta
1599 – R.P. Stefano da Acquapendente
1602 – R.P. Giovanni da Ronciglione
1605 – R.P. Francesco Perugino
1608 – R.P. Pietro da Brisighella
1613 – R.P. Clemente da San Ginesio
1618 – R.P. Bonifacio da Velletri
1625 – R.P. Lorenzo da C. Castellana
1626 – R.P. Cornelio Romano
1629 – R.P. Giovenale da Segni
1631 – R.P. Gio: Grisostomo da M. di Notte
1633 – R.P. Angelo da Castelnovo
1634 – R.P. Gio: Francesco da Monteleone
1655 – R.P. Angelo Romano
1636 – R.P. Clemente Romano
1637 – R.P. Carlo d’Acuto
1638 – R.P. Bonaventura da Nepi
1640 – R.P. Carlo d’Acuto
1642 – R.P. Bonaventura da Nepi
1643 – R.P. Domenico d’Anagni
1644 – R.P. Antonio da Leonessa
1645 – R.P. Anselmo Romano
1646 – R.P. Ignazio da Crevacuore
1647 – R.P. Benedetto da Lilla
1648 – R.P. Serafino Borgognone
1649 – R.P. Bernardo Fiammingo
1650 – R.P. Ilario da Piur
1651 – R.P. Luigi da Bagnaja
1652 – R.P. Giuseppe da Monte Giorgio
1653 – R.P. Benedetto da Lilla
1654 – R.P. Felice Fiammingo
1655 – R.P. Massimo da Toscanella
1656 – R.P. Luca Romano
1658 – R.P. Bernardino da Taggia
1659 – R.P. Domenico da Prato
1660 – R.P. Carlo da Scandriglia
1661 – R.P. Nicolò da Poggiocatino
1662 – R.P. Giovanni da Bassano
1663 – R.P. Nicolò da Poggiocatino
1664 – R.P. Antonio d’Aras
1665 – R.P. Ilario Romano
1666 – R.P. Simone da Colle Amato
1668 – R.P. Antonio d’Aspra
1669 – R.P. Francesco da Lilla
1670 – R.P. Giuseppe Maria da Rieti
1671 – R.P. Pietro da Tarano
1673 – R.P. Gio: Francesco da Tarano
1674 – R.P. Antonio Maria da Loni
1676 – R.P. Pietro da Santelpidio
1677 – R.P. Raffaele da Parma
1680 – R.P. Gio: Battista da Tarano
1682 – R.P. Santi Romano
1683 – R.P. Giuseppe da Tarano
1685 – R.P. Marc’Antonio da Brusselles
1686 – R.P. Gio: Battista da Torino
1688 – R.P. Giacomo d’Ascoli
1689 – R.P. Marc’Antonio da Canobio
1691 – R.P. Bernardo Romano
1692 – R.P. Mattia da Magliano
1694 – R.P. Francesco da Cicoli
1695 – R.P. Lorenzo d’Aspra
1697 – R.P. Bernardo da Torino
1698 – R.P. Antonio da Montecuccoli
1703 – R.P. Emanuelle da Domodossola
1706 – R.P. Antonio da Montecuccoli
1708 – R.P. Filippo da Busto
1709 – R.P. Antonio da Montecuccoli
1712 – R.P. Giovanni d’Orta
1714 – R.P. Domenico da Castellarano
1715 – R.P. Basilio d’Ancona
1717 – R.P. Bonaventura da Sarsana
1718 – R.P. Cherubino da Parma
1720 – R.P. Domenico da Castellarano
1721 – R.P. Bonaventura da Sarsana
1725 – R.P. Nicolò da Montecchio
1724 – R.P. Gio: Antonio dalla Valtellina
1726 – R.P. Gregorio da Busto
1727 – R.P. Clemente d’Urbino
1730 – R.P. Bonaventura da Vitorchiano
1733 – R.P. Clemente d’Urbino
1736 – R.P. Bonifacio Romano
1738 – R.P. Gio: Domenico da Viterbo
1739 – R.P. Serafino da Mentone
1742 – R.P. Bonaventura da Vitorchiano
1744 – R.P. Ferdinando d’Orte
1750 – R.P. Pietro dalla Tolfa
1751 – R.P. Pietro da Canepina
1754 – R.P. Giuseppe Ant: dalla Tolfa
1757 – R.P. Gregorio da Bagnaja
1760 – R.P. Daniele Romano
1762 – R.P. Raffaele dal Giglio
1765 – R.P. Domenico da Bagnaja
1768 – R.P. Giuseppe Felice da Ficulle
1771 – R.P. Andrea dalla Tolfa
1780 – R.P. Valentino da Farnese
1786 – R.P. Giuseppe da Soriano
1789 – R.P. Gabrielle d’Attigliano
1692 – R.P. Silvano da Lucca
1801 – R.P. Lorenzo da Bagnaja
1804 – R.P. Egidio da Caprarola
1807 – R.P. Gio: Crisosomo dalla Terza
1715 – R.P. Felice da Mondovi
1718 – R.P. Antonio Luigi da Camajore
1721 – R.P. Serafino da Torano
1724 – R.P. Felice da Camajore
1727 – R.P. Gioacchino da Camajore
1830 – R.P. Giuseppe Maria da Camajore
1836 – R.P. Clemente da Prato
1839 – R.P. Giuseppe da Camajore
1845 – R.P. Ilario da Camajore
1848 – R.P. Agostino da Massa
1851 – R.P. Alessandro da Massa
1854 – R.P. Gabriele da Camajore
1857 – R.P. Gregorio da Montegiori
1860 – R.P. Romualdo da Camajore
1863 – R.P. Giulio da Camajore
1864 – R.P. Gio: Battista dalla Pieve di Cotrone
1866 – R.P. Aniceto da Fibialla
1869 – R.P. Romualdo da Camajore
1872 – R.P. Luigi da Contigliano
1872 – R.P. Gio: Battista d’Aspra
1875 – R.P. Gio: Battista d’Aspra
1878 – R.P. Arcangelo da Forano
                   
Chiuso



[1] Libro degli atti capitolari 1588-1617, Annali manoscritti p. 360 in Archiviop provinciale deio cappuccini, Roma via Veneto, d’ora in poi Arch. Prov.
[2] Roma, Archivio generale dei cappuccini, relazione 19 marzo 1650.
[3] Arch. Prov., I, p. 145.
[4] Archivio di Stato di Viterbo, Protocollo 404 del notaio Pelletroni Giovanni.
[5] Arch. Gen. Capp. Roma.
[6] Arch. Prov., Annali man., I, p. 145.
[7] Bullarium Capuccinorum, II, p. 443.
[8] Arch. Prov., cartella Civita Castellana.
[9] Il 7.5.1591 e il 23.4.1608.
[10] Arch. Prov., I, pp. 144-146.
[11] Arch. Prov., Annali man., III, p. 201-202.
[12] Ivi, Annali man., VI, p. 327.
[13] Ivi, Annali man., VI, p. 327.
[14] Civita Castellana, archivio comunale, Delibere del Consiglio.
[15] Ivi, lettera, lettera del 30 ottobre 1874.
[16] Ivi, consiglio del 16 aprile 1875.     Le delibere dei Consigli Comunali di Civita Castellana riguardanti la soppressione del convento dei cappuccini sono: n. 231 del 9 aprile 1874 (cimitero); n. 341 del 28 aprile 1875 (cimitero); n 345 del 16 aprile 1875 (cimitero); n. 7 del 19 febbraio 1876 (cessione del prato); n. 55 del 21 giugno 1876 (esproprio del terreno); n. 61 del 23 nagosto 1876 (cimitero); n. 32 del 1880 (dove si dice che il cimitero è protetto dalla «folta macchina del convento dei cappuccini»); n. 103 del 21 ottobre 1881 (cessione della chiesa); n. 98/438 del 31 marzo 1886); n. 163/504 del 22 aprile 1887 (cessione); n. 211/551 del 21 novembre 1887 (diniego del governo); n. 225/565 del 21 agosto 1887 (cessione); n. 226/566 del 1 marzo 1888 (relazione per la cessione); n. 253/593 (acquisto); n. 264 dell’11 agosto 1888 (circa l’acquisto).
[17] Lettera del Provinciale al Vescovo, Mons. Mignanti, del 3 giugno 1881. Questa lettera, come tutti gli altri documenti ai quali si accenna subito dopo, si trovano nell’Arch. Prov., cartella Civita Castellana.
[18] Arch. Prov., Annali man., VII, pp. 567-568.
[19] Libro dei morti 1836-1878, p. 96.

Rinaldo Cordovani
I CAPPUCCINI A CIVITA CASTELLANA (Viterbo)

[Estratto da Italia Francescana, bimestrale, anno 66, n. 5-6, settembre-dicembre 1991]


Le origini del convento

I frati minori cappuccini sono stati chiamati dalla comunità di Civita Castellana nel 1534, 6 anni dopo che il papa Clemente VII aveva approvato la loro riforma dall’Ordine francescano nel 1528 nella basilica di san Francesco a Viterbo. Nel 1534 i cappuccini erano già circa 700 e nell’alto Lazio erano già stati chiamati a Viterbo in località Palanzana, a Rieti, Scandriglia, Tivoli, Collevecchio, oltre che a Roma.
Il primo luogo dei cappuccini a Civita Castellana, costruito dalla popolazione nel 1534, era dedicato a sant’Anna e fu abbandonato “per l’aria cattiva”. Il convento del 1636 fu disegnato dall’architetto pontificio p. Michele da Bergamo[1]. La pala dell’altare principale che rappresenta il martirio di san Lorenzo, al quale la chiesa del convento era dedicata, fu poi portata in cattedrale. Attualmente è nella chiesa parrocchiale nella quale è stato trasferito il titolo: San Lorenzo martire.
In una relazione del 1650 si legge che la Comunità di Civita Castellana nel consiglio comunale del primo novembre del 1575 aveva stabilito di chiamare in città i cappuccini e costruire per loro una casa. Di fatto nel consiglio del 28 maggio 1577 li fece venire e li accolse nel convento costruito per loro in contrada Nottiano “in cima ad un colle tra cerqueti” con una clausola che in quei tempi era d’obbligo: qualora i cappuccini se ne fossero andati “per l’aria, peste, guerra e altro impedimento”, tutto sarebbe tornato alla comunità[2].
Negli annali manoscritti[3] dei cappuccini a Roma in via Vittorio Veneto si legge che in Civita Castellana vi furono tre conventi dei cappuccini: 1534, 1577, 1636, costruiti sempre per interessamento del vescovo e della città.
Il primo dicembre 1577 Maestro Felice Restituiti di Caprarola si impegna a trasportare il legname in località Nottiano di Civica Castellana per la costruzione del convento dei cappuccini. “Die prima mensis decembris 1577. Mastro Felice Restituiti da Caprarola spontaneamente promette e si obbliga al Capitan Gio. Paolo Curiato prefetto della venerabile fabrica del Monasterio et Chiesa delli R. di frati cappuccini nel territorio di Civita Castellana di mandare et condurre a detto luogo l’infrascripti legnami per uso di detta fabbrica[4]”.
Il documento seguito elencando e descrivendo minutamente la qualità, lo spessore, la lunghezza e la destinazione dei singoli pezzi, nonché precisando le singole clausole del contratto.
Nel libro dei consigli comunali di Civita Castellana del 1578 al foglio 145 si legge: “A dì 28 di Maggio 1577 la Comunità di Civita Castellana per vigore del Consiglio generalissimo fatto sotto il primo di novembre 1575, chiamò e rispettivamente accettò la Religione de’ Padri capuccini e li assegnò in contrada Nottiano, in cima ad un colle tra cerqueti, il sito nel quale hora si trova fabricato il Convento di rubbia due incirca, compro dalla medesima Comunità da diversi particolari con riserva dell’attione, e facoltà di poter dispensarne li frutti a luoghi pii a suo arbitrio, quando li medesimi Padri, per l’aria peste guerra o altro impedimento fosero forzati[5] lasciar detto Convento etc., come per istromento rogato lì 5 ottobre 1578.

La situazione del convento nel 1650

In una relazione ufficiale del 19 marzo 1650 così viene descritto il convento di Civita Castellana: “Il suddetto convento è murato et discosto dalla Città da un mezzo miglio incirca, sotto il titolo di S. Lorenzo; è stato edificato col consenso del vescovo diocesano et è della Provincia (monastica) di Roma. Non possiede intrate perpetue né temporali né proprietà de beni stabili; e vi abitano di fameglia quattro sacerdoti, cioè il p. Bernardo fiamengo, guardiano e predicatore; il p. Andrea da Pavia sacerdote e predicatore; il p. Paolo da Nizza, sacerdote; il p. Dionisio da Namur, sacerdote; due chierici fra Nicolò da Cambrai e fra Giuseppe da Lieggi (sic); quattro laici: fra Lorenzo Bergamasco, fra Marco da Luca, fra Bernardino di Borgogna e fra Domenico da Segni. Si sostentano di elemosine somministrate della pietà de’ popoli di detta Città e terre circonvicine. Non ha ospitio veruno et il detto convento non ha alcun peso di messe o d’anniversarij perpetuo o temporale. Non ha detto convento debiti di sorte alcuna né annui né temporali[6]”. Il convento primitivo, quello dedicato a sant’Anna, fu abbandonato nel 1580 a causa “dell’aria cattiva”. E la città di Civita Castellana accolse i cappuccini nel secondo convento come attesta il già ricordato consiglio comunale del 28 maggio 1577.
Il papa Urbano VIII, con lettera dell’11 giugno 1636 indirizzata all’architetto pontificio, il cappuccino p. Michele da Bergamo, autorizzava ad abbattere il vecchio convento e la chiesa ed utilizzare il materiale per costruire il nuovo convento dedicato a san Lorenzo Martire in località Nottiano, come precisano le delibere del consiglio comunale. Il papa permise anche che il terreno del vecchio convento fosse venduto all’asta al maggior offerente e il ricavato fosse impiegato nella costruzione del nuovo[7].
Le spese, ovviamente, furono tutte a carico della Comunità; anche se il progetto fu preparato da p. Michele da Bergamo e se i cappuccini stessi lavoravano da muratori, carpentieri, falegnami… assieme agli altri operai. Tra gli offerenti troviamo un certo Crosi, che scrive così la sua volontà: “prometto alli RR. PP. Cappuccini del loco de Civita di spendere per far il muro atorno al detto loco scudi cinquecento de moneta da spenderse la metà sotto agosto prossimo del presente anno 1619 et l’altra metà sotto agosto 1620[8]”. Nello stesso archivio dei cappuccini di via Veneto a Roma si trova un elenco curioso di spese: “il muro di Civita Castellana è 617 canne in tutto. Per due Sommari scudi 15 e mezzo. Per due para di bigonzi per portare la puzzolana et un massello e due barilli scudi due…”.
Dicevo già che i cappuccini lavoravano alla costruzione del convento assieme agli operai, come in seguito poi lavoreranno per costruire il ponte che porta in paese. In questo convento si tenne due volte il capitolo provinciale[9]. Segno che era abbastanza grande e che godeva di un certo prestigio; ed ancora, aveva la possibilità di fornire cibo ed ospitalità ad un numero rilevante di persone per alcuni giorni.

“La divina Provvidenza…”

Negli Annali manoscritti già citati[10], trovo alcune notizie interessanti per la presenza dei cappuccini a Civita Castellana e per alcuni episodi avvenuti in occasione della beatificazione del primo santo dei cappucini, Felice da Cantalice. Ecco il testo:
La nostra chiesa di Civita Castellana, dal giorno di S. Lorenzo martire in poi, al quale è dedicata, ha meno concorso di qualsivoglia altra della nostra Provincia, non già per la poca divozione di detta città, la quale è devotissima al paro di qualsivoglia altra della Provincia, della nostra Religione, come si esperimenta in effetti dai frati che vi stanno di famiglia, per comodità dei quali, sinora ha edificati due conventi nel suo territorio e ristretto, il primo dei quali fu lasciato per rispetto dell’aria pessima e della lontananza, ma questo secondo, non è troppo migliore in quanto all’aria, e però i frati vi stanno molto malvolentieri; e per essere la strada molto scomoda e disastrosa non è frequentato dai secolari della città; sicché nelle feste più solenni appena vi vedranno in quella chiesa quattro e sei persone alle messe e divini Offici.
Con tutto ciò nella festa del nostro Beato (Felice da Cantalice), vi fu competente concorso con grande devozione del popolo, avendone ricevute molte e segnalate grazie per mezzo dell’olio della lampada, le quali sono state scritte in altra parte. Ed in questa festa, da un cittadino Cavaliere di Monsignor Gozzadino Vescovo, fu donato un quadro al Convento coll’Immagine del Beato Felice.
In questo secondo convento due volte è stato celebrato il Capitolo Provinciale, ed una volta fu l’anno (per antonomasia) chiamato della carestia del 1591 (…) essendo provinciale di questa Provincia il m.r.p. f. Santi Romano, e guardiano di detto convento il p.f. Donato da Lecce, predicatore ferventissimo dei suoi tempi; ed essendosi offerto di far le spese ai frati in questo Capitolo il Sig. Lorenzo Trigli cittadino di Civita, sopravenendogli poi la carestia, oltre una certa disdetta per alcuni maneggi che aveva in mano della sua Comunità, si pentì, ma poi ripensando al fatto, tutto confidato in Dio e nel P. S. Francesco, si risolse di far questa carità, pensando anche che avendo dato la parola, non vi era l’onor suo a ritirarsi indietro.
Risoluto adunque il buon uomo di proseguir l’impresa, cominciò, come è prudente a fare i suoi conti, ed acciò il negozio gli riuscisse a fare qualche provvisione, e però se ne andò nel suo granaio, e misurò quanto grano vi era, e trovò che erano otto rubbia; pose da parte due botti di vino, una di bianco e l’altra di rosso, e da 80 a 100 scudi per comprare carne, pesce ed altre cose.
Finalmente congregati i frati per il capitolo furono trattati con tanta abbondanza da quest’uomo caritativo, che non si può dire di più. Ma il Signore Iddio che pasce i servi suoi senza industria umana quando gli pare e piace espediente, per insegnare a quest’uomo a confidarsi maggiormente in S.D.M. ed essere liberale verso i poveri e credere al suo santo Evangelo, mostrò miracolo in questo Capitolo, perché essendo licenziato il Capitolo, e partiti tutti quei Padri, che vi si trovavano, andò a visitar la sua cantina e trovò ambe le botti piene di vino, senza mancarvene neppur una goccia; andò alla cassa e in essere tutto il suo denaro, senza mancar neppure un quattrino, e l’aveva pur spesi per servizio dei frati. Del che stupìto grandemente, volle tornare a far misurare anche il grano e lo trovò tutto in essere, anzi questa seconda volta gli riuscì la misura più abbondante della prima”.
Nel 1703 furono aggiunte alcune stanze e due locali più spaziosi per gli ospiti e per gli infermi; fu riparato il muro della clausura e la cappella di san Giuseppe. Fu anche iniziata la costruzione del ponte a spese della città e con l’aiuto dei nostri frati muratori[11]. Nel 1721 il convento venne ancora restaurato e fu rifatta del tutto la chiesa[12]. Ormai però i tempi stavano cambiando: la rivoluzione francese portava anche in Italia il vento del nord e nel 1798 dal convento di Civita Castellana dovettero partire tutti i cappuccini perché fu invaso dalle truppe francesi del Direttorio, che vi stabilirono il loro quartier generale. Il convento fu “completamente saccheggiato, rovinato e spogliato dalle truppe francesi[13]”, che andavano a Roma per stabilirvi una delle tante “repubbliche sorelle”, la repubblica Romana, dove il Direttorio aveva inviato già una sua ambasceria e dove le guardie papali uccisero il generale francese Léonard Diphot durante una sommossa popolare. La repubblica fu stabilita con la forza e il papa Pio VI fu catturato prigioniero e portato in Francia.

La soppressione e l’abbandono

Lo Stato italiano sorto con il risorgimento, con leggi speciali nel biennio 1866-67, completò la legislazione che regolava i rapporti con le istituzioni cattoliche ed estese a tutta la penisola la legislazione piemontese in merito, che prevedeva lo sfratto dei Gesuiti e delle Dame del Sacro Cuore (1848), la soppressione del foro ecclesiastico, la tassazione della mano morta e poi l’introduzione del matrimonio civile, l’abolizione delle Collegiate e dei benefici senza cura di anime (legge Siccardi). Tutti i beni mobili e immobili degli Istituti religiosi furono indemaniati e offerti ai Comuni o ai Municipi affinché li vendessero all’asta pubblica.
Le vicende della chiusura del convento dei cappuccini di Civita Castellana sono registrate nei documenti dell’archivio comunale, in quello della Curia vescovile e nell’altro dei cappuccini di via Veneto a Roma.
Il Consiglio comunale[14] del 2 ottobre 1873, riferendosi alla legge di soppressione del 7 luglio 1866 “ estesa in questa Provincia con decreto del 19 giugno 1873 “e all’articolo 70 della stessa legge, fa presente al Governo centrale che il convento è del Comune per clausola di fondazione, che ne prevedeva il ritorno al Comune stesso qualora i religiosi fossero venuti a mancare per qualunque causa. Infatti già vi aveva costruito a fianco il cimitero; la chiesa sarebbe divenuta cappella funeraria e tutto l’orto avrebbe avuto la stessa destinazione funeraria. Il Consiglio comunale del 19 febbraio 1876, dovette intervenire per riparare ai cattivi odori che venivano fuori da quel cimitero, decidendo di impiantare numerosi alberi nell’ex orto dei cappuccini.
Un cenno a parte merita la vicenda della biblioteca del convento di Civita Castellana. Il consiglio comunale se ne occupò più di una volta. Nella seduta del 28 febbraio 1875 si prese in considerazione la cessione della biblioteca al Comune da parte della Prefettura di Viterbo[15]. Un consigliere affermò che vi erano “ non poche opere pregevoli”. Quando di fatto si andò a vedere che cosa c’era, si trovò “ che la biblioteca, tranne poche opere incomplete riguardanti materie ecclesiastiche di qualche pregio, come sarebbe il bollario di Benedetto XIV ed altri autori di teologia dommatica e morale, le altre in ben ristretto numero, sono libercoli ascetici di nessuna considerazione.
Quantunque non fosse dell’interesse comunale di sobbarcarsi agli obblighi richiesti dal Ministero della pubblica istruzione, pure considerando esser disdicevole per un Municipio il rinunciare a questo beneficio “, la donazione fu accettata[16]. Riferisco qualche dato preso dall’archivio di Roma.
Già il 19 novembre 1873 il p. Guardiano del convento scriveva al suo superiore a Roma: “Riscontro la inviatami circolare in data del 12 corrente, ed in breve dico, anzi riporto quanto a voce gli ha detto fra Rocco, cioè, qui si sta alle solite promesse del Sindaco e del Municipio, nonché dell’intera popolazione e si spera che riuscirà, mentre hanno fatto formale istanza al Governo, e sono certi che otterranno quanto hanno chiesto. Noi egualmente lo speriamo, ma la nostra speranza non è senza timore: oltre di che ci fa d’uopo rimetterci a più condizioni, una delle quali è che apriranno la clausura in due punti per il pubblico ingresso al camposanto, cosa che ci passa l’anima, ma come fare diversamente? Basta, staremo a vedere questo e il resto. La saluto ed al solito mi segno D.P.V.M.R. u.mo servo Fr. Gio. Battista d’Aspra Cappuccino”.
La situazione, come risulta da un documento del 12 settembre 1844, era questa: vi erano 24 camere abitabili e lo stato della costruzione è definito sufficientemente buono. Vi erano presenti nove frati che si prestavano per confessare la gente che numerosa arrivava nella chiesa del convento, andavano a dir messa nei giorni festivi all’ospedale e uno di loro era cappellano nel “Reclusorio politico “. Come contro parte si dice che “ con le elemosine dei benefattori si possono mantenere circa 12 frati”.
Nell’archivio di Roma esiste una fitta corrispondenza tra gli anni 1880 e il 1885 da e per Civita Castellana tra convento, comune, vescovo e superiori di Roma per salvare il convento e far rimanere i cappuccini in città. Il 7 aprile 1880 il terreno del convento era già stato affittato da sei anni per lire 225, lo stabile era abbandonato e la chiesa chiusa. Il 6 marzo dello stesso anno era stato messo all’asta per lire 11.221, ci furono molti disposti a ricomprarlo per conto dei cappuccini, ma nessuno lo fece, anche perché i cappuccini stessi non erano entusiasti. Perciò rimase al Demanio in totale stato di abbandono. Il vescovo ricorse al superiore generale dei cappuccini perché essi non lasciassero Civita Castellana.
Il superiore regionale scrisse al vescovo dicendo che “nelle attuali condizioni la posizione nostra non è sostenibile; ma che intanto non dimenticheremo mai la bontà dell’E.V., la divozione dei buoni Civitesi e che sempre li avremo presenti nelle nostre deboli orazioni, che anzi, cambiate le circostanze non mancheranno i cappuccini di tornare a riprendere il posto temporaneamente abbandonato[17]”. Fu anche ipotizzata la costruzione di un nuovo ospizio per i cappuccini nei pressi dell’ospedale, ma non se ne fece nulla.
Fu incaricato dello sgombro fra Giustino da Monteleone, il quale il 29 gennaio 1885 scrive al suo superiore a Roma che “in città vi è abbastanza rumore. Il Vescovo fa grandi lamenti, dice che non si è trattato neppure colla più volgare convenienza ed educazione”. Ed il vescovo il 30 gennaio dello stesso anno scrisse al p. Provinciale a Roma questa letterina: “Sono dolente di ricevere oggi, 30 gennaio la sua ultima portante la data del 23. Fin dal giorno 27 li suoi religiosi lasciarono questo convento, di cui il giorno innanzi si era già incominciato lo sgombro da un tal Commissario Capuccino all’insaputa di tutti. Mi limito per ora a deplorare questo modo di agire poco corretto, ragguagliandone, come faccio, la P.V…”
È questo il giorno e l’anno in cui i cappuccini lasciarono definitivamente il convento di Civita Castellana: il 27 gennaio 1885; di fatto però l’ultimo frate partì, come vedremo, il 10 febbraio successivo. Gli annali manoscritti già ricordati, riassumono così tutta la vicenda[18]. “ Questo convento di Civita Castellana, fu chiuso dopo la soppressione del 1876, si veda pag. 305 di questo volume (dove la breve relazione risalente al 1880 afferma che fu abbandonato  a causa del cimitero costruito entro il recinto a pochi metri distante dal fabbricato e rendeva sempre più micidiale l’aria già malsana per se stessa”). I religiosi, meno un Padre ed un Laico che vi restarono come custodi, ma per poco tempo, si rifugiarono per primo in una casa in Città, quindi preso in affitto un Casino con orto e vigna circa un quarto di miglio fuori il paese, dove dimorarono, sempre provvisoriamente, circa sei o sette anni.
Nel principio del passato capitolo si decise di abbandonare quel locale destinando i religiosi in altri conventi e gli oggetti appartenenti al detto convento, in Monterotondo. Ma per le calorose istanze di quel vescovo, del Capitolo e di una commissione di cittadini venuta appositamente in Roma, fu dovuta sospendere l’esecuzione; con patto però 1° che il vescovo comprasse il terreno dell’ospedale per erigervi il nuovo ospizio come aveva promesso e stabilito col passato provinciale; 2° che si verificasse una sottoscrizione da dare 1.000 lire annue per 10 anni; 3° che non più tardi di settembre o ottobre del corrente anno 1881 si cominciasse la fabbrica del nominato ospizio e venisse quindi proseguita con tutta celerità possibile voluta dall’arte. I religiosi poi si sarebbero prestati, e secondo le loro possibilità, alla esecuzione e a tal fine rimarrebbero nel luogo ove trovansi attualmente e non si mancherebbe di mandare il religioso che fece il disegno, ad assistere alla lavorazione. Però non verificandosi le sudette condizioni, i religiosi nella prossima congregazione di novembre, sarebbero richiamati da quella città. Difatti giunse la detta congregazione e nulla si era fatto di tutto ciò e fu allora che il M.R.P. Provinciale e suo definitorio vi mandarono il primo definitore p. Carlo da Bologna come presidente, con la missione di sollecitare l’esecuzione delle cose sopra descritte o progettate al vescovo di comprarci il Casino ove ora dimorano i cappuccini. In questo caso i cappuccini medesimi si sarebbero impegnati a farvi la chiesa con l’aggiunta di un piccolo dormitorio. Non verificandosi neppure questo, venisse sollecitamente allo sgombro. Ma anche il detto M.R.P. Carlo non riuscì a far nulla e fra una trattativa e l’altra, passò, nello statu quo, tutto intero il capitolo.
Sotto il nuovo provinciale, ancor questi raccomandò di venire a una sollecita soluzione, altrimenti avrebbe richiamato i religiosi.
In questo frattempo scoppiò il colera in varie città d’Italia e dovendo il Municipio per ordine del governo, in previsione del morbo, preparare un luogo per il lazzaretto, ottenne dal governo il nostro ex convento. Fu allora che vescovo e municipio, a forza di insistere, ottennero che i cappuccini tornassero in convento, per ora, come loro dicevano, come custodi ed assistenti del lazzaretto; quindi avrebbero sicuramente ottenuta la concessione totale del convento ai cappuccini, promettendo di più, di fare quei lavori già stabiliti da un perito dell’arte onde migliorare sensibilmente l’aria di quel convento.
Ma, cessato il pericolo del colera, nonostante le insistenze, direi quasi di tutta la città, il governo diede ordine al Municipio di ricedere al governo tutto il convento. E di fatti fu aperta l’asta di affitto e restò ad un tale per circa 400 lire annue di pagamento, forse nella speranza di farle poi pagare ai cappuccini. Giunti a questo punto non era più fattibile che i cappuccini restassero ancora in Civita Castellana, e perciò il presidente M.R.P. Carlo da Bologna, primo definitore, si portò subito in Roma dal Provinciale e si convenne di scrivere al vescovo di C. Castellana la seguente lettera:
Eccellenza reverendissima – 30 gennaio 1885 – Roma.
La M.R. Definizione de’ cappuccini della provincia romana e per lo scrivente provinciale, è venuta alla dolorosa determinazione di richiamare e destinare altrove quei pochi religiosi che si trovano in Civita Castellana, e ciò per la insostenibile condizione che venne loro formata, ed infatti:
1° Appena i sopradetti religiosi avevano trasportati dal Casino di Gori al convento quei pochi oggetti a loro uso, per parte del Demanio si procedeva all’affitto della vigna e selva per la proporzionata somma di lire 350; somma che, se non in tutto, in gran parte dovrebbesi sborsare dai religiosi stessi.
2° Trovandosi la vigna in totale deperimento, si incontrerebbe una spesa assai forte per le lavorazioni indispensabili onde richiamarla al primitivo vigore e perché totalmente mancante del necessario legname, altra spesa assai forte si incontrerebbe, onde provederlo; spese tutte che non verrebbero rifatte al fine dell’affitto.
3° Riguardo al fabbricato poi, con dolorosa sorpresa del municipio e de signor sindaco Coluzzi, per parte del demanio s’intimava lo sgombero del convento, essendo cessato il pericolo del minacciato colera. E’ vero che per parte del Prefetto di Roma s’intimava la sospensione di detto sgombro, ma i religiosi rimanevano nella stessa incertezza e provvisorio, che loro impediva di fare alcune stanze della parte di mezzogiorno, onde in parte salvarsi dalla malaria cagionata naturalmente dalla vicinanza del camposanto.
Dietro tutto ciò, necessitava venire alla predetta determinazione. E mentre ne partecipa alla Eccellenza V. Rev.ma, sente anco il dovere di ringraziare per mezzo suo l’intera città per l’amore e generosità ed affetto, che essa ha sempre avuto verso i cappuccini. Tanto le doveva ecc… Fra Luigi da Leprignano, provinciale cappuccino”.
Contemporaneamente a questa lettera, fu mandato il R.P. Giustino da Monteleone, vicario di Monterotondo, per seguire lo sgombro, dappoiché i due padri, Teodosio da Palma e Lorenzo da Fermo, ivi rimasti, si erano ricusati di farlo. Giunto pertanto il detto padre Giustino nel convento di Civita Castellana, pregò i suddetti Padri ad aiutarlo nel difficile e scabroso incarico, mostrandole ancora una lettera del provinciale, dove li pregava ad assisterlo, ma questi fecero orecchie da mercante. La mattina susseguente, di buonissima ora, se ne partirono ciascuno per il suo nuovo destino. Dispiacque assai al lodato p. Giustino una sì ineducata azione, ma non si perdé d’animo. Eseguì puntualmente lo sgombro a seconda delle istruzioni ricevute dal M.R.P. Provinciale.
Il giorno 9 di febbraio il ridetto p. Giustino si portò dal vicario generale (il vescovo era assente) e gli partecipò la sua partenza. Il giorno appresso, 10 di detto mese, consegnata la chiave di detta chiesa al vicario generale, se ne partì alla volta di Magliano, per sistemare alcuni mobili in detto luogo e conservati parte in una stanza del seminario e parte presso le monache. Gli altri oggetti, come da nota che si conserva in archivio, furono portati porzione in Orte e porzione in Monterotondo.
Oggi rimane ancora la chiesa, adibita a magazzino del cimitero adiacente. Ma il “Titolo”, come si diceva, attualmente è stato trasferito alla nuova chiesa parrocchiale.
In un “Album fotografico a cura della Comunità Parrocchiale in occasione del XXX anniversario della Parrocchia S. Cuore di Maria e S. Lorenzo, Civita Castellana 1955-1990, trovo questo rapido cenno:
Il monumento dedicato a S. Lorenzo Martire, Arcidiacono di Roma, esce dalla pietra del passato per svelare una delle tante radici storico-religiose della popolazione di Civita Castellana. Al di là della storia muraria, in uno spazio particolare dove l’antico e il nuovo convivono, si possono ancora attingere i perenni insegnamenti.
Nessun patrimonio spirituale deve soccombere all’avanzare della nuova città. Il monumento vuol essere “spot”, un riflettore a luce concentrata su una zona dove appunto l’antico e il nuovo convivono. La vecchia chiesa di S. Lorenzo al Cimitero, consacrata dal vescovo Mons. Francesco Maria Forlani nel 1775, e l’attiguo convento dei frati Minori Cappuccini costituiscono, appunto, questa zona.
La storia religiosa e civile di Civita Castellana, non esclusi i dintorni, dal 1534 fino ai primi del 1900, ebbe come protagonisti questi Frati Minori Cappuccini. Per interessamento dei vescovi e della città vi furono tre conventi dei cappuccini: 1534, 1577, 1636. Nonostante i tanti rivolgimenti politici e sociali della fine del XVIII secolo, come la Rivoluzione Francese e ripercussioni varie, non abbandonarono i loro insediamenti.
Il prof. Luigi Cimarra in “Civita Castellana-Carivit”, sottolinea indirettamente la permanenza dei cappuccini a Civita Castellana negli ultimi anni del 1800. Riportando uno stralcio dei “Ricordi del 1870-71 di Edmondo De Amicis, parla di un fraticello che mostrò di avere paura dei soldati del generale Cadorna. Questo avvenne vicino a Civita Castellana. Non si sa, comunque, da chi venisse la vera “rivoluzione”: un fraticello con un somarello poteva essere portatore della rivoluzione del Vangelo. I Frati Minori Cappuccini la portarono. Con un irraggiamento di predicazione popolare hanno gettato il seme della “civiltà dell’Amore”. Nei loro conventi vivevano in rigida povertà, si sostentavano con la mendicità quotidiana, esercitavano le opere di misericordia. Certo è che dovette rimanere vivo il ricordo di questi cappuccini che aiutavano i poveri, curavano gli ammalati e seppellivano i morti.
Il monumento svela tutto questo. S. Lorenzo martire dalla sua vecchia chiesa al Cimitero passa in quest’altra, offrendoci un ideale di autentica comunità parrocchiale, fondata sull’Amore eroico verso Dio e verso il prossimo.
La nostra chiesa parrocchiale è un suo dono perché fu costruita con un sussidio (14.000.000) che il Governo stanziò per i danni di guerra della chiesa di S. Lorenzo al Cimitero.


A P P E N D I C I

I

I Cappuccini di Civita Castellana

La città di Civita Castellana non soltanto ha chiamato, accolto, dato ospitalità e pane ed affetto ai cappuccini per tre secoli, ma ha dato anche 19 suoi concittadini all’Ordine dei cappuccini, ad incominciare da p. Lorenzo che è nell’elenco dei padri Guardiani del convento di Civita Castellana nel 1625 fino al p. Tarcisio Del Priore.
Ecco l’elenco completo col nome assunto da religiosi e, tra parentesi, col nome di battesimo:
Bernardino (Volpolino Giovanni Marciano) Roma 1806, fratello laico;
Domenico (?) 1604-Roma 1657; sacerdote, servì gli appestati a Sezze con encomiabile carità;
Francesco (Gori Domenico) 1837-Montefiascone 1864, sacerdote e studente di teologia;
Gaetano (?) Roma (?) 1797, sacerdote;
Giovanni (?), 1631 circa Roma 1687, fratello laico;
Giovanni Battista (Rondelli Giacomo Antonio) 1723 Roma 1787, sacerdote e predicatore;
Girolamo (?) Roma 1705, fratello laico;
Girolamo (Corradini Pietro Paolo), 1724 Roma 1790, fratello laico;
Girolamo (?) Viterbo 1751, sacerdote, predicatore, religioso di osservanza e di preghiera;
Giuseppe (Pirelli Carlo) 1737 Roma 1790, fratello laico di grande pazienza e serenità nelle sue penose sofferenze;
Giuseppe (Petrangola Andrea) 1599 Roma 1673, fratello laico;
Mario (Petrangola Giovanni) 1596 Sezze Romano 1656; sacerdote, predicatore, guardiano. Durante la peste con santa abnegazione offrì tutte le sue energie al servizio degli infetti, morendo vittima di carità;
Innocenzo (?) Priverno 1639; sacerdote, predicatore. Religioso adorno di ogni virtù; la sua salma fu venerata da tutta la popolazione presso cui godeva fama di santità;
Liberato (?) Viterbo 1637, fratello laico;
Lorenzo (Guardiano nel convento di Civita Castellana nel 1625);
Nicola (Paolelli Francesco Simone) 1727 Roma 1774, sacerdote;
Vincenzo (Santucci Giovanni) 1742 Roma 1799; sacerdote, predicatore; per i suoi meriti fu insignito del titolo di ex provinciale;
Tarcisio (Del Priore Armando 1918-).
(Notizie desunte da P. Teodoro da Torre Del Greco, Necrologio dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Roma, Roma 1967).
*       *       *
Vorrei fermarmi con brevissimi cenni su tre di loro: Domenico, Mario e Innocenzo. Non vorrei omettere però una notizia che riguarda p. Felice da Massa, il quale, “essendo di famiglia nel convento di Civita Castellana, cappellano dell’ospedale di questa Città dove andava ogni giorno, a motivo dell’infezione di aria (causa per cui morirono tanti religiosi in quest’anno in detto convento) per violenta febbre, convertita in nervosa, dopo aver ricevuto i santissimi sacramenti, rese lo spirito al Signore Creatore il giorno 6 novembre 1860, avendo anni 31 di religione[19]”.
P. Mario era guardiano del convento dei cappuccini a Sezze Romano quando scoppiò la peste che mieté tante vittime un po’ ovunque, cominciando, dicono le storie del tempo, dalla Sardegna e da Napoli. Il libro dei morti già citato scrive di lui che è “degno di eterna memoria per la sua ardentissima carità, havendo per l’affetto et eccesso di quella esposto la propria vita e avendo riportato il meritato guiderdone nella gloria dei beati”.
E gli Annali manoscritti (II, p. 592, anno 1657) scrivono: “Con non minor carità di edificazione (dei precedenti cappuccini morti nell’assistere gli appestati in quegli anni) ministrarono in Sezze, esponendosi prima alle pubbliche confessioni il p. Mario da Civita Castellana, predicatore di buoni talenti e spirito, ed allora guardino del medesimo luogo; il p. Domenico da Civita Castellana impiegandosi alla cura delle povere monache, rimaste prive di padre spirituale, toltogli il proprio dalla fierezza del morbo; il quale avanzandosi impetuosamente privò ben presto di vita, acciò più presto godesse il premio delle sue fatiche, il p. guardiano , il quale ai 5 di novembre, ferito di peste, riposò nel Signore”.
Mentre ha tutte le caratteristiche di un santo il p. Innocenzo da Civita Castellana, del quale così scrivono gli annali:
L’altro padre che passò all’altra vita in questa quadragesima fu il p. f. Innocenzo da Civita Castellana, veramente innocente di nome e di fatti, religioso di molta semplicità e purità, di gran zelo, di fervente spirito, di molta orazione, astinente, pieno di fervore apostolico e predicatore esemplarissimo e conforme al cuore del n. padre san Francesco ed imitatore del glorioso san Giovanni Battista e di san Paolo, osservatore puntualissimo del modello che danno le nostre Costituzioni per un buon predicatore. E lasciata da banda tutta la retorica umana ed ogni artificio di parole, quasi in tutte le prediche trattava dei quattro novissimi o di alcuno di essi almeno, con parole tanto ardenti ed infuocate, che si vedeva che gli uscivano dal cuore e facevano molto frutto nelle persone semplici e che con devozione ascoltavano le sue prediche. E dai nostri Padri fu sempre onorato con buoni pulpiti e particolarmente due anni fu fatto predicare in Roma nella chiesa di san Giacomo degli Incurabili, in diversi monasteri, nella nostra chiesa, oltre alla moltitudine di sermoni fatti in diverse chiese coll’occasione dell’Orazione delle 40 ore che è continua in Roma.
In questa quadragesima, essendo stato mandato a Giugliano di Campagna, si ritirò per alcuni giorni prima della quadragesima nel nostro convento di Piperno per apparecchiarsi a predicare conforme al solito dei nostri frati predicatori, ed essendo in quella chiesa seppellito p. f. Marcello dalla Torre, predicatore, già di grande spirito e santità del quale sopra è stata fatta memoria. In quei giorni di carnevale ragionando spesso il p. f. Innocenzo col p. Guardiano di quel convento e con i frati della morte e di altre cose spirituali, mostrava un ardente desiderio di morire in quel convento e di restar sepolto assieme col p. Marcello, facendo spesso di lui memoria e portandogli una santa invidia, che se ne stesse godendo Iddio dopo tante fatiche e penitenze fatte in questa vita.
Andato finalmente a Giugliano predicò sin a passata la domenica di passione con molto spirito e con molto frutto di quel popolo, poiché essendo quella terra piena di dissenzioni e di inimicizie, fece far molte paci e molte altre opere buone. E perché egli molto si riscaldava e sudava nel predicare in stagione fredda, tra quelle montagnole, molte volte gli si raffreddava il sudore addosso finita la predica; sicché gli sopraggiunse la febbre e poi anche la pontura e non bastandogli però l’animo di lasciar quel popolo senza la parola di Dio, seguitò anche con la febbre in dosso a predicar tre o quattro altri giorni. E fatta finalmente la predica della Maddalena, restò tanto debole e senza lena che si risolse di tornare al convento di Piperno; e non potendo camminare a piedi e nemmeno andar a cavallo, fu portato da alcuni di quei contadini in segia al detto convento, ove subito giunto chiese i santissimi sacramenti. E presili con molta devozione, desiderando grandemente di morire, sopportava il male con molta pazienza e parlando sempre spiritualmente di Dio, della gloria e di altre cose spirituali con edificazione particolare dei frati e dei secolari che l’andavano a visitare; e così con sì buona e santa disposizione, perseverando sino alla fine in questi santi ragionamenti in pochi giorni rese lo spirito al Signore. E nello spirar l’anima, restò la sua bocca ridente come quello che con molto gusto andava a godere gli eterni contenti. Ed i frati, quantunque non invidiassero la sua gloria, ebbero però comunemente dispiacere della sua morte per essere molto da bene, umile, ritirato, caritativo ed utile non poco nei conventi in opere anche manuali, poiché lui risarciva i messali, i breviari antichi e tutti i libri vecchi che trovava, ricuciva, rilegava, rappezzava, facendo nuove coperte a quelli che avevano bisogno, acciò i frati predicatori ed altri se ne potessero servire. Si dilettava anche grandemente di far l’inchiostro e ne faceva grande quantità, e mandava per tutti i luoghi che poteva, acciò i predicatori potessero scrivere le prediche ed i frati ne avevano grande soddisfazione.
Dopo la sua morte concorse molto popolo della città di Piperno a venerare il suo corpo, e trovandosi ivi in vita Mons. Conti, governatore di Campagna, anch’esso vi andò con molta devozione”.

II

Inventario ad uso de’ Religiosi, spettanti al Convento di Civita Castellana nel seguente ordine segnate dal p. Teodoro da Palma.

Sacrestia, e Chiesa

Calici d’argento tre. Ostensorio d’argento con lunetta, e scatola per riporre la s. ostia una. Pisside d’argento una. Chiavetta del ciborio d’argento una. Vasetto dell’olio santo d’argento uno. Camici con merletti grandi festivi cinque. Camici ordinari dodici. Cotte quattro. Corporali dodici. Tovaglie otto, sottotovaglie cinque. Amitti undici. Veli omerali due, uno nuovo, ed uno vecchio. Pluviale di colore. Pianete festive, e feriale diciassette. Tappeti per Chiesa, e sacrestia due. Purificatori quaranta. Coscini per la Chiesa due. Ginuflessori di noce 2. Candelieri di legno non inventariati dal Demanio, e vasetti di legno 20. Reliquiari tre, e molte reliquie de’ santi colla pace di ottone. Urne pel sepolcro due, una indorata, e un’altra semplice. Baldacchino in mediocre stato uno, con ombrellino. Copertine per pisside quattro. Palle per sopracalici dieci. Cingoli per camici coloriti quattro, bianchi nove. Messali da vivi quattro, da morti tre. Padiglioni per ciborio di colore due. Secchietto d’ottone uno. Ferro per le ostie uni, per tagliarle con piastra uno, per particole uno e scatola. Croce d’ottone con crocifisso uno, crocifisso grande all’altare maggiore uno, e processionale. Cornice per la preparazione alla Messa due. Credenzone per la biancheria in sacrestia uno. Brocca, e brocchetta per lavamano due. Quadri per la Chiesa, non Demaniati S. Francesco, S. Filomena, S. Antonio, S. Catarina, S. Fedele, S. Lorenzo. Più il SS. Salvatore, il Nazareno, B. Benedetto, Concezione, S. Fedele, Vittoria, Addolorata. Il Sacro Bambino con scatola uno. Salterio, breviario, e diurni in coro a sofficienza. Legili grossi e piccoli. Zoccoletto per reliquia uno, per fiori finti sei.

Cocina, e Dispensa

Caldaia e di rame due. Padelloni di rame. Soletti di rame. Conche di rame con coperchio due. Padelle di ferro due. Cazzaruole di rame con coperchio due. Coltelli di cocina, e mezza luna trinciacarne cinque. Palette di ferro tre. Lumi tre, ed una lanterna. Machinetta per l’arrosto con due spiedi. Schiumarole tre sgommarelli di rame due, e uno di latta. Colabrodo due. Spianatoia, setaccio, e grattacacio tre. Schifi due. Bilancione e bilancia due. Terraglia, cioè piatti, pile ecc. a sufficienza. Secchi di legno con fune due. Cradicola due. Trepiedi di ferro due, e due capofuochi. Focone, con macinino da caffè e tre caffettiere, con machinetta. Tazze da caffè, zuccariera, e cucchiarini a sufficienza. Mortaro di marmo, e molle di ferro. Vettine da olio tre. Posate da tavola sette, ed uno sgommarello di stagno. Saliere cinque. Bicchieri sette, bottiglie quattro, boccione uno, boccali due. Lume di petrolio per Refettorio.

Cantina ed orto

Tini due, uno grande ed uno piccolo. Botte sei. Carratello uno. Barili otto. Bigoncie cinque. Scalette due con quella della Chiesa. Pistarola, e tinozza per svinare due. Accetta grande, e piccola due. Ronche due. Zappa una. Segone, e sega due. Tenaglie una, trivello, trivelletti e martello. Paletta di ferro, e spinotto per mine due. Brocche di latta due. Mastello uno. Carretto con finimenti, e fune, ed una bardella da somaro.

Comunità e Dormitorio

Scrivanie quattro. Tavolini sei. Scansie per libri quattro. Tavolini grandi due. Credenzette, e commodini per stanze sei. Sedie a braccioli due ordinarie venti. Scala a tre pezzi per paratura. Panghe di legno due. Tavole da letto ventidue. Banchetti di ferro due di legno dodici. Paglioni sei. Matarazzi. Coscini di lana nove. Stipetti per lumi tre. Brocchette di terra tre bacili quattro. Coperte impottite due, di lana cinque, di cotone cinque. Tele da letto quattordici. Foderette da letto venti. Lumi da stanza quattro. Sacchi quattro, saccoccie tre, bisaccie, tre asciuttamani tre, zinali dieci. Orologio grande, e piccoli. Tovaglie grandi da tavola. Salviette quaranta. Asciuttamani grandi due, piccoli tre.
Nota de’ consumibili. Vino botte due circa some sedici, ed una di ammezzato, some otto. Grano rubbia quattro circa. Carne porcina di un maiale di 24 decine. Olio circa boccali dieci. Cera Lib. trenta circa, con cero Pasquale. Alici mezza tinozza, e poca quantità di legumi, ed una mezza granturco. Galline dieci.

In fede Civita Castellana 18. gennaio 1885
fr. Teodoro da Palma
fr. Lorenzo da Fermo.

(Arch. Prov., Cartella Civita Castellana).

III

Appunti circa la Chiusura del nostro Convento di Civita Castellana. Eseguito dal p. Giustino da Monte Leone per Ordine del M. Revd. P. Luigi da Leprignano Provinciale.

  1. Parti(i) da Monterotondo il giorno 27 Gen. andai direttamente in Magliano Sabino per trattare il trasporto deli oggetti. La sera dello stesso giorno giunsi in Convento di Civita Castellana. Trovai il P. Teodoro da Palma, ed il P. Lorenzo da Fermo. Mostrai al P. Teodoro la mia obbedienza, e pregai ambedue ad aiutarmi ed assistermi perché io ero affatto nuovo nel Luogo; mostrandogli ancora il mio dispiacere per l’incarico ricevuto. Il P. Teodoro mi rispose: che non avendosi avuto fiducia in loro, era giusto che fosse venuto altri.
  2. Ricevei dal p. Teodoro l’Elemosine del Convento di lire mille sei cento novanta sei, e cent: quaranta nove: dico N ££ 1696:49: e non £ 1768:86, come risultava dal resoconto sotto il 18 Gen: 1885 e firmato dal P. Teodoro, e dal P. Lorenzo. La somma ritenuta dal P. Teodoro, disse, che era per spese di carne non riportabile nel libro di amministrazione. Io non potei verificare il fatto perché non mi fu dato detto libro di amministrazione.
  3. Non essendomisi dati i libri di amministrazione rifiutai di ricevere il Sigillo del Convento.
  4. Tutti gli oggetti del Convento (sei carri) furono trasportati in Magliano Sabino; e posti tutti in una camera a piano terreno nel Palazzo del Vescovo, e la chiave lasciata presso l’Abbadessa delle Clarisse. In una camera del primo piano del Palazzo del Vescovo furono posti i seguenti oggetti. Quadri ad olio su tela N. 13: 1 S. Francesco, 2 Madonna delle Grazie con cristallo intero e tendine di seta, 3 S. Filomena con cristallo intero e tendina di seta, 4 S. Filippo Neri, 5 Concezione con cristallo intero, 6 Il Nazareno, 7 Idem Nazareno, 8 S. Benedetto, 9 S. Giuseppe, 10 Addolorata, con cristallo intero, 11 S. Antonio da Padova, 12 S. Fedele, 13 Il S. Cuore di Gesù. Più la Croce grande con Crocifisso (alta met: 1° e più). Due cornici con cristallo intero, per la preparazione della Messa. Una Lampada. Un Legile. Tre Crocifissi piccoli, per Altari, uno con base di marmo. Secchietto dell’acqua santa. Ferri per tagliare le Ostie. Ferri lunghi per tendine di finestre. Cristiere.
  5. Fu lasciato nel Monastero delle Clarisse di Magliano per esser meglio custodito l’Orologio grande del dormitorio, il S. Bambino, il Cero Pasquale, il Bilancione, una cassa di libri.
  6. Il vino fu trovato some tredici e mezza. La soma misura locale, è di litri novantasei. Bevanda fu trovata some cinque e mezza: fu tutto venduto al Sigr. Marciano Mezzanotte: il vino a £ 33 la soma tolto mezza soma torbida, la bevanda a £ 10 la soma. Totale ££ 520.
  7. Grano fu trovato Rubi tre e mezzo. Carne salata libre 128 cento ventotto. Olio buccali 21       ventuno. Distrutto libre 15 quindici. Cera libre 44 quarantaquattro. Tutto venduto alle Clarisse di Magliano e fatte duecento cinquantuna £ 251. Ricevute lire cento, le altre 121 le daranno quanto prima.
  8.  Furono depositate presso il Sigr. Battista Miozzi di Civita Castellana Botti sei 6, un tino grande, un botticino.
  9. L’urna del S. Sepolcro, l’ombrellino, l’istrumento della Pace, il Crocifisso per processione, essendo presso il Capitolo della Cattedrale mandai Fr. Gioacchino a ritirare detti oggetti, ma il R.mo Capitolo non volle restituirli.
  10. Pagai i seguenti debiti non soddisfatti dal P. Teodoro. Al Sigr. Felice Colonnelli per una soma di carbone £ 6:00. Al medesimo per suola presa per un terziario £ 3:65. Al Sigr. Francesco Pistola per Riso etc. £ 2:90. Totale £ 12:55.
  11.  Saputo che certo Pasquale Santarelli di Recanati, domiciliato in Civita Castellana aveva                       ricevuto dal P. Carlo da Bologna £ 50 cinquanta gli feci fare un’obbligazione cambiale.
  12.  Oggetti spediti al nostro Convento di Orte. Coperte imbuttite. 2. Idem di lana 6. Idem di cotone 4. Cuscini di lana 8. Idem per Sagrestia 2. Tappeto grande 1. Asciugamani grandi 2. Idem piccoli 2. Sacchi grandi 3. Sacchi piccoli N. 3. Bisaccie per cerca 2. Zinali di cucina 9. Tele per letto 5. Foderette 7. Pagliacci 3. Troccola.
  13. Tutti gli oggetti di Sagrestia furono portati in Monterotondo. Più una piccola scrivania.
  14.  Il giorno 9 Feb: mi portai dal Vicario Generale (il Vescovo era assente) gli partecipai la mia partenza il giorno appresso 10 alle ore 1 ½ pom: partii dal Convento per Magliano. La chiave della Chiesa la mandai al Vicario Generale per Fr. Gioacchino come il Vicario stesso mi aveva detto.
  15.  Gli Arredi Sacri indemaniati furono colla Chiesa ceduti dal Demanio al Comune, e dal Comune al Capitolo: quindi mi disse Monsignor Montanari canonico della Cattedrale, che parte di detti Arredi erano deperiti, e che le pianete si trovavano presso le Maestre Pie (omissis).

                      Monterotondo 13 Feb: 1885

                                                               Fr. Giustino da Monteleone Cap.no.

                                                
ELENCO DEI PADRI GUARDIANI

1596 – R.P. Basilio da Rocchetta
1599 – R.P. Stefano da Acquapendente
1602 – R.P. Giovanni da Ronciglione
1605 – R.P. Francesco Perugino
1608 – R.P. Pietro da Brisighella
1613 – R.P. Clemente da San Ginesio
1618 – R.P. Bonifacio da Velletri
1625 – R.P. Lorenzo da C. Castellana
1626 – R.P. Cornelio Romano
1629 – R.P. Giovenale da Segni
1631 – R.P. Gio: Grisostomo da M. di Notte
1633 – R.P. Angelo da Castelnovo
1634 – R.P. Gio: Francesco da Monteleone
1655 – R.P. Angelo Romano
1636 – R.P. Clemente Romano
1637 – R.P. Carlo d’Acuto
1638 – R.P. Bonaventura da Nepi
1640 – R.P. Carlo d’Acuto
1642 – R.P. Bonaventura da Nepi
1643 – R.P. Domenico d’Anagni
1644 – R.P. Antonio da Leonessa
1645 – R.P. Anselmo Romano
1646 – R.P. Ignazio da Crevacuore
1647 – R.P. Benedetto da Lilla
1648 – R.P. Serafino Borgognone
1649 – R.P. Bernardo Fiammingo
1650 – R.P. Ilario da Piur
1651 – R.P. Luigi da Bagnaja
1652 – R.P. Giuseppe da Monte Giorgio
1653 – R.P. Benedetto da Lilla
1654 – R.P. Felice Fiammingo
1655 – R.P. Massimo da Toscanella
1656 – R.P. Luca Romano
1658 – R.P. Bernardino da Taggia
1659 – R.P. Domenico da Prato
1660 – R.P. Carlo da Scandriglia
1661 – R.P. Nicolò da Poggiocatino
1662 – R.P. Giovanni da Bassano
1663 – R.P. Nicolò da Poggiocatino
1664 – R.P. Antonio d’Aras
1665 – R.P. Ilario Romano
1666 – R.P. Simone da Colle Amato
1668 – R.P. Antonio d’Aspra
1669 – R.P. Francesco da Lilla
1670 – R.P. Giuseppe Maria da Rieti
1671 – R.P. Pietro da Tarano
1673 – R.P. Gio: Francesco da Tarano
1674 – R.P. Antonio Maria da Loni
1676 – R.P. Pietro da Santelpidio
1677 – R.P. Raffaele da Parma
1680 – R.P. Gio: Battista da Tarano
1682 – R.P. Santi Romano
1683 – R.P. Giuseppe da Tarano
1685 – R.P. Marc’Antonio da Brusselles
1686 – R.P. Gio: Battista da Torino
1688 – R.P. Giacomo d’Ascoli
1689 – R.P. Marc’Antonio da Canobio
1691 – R.P. Bernardo Romano
1692 – R.P. Mattia da Magliano
1694 – R.P. Francesco da Cicoli
1695 – R.P. Lorenzo d’Aspra
1697 – R.P. Bernardo da Torino
1698 – R.P. Antonio da Montecuccoli
1703 – R.P. Emanuelle da Domodossola
1706 – R.P. Antonio da Montecuccoli
1708 – R.P. Filippo da Busto
1709 – R.P. Antonio da Montecuccoli
1712 – R.P. Giovanni d’Orta
1714 – R.P. Domenico da Castellarano
1715 – R.P. Basilio d’Ancona
1717 – R.P. Bonaventura da Sarsana
1718 – R.P. Cherubino da Parma
1720 – R.P. Domenico da Castellarano
1721 – R.P. Bonaventura da Sarsana
1725 – R.P. Nicolò da Montecchio
1724 – R.P. Gio: Antonio dalla Valtellina
1726 – R.P. Gregorio da Busto
1727 – R.P. Clemente d’Urbino
1730 – R.P. Bonaventura da Vitorchiano
1733 – R.P. Clemente d’Urbino
1736 – R.P. Bonifacio Romano
1738 – R.P. Gio: Domenico da Viterbo
1739 – R.P. Serafino da Mentone
1742 – R.P. Bonaventura da Vitorchiano
1744 – R.P. Ferdinando d’Orte
1750 – R.P. Pietro dalla Tolfa
1751 – R.P. Pietro da Canepina
1754 – R.P. Giuseppe Ant: dalla Tolfa
1757 – R.P. Gregorio da Bagnaja
1760 – R.P. Daniele Romano
1762 – R.P. Raffaele dal Giglio
1765 – R.P. Domenico da Bagnaja
1768 – R.P. Giuseppe Felice da Ficulle
1771 – R.P. Andrea dalla Tolfa
1780 – R.P. Valentino da Farnese
1786 – R.P. Giuseppe da Soriano
1789 – R.P. Gabrielle d’Attigliano
1692 – R.P. Silvano da Lucca
1801 – R.P. Lorenzo da Bagnaja
1804 – R.P. Egidio da Caprarola
1807 – R.P. Gio: Crisosomo dalla Terza
1715 – R.P. Felice da Mondovi
1718 – R.P. Antonio Luigi da Camajore
1721 – R.P. Serafino da Torano
1724 – R.P. Felice da Camajore
1727 – R.P. Gioacchino da Camajore
1830 – R.P. Giuseppe Maria da Camajore
1836 – R.P. Clemente da Prato
1839 – R.P. Giuseppe da Camajore
1845 – R.P. Ilario da Camajore
1848 – R.P. Agostino da Massa
1851 – R.P. Alessandro da Massa
1854 – R.P. Gabriele da Camajore
1857 – R.P. Gregorio da Montegiori
1860 – R.P. Romualdo da Camajore
1863 – R.P. Giulio da Camajore
1864 – R.P. Gio: Battista dalla Pieve di Cotrone
1866 – R.P. Aniceto da Fibialla
1869 – R.P. Romualdo da Camajore
1872 – R.P. Luigi da Contigliano
1872 – R.P. Gio: Battista d’Aspra
1875 – R.P. Gio: Battista d’Aspra
1878 – R.P. Arcangelo da Forano
                   
Chiuso

[Trascrizione di Sergio Carloni]


[1] Libro degli atti capitolari 1588-1617, Annali manoscritti p. 360 in Archiviop provinciale deio cappuccini, Roma via Veneto, d’ora in poi Arch. Prov.
[2] Roma, Archivio generale dei cappuccini, relazione 19 marzo 1650.
[3] Arch. Prov., I, p. 145.
[4] Archivio di Stato di Viterbo, Protocollo 404 del notaio Pelletroni Giovanni.
[5] Arch. Gen. Capp. Roma.
[6] Arch. Prov., Annali man., I, p. 145.
[7] Bullarium Capuccinorum, II, p. 443.
[8] Arch. Prov., cartella Civita Castellana.
[9] Il 7.5.1591 e il 23.4.1608.
[10] Arch. Prov., I, pp. 144-146.
[11] Arch. Prov., Annali man., III, p. 201-202.
[12] Ivi, Annali man., VI, p. 327.
[13] Ivi, Annali man., VI, p. 327.
[14] Civita Castellana, archivio comunale, Delibere del Consiglio.
[15] Ivi, lettera, lettera del 30 ottobre 1874.
[16] Ivi, consiglio del 16 aprile 1875.     Le delibere dei Consigli Comunali di Civita Castellana riguardanti la soppressione del convento dei cappuccini sono: n. 231 del 9 aprile 1874 (cimitero); n. 341 del 28 aprile 1875 (cimitero); n 345 del 16 aprile 1875 (cimitero); n. 7 del 19 febbraio 1876 (cessione del prato); n. 55 del 21 giugno 1876 (esproprio del terreno); n. 61 del 23 nagosto 1876 (cimitero); n. 32 del 1880 (dove si dice che il cimitero è protetto dalla «folta macchina del convento dei cappuccini»); n. 103 del 21 ottobre 1881 (cessione della chiesa); n. 98/438 del 31 marzo 1886); n. 163/504 del 22 aprile 1887 (cessione); n. 211/551 del 21 novembre 1887 (diniego del governo); n. 225/565 del 21 agosto 1887 (cessione); n. 226/566 del 1 marzo 1888 (relazione per la cessione); n. 253/593 (acquisto); n. 264 dell’11 agosto 1888 (circa l’acquisto).
[17] Lettera del Provinciale al Vescovo, Mons. Mignanti, del 3 giugno 1881. Questa lettera, come tutti gli altri documenti ai quali si accenna subito dopo, si trovano nell’Arch. Prov., cartella Civita Castellana.
[18] Arch. Prov., Annali man., VII, pp. 567-568.
[19] Libro dei morti 1836-1878, p. 96.



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