domenica 8 novembre 2009

Stefano Menghini, Lo Statuto Comunale di Civita Castellana



STEFANO MENGHINI
 LO STATUTO COMUNALE DI CIVITA CASTELLANA:
TRA ECONOMIA, SOCIETA' ED URBANISTICA

[Tesi di laurea, Fascoltà di Filosofia dell’Università di Roma La Sapienza,
Anno Accademico 1975-1976. Relatore Prof. Paolo Brezzi.]

In seguito alla caduta dell’Impero Romano e le successive invasioni barbariche, il territorio che aveva ospitato l’antica civiltà fallisca entrò anch’esso, come molte altre regioni, in una crisi profonda che investiva principalmente l’economia e quindi la stabilità politica di quella zona, Ager Faliscus.
Furono infatti proprio le invasioni barbariche a provocare il ritorno delle popolazioni falische dalla impotente, ma ormai decaduta città romana di Falerii Novi, all’antico insediamento da cui essi si erano allontanati, vale a dire Falerii Veteres, il centro dal quale poi si sarebbe sviluppata la nuova città, Civita Castellana. Una continuità storica oltre che urbanistica.
Nel secolo VII inizia l’indebolimento del potere imperiale bizantino in Italia, ma questa nuova situazione, pur favorendo una sempre maggiore autorità del nascente stato della chiesa, non significava però un effettivo controllo
sul comprensorio territoriale su cui, almeno nominalmente, aveva giurisdizione la Santa Sede, specialmente per le zone più lontane da Roma.
È appunto in questo contesto storico che si ha la nascita della città di Civita Castellana.
Il nome di “Massa Castellanae Patrimonii Tusciae” compare infatti per la prima volta in un documento dell’anno 727, nel libro dei Censi di Cencio Camerario, citato dal Keh I.
Sono questi gli anni in cui le lotte e le contese tra la Tuscia Longobardorum e la Tuscia Romanorum, di cui faceva parte Civita Castellana, accennano a quietarsi ed una ripresa economica comincia ad intravedersi all’orizzonte.
In questo nuovo contesto di rinnovamento economico, il comprensorio agricolo di Civita Castellana, e in specie quello che si estende a valle dell’insediamento urbano, riprende decisamente un importanza vitale per l’intera zona della Tuscia Romanorum di cui la città è uno dei principali centri.
Il latifondo del periodo romano va infatti scomparendo gradatamente e intorno a luoghi muniti e adattati per la difesa contro sempre possibili scorrerie di popoli barbari, vengono riorganizzate nuove aziende agricole.
Nel già citato documento di Gregorio II al monastero di S. Silvestro al Soratte al quale “…locavit (Gregorio) in perpetum fundum Cancianum (o Scantianum) ex corpore Massae Castellanae Patrimonii Tusciae[1]”. C’è una ulteriore dimostrazione che le masse del secolo VIII avevano dimensioni certamente ragguardevoli[2].
Sulle nozioni più antiche di Civita Castellana vedi:
-          A. Degli Effetti, Memorie di S. Nonnoso, Abate del Soratte e de’ luoghi con vicini e loro pertinenze – Roma 1675.
-          Ughelli, Italia sacra – I coll. 596-604 – Venezia 1717, ristampa anastatica 1972.
-          Cappelletti, Le chiese d’Italia dalle origini ai nostri giorni, VI – Venezia 1846 – p. 9-71.
-          Duchesne – in Mèlanges d’archéologie et d’histoire – 1903.
-          Duchesne – Le sedi episcopali dell’antico ducato di Roma, in Arch. Soc. rom. St. patr. XV (1892) – pp. 475-503.
-          Kehr – Italia Pontificia – II Latium – Weidmannos 1961- (rist. anast.) – 184-191.
-          D. A. Bullough – in Atti del III Convegno di Studi Umbri, Gubbio 1965 – pp. 222. n. 33.

La zona di Civita Castellana , che domina le fertili valli dei fiumi Treia e Tevere, si afferma dunque come preciso punto di riferimento ed è proprio qui, in prossimità di questi fiumi che nasce, sul tracciato dell’antica Falerii Veteres, il nuovo insediamento urbano.
È infatti possibile affermare che nella parte sud dell’attuale Civita Castellana un centro popolato era sempre rimasto, e che quando cominciò il riflusso della popolazione e la conseguente creazione del nuovo agglomerato, le basi del nuovo centro urbano già esistevano. Questa tesi è d’altra parte pienamente motivata da numerosi reperti archeologici che ne sostengono la validità[3]. Dunque il centro di questa grande stazione agricola occupava l’antica città etrusco-falisca di Falerii Veteres, anteriore alla Falerii Novi romana. Quando il riflusso della popolazione si fece consistente anche i Vescovi non tardarono a porvi la loro sede. Essi infatti si trovano qualificati, per quei secoli, talvolta come vescovi di Castellum o di Civita Castellana, altre volte come “episcopi Falleritani i Fallaritani[4]”.
Questa “Massa Castellana” assurge gradualmente ad una sempre maggiore importanza e si afferma come nuova sede politica coordinatrice di tutta la zona circostante, l’importanza mantenuta dalla vecchia via Flaminia che continuava ad attraversare l’abitato, dette un contributo senza dubbio determinante in questo senso. Nell’alto Medioevo infatti la via Flaminia pur perdendo il suo carattere peninsulare rimase sempre una strada di un certo scorrimento. La sua utilità fu inoltre notevole nel pur ristretto ambito falisco; in quel periodo il ruolo della via Flaminia può essere press’a poco paragonato a quello di una strada tangenziale moderna, che sfiora la città all’esterno.  
Come dicevamo poc’anzi il nuovo agglomerato acquistò sempre più d’importanza; nell’anno 853 i suoi Vescovi, col nome di Castellanai erano già presenti al consilio romano tenuto sotto il pontificato di Leone IV[5].
Nel 998 ebbe da Gregorio V il titolo di Civitas[6], che sarebbe stato poi riconfermato successivamente nel 1261 da papa Alessandro IV.
Comunque nell’anno 997 il Vescovo che fece trasportare i corpi de Santi Abbondio e Abbondazio, come si può rilevare dai loro atti, fu Crescenziano “Civitatis Castellanae”[7] È una data importante è forse la prima volta che si trova la città così denominata.
 Come dunque si è visto l’impossibilità di difendersi adeguatamente in pianura , dove era situata la romana Falerii Novi, necessità questa divenuta primaria dopo la caduta dell’Impero ma anche e soprattutto dei fattori economici, agricoli e commerciali, provocarono la formazione di Civita Castellana. Con la cessazione del traffico peninsulare da sud a nord, e con il ripristino del sistema viario antecedente a quello romano, la vecchia via falisco-latina che collegava la valle del Tevere con il territorio Nord dell’Ager Faliscus, aveva ripreso il suo vecchio ruolo, che d’altra parte non aveva mai del tutto perduto, di collegamento tra la via Flaminia e l’Amerina.
Questa via di congiunzione sud-nord, nella sua semplicità costituiva l’elemento base per la formazione lungo i suoi lati dei nuovi isolati urbani, realizzati senza uno schema prestabilito, né d’altra parte gli schemi urbanistici dell’Alto medioevo prevedevano un piano razionale. Così le cellule abitative vennero ad allinearsi senza soluzione di continuità lungo il percorso principale.
Agli inizi dell’XI secolo Civita Castellana assunse un deciso aspetto di fortezza-rifugio; data la particolare disposizione territoriale era infatti sufficiente soltanto una attenta vigilanza a nord. Era stata la situazione politica del territorio della Chiesa, con le ricorrenti inva-
sioni, con le lotte tra le varie fazioni, che aveva contribuito a dare a Civita Castellana e al suo comprensorio un ruolo corrispondente ad un baluardo difensivo situato a nord di Roma e che, come tale, si andrà sviluppando per tutto il corso del Medioevo.
Troviamo notizie di Civita Castellana ancora nel 1002.
Nel castello di Paterno infatti, a circa due chilometri dalla città, aveva posto il suo quartier generale l’imperatore Ottone III con la sua corte di militari. A Castel Paterno Ottone III, ormai deluso dal suo sogno di realizzare un impero universale cristiano, appena ventiduenne muore assieme ai suoi grandiosi sogni nel gennaio del 1002[8].
Infatti Ottone, nel fare ritorno dalla Germania diretto a Roma fece tappa a Todi. Di lì riprese il cammino per l’Urbo e lungo il tragitto si fermò a Castel Paterno ospite del conte Tonino signore del luogo, e dove, preso dalle febbri, morì il 23 gennaio di quell’anno.
La scomparsa di Ottone III coincide con il progressivo affermarsi delle autonomie locali e comunali. Molto probabilmente una prova dell’autonomia, relativamente al potere di Roma nell’XI secolo, goduta dalla città falisca sta nel ruolo giocato nella lotta tra papato ed impero con Gregorio VII ed Enrico IV.
Guiberto di Ravenna, eletto antipapa per volere imperiale, col nome di Clemente III[9], nonostante la protezione delle truppe tedesche, dopo l’elezione del nuovo legittimo pontefice Pasquale II era stato cacciato da Roma, trovando rifugio in Civita Castellana, dove morì dopo un anno circa, nell’autunno del 1100[10].
È questo soltanto un episodio, ma quanto mai indicativo sullo stato dei rapporti tra la cittadina falisca e Roma, che mostrava evidentemente tendenze autonomiste rispetto al potere dei papi ed un orientamento ghibellino che si sarebbe perpetuato anche per buona parte del XII secolo. Soltanto col declinare del potere imperiale in Italia, Civita Castellana, pur restando libero Comune, entrerà decisamente nella sfera dell’influenza dello Stato della Chiesa, divenuto nel frattempo una realtà considerevole e vasta.
Infatti, cessato lo scisma con la sorte dei principali protagonisti, papa Pasquale II andò poco a poco riconquistando alla Chiesa Romana tutta la Tuscia a cominciare da Civita Castellana, rioccupata nel 1105. fino a centocelle e Montalto sul mare[11].
Nel 1154 un altro papa, Adriano IV, l’unico papa inglese della storia della Chiesa, legò il suo nome alla storia della città. In quell’anno infatti Adriano aveva intenzione di incontrarsi con l’imperatore Federico a Viterbo; ma questi andava incontro al papa con il suo esercito; “più come nemico che quale protettore, così che Adriano si ritirò precipitosamente e, vista tagliata la strada per Orvieto, si rinchiuse a Civita Castellana[12]”.
Ma la ricompensa che questo papa dette in cambio alla città che lo aveva ospitato non fu certamente quella che i civitonici si aspettavano. Successivamente ai fatti già citati, il papa cedette la città in pegno al Prefetto Pietro di Vico, ai suoi fratelli Giovanni ed Ottavio ed altri loro parenti: Pietro, Giovanni, Giovanni Caparrone, Pietro de Atteia, per la somma di mille marche d’argento, somma che avrebbe dovuto essere riscattata in venti anni[13], in compenso dei danni sofferti nella prima guerra contro Viterbo (1147), dei romani che devastarono i castelli del Viterbese e specialmente i territori dei prefetti. Secondo i patti il pegno avrebbe dovuto estinguersi con pagamenti rateali nel 1158; ma che non era stata riscattata neppure dopo 37 anni si releva da un documento de 1195 che attesta lo svincolo sotto il pontificato di Celestino III[14].
Civita fu riconsegnata da Guido cardinale (Guido de Papa, romano fatto cardinale da Clemente III nel 1190, morto nel 1232, fu cardinale di S. Maria in Trastevere, poi vescovo di Palestrina[15]; inoltre da Giovanni di Guido de Papa; Pietro Romano Enrico fratelli di Cencio de Papa e dai nipoti; da Tederada moglie di Stefano di Raino di Stefano e Romana moglie di Gentile Fortivalis, figlio di Cencio de Papa e dai nipoti di Cencio de Papa. Fra tutte queste persone non figurano però i Prefetti né si trova di ciò una spiegazione negli Atti[16].
Alla fine del XIII secolo Civita Castellana ebbe la sorte di veder dimorare tra le sue mura un altro grande pontefice, Alessandro III; nel giugno del 1181 Alessandro si trovava a Viterbo con Cristiano di Magonza, poi era passato a Civita Castellana dove fu colto da una malattia e vi fini i suoi giorni il 30 agosto dello stesso anno[17].
Vi fu sepolto nella chiesa cattedrale. Sotto Innocenzo III subito dopo una delle ennesime riconquiste dello Stato sfuggito al controllo di Roma, i Comuni del Patrimonio fanno i primi tentativi per ottenere lo “ius sibi eligondi potestatum”. Ma il Ponteficie Innocenzo III mostra chiaro l’intento di riaffermare la propria autorità assoluta. Cosicché Civita Castellana promette nel 1199 di non eleggere mai il suo Rettore senza il permesso della Chiesa[18]. Promessa questa, come vedremo appresso, che non sarebbe stata mantenuta a lungo.
Il XIII secolo possiamo ben definirlo come il periodo di massimo splendore attraversato dalla città falisca. In questo secolo infatti si completa l’assetto urbanistico della città, viene eretto il famoso duomo cosmatesco (1210) che è il chiaro indice non solo dei valori religiosi della popolazione, ma ci indica anche le possibilità culturali ed economiche della comunità.
L’erezione della cattedrale si colloca in un anno, il 1210, in cui il papa InnocenzoIII aveva lanciato il suo interdetto contro la città, colpevole di aver eletto il suo nuovo Rettore senza consultare l’autorità centrale.
Il provvedimento preso nei confronti di Civita Castellana, di per sé assai grave, rientrava nel più vasto piano di riordinamento del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, che necessariamente implicava una riduzione delle autonomie locali ed una affermazione sempre più decisa del potere papale.
Naturalmente le strutture comunali non venivano soppresse: non si poteva eliminare con un semplice dettato papale una realtà di fatto operante ed efficace espressione di una precisa situazione socio-politica.
La grande punizione fu però tolta nello stesso anno in cui era stata afflitta, a seguito della rinuncia del Rettore liberamente eletto.
Con la morte di Innocenzo e l’inizio della lotta con l’imperatore Federico II, la Chiesa è distrutta dalla conservazione attiva dei suoi diritti nel patrimonio. Così, quando nel 1229 Gregorio IX prende sotto la sua protezione Civita Castellana e poi Sezze e concede loro la libera elezione del podestà[19], già molte città godono di quel privilegio. A Civita Castellana è concesso inoltre la facoltà, sempre nello stesso anno, di eleggere essa stessa gli statutari per redigere le costituzioni comunali e gli Statuti[20].
Gregorio IX nel 1235 sciolse i cittadini dal giuramento di fedeltà che i romani avevano loro imposto nelle guerre contro Viterbo[21].
Nel 1240 Civita fu occupata dalla milizia di Federico II[22].
Civita Castellana esce di nuovo alla cronaca nel 1244, allorché si trovò al centro della controversia tra il papa Innocenzo IV e l’Imperatore Federico II. Il papa si era stabilito a Civita Castellana per trattare più da vicino con l’imperatore che allora si trovava a Terni, ma quei tentativi di pace finirono poi con la partenza segreta del papa da Civitavecchia per la Francia[23].
Comunque la rappacificazione tra Innocenzo IV e la città dovette essere completa se lo stesso Pontefice emanava l’8 novembre 1252 un diploma indirizzato ai “Dilectis filiis Potestatis, Consiliari, et Comuni Civitatis Castellanae” in cui dava conferma della validità degli Statuti comunali, elaborati “legitime” dagli stessi cittadini. Il diploma papale riveste una grande importanza perché prova che già all’inizio della seconda metà del XIII secolo la Città costituiva un Comune autonomo con un proprio statuto elaborato localmente, un Podestà e un Consiglio[24].
Successivamente la città fu concessa in signoria a Pietro di Vico nell’anno 1266, al quale il Pontefice Clemente IV dette l’investitura di Nepi e di Civita Castellana[25], insieme alla prefettura urbana, per aver disertato le bandiere di Manfredi di cui era esponente nella Tuscia, per seguire Carlo d’Angiò.
L’infeduazione sarebbe stata di Civita Castellana, Nepi e Castel Sinibaldo (Calcato). Ma non se ne trovano altre conferme. Clemente IV, sempre secondo il Ranghiasci, l’avrebbe revocata nel 1268, quando Pietro passò a Corradino.
Comunque il dominio di Pietro di Vico dovette essere di molto breve durata: infatti non molto tempo dopo, cioè nell’anno 1288 il pontefice Nicolò IV scriveva al vescovo di Civita e lo incaricava di assumere l’amministrazione di tutti i diritti della chiesa Romana su quel territorio[26].
Ed ancora, in un documento dell’anno successivo, indirizzato dallo stesso papa a Monaldo, rettore oltre che Vescovo di Civita Castellana e Nepi, si dichiara apertamente che in questa contrada la Chiesa Romana “recuperavit dominium deperditum cum multis brigis et expensis…”[27].
Questi documenti vengono dunque a sostegno, se ancora occorresse, di una realtà che l’esposizione, sia pure limitata per la scarsità dei documenti, della storia della Civita medioevale ha dimostrato; vale a dire la tendenza costante ad una autonomia pur nell’ambito del patrimonio di S. Pietro.
In realtà interdetti papali, evocazione dei poteri, del Consiglio comunale nelle mani del Vescovo per la gestione della giustizia e la riscossione puntuale dei tributi, dimostrano quanto questa esigenza fosse sentita, e di conseguenza si chiarisce anche la posizione economica e commerciale della città decisamente rilevante e traente nei confronti dei paesi circonvicini, sia in campo commerciale , sia economico.
Nel XI secolo la città assunse ancora di più quella caratteristica che abbiamo già visto di baluardo difensivo a nord di Roma e di rifugio munito e vicino in caso di pericolo. Per questo motivo proprio i papi si erano sovente preoccupati di consolidare le sue difese. Ciò avvenne ancora una volta infatti sotto il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303)[28].
Nel 1305 Clemente V accordò il vicariato della città alla potente famiglia dei Savalli che ne ebbero la riconferma nel 1323, come risulta da una lettera di Giovanni XXII residente in Avignone. Con la stessa lettera, esistente in copia nell’archivio Sforza, apprendiamo che veniva tolto l’interdetto a Civita Castellana che se lo era meritato per aver omesso di pagare il solito censo alla Chiesa Romana.
Lo stesso papa afferma nel documento che questa grazia gli è stata chiesta da Luca Savelli, “per suos nuntios et litteras”.
Siamo quindi giunti al periodo della cosiddetta “cattività avignonese” della Chiesa. In questo periodo varie città dello Stato della Chiesa sono pervase dalla ribellione favorita dalla lontananza dei pontefici; i vari tirannelli locali spadroneggiano a loro piacere, sicuri della impossibilità di un intervento papale.
Sempre lo stesso Giovanni XXIII, scrivendo il 28 ottobre 1329 a Filippo di Francia sulle cose italiane, gli dice che, ridotta all’obbedienza Todi, “nulla civitas rebellis Ecclesie in pertibus (romanis) procui dubio romanebit” (Vatikanische Akten doc. 1218. Dimentica però Civita Castellana, tuttora ribelle, e che solo nel novembre dell’anno successivo tornò all’obbedienza, e pagò per composizione fiorini 500 (Collectoris, n. 175, c. 189)[29].
Altri documenti ci testimoniano la situazione di tragica disgregazione politica attraversata dallo stato della chiesa e di cui Civita Castellana è compartecipe. Da una lettera in data 21 luglio 1346, si apprende che vari avventurieri “…abbiano presunto temeriaramente occupare ed indebitamente detenere il regime di Civita Castellana, Vetralla, ed altre terre…” Per fama, dice il Pontefice, gli è giunta notizia delle usurpazioni; e pertanto rimprovera aspramente il Rettore di non avergliene scritto, accusandolo di negligenza, se non di malizia. (Lettera del 30luglio 1346, Reg. Vat. n. 140 doc. 291)[30].
Narra infatti il Sepuvelda[31] che Giovanni di Vico si impadronì di Civita castellana a metà del XIV sec. E per non farsela ritogliere dal Card. Albornos la vendette a Luca Savelli.
L’incarico di riprendere il controllo sul territorio della Chiesa fu affidato al cardinale Egidio di Albornos nominato legato con ampi poteri da Clemente VI entrò nel Patrimonio nel novembre del 1353 e preparò qui la guerra contro il Prefetto di Vico,che spadroneggiava nella Tuscia, il quale nella primavera seguente fu costretto ad arrendersi e venire a trattative[32].
La città fu presa dopo lungo assedio nel 1357 da Lupo Fernandez de Luna, patriarca alessandrino e vescovo di Saragozza, che militava agli ordini dell’Albornos:
Con l’entrata a Viterbo, il 26 luglio 1354, di egidio di Albornos, tutti i Comuni della zona circostante avevano praticamente la resistenza. L’unica città del Patrimonio della Tuscia che resisteva in armi era Civita Castellana. Invano veniva attaccata da ogni parte ed invita ta a mandare un proprio rappresentante all’Assemblea generale che si stava tenendo a Montefiascone.
L’Albornos pensò dapprima, per vincere la strenua difesa della città, di ricorrere alle blandizie; ma poi, in seguito ad un netto e rinnovato rifiuto di resa, rivide la sua tattica e fece preparare una spedizione punitiva.
L’impresa fu affidata al capitano Andrea de’ Salmoncelli, il quale oltre ai pericoli dell’impresa militare, dovette affrontare anche mille difficoltà e l’ostilità dei comuni che attraversava, ormai arresi ma non del tutto domati e fedeli.
Da una relazione di Lupo arcivescovo di Saragozza si può infatti leggere[33]: “Al 18 di agosto fu inviato un messaggio da Viterbo a Canapina al comandante della spedizione diretta contro la ribelle Civita, perché si guardasse bene dall’usare le acque del territorio avvelenate dai civitonici”. Furono avvelenate anche le acque dei campi e la spedizione, dopo altre vicende non riuscì ad occupare Civita. Anzi si deve aggiungere che i civitonici muovevano continuamente attacchi contro i passi limitrofi.
Nel 1357 però la popolazione era ormai stanca di quella guerra che durava ormai da quattro anni. Finalmente fu stipulata una tregua, che avrebbe avuto la durata di un anno, tra il Comune ed un rappresentante del Legato pontificio[34].
Fu proprio in seguito a questo riassetto del Patrimonio che fu accelerato il ritorno del papa Gregorio XI da Avignone a Roma, nonostante le forti opposizioni delle varie signorie italiane. È comunque interessante ricordare che sempre durante l’esilio avignonese, Gregorio XI si preoccupò di acquistare su Civita Castellana tutti i possessi e i diritti che vi aveva Luca Savelli, per poterla tenere più facilmente in soggezione[35], ma poi per soddisfare il Savelli del prezzo dell’acquisto (16 mila Fiorini) gli si dovette dare il vicariato la città stessa per otto anni, col “mero e misto impero” ed ogni giurisdizione temporale e la facoltà di esigervi tutti i proventi demaniali i quali, dedotti le spese necessarie per la custodia della rocca e gli stipendi degli ufficiali, sarebbero andati ogni anno a diminuzione del debito. Si stabiliva però che egli doveva governarvi secondo le consuetudini e gli statuti locali, ecc.[36]
Nel 1375 al costituirsi della lega fiorentina, Civita Castellana approfittò dell’occasione per ribellarsi di nuovo e aderirvi prontamente assieme a molti altri comuni dell’Italia centrale.
Come mostrano ampiamente le vicende di cui la città è protagonista per tutto il XIV secolo, essa è assurta ad una considerevole importanza strategica ed economica.
Continuando nell’esame delle intricate vicende locali, nel 1377 Civita Castellana
occupata dalle truppe di Giovanni Sciarra di Vico e del fratello Lodovico[37]. Per quel motivo essi furono dichiarati ribelli da Bonifacio XI e la città fu quindi presa da Paolo Orsini il quale dal canto suo non fu più tenero degli altri nei confronti della città, se nel 1396 risulta assolto da eccessi compiuti appunto a Civita Castellana.
L’Orsini, che aveva conquistato la città assieme al capitano di ventura de’ Terzi, pose come castellano Pietro di Napoli “dicto vulgariter italiano[38]”.
Nel 1399, in un triste finale di secolo, la città fu data in pegno ad Andrea Salmoncelli, perché si rimborsasse coi relativi proventi dei quattromila fiorini prestati alla Camera apostolica[39].
Nel XV secolo, mentre la vicina Viterbo andrà perdendo sempre più d’importanza, Civita Castellana vive uno dei suoi momenti di massimo splendore urbanistico ed architettonico. Innanzi tutto essa vede precisarsi, anche in seguito alle vicende del Grande Scisma d’Occidente, il suo ruolo di poderosa fortezza a nord di Roma. Le nuove concezioni strategiche che si sviluppano sul declinare del Medioevo, la fine delle autonomie comunali, l’apparizione in Italia delle compagnie di ventura, e la fine conseguente delle milizie cittadine, resero necessari nuovi punti di difesa, che fossero situati in posizioni chiave per la sicurezza dello Stato pontificio. Civita Castellana era uno di quei punti chiave.
Non a caso dunque la città fu oggetto di aspre contese duranti gli scontri tra i sostenitori dei vari papi ed antipapi nel periodo dello Scisma d’Oriente.
Alterni furono gli schieramenti assunti da Civita Castellana durante la lotta per lo scisma.
Recuperata alla S. Sede nel 1405 (A:V: Reg.Vat: 333, t. 307, Silvestrelli), figurano nel 1406 Potestà di Civita Castellana Giovanni Muti e Castellano Pietro dei conti di Montefiore, formano, ambedue di nomina pontificia[40].
Nel 1409 Ladislao re di Napoli, dopo aver occupato Roma, avanzò nella Tuscia spingendosi fino a Viterbo.Venne occupato anche il territorio di Civita Castellana che, nel 1412, dopo un precario accordo tra il re e Giovanni XXIII, fu data a Ladislao assieme a Montefiascone e Castro[41].
Dopo alterne vicende Civita tornò di nuovo sotto il diretto dominio della chiesa divenendo un punto chiave della sicurezza dello Stato.
Nel 1437 papa Eugenio IV con una bolla unifica la Diocesi di Civita Castellana
e Orte[42]. Lo stesso papa è autore di una lettera in cui concesse a quel Comune “privilegia ad quaedam alia de novo”, tra i quali il non essere mai giudicati i cittadini fuori del Comune stesso.
Papa Nicolò V fece restaurare le mura della città e il suo successare Calisto III nominò governatore di Civita Castellana il cardinal Rodrigo Borgia, il quale succedeva nel governo della città al cardinal d’Estouteville[43].
Termino a questo punto l’introduzione, o meglio l’inquadramento storico della realtà politica oltre che economica e sociale di Civita Castellana, perché proprio in questo periodo, vale a dire la seconda metà del 400, si colloca storicamente lo Statuto cittadino che sarà ora oggetto di studio. 

POPOLAZIONE DI CIVITA CASTELLANA NEL XV SECOLO
In base ad un documento che presenta la nota del sale e del focatico risalente al XVI secolo, ma trascritta da documenti originali del secolo precedente, scoperta dal De Rossi e pubblicata dal Tomassetti[44], si può desumere la popolazione di Civita Castellana nel XV secolo, cioè nel periodo in cui si collocano storicamente gli Statuti oggetto del nostro esame.
Nella nota è, elencato il consumo del sale, non si sa bene se semestralmente o annualmente, ma forse annuale, misurato in rubbia. Non è certo però a quanti chilogrammi corrispondesse in quegli anni un rubbio di sale nella Tuscia.
Le interpretazioni sono piuttosto arbitrarie e risentono degli avanzamenti degli studi storici. Per primo tentò una interpretazione dei dati il Tomassetti che stimava la cifra riguardante la quantità di sale relativa ad un semestre.
Calcolava infatti che il rubbio fosse di Kg. 294 come veniva considerato ai suoi tempi. Inoltre, sempre secondo lo stesso autore una terza parte del sale dovette sfuggire al monopolio per contrabbando e perciò il computo della popolazione dovrebbe essere aumentato di un terzo. Moltiplicando il numero della rubbia per 294 si ottiene la quantità di sale distribuita a Civita Castellana e nei centri limitrofi. Siccome poi, ai tempi del Tomassetti ogni italiano consumava all’anno 7 Kg. Di sale, facendo la divisione si ottiene il numero degli abitanti della città, cifra che deve essere raddoppiata poiché essa esprimeva la quantità di sale distribuita in un semestre.
A questi calcoli si oppose poi il Pardi[45], secondo il quale attraverso il calcolo di Tomassetti, si addiveniva ad una popolazione complessiva del Lazio troppo grande . Egli infatti aveva effettuato uno studio sulla provincia di Siena ed aveva riscontrato in quella regione, che non aveva cause di spopolamento tanto gravi come il distretto di Roma, la cifra media di 500 persone per ogni luogo abitato. Supponendo anche tale cifra per il distretto romano, si giungeva ad un terzo della popolazione supposta dal Tomassetti.
Sappiamo infatti che Corneto, ricevendo 200 rubbio di sale, aveva pattuito di pagare un focatico in ragione di 500 fuochi. Ora, anche se i fuochi fossero raddoppiati di numero, si calcolerebbe una popolazione di circa 4000 persone.
Dopo essere passato a varie testimonianze il Pardi avverte che il rubbio romano corrispondeva a circa 113 Kg. E che a ciascuna famiglia aspettava ogni anno 28 Kg. di sale. Secondo i calcoli di Pardi dunque abbiamo che la popolazione del Lazio era meno della metà di quella dedotta dal Tomassetti. Certamente il calcolo del Tomassetti risente di qualche esagerazione: non è possibile che la Tuscia fosse tanto fittamente popolata in un periodo di lontananza dai Papi da Roma, in cui vennero meno anche quei pellegrinaggi che costituivano tanta parte dell’eonomia di Roma e della Tuscia.
A questi motivi di insicurezza sociale si aggiungono quelli derivati dallo scisma d’Occidente, della crociata bandita nel 400 da papa Bonifacio IX contro i castelli dei Colonna, molti nella nostra regione e le terre devastate di conseguenza. Più attendibili le ricerche effettuate dal Comitato Italiano per lo studio dei problemi della popolazione . Secondo questi studi il rubbio equivaleva a circa 600 libbre e ogni persona riceveva 20 libbre di sale all’anno. Ecco in breve, un raffronto tra i diversi dati riportati dagli autori citati: nota del sale in provincia Thusciae 1416 Civita Castellana: rubbie 60, Pardi[46] ab. 970; Tomassetti[47] ab. 5000; Com. It. Studio probl.[48] pop. 1800.
Sempre secondo gli stessi autori, ma in base alla nota del sale del Bilancio della Camera Apostolica per il 1480-81, abbiamo questi altri dati: - Civita Castellana, rubbie 64; Pardi ab 1033; Tomassetti ab. 5376; Martinori[49] 5400; Com. Stidio popol.: 1920. 

IL VESCOVO DI FALERI E DI CIVITA CASTELLANA
A quale secolo dell’era volgare si debba assegnare la erezione certa del Vescovo di Faleri (vale a dire nell’insediamento romano), nessuno può precisarlo.
Data la vicinanza con Roma è da presumere che Faleri ricevesse il suo vescovo sullo scorcio delle persecuzioni e non molto dopo la pace costantiniana. Il problema intorno al quale molti storici locali si sono dibattuti fu invece quello di accertare quando la sede episcopale fu trasferita da Faleri Novi per stabilirsi definitivamente nella nuova Civita Castellana[50].
Se vogliamo lasciar parlare soltanto i documenti, senza cedere a supposizioni più o meno suggestive, vediamo che l’Ughelli[51] pone come primo vescovo di Civita Castellana un Crescenziano, il quale intorno al 998, trasportò nella cattedrale di Civita i corpi dei Santi Martiri Marciano e Giovanni, che aveva scoperti sulla via Flaminia, coadiuvato nella traslazione da vescovi di Gallese e Bomarzo. Il Lucenti invece, così come il Gams[52], indicano questo Crescenziano col Crescenzio che chiude la serie dei vescovi di faleri, adducendo come prova un diploma di papa Benedetto IX del 1033 in favore della chiesa di Selva Candida, che viene sottoscritto da Benedetto “Fallaritanae et Castellanae episcopus”. La sottoscrizione indica chiaramente come il vescovo di Faleri si sia esposto a Civita Castellana. Successivamente il titolo di Vescovo di Faleri scompare.
Da tutto ciò ne consegue un’ulteriore prova del definitivo insediamento, sancito dalla chiesa, sul vecchio tracciato. Nell’XI secolo il fatto poteva ormai dirsi concluso.
Sempre tornando alle opinioni dei già citati storici locali, non manca chi, come il Mastrocola[53] sostiene che il trasferimento della sede vescovile da Falerii Novi a Falerii Veteres sarebbe avvenuta già nel secolo VII. La cattedra vescovile detta Faleritana dalla sua sede originaria avrebbe continuato a dirsi tale perché Falerii, benché Veteres, era il luogo nuovo. Come spiegare infatti – continua il Mastrocola – il trasferimento delle reliquie di Marciano e Giovanni da Rignano, nel 1001, alla cattedrale di Civita Castellana, se il Vescovado fosse ancora stato a Falerii Novi?
Non manca nemmeno chi ammetta l’istituzione[54] della sede vescovile nella Falerii Veteres, quindi trasferita alla Falerii Novi quando i longobardi dovettero distruggere la Falerii Veteres e gli abitanti si trasferirono nuovamente sul tracciato romano, chiedendo la difesa ad una località pianeggiante che non poteva darla, “in planitio sita et oppugnatu facile”, e il Vescovo avrebbe seguito la popolazione continuando a portarsi il suo vecchio titolo di Faleritano.
Ugualmente non appare accettabile l’opinione del Kehr[55], allorché afferma che il vescovado era in “oppido quod primum appellabatur Massa Castellana deinde Civitatis Castellanae condito, in loco ubi olim Faliscorum Vetus urbs Falerii surrexisse creditur”. Non è accettabile a mio avviso perché elude o almeno non contempla il sorgere della sede vescovile in Falerii Novi.
Ma veniamo adesso alla serie dei vescovi almeno fino all’unione tra la sede orfana e quella di Civita Castellana, avvenuta nella prima metà del XV sec., con un accenno alle varie attività dei presuli. 


La sede faleritana
Sec. V – Iustus: compare nel Concilio Romano del 19 nov. 465, sotto papa Ilario (Mansi XII, 965).
Felice : Il Duchesse[56] inizia la sua serie con questo nome.

Sec. VI
Prima di ritrovare un vescovo della sede faleritana dobbiamo arrivare alla fine del sec.VI:
Giovanni (Ughelli, x 90; Cappelletti, VI, 12; Gams, 685, iniziano con questo nome).
Nel Sinodo Romano del 595 è presente un “Johannes episcopus Civitatis Faleritanae” (Gregorii, regest. V., 57 a in MGH Epist. I, 366).

Sec. VII
Dopo un intervallo di quasi mezzo secolo abbiamo notizia di altri vescovi:
Caresus (Ugelli, X 90-92; Cappelletti VI, 12; Gams, 685)
Fu presentato al Concilio romano sotto Martino I, del 649 contro o Monoteliti.
Giovanni. Ritrovava presente nel Concilio Romano del 679 680 tenuto al Laterano circa la Britanna. Nel 680 sottoscrive alla letterea di papa Agatone inviata al Concilio di Costantinopoli:“Johannes episcopus sanctae Phalaritanae Ecclesiae, Provinciae Tusciae” ( Manzi XI, 179 ).

Sec. VIII
Tribunizio. Presente al Concilio romano delle nonas aprilis del 721 sotto gregorio II “adversus illecita coniugia” ( Manzi XIII, 261 ); alcuni lo hanno chiamato Tiburzio.
Giovanni. Presente al concilio del 743 sotto Zaccaria, si firma Johanne Fallaritano ( Manzi XII, 367 ).
Leone, partecipò al concilio lateranense sotto Stefano III, dell’aprile 769, in cui fu disciplinata la procedura dell’elezione papale così da sottrarla alla violenza dei faziosi armati e fu condannato dall’antipapa Costantino. Nel lib. Pontif. E nelle Collectiones Conciliorum viene posto tra i Vescovi del Ducato Romano il sopradetto “Leone episcopo Castelli”. (Mansi XII, 725), o un “Leo episcopus Civitatis Castello” (Lib. Pont. I, 474).

Sec. IX
Adriano (Ugelli X, 90-92; Cappelletti VI, 12; Gams 685).
Fu presente al Sinodo Romano dell’826 sotto Eugenio II dove si firmò “Hadriano episcopo Falaritane”. (Harduin V, 62). Giovanni (Ughelli X, Cappelletti). È presente al Concilio Romano dell’853 sotto Leone IV ed è presente alla condanna del cardinal Anastasio figlio di Arsenio vescovo di Orte (Harduin V, 79).

Sec X
N… Al Conciliabolo romano del 963 intervenne un vescovo “Phalerensis” il cui nome è rimasto sconosciuto sia per l’Ughelli, il Gams e il Cappelletti.
Giovanni : è un vescovo posto dall’ Ughelli (X, 90-92) ma escluso dal Gams. Avrebbe spedito nel 978 una bolla di Benedetto VII a favore di Maiolo, abate di Cluny (Bullarium Cluniacense, p. 6).
Crescenziano; non vi è ragione per non identificarlo con il vescovo della traslazione dei corpi dei SS. Marciano e Giovanni e con quello del Consilio Romano del 1015. Con lui si chiude la serie dei vescovi di Faleri (Ugelli, I, 597).

Sec XI
Benedetto, sottoscrisse nei primi anni del suo episcopato alla bolla (1033) contenente privilegi per la Diocesi di Selva Candida (Mansi, XII, 582). Per primo viene definito “Fallaritanae et Castellanae episcopus” (Ughelli, Gams).
Giovanni, è riportato solo dal Gams.
Pietro (Ughelli, Gams) fu presente al Concilio Romano sotto Nicolò II (1059-1061) (Ughelli, I,598).

Sec. XII
Pietro, nel 1126 sottoscrive al diploma di Onorio II a favore della chiesa di Pisa (Ugelli, Ibidem).
Pietro. L’Ughelli lo dice presente al Concilio Lateranense sotto Alessandro III nel 1179.
Romano. Figura tra i firmatari nell’atto di ricessione di Civita Castellana per la parte a sé spettante, di Sofia, sorella di Milone e Rainuccio di Giovanni Caparronedel 20/1/1195 (cfr. Theiner I,).

Sec. XIII
Dopo il Vescovo Romano L’Ughelli pone un N.N. consacrato da Onorio III nel 1217 (Ugh.I, 598, n. 8); il Gams chiama però questo vescovo Guglielmo. La Hierarchia Catholica dell’Eubel (I, 190 notaI, 2° ed. 1913-14), sente il bisogno di porre un Petrus tra il vescovo Guglielmo e il Nicola del 1237 riportato dal Gams, che non viene citato né da quest’ultimo né dal Gams. Il Gams pone poi (1270-1288) un Johannes Magnesi.
Immediatamente dopo questo Giovanni viene posto fr. Ronaldo dei minori che nel 1284 come “inquisitor in aministrationem S. Francisci deputatur” aveva avuto il compito da Martino IV di assolvere quelli di Narni ‘olim rebelles’(Reg.Vat.Mart.IV a. 4 ep. 122, in Mastrocola, o.c. II p. 40).
Al vescovo fra Ronaldo il papa concede tutti i frutti e proventi che chiesa romana possiede in Civita Castellana e diocesi (Theiner I, 460).

Sec. XIV
Nel 1304 il Gams riporta un Rambertus mentre nel 1306 viene confermato da clemente V l’elezione di fr. Goffredo dei Minori, (Eubel, Hierarchia Cattolica, Münster, 1913, I, 190).
Dopo Goffredo ebbe la cattedra vescovile di Civita Castellana Guglielmo dei Carmelitani nel 1324. Questi fu poi trasferito ad Isernia nel 1331 (Cappelletti, VI, 21 ed ebbe a successore l’agostiniano fr. Francesco da Gubbio (Eubel, o.c. I, 190).
Gli successe nel 1359 l’agostiniano Stefano pure di Viterbo. Alla sua morte il domenicano fra Giovanni da Viterbo.
Dopo Giovanni la serie dei vescovi si complica non perché i documenti siano incerti, ma perché le vicende politiche dello Scisma d’Occidente si riflettono anche sulla nostra Diocesi.
Per cui abbiamo:
Ughelli, Giovanni   (1388)
Gams, Giovanni
Cappelletti, Giovanni
Eubel, Giovanni    (1367)
Marsilio (1388)
Marsilio (1377)
Marsilio (1382)
Marsilio (1382)
Angelo (1394)
Angelo (1394)
Angelo
Gemino (1388)
Antonio da Castelnuovo(1390
Angelo (1394)
Segue poi Giovanni de Arcionibus (Ugh. I, 599, n. 23); la sua morte è posta concordemente nel 1406.

Sec. XV
Stefano, successore di Giovanni fu il Vescovo di Termoli, fu provvisto della sede di Civita il 7 luglio 1406 (reg. Later. t. 125 f. 268, in Mastrocola o.c. p.49).
In data 19/9/1414 viene eletto Giovanni di Giorgio dal papa Giovanni XXIII (il papa dell’obbedienza pisana). Il Gams lo chiama invece Gregorio Or. S. Fr., mentre l’Eubel lo chiama una volta Giovanni di Giorgio (Eubel I, 190) e un’altra Gregorio soltanto (Eubel II, 130). Il Gams e l’Ughelli pongono quindi una Santa al 1432.
Durante l’episcopato di Giovanni, successo solo nel 1437 alla morte di Gregorio (1432), in data 5 ottobre 1437 il papa Eugenio IV emanò la bolla di unione delle Diocesi di Civita Castellana e di Orte. 

ASSETTO TOPOGRAFICO
Durante l’alto medioevo, come è noto, al fenomeno della scomparsa di centri urbani antichi si contrappone il fenomeno della nascita di nuovi centri. Le cause di questo ridimensionamento all’insediamento umano sono svariate: abbandono di centri poco difesi scaglionati lungo gli assi stradali principali e gravemente colpiti da fenomeni naturali (malaria, terremoti, inondazioni,ecc.) ; presidio di postazioni forti naturalmente per esigenze militari; richiamo urbanistico intorno ad un polo di attrazione topografico (nodo stradale, fluviale, portuale, ecc.), religioso (monastero, pieve, chiesa) o di dipendenza (castello)[57].
Sull’ubicazione e sullo sviluppo dei centri urbani del Lazio ancor più che altrove influì il completo sovvertimento di tutta una situazione ormai stabilizzata da secoli, che seguì la caduta dell’Impero Romano. Scomparvero allora, lasciando pochi ruderi insignificanti o addirittura perdendosene le tracce , le città, anche di notevole importanza, poste le lunghe arterie consolari che, dopo aver costituito le direttrici fondamentali dei traffici e i gangli vitali dell’Impero, divennero facili strade d’accesso per gli invasori. Sorte analoga toccò più tardi ai paesi della zona costiera esposti alle scorrerie dei Saraceni. In ambedue i casi gli abitanti si ritirarono in località più sicure dando origine a nuovi centri[58].
I nuovi centri che si vennero a formare, possono essere distinti in tre grandi categorie:
1) Città sorte su strade o in qualunque punto particolare di esse (crocicchi, bivi).
2) Nuclei sorti a scopo difensivo su un colle.
3) Agglomerati sorti lungo le coste marine, lungo laghi, fiumi.
Civita Castellana, stando a questo particolare tipo di suddivisione[59], va inserita nel primo esempio, vale a dire tra i nuclei sorti lungo le grandi direttrici. Naturalmente però anche tra questi centri esistono delle differenziazioni. Il tipo più semplice è rappresentato dallo sviluppo lineare, in cui la strada, spesso porticata, costituisce la generatrice. Ma alcune volte, ed è il nostro caso specifico, “ la strada si biforca per congiungersi nella parte opposta dell’abitato che risulta così racchiuso come un’isola, con vie secondarie disposte parallelamente tra loro e normalmente alle strade longitudinali (Civita Castellana,Marschendorf)[60]”.
Ma a questa caratteristica Civita Castellana ne aggiunge un’altra di maggior rilievo, vale a dire di essere un centro storico sorto dopo l’abbandono di un abitato precedente e che recupera un tracciato già esistente.
L’abitato, sito poco a Nord della via Flaminia, a circa 54 chilometri da Roma e a 154 m.s.m. è posto, nella parte antica, sul crinale di un banco tufaceo con pareti quasi a picco sui profondi scoscendimenti, meno che a sud, cioè verso Nepi e Monterosi , dove si unisce ad una spianata con una specie di istmo. Ai piedi della rupe scorrono due torrenti, il Rio Vicano e il Rio Maggiore, i quali confluiscono ad est della città per dare luogo al torrente Treia , che va poi a confluire nel Tevere.
Il primo insediamento in questa località , la cui posizione è chiaramente assai adatta alla difesa, si determinò durante il periodo falisco-etrusco.
Falerii Veteres fu il nome romano della più antica Helesus, città-stato che fece parte della Dodecapoli, con un esteso comprensorio di pertinenza. Falerii combattè a lungo contro Roma, dando aiuto, assieme ai Veienti, fin dal 437, ai Fidenati fino alla caduta di Vejo. Poi combattè da sola, fino a che nel 396 a.c. non dovette sottomersi. Successivamente Falerii riprese la lotta contro Roma, in alleanza con gli etruschi, subendo varie sconfitte,
finchè nel 241 a.c. non dovette capitolare, dopo un aspro assedio.
Le fonti[61] raccontano brevemente i particolari di quest’ultimo conflitto in seguito al quale la popolazione fu costretta a trasferirsi circa 5 chilometri più ad Ovest, in una zona meno difendibile strategicamente, dove sorse Falerii Novi.
L’insediamento dovette raggiungere notevolissima importanza data l’ampiezza e la potenza della sua cinta muraria (conservata tutt’ora) e fornita di 50 torri e nove porte.
Per tutto il periodo alla guerra dei “sei giorni”, sin verso la tarda età imperiale, l’incertezza e la scarsità di fonti letterarie impediscono ricostruire gli avvenimenti della città.
L’antica città fu rivitallizzata poi in periodo altomedioevale, non perché la nuova città non fosse stata sufficientemente fortificata, ma perché il luogo antico era meglio difeso naturalmente e si trovava al centro dell’agro falisco a cui era legato economicamente da interessi secolari. La cinta muraria, ricostruita come quella antica, in opera quadrata di tufo, segue il ciglio dello sperone e conserva ancora in alcuni tratti cospicui resti delle cortine altomedioevali.
Infatti, nonostante le opinioni contrarie di una prima generazione di studiosi dell’antichità, è ormai stabilito che Falerii, l’antica città del popolo falisco, si ereggesse sul luogo dove è l’odierna
Civita Castellana.
Una opinione corrente, la quale trovava ampia espressione nella epigrafia post-medioevale di Civita Castellana, vuole che questo fosse il sito di Veio, ma questa opinione non è sopravvissuta agli scavi e agli studi di quest’ultimo secolo.
Certamente non è causale che l’altro promontorio al di sopra del quale Civita Castellana ora si stende potrebbe essere stato uno strategico e politico centro di una vasta area nel periodo pre-romano e in seguito nel medioevo, l’Agro falisco[62].
“Uno sguardo alla formazione dell’Ager Faliscus e alla disposizione dei corsi d’acqua rivela subito la sua importanza di centro. La configurazione del paesaggio a sud ed ovest della città corrisponde alle caratteristiche di molte delle zone vulcaniche a nord di Roma. Gli strati alternati di dura e tenera roccia sono stati, nel corso del tempo, erosi e corrosi fino a formare le gole ed il piatto altipiano tufaceo. In tali condizioni anche un minore corso d’acqua avrebbe potuto creare un grande ostacolo alle comunicazioni. Una serie di tali corsi d’acqua defluiscono infatti verso est, come abbiamo già ricordato, vicino Civita Castellana per immettersi nel Treia, che nasce nel largo bacino situato a sud, tra il monte Soratte e i monti Sabatini; da cui il Treia continua per poco a nord-est e poi allunga verso est per circa sei chilometri e si congiunge con il Tevere.
Tranne che nei bassi tratti del Treia stesso le strade normalmente evitavano i fondo valle, dove inondazioni, fitta vegetazione, e probabili frane di roccia erano rischi correnti.
I crinali, non i corsi d’acqua formano linee di comunicazione.
Civita Castellana così domina la naturale via di uscita da questa considerevole area a sud e a ovest , tra la spaziosa arteria della valle del Tevere.
Come abbiamo detto la città stessa si estende su una sterrata lingua di terra, custodita su tre lati da precipizi pressoché a piombo; solo il passo da ovest è facile, cioè quella specie di istmo a cui abbiamo accennato in precedenza[63]. Nell’antichità questo era difeso da un muro, il quale sembra aver seguito la linea difensiva di un fossato ancor oggi visibile.
Nel Rinascimento, la fortezza borgiana, in gran parte disegnata da Antonio da Sangallo, adempì alla stessa funzione.
A sud della città c’è la vasta valle del Rio Filetto, il quale si congiunge col fiume Treia proprio al di sotto dell’angolo sud-est della città. A nord vi è lo stretto e scosceso burrone del Rio Maggiore; proprio sotto il Ponte Clementino (Clemente XI, 1709) esso si congiunge con un tributario il Rio del Purgatorio; tra essi una stretta lingua: il Terrano.
Al di sotto della città, prima di congiungersi con il Treia il Rio maggiore descrive un cerchio a nord, includendo un’altra collina, il colle Vignale che forma un’appendice dell’alto promontorio sul quale la città si posa, unito ad esso da una stretta e relativamente bassa lingua di terra. Dal letto della valle del Rio Maggiore l’accesso a Nord e a Ovest è relativamente facile, per via delle pendenze meno ripide. In questa valle, in compagnia di alti minori templi, giace il santuario di Giunone Curite.
Per tornare alla esposizione delle vicende storiche, strettamene legate a quelle topografiche, sappiamo da Livio che la ribellione finale del 241 a.C. indusse i Romani ad una grande severità, la vecchia città fu distrutta ed una nuova venne costruita in un sito poco difendibile e il popolo fu privato di metà del suo territorio: “ l’antica città fu privata del territorio, l’altra fu ricostruita di nuovo”.
Non sappiamo di quale metà fu privata; tuttavia nel periodo romano si estese al monte Soratte e a Rignano.
Tuttavia, mentre “è certo che questo fu il sito di Falerii Veteres, non tutti sono concordi sull’importante questione che la vecchia città fu decisamente distrutta e resa inabitabile[64]”.
Falerii Novi non divenne colonia fino al III sec. d.C., ma una “Colonia Junonia” è menzionata dal Liber Coloniarum, e Plinio anche sembra parlare di una colonia Augusta a Falerii. È stato quindi pensato che una colonia fu alla stessa data fondata sul distrutto sito della vecchia città. Questa ipotesi, comunque, è del tutto incerta.
Il ritorno sull’antico tracciato falisco-etrusco derivò dal crollo della potenza dei Romani. Il nome di Civita Castellana è infatti sintomatico. Derivò dal bisogno di sicurezza e di difesa che fu ancora una volta, in quel periodo, di grande importanza, così che la città romana fu abbandonata per fortificazioni naturali dell’antico sito[65].
Falerii Novi protrattasi fino ad allora, fu infine saccheggiata dai Normanni nel 1261[66]. Tutto ciò che rimase quindi fu la bellissima abbazia di Santa Maria dalla quale il luogo prese il nome attuale e di cui parleremo appresso.
Testimonianze di questo periodo classico e della Falerii romana sono alcuni frammenti architettonici riadattati nelle chiese romaniche di San Gregorio e di Santa Maria del Carmine e nella cripta della cattedrale, così come un pò dappertutto nella città (via delle Palme, via Corsica, via Panico); altri resti sono visibili nel giardino attaccato a Santa Maria del Carmine oltre che una serie di iscrizioni, sarcofagi e piccoli pezzi nella Cattedrale e nella sede vescovile. Per buona parte di questo materiale la provenienza da Falerii Novi è certamente inequivocabile[67].

L’AGRO FALISCO
Sin da epoca preromana l’Ager Faliscus[68] si trovò al centro di numerosi sistemi   territoriali, coi quali aveva caratteristiche e componenti idrografiche comuni. Infatti l’agro, che aveva il suo centro geografico-politico in Falerii Veteres, ebbe da sempre una sua particolare fisionomia determinata da sistemi montuosi e corsi di acqua. Questo sistema territoriale per Falerii corrisponde al crinale che dai monti Cimini discende alla valle del Tevere; racchiudeva inoltre tutta la valle o bacino del Treia. Qui sorse Falerii Veteres.
  La caduta dell’Impero Romano e le successive invasioni portarono anche nell’Agro Falisco una profonda crisi, che causò appunto all’abbandono di Falerii Novi ed il recupero del vecchio impianto di Falerii Veteres. Il ritorno ad una economia locale più ristretta e la necessità di difendersi dalle scorrerie degli invasori causarono, come dicevamo, il ritorno sulle antiche posizioni naturalmente difese e ben munite che non il territorio pianeggiante su cui sorgeva la Falerii romana Falerii Novi si era integrata nel sistema romano ed aveva visto la sua economia commerciale allinearsi sulla linea di quella nazionale, per via della sua importanza come nodo commerciale sulla via Amerina. Sovrappopolazione urbana, estensione enorme del latifondo, mancanza di una economia agricola locale ne erano le caratteristiche essenziali. Si aggiungono le invasioni dei barbari, si aggiungono le lotte tra Bizantini e Longobardi e si vedrà come il quadro dell’Ager sia rovinoso. Per questo la Faleria romana declinò rapidamente non solo per ragioni di sicurezza, ma anche economiche. Per questo le fertili vallate del Tevere e del Treia costituirono una logica attrattiva.
Con la caduta dell’Impero dunque il comprensorio agricolo di Civita Castellana, in specie quello a valle, riprende una importanza vitale. Scompare il latifondo e intorno a torri e luoghi muniti si riorganizzano le aziende agricole.
  Un primo insediamento, come vedremo poi più ampiamente in seguito, è testimoniato inequivocabilmente dalle tre chiese rupestri di S. Ippolito, S. Cesareo, S. Selmo.
“Tale insediamento durerà fino al 1000 quando con il sorgere della nuova società mercantile e artigianale, la città si sposterà pian piano a nord; e sviluppandosi secondo lo schema del tempo formerà prima l’agglomerato naturale lungo l’asse viario orientale, per darsi poi un volto più razionale[69]”.
 L’abbandono di Falerii Novi ed il recupero del vecchio impianto, avvenne senza dubbio con gradualità, anzi si può ritenere che per la mai cessata funzionalità della via Falisco-Latina, che con la sua variante aveva congiunto le due località per i necessari collegamenti con la valle del Tevere, il vecchio impianto falisco non era stato mai del tutto abbandonato.
  È certamente non azzardato affermare che nella parte Sud dell’attuale Civita Castellana, nonché nella limitrofa valle dei Templi, dove tutt’ora sono visibili i resti dell’antico tempio di Giunone Curite, tra i quali quelli di Mercurio, quello Maggiore e Minore di Vignale, un centro popolato era sempre rimasto; e che quando ci fu un maggiore riflusso della popolazione, che ebbe il suo culmine nel secolo XI, le basi di un nuovo centro urbano già esistevano.
Come già ricordato nella parte storica, il nome di Massa Castellania compare per la prima volta nel 727. È un’epoca di relativa pacificazione dopo le lotte incessanti tra Longobardi e Bizantini che avevano sconvolto la regione di confine tra i due domini di cui Civita è al limitare.
  Data sempre l’importanza della vecchia strada che attraversava il vecchio impianto falisco, l’affermarsi graduale del nuovo centro come sede politica coordinatrice della zona è un fatto logico e conclusivo. 

ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE E VIARIA DELL’AGER FALISCUS DAL 500 AL 1000
Per quanto riguarda le vie di comunicazione, mentre a Sud di Roma si ebbe la sostituzione delle vie consolari con le cosiddette vie baronali, che servivano a collegare i domini urbani con quelli extra-urbani delle grandi famiglie nobili, a nord si conservarono maggiormente le antiche vie romane nell’Alto Lazio, soprattutto la Cassia, che mantenne quasi intatto il suo tracciato[70].
La via Falisco-Latina, che durante il periodo romano aveva avuto solo funzioni di collegamento tra la via Flaminia e la Amerina, per la nuova situazione determinatasi, riprese il suo ruolo di collegamento comprensoriale, che aveva in Civita Castellana il suo “crinale” obbligato.
Per quanto riguarda le zone intorno alla città, le vecchie strade falische, che avevano un carattere di collegamento agricolo, furono in parte riattivate.
Riapparve molto attivo il tronco della via del Porto che collegava la rinata città con la valle del Tevere.
Ugualmente riprese un ruolo importante la Narcense che percorreva il fondo valle del Treia e immetteva nella zona di Castel Paterno, divenuto su questa via un centro fortificato di primaria importanza. Così dicasi della via per Nepi che ugualmente, con la lenta scomparsa della Amerina, collegò direttamente Civita Castellana e zone limitrofe. Scomparve a poco a poco la fescennina ridotta a una strada di campagna. Scomparve la gallesana e le altre, dirette verso Nord[71].


La Via Flaminia antica[72] passava per Acquaviva, le cui rovine si vedono ancora nella località detta oggi della Fontana di Acquaviva.
Qui esisteva una città la cui importanza è testimoniata dal fatto che fu sede vescovile fin dal V secolo[73].
Più tardi, quando Civita Castellana divenne sede vescovile, la Diocesi di Acquaviva fu unita con questa. Non si conosce con precisione la data di questa fusione, ma dobbiamo credere che, crescendo d’importanza Civita Castellana ed essendo stata la Flaminia deviata per questa località, Acquaviva perse tutti i vantaggi di quel transito stradale a beneficio della nuova città. Prima che, in epoca non precisabile, la Via Flaminia fosse condotta a passare per Civita Castellana, correva sempre in direzione Nord diretta al Tevere e passava sopra un ponte nella località ove era il porto di Gallese (le Pile di Augusto”).
Dal monte Osteriola, non lungi dalla fermata di Faleria, a circa 30 miglia da Roma, la via correva a nord, discendeva a Torrerossa , traversava il ponte Ritorto sul fosso Chiavello che si getta nel Treia a due chilometri circa sotto Civita Castellana. Dopo il ponte Ritorto, a circa 500 metri la via scende con grande pendenza sul fosso del torrente Treia.
L’antico ponte romano sul Treia è stato in parte portato via dalle acque del torrente. Del ponte antico rimane, a sinistra, una pila con resto di arco che rivela qualche restauro medioevale.
Una torre dei bassi tempi ancora è in piedi a levante del ponte, oggi detta di S. Benedetto. L’antico tracciato è ancora ben visibile ed in parte praticabile e se ne possono ancora vedere le arginature e costruzioni, nonché qualche tratto di selciato.
  La larghezza della via era di m. 5,20 e con l’argine di m. 8,20. Un bel tratto rettilineo, di circa 750 m. traversato da una carrareccia che conduce a Civita Castellana seguendo il corso del Treia, conduce sopra una collina tufacea sormontata dai resti di un castello medioevale, che è la già ricordata “strada Latino-Falisca”.
  Prima di giungere sulla collina, l’antica strada, ancora selciata per circa 200 metri, sale con discreta pendenza sorretta da due imponenti costruzioni di massi ben squadrati di tufo.
  Questa costruzione è oggi chiamata il “Muro del Peccato”.
  Continuando, al chilometro 42° circa troviamo l’osteria di Stabile, dopo altri tre chilometri, la fermata di Faleria ed al 52° chilometro da Roma si entra in Civita Castellana.
Oltrepassata la città, dopo nove chilometri si giunge a Borghetto e, prima di entrare in questa frazione, si traversa il fosso Sorcetto. In alto su un colle tufaceo si vedono i resti imponenti di un castello medioevale e di una chiesetta che era dedicata a San Leonardo. Infatti il borgo nel Medioevo si chiamava “Burgum S. Leonardi” ed anche “Burghettum S. Leonardi.” All’approdo del Tevere più vicino a Civita Castellana, sopra una collina per ragione di difesa, sorge  un borgo; e da una chiesa dedicata a S. Leonardo ne prese il nome. Era protetto da una rocca ora diruta, e sul colle di fronte stava un altro castello, adesso pure diruto, che si chiamò delle formiche e poi Castellaccio. Nulla si sa dell’origine di questi castelli; si vuole che fossero edificati dai monaci di S. M. di Fallari e che passassero con Fallari all’ospedale di S. Spirito in Sassia (1392). Certo è che l’ospedale li possedeva nel sec. XV. La rocca di S. Leonardo appare infatti proprietà dell’Ospedale nel 1421 /A.V.G. 517, f. 71 Reg. Vat. 353,178).
Nel sec. XV si cominciarono a costruire case sulla sponda del fiume ov’era il porto. S’accrebbero nel secolo seguente e vi si trasferì tutta la popolazione dell’antico borgo che andò in rovina.
Questo porto che venne detto Gulianus, figura concesso per metà a Bertoldo Orsini da Giovanni XXIII nel 1410 (A.V. Indice II5, f. 74), e si dice nella bolla che pervenutogli in seguito a guerre, l’aveva da oltre diciotto anni. Pio II nel 1463 (B.V. codice Barberini latino 2705, f. 1042) infeudò il porto Goliano a vari nobili di Canale (diocesi di Amelia). Fu dato in pegno col castello dirupo nel 1478 (A.V. arm. 29, v. 43, f. 142). (Questa concessione e la precedente riguardavano evidentemente la sola metà spettante alla C. Ap. Con l’altra degli Orsini), al card. Guglielmo d’Estouteville, insieme a Civita Castellana.
Nel 1480 (A.V. arm. 37, vol. 5; f. 247). Sisto IV né confermò metà ai figli di Pier Francesco Orsini, giacchè le sue precedenti concessioni concernevano la sola metà spettante alla Ca .Ap., non risultando che fosse tolta agli Orsini la metà riconosciuta loro nel 1410[74].
Nell’Alto Medioevo[75], la Via Flaminia, pur perdendo il suo carattere peninsulare, rimase ancora una strada di un certo scorrimento anche per quanto riguarda l’ambito falisco.
Il suo ruolo in quel periodo può essere paragonato per Civita Castellana a quello di una moderna strada tangenziale che sfiori una città dall’esterno. Si può ben dire che tutto il territorio falisco fu abbracciato dalla Flaminia verso il Tevere e dalla Cassia verso i Cimini.
Per il tratto della Flaminia che, Iniziando dai pressi di Rignano Flaminio, si introduceva nei pressi del comprensorio della Massa Castellania possiamo dunque, come abbiamo giù ampiamente descritto, seguire l’antico tracciato fino a quel “muro del peccato[75bis] da cui si staccava dalla Flaminia.

LA VIABILITA' MINORE

     La circonvallazione ai “Sassi Caduti”

Poco prima del tempio di Giunone, si scorge il famoso ponte a gobba (a “schiena d’asino”) costruito in periodo medioevale, che attraversa il Rio Maggiore[76].
L’erezione di un ponte abbastanza grande in quel punto fu determinata da diversi fattori: il collegamento diretto tra la città e la zona di là dell’attuale ponte Clementino, come le Colonnette, Montarano, Celle.
Il ruolo di questa circonvallazione fu assai rilevante nel Medioevo perché permetteva l’allacciamento con il passaggio sul fiume Treia nonché con quello con la via per Nepi, per Castel Paterno, Faleria e Calcata, attraverso la valle dei templi.
Per tornare al Rio Maggiore, quello che attraversa l’antica valle dei templi, si può osservare che blocchi di selce nel corso d’acqua suggeriscono che l’antico passaggio, il quale doveva avere una considerevole importanza, era situato più in basso rispetto al corso d’acqua del suo medioevale successore.
Mentre il traffico più pesante poteva dunque discendere nella valle dei templi (Giunone Curite, Mercurio) dalla “circonvallazione” sopra descritta, è chiaro che ciò comportava una considerevole deviazione del traffico pedonale, e per questo erano disponibili altri mezzi.


Traffico pedonale e porte cittadine
Se approfondiamo l’esame delle strade che attraversavano la valle del Rio Maggiore (a nord della città), si può notare come l’antica Falerii era congiunta con quella valle per mezzo di numerose strade, alcuni viottoli minori e una strada principale capace di permettere il passaggio di traffico pesante.
Il fatto che quella vallata costituisce il più impor tante e naturale passaggio al nord, insieme con la presenza persistente dei santuari  anche in età tardo antica, fu sufficiente a fare di essa allo stesso tempo, un importante centro di comunicazione.
Vediamo infatti che sul fianco nord della città medioevale (il lato rivolto alla valle dei templi e del Rio maggiore) si aprivano due piccole porte, di cui una, la più vicina seguendo le correnti del corso d’acqua dal ponte Clementino, è oggi distrutta; da ognuna di esse una strettoia conduceva ad un viottolo serpeggiante.
  Quello tuttora esistente, proveniente da via dei Molini, passa attraverso una piccola porta d’accesso medioevale e discende poi vertiginosamente; il fatto che sia antico ci è testimoniato dalle semplici tombe scavate nella roccia che lo fiancheggiano.
  Chiaramente questo viottolo e l’altro non sarebbero stati adatti ad un traffico più pesante di quello di un asino.
Cosa sia accaduto a questi due viottoli nel lato nord del rio Maggiore ci è del tutto nascosto dalle moderne costruzioni.
Un terzo viottolo discendente nello strapiombo è stato visto nell’estremità ovest della città ed è sormontato da una porta che è parte integrante della fortezza borgiana ed è chiaramente di quel periodo.
Una quarta uscita nel lato nord è di grande interesse. Una porta d’accesso è ancora visibile tagliata nella roccia, vicino alla quale una strada ripida sale nel giardino attiguo alla chiesa di Santa Maria del Carmine. Con ogni probabilità si tratta di una scorciatoia al tempio di Mercurio e di là lungo la vallata.
La porta stessa è un monumento impressionante, quanto trascurato. La caratteristica più distintiva di questa porta è che, sebbene la costruzione muraria poggia completamente sul piano della trincea, la porta stessa è di m. 2,50 al di sopra di essa. Presumibilmente si passava attraverso, mediante una rampa o scalini di legno, rimovibili in periodo di emergenza.


LE CHIESE RUPESTRI DI CIVITA CASTELLANA: S. IPPOLITO, S. CESAREO DI ARLES - S. SELMO
È significativo il fatto che le tre chiese rupestri di Civita Castellana, S. Ippolito, S. Cesareo e S. Selmo siano collocate tutte direttamente sull’antico tracciato viario di falisco-romano; anzi S.Ippolito si trova proprio prossima alla antichissima Porta Falisca. Le chiese sono attribuibili dal VI al IX secolo d.C., vale a dire nel periodo di inizio del reflusso della popolazione da Falerii Novi sull’antico tracciato falisco; cosa che avvalora la tesi secondo cui proprio nella parte a valle dell’attuale insediamento urbano si verificò il rifiorire di una rinnovata ed intensa vita religiosa, monastica e civile al contempo, e ciò con notevole intensità tra i secoli VIII e X[77].
Nelle suddette chiese rupestri la vastità degli impianti sotterranei e la presenza di alcuni sevizi come ad esempio tracce del fonte battesimale, presentano chiaramente in S. Selmo (vedi foto), tutto fa supporre che esse fossero destinate anche al culto della popolazione.
Le notizie riportate dal Degli Effetti[78] circa la permanenza dei corpi dei protettori locali nella chiesa di S. Ippolito, dopo il prelievo da Rignano Flaminio, effettuatosi poco prima del Mille, confermano quanto detto.
La stessa cosa si può affermare per S. Cesareo di Vignale, distante appena un 200 metri dalla chiesa di S. Ippolito e anch’essa vicinissima alla strada che collegava la città con la via Falisco-Latina.
La chiesa presenta ampie sale, con affreschi, mal conservati, ma sufficienti a farci intravedere un uso popolare della chiesa stessa. Anche l’interno della chiesa rupestre di S. Selmo, di gran lunga il meglio conservato, oltre una splendida immagine del Cristo presenta una serie di raffigurazioni.
Questa chiesa si trova ben più distante dalle altre due chiese ricordate: si trova nelle immediate vicinanze del tempio di Giunone. Anche questa chiesa si può collocare lungo l’antico asse stradale principale (Ai Sassi caduti). L’interno della chiesa è certamente il più ricco di affreschi parietali. Ben evidenti sono i resti di un fonte battesimale, che non dovrebbero lasciare dubbi sulle funzioni di culto e non esclusivamente monastiche di queste chiese.
Sulle pareti rocciose della grotta che ospita la Chiesa è ancora visibile, anche se in pessimo stato, una serie di affreschi, primo dei quali, sulla parete destra entrando, una crocefissione di pregevole fattura. Sulla sinistra si intravede invece una Santa Caterina d’Alessandria, distinguibile per il motivo iconografico della ruota spezzata (la Santa è il primo personaggio a sinistra). In un terzo dipinto, ben conservato, si distingue la figura di un Vescovo identificabile dall’abito. Se ne intuisce il nome “Nicolaus”.
Le chiese che con ogni probabilità dovettero sorgere verso il V-VI secolo, non esaurirono la loro funzione tanto presto; di questo ne sono prova proprio questi affreschi databili ad un periodo ben più tardo.
Una prova decisiva del protrarsi nel tempo della funzionalità delle chiese ancora agli inizi del XIII secolo è l’epigrafe, oggi non più reperibile, riportata dal Cappelletti, che ricorda la consacrazione di due nuovi altari in San Cesareo nel 1210 sotto il pontificato di Innocenzo III. Alla consacrazione parteciparono i Vescovi di Nepi Gerardo, il vescovo di Sutri Ismaele e il vescovo di Civita Castellana Romano[79].
Tuttavia per queste chiese rimane ancora del tutto aperto il problema del rapporto con le comunità monastiche: per le “cripte” di Civita si potrebbe ipotizzare una dipendenza dal centro benedettino del Monte Soratte. Indubbiamente il vasto nucleo di San Cesareo potrebbe far pensare, come nota la Raspi Serra [80] ad una laura.
È presumibile quindi che le tre chiese rupestri, dopo il ritorno graduale della popolazione da Falerii Novi, fossero stati centri di vita monastica e civile insieme.
Poi con il decisivo spostamento della città verso nord, i nuovi edifici religiosi portarono al lento abbandono delle chiese rupestri, iniziato presumibilmente sul finire del XIII secolo. Sempre secondo il parere della Raspi Serra (2) gli insediamenti rupestri di questo primo periodo di “ritorno” sull’antico tracciato, meritano soprattutto un interesse che va, a livello d’insediamento, con le manifestazioni dell’ambiente. E ciò in particolare per Civita Castellana, dove le “cripte” si trovano lungo le principali direttrici del centro falisco: San Cesareo sull’altura del colle di Vignale[81], primo nucleo di Falerii, S. Ippolito sulla dorsale che scendeva verso est, S. Selmo vicino al tempio di Celle, recuperando quindi punti strategici, fulcri dellavita religiosa e civile, situazioni naturali di predominio, secondo il criterio manifestatosi nel territorio sin dal secolo VI.
“S. Cesareo, sull’altura, del colle di Vignale[82], primo nucleo di Falerii, domina la valle dei Treia e la Flaminia che corre ad occidente. In esso vi appare l’elemento portante del pilastro centrale con capitello modanato, mentre tutti gli ambienti appaiono esclusivamente scavati nella roccia. Gli ambienti sono comunicanti tra loro, salvo i due più occidentali, sono ricoperti da una volta piana a differenza di quello più ad ovest chiuso in alto da una rozza soluzione cupoliforme a base circolare con uno sfiatatoio.
Quest’ambiente che presenta nella parte terminale un cunicolo che si perde nell’interno, sepolture ad arcosolio nelle pareti ed una cavità in terra (un rozzo fonte battesimale, o il cantharus ad uso dei fedeli?) fu con probabilità una cappella come sembrano provare le tracce di tardi affreschi – XIII sec. – oggi quasi completamente perduti, sulle pareti nord e ovest.
Richiami on gli esempi dell’Italia meridionale, specie pugliesi, potrebbero citarsi soprattutto per l’ambiente più ad occidente: possibile l’ipotesi di una primitiva destinazione cimiteriale ed una successiva destinazione ad oratorio (come a Monterosso Olmo)[83], Grotte dei Santi) testimoniato anche qui dalla presenza degli affreschi.
  …San Selmo (invece) ci presenta l’esempio più interessante. Il complesso a due livelli sembra essere stato adibito nel piano più alto a funzioni cimiteriali, come dimostra la presenza di numerosi loculi, e nel piano inferiore a centro monastico, come sembrano provare la sala centrale (cappella?) con pilastro mediano, una base d’altare e affreschi alle pareti e gli ambienti (cinque) tutti comunicanti salvo uno”.


LA CATTEDRALE PRIMITIVA
Per tornare brevemente alle testimonianze del ritorno alla primitiva situazione falisca, sarà opportuno ricordare con la Raspi Serra (Tuscia Romana), che anche le testimonianze marmoree oggi erratiche o reimpiegate nel Duomo ed in altre edifici religiosi e civili della città, attribuibili al più tardi al IX secolo, dimostrano avvenuto a quel momento, almeno in parte, l’abbandono dell’insediamento pianeggiante romano, per l’antica situazione falisca, con la riconquista, anche in questo caso, di una situazione acropolitica che pose a chiusura dell’asse urbano la chiesa, che diviene edificio fortificato.
Di particola valore, anche come nuova convalida dell’insediamento di Civita Castellana nell’VII-IX secolo, la testimonianza di Santa Maria dell’Arco.
L’edificio, situato nell’antico percorso verso nord, pur nei rifacimenti del XVI secolo, sembra denunciare nella morfologia dell’insieme rapporti con l’edilizia romana tra
l’VIII e il IX secolo. Essa è situata a poca distanza dall’antica Porta Falisca, prossima alla valle dei Templi, e all’inizio dell’asse viario sul quale si doveva determinare il successivo sviluppo urbanistico medioevale. Insieme alle chiese rupestri che abbiamo ricordato, dovette costituire il primitivo nucleo di edifici necessari alla vita religiosa locale.
La chiesa, che oggi è detta del Carmine, ha ormai perduto le murature originarie (le parti più antiche, grandi blocchi tufacei, sono alla base del campanile).
A tre navi, divise da ampie arcate, senza transetto, si concludeva nell’abside, oggi rifatta.
Attualmente di restauro le coperture, le strutture murarie, il pavimento. L’atrio, che completava l’edificio, oggi manomesso nel perimetro e ridotto a giardino, doveva chiudere la facciata (il muro esterno non è oggi l’originario).
  Lastre frammentarie, decorazioni ad intreccio, convalidanti la datazione dell’edificio al IX secolo, sono reimpiegate nel campanile ed erratiche nellaChiesa (notevole quella a riquadri con animali e una figura umana che richiama le immagini della lastra con la caccia del Duomo) e nell’atrio.
La tipologia di Santa Maria dell’Arco richiama i caratteri dell’edilizia romana della rinascita architettonica tra l’VIII e il IX secolo, sottolineati dal Krautheimer (in “The Art Bulletin”, 1942) e in particolare al gruppo di edifici romani privi di transetto (come San Martino ai Monti dell’epoca di Leone IV, 847-855.
Gli stretti rimandi, denunciati in particolare dalla presenza dell’atrio e dalle ampie e ariose proporzioni della nave centrale (si veda in rapporto la chiesa abbaziale di Castel Sant’Elia riferibile all’XI sec,), sembrano escludere la possibilità di considerare la iconografia dell’edificio come ripresa delle espressioni precedenti.
Le notizie riportate dagli storici locali, relativa ai restauri ed arricchimenti dei beni della chiesa da parte del vescovo Leone (871) basata su un epigrafe – assai discussa per la datazione, per altro, come vedremo poi meglio – oggi nell’atrio del Duomo, la cui provenienza sarebbe Santa Maria dell’Arco sono anche sostenute dall’ipotesi che vuole la chiesa prima cattedrale della città: importante convalida, dunque dell’analisi dei caratteri costruttivi[84].


PROBLEMI: FU DAVVERO SANTA MARIA DELL’ARCO

LA PRIMA CHIESA CATTEDRALE

In realtà non si hanno dati sicuri che testimoniano la situazione del più antico insediamento nel luogo dell’attuale duomo: infatti potrebbe far propendere per la coincidenza con la situazione attuale, anche se una vasta tradizione che illustreremo poi meglio ci indicherà, Santa Maria dell’Arco come primitiva chiesa cattedrale, la considerazione della zona fortificata con mura ad ovest della città, nel luogo dell’attuale castello e il probabile continuarsi del fronte difensivo del baluardo dell’abside. Tuttavia se è possibile una primitiva ubicazione della chiesa nel luogo attuale, non è sicuro che questo ufficio avesse fin dalle origini dignità di cattedrale[85]: come già detto probabilmente la prima cattedrale fu Santa Maria dell’Arco.
Uno sterro condotto internamente negli ambienti inferiori dell’abitazione vescovile ha messo in luce strutture tufacee modificate ad uso domestico che farebbe ipotizzare nel sito un nucleo urbano anteriore all’VIII secolo[86].
Tornando alle varie testimonianze sulla primitiva cattedrale che la tradizione ci offre, abbiamo l’autore anonimo di un manoscritto esistente presso la Cancelleria vescovile di Civita Castellana (“il Pro Memoria”), il quale manifesta l’opinione che la cripta sotterranea dell’attuale chiesa cattedrale cosmatesca, già tempio pagano, sia stata la primitiva chiesa e la culla della Comunità cristiana di Civita Castellana, sopra la quale fu eretta la cattedrale. Mentre però vi sono altri documenti che proverebbero che il luogo dove sorse la primitiva cattedrale fu un altro, cioè la più volte ricordata S. Maria dell’Arco.
Il problema non è ozioso, ma serve a stabilire quale fu il primitivo nucleo di sviluppo di tutto l’agglomerato urbano. Le due chiese, l’attuale cattedrale e S. Maria dell’Arco (ora del Carmine, dopo la concessione ai frati Carmelitani nel 1579), si trovano infatti ai poli opposti del “fuso” su cui si stende la città.
Il notaio Pechinoli, nel suo manoscritto[87], ricordando S. Maria dell’Arco aggiunge “già cattedrale”. Secondo quanto è riportato dagli Atti di visita di mons. Tenderini dell’anno 1719, p. 37, risulta che detta chiesa era pertinenza “de juribus della Mensa Vescovile”. Probabilmente trasferita la cattedrale episcopale in S. Maria Maggiore, rimasero di proprietà della mensa vescovile tutti i beni appartenenti all’antica cattedrale della chiesa di S. Maria dell’Arco[88].
P. Egidio da Cesareo[89], nella narrazione di una festa in onore dei Santi Marciano e Giovanni patroni della città, riferisce che era presente tra gli altri Giovanni Sforza, “Arciprete di Santa Maria dell’Arco”. È perciò presumibile che dopo il trasferimento della cattedrale in S. Maria maggiore sia rimasto alla primitiva chiesa di S. Maria dell’Arco un Rettore con l’antica denominazione di Arciprete.
Un’altra prova portata dal Cardinali (op. cit.) a sostegno di Santa Maria dell’Arco quale primitiva sede episcopale è quella del portale a lato della chiesa in questione, sul cui architrave si leggono scolpite queste parole “Hanc quam cernis Basilicam Beati Andree est cellulam”.
Secondo il Cardinali il titolo di basilica attribuito alla chiesa, anche se vi compare una dedicazione ad un beato Andrea, sembrerebbe rafforzare l’argomentazione; ma la prova non convince ed è molto più semplice pensare che si tratti di una epigrafe di reimpiego, anche in considerazione del fatto che dietro la porta sul cui architrave è posta l’epigrafe non c’è nessuna “cellula”, bensì un cortile[90].
Abbiamo già accennato all’estrema povertà di documenti relativi alla Civita Castellana alto medioevo. Non è perciò possibile stabilire con esattezza in che periodo fu trasferito il titolo, di cattedrale della chiesa di Sana Maria dell’Arco alla nuova Chiesa di Santa Maria Maggiore, beninteso sempre accettando la tesi più accreditata che vede in quest’ultima la primitiva cattedrale.


PRIMO DOCUMENTO DELLA STABILIZZAZIONE TERRITORIALE DI CIVITA CASTELLANA MEDIOEVALE

La lapide del Vescovo Leone.

Senza alcun dubbio uno dei documenti più importanti che attesta lo sviluppo della Civita Castellana Alto Medioevo è una lapide di marmo ( (alta m. 0,91) larga m. 1 attualmente conservata nella Cattedrale), in cui il Vescovo Leone, nell’anno 871 dota la chiesa di alcuni fondi che nomina ad uno ad uno, minacciando la scomunica contro chiunque del clero e del popolo osasse alienarli in avvenire.

Eccone di seguito il testo:
BEATA DI GENETRIX SEMPER VIRGO MARIA
DE TUA TIVI DONA LEO INDIGNUS EPC TE
LARGIENTE REPARAVIT ET SI QUIS EX SUCCESSO
RIB NOTRIS QUI NOS BENTURI SUNT EPISCOPI ET
EX EA QUOD HIC SCRIPTA SUNT ALIENARE VO
LUERIT ANTEMA SIT
ET DE TRIBUNIS VEL COMITIB CLERO AUT POPULO
QUI CONSENSERIT ANATEMA SIT A DCCCLXXI
FUND CASSIANUM IN INTEGRUM
FUND STATILIANUM IN INTEGRUM
FUND MACIONE UT SIT SEMP IN SCIM GRATI LIAM
CLUSURA POMAPA IN TAMPIANA SUB BALNEUM
CUM MOLA ET ORTUM QP AD FUNTES OMNIA IN INTEGR
OLIVITU IN FUND AGELLU NUCITU QP IN FALARI
FUND TERRANI UNCIAS OCTO
FUND TIBILIANU UNCIAS OCTO FUND MARTA UNCIAS OCTO
FUND AGELLU IN INTEGR FUND MITILIANU IN INTEGR
DOMUCELLA QP ANTE SCM CLEMENTE CUM ORTUA SUA ET DOMUCELLA CUM ARTUA ET CURTE UBI MANET TALARICUS PRB UT SIT SEMPER AMBAS DE MANSIONARR FUND BASSANI UNCIAS III.
Come è evidente la lapide offre elementi molto preziosi per la storia cittadina. C’è da specificare che la datazione è stata variamente interpretata. Alcuni hanno ritenuto, col Maffei[91], che bisognasse riportarla all’anno 371 d.C., interpretando A D CCCXXI (Anno Domini 371) invece di A DCCCLXXI (il Maffei vi vide la maledizione dei Padri niceni e al posto del D avrebbe posto un P). A questo proposito, soffermandoci brevemente, si può ricordare che la formula iniziale: “beata Dei genetrix…” fu usata dalla chiesa cattolica dopo l’eresia di Nestorio, condannato dal Consilio efesino nel 431, e sta contro la distinzione degli ordini cittadini: “de tribunis vel comitibus…” chiaramente non riferibile al IV secolo.
Continuando l’esame delle varie letture della nostra lapide, il Gams, il Cappelletti e il Van Doren vi leggono[92] “A(nno) 871”.
Il Mastrocola invece[93] pensa con una certa attendibilità che l’autore non vi ponesse alcuna data. Chi la pose successivamente pensò di portare un argomento in più per provare l’antichità del vescovado di Civita Castellana. La datazione della lapide si può effettuare con uno studio comparato della grafia stessa. Quelle finali in “u” (Olivitu in fund. Agellu, ecc.) ricordano la lapide di Gregorio II (Silvani, Monumenta epigraphica, Città del Vaticano 1942, tav. 14, 1), cioè quello stesso papa che fece la donazione di un fondo al Monastero stralciandolo “ex corpore Massae Castellaniae”. Potrebbe inoltre esserci di aiuto nella identificazione di quel vescovo Leone e nella spiegazione di quel “reparavit” il ricordare che la cripta – così prosegue il Mastrocola - della Cattedrale risale al VII-VIII secolo; così vorrebbe in considerazione l’altra ipotesi che vede, con minori e scarse prove, per la verità, la chiesa cattedrale non in S. Maria dell’Arco, ma in una chiesa cattedrale precedente l’attuale chiesa cosmatesca. La lapide è comunque preziosissima per uno studio dei toponimi della zona, le cui denominazioni ci rivengono in uso fino ad oggi. “Il fundum Cassianum” nominato nella lapide, forse può corrispondere al moderno vocabolo “Cava Cacciano”; il “Fundum Agello” a quello di Celle; Tibilianum a Goliano; Fundum Terranum indica anche oggi la contrada Terrano, i cui fondi sono stati posseduti dalla Chiesa costantemente fino al 1871.
È notevole per quanto riguarda l’ormai avvenuta stabilizzazione territoriale della nuova Civita Castellana già nel IX secolo, il fatto che quando il Vescovo Leone ha voluto indicare un fondo situato fuori dal territorio di Civita Castellana, lo ha fatto in maniera ben determinata, ad evitare equivoci: “Olivitum in fundo Agello, nucituque, positum in Falari, la quale indicazione sarebbe stata superflua se in quella lapide si fosse trattato di beni appartenenti alla città di Faleri Novi.
Altre denominazioni della lapide sono invece scompase, per esempio Statilianum, probabilmente perché queste proprietà o sono state incorporate o assorbite in fondi più vasti, o i loro nomi sono stati corrotti dall’uso popolare.
Quanto alla denominazione “in Tampina sub balneum cum mola et ortum apud funtes”[94], è interessante l’opinione di Tarquini[95], che ci si riferisca ai pressi del Ninfeo o fonte Sacro, venuto alla luce nel 1873. In effetti in fondo al burrone, presso il ponte Celle, dove scorre il Rio Maggiore sopra un piano dove si trova il Ninfeo, si trovarono costruzioni che potevano benissimo servire a una mola.
Per definire, la lapide è di certo da attribuirsi alla chiesa cattedrale, qualunque essa sia stata in quel periodo, perché si fa menzione di “mansionari”, i quali non erano addetti a parrocchie in luoghi deserti o rurali, ma a Collegiate e Cattedrali. La citata “domucella quae posita est ante S. Clementem” prova che la lapide si riferisce proprio a Civita Castellana.


SECONDA FASE DI SVILUPPO : CIVITA CASTELLANA
I motivi che avevano spinto le popolazioni falische a recuperare l’antico tracciato urbano non erano soltanto difensivi, ma anche economici, agricoli e commerciali.
Con la cessazione del traffico peninsulare da nord a sud, e con il ripristino del sistema viario antecedente quello romano la vecchia via Falisco-Latina checollegava la valle del Tevere con il territorio nord dell’Agro Falisco aveva ripreso ilsuo vecchio ruolo, per cui il crinale di Falerii Veteres, con il suo passaggio obbligato, ma anche ben munito, aveva ripreso la sua importanza passata.
Il recupero di Falerii Veteres non dovette presentare problemi urbanisticimolto diversi da quelli che si erano presentati nell’effettuazione del primo impianto.
Rimaneva infatti efficiente la semplicità delle due uscite opposte: la via di Terrano e la porta falisca che abbiamo già ricordato, nonché le due uscite laterali di Porta Posterula e Porta Lanciana.
Si trattò quindi di uno sviluppo lungo la via di congiunzione che andava da sud verso nord e che, nella sua estrema semplicità, rappresentava l’elemento base per la formazione lungo i suoi lati dei nuovi isolati urbani, realizzati naturalmente, secondo l’uso del tempo senza uno schema prestabilito, ma con la concentrazione pura e semplice di abitati.
Così le cellule abitative, di dimensioni molto strette e allungate in profondità vengono ad allinearsi senza soluzione di continuità lungo il percorso principale, mentre all’interno degli isolati le strade sono ancora praticamente dei semplici passaggi.
In pratica il ritorno in epoca medioevale sul luogo di sviluppo primitivo ha segnato la ripresa della tipica ed elementare struttura a “fuso”, oltre al caratteristico perimetro orografico e l’unione al nome di un caratteristico aggettivo: “Vetus”[96].
Nell’Italia centrale nella parte corrispondente alla antica Etruria il fenomeno assume un doppio aspetto: quello del ripopolamento di molti degli antichi centri etruschi. Per citare alcuni esempi oltre Civita Castellana (Falerii Vetus) basterà ricordare Orvieto (Urbs Vetus), Cerveteri (Caeri Vetus), ecc.[97]
In genere la morfologia degli insediamenti a “fuso” è molto elementare, come dicevamo, ed è costituita da un tessuto edilizio formato da abitazioni disposte in serie parallele ed allineate, secondo la direzione di penetrazione all’interno del villaggio, fino a coprire l’intero spazio disponibile sull’alto della zona più piana del promontorio sul quale il villaggio era stato realizzato originariamente. Il tessuto viario ed edilizio di questi centri presenta inoltre caratteri di estrema compattezza ed omogeneità ed in esso mancano generalmente elementi locali di notevole differenziazione urbanistica (piazza o slarghi) o edilizia (palazzi, chiese emergenti, ecc.).
Questi elementi furono introdotti solo in un secondo tempo quando il centro si sviluppò come autonomo organismo comunale.
Le nuove strutture edilizie collegate con queste nuove funzioni si disposero però generalmente al di fuori del nucleo più antico del villaggio, e cioè al di là di un piazzale antistante l’antico ingresso che fu lasciato libero in modo da assolvere le funzioni di piazza. In Civita Castellana queste definizioni di carattere generale trovano una verifica ad esempio nell’ubicazione della rocca che sappiamo esistente ben prima della cinquecentesca rocca del Sangallo, e che veniva a porsi ad estremo limite della città, fuori del vecchio tessuto urbanistico.
Intanto dopo il mille il volto della città comincia a mutare lentamente, pur nella continuità degli aspetti essenziali.
Cominciano infatti a sorgere in città le prime torri, o torri-case, che per essere solidissime e socialmente rilevanti nel tessuto ancor fragile delle modeste abitazioni, determinano un punto fermo nella evoluzione della città, che iniziatosi con probabilità verso la valle del Rio Maggiore si andò poi spostando lungo l’asse obbligato del “fuso”.

LE TORRI-CASA NELLA EVOLUZIONE URBANA MEDIOEVALE DI CIVITA CASTELLANA
Lungo l’asse medioevale di Via Panico, iniziando da sud, si notano diverse basi di torri medioevali e in alcuni casi, la struttura intera delle stesse.
Procedendo ancora avanti verso piazza San Clemente, sull’angolo di via di Corte, è seguita da altre tre torri e da quella terminale all’incrocio di corso Buozzi.
Più a nord, sul lato sinistro di Via Garibaldi, si notano ben distinte altre due torri.
Ugualmente all’incrocio di Piazza S. Clemente con via delle Piagge e Via Don Minzioni si notano altre due torri.
Tenendo presente anche altre torri racchiuse all’interno del sistema di vie sopraccennato, possiamo tirare due linee ideali da Sud a Nord, che vanno una lungo l’asse via della Corsica, via delle Palme e l’altra dal Duomo al Castelletto[98].
È probabile dunque che la Civita medioevale ebbe il suo baricentro al-l’interno di questo sistema di torri e presumibilmente nella parte orientale, nei pressi degli innumerevoli incroci tra piazza San Clemente, via di Corte, via di Porta Lanciana.
Il ruolo di Porta Lanciana, in considerazione della sua vicinanza a tale baricentro, fu molto significativo; per questo il sistema difensivo murario, ancor oggi visibile, dovette essere molto efficiente.


L’EVOLUZIONE URBANA MEDIOEVALE
Della Civita Castellana restano in essere cospicue tracce e soprattutto quelle di numerose chiese, peraltro ricostruite tutte dopo il Mille[99]; l’ubicazione di esse consente di accertare che l’estensione dell’abitato non oltrepassava, verso est, l’attuale piazza del Comune (antica piazza di Prato).
Anche l’osservazione dell’andamento urbano fa ritenere che esso abbia ricalcato nel Medioevo gli antichi tracciati etrusco-romani che non si estendevano, come abbiamo accennato, oltre l’attuale piazza del Comune. In questo periodo la città era cinta di mura, parzialmente ancora supersiti.
In tale tessuto, del quale sono rimaste in essere alcune modeste abitazioni, la viabilità veniva subendo notevoli trasformazioni, in funzione militare, religiosa e amministrativa. Il Castello (poi trasformato nel la Rocca cinquecentesca); la Cattedrale (S. Maria Maggiore) ed il palazzo comunale al luogo dell’attuale costruito da Leone X. Veniva così tra l’altro tracciata la via del Duomo a congiunzione della piazza del Comune con quella del Duomo. Tali trasformazioni stradali ed edilizie continuarono ad avvenire fino a tutto il ‘500 e oltre nell’ambito della cinta magistrale.
Possiamo ora soffermarci ad esaminare alcune arterie cittadine che rivelano, attraverso la loro specifica denominazione, una particolare funzione all’interno della vita sociale civitonica.
Troviamo ancora piazza della Quintana, così chiamata per la giostra che vi si svolgeva annualmente e che da San Clemente, che prendeva il nome dell’omonima chiesa, di cui è rimasta solo l’abside, e che fu centro vitale nel Medievo. Via Panico: indicava la via dove esistevano silos (riscontrabili a tutt’oggi) scavati nel tufo per conservare il grano.
Via di Corte ospitava con ogni probabilità il complesso degli edifici pubblici; via Tribuna: così chiamata probabilmente per la tribuna che vi era stata eletta e adibita per i pubblici bandi. Via di Porta Lanciana prendeva il nome direttamente dalla porta omonima. Via delle Palme indicava forse l’esistenza in quella strada di una Corporazione che aveva il privilegio di fornire le palme per la benedizione pasquale. Via Vinciolino, il nome le deriva dalla omonima chiesa; dinanzi c’è un arco in pietra del primo Medioevo.
Via del Tiratore: in dialetto civitonico “o Tirató” era il Tiratoio cioè il luogo dove si tiravano le corde per spandere i panni ad asciugare.


TERZA FASE: VERSO IL RINASCIMENTO
Verso la prima metà del Trecento lo sviluppo edilizio di Civita Castellana nella parte orientale può ormai dirsi completo. Rimangono larghi spazi vuoti dinanzi al Duomo e nella parte Occidentale con la famosa piazza di Prato, più volte ricordata negli Statuti cittadini, per le funzioni di mercato e di centro di vita cittadina, e tutta una fascia lungo le rupi.
In questo periodo si sviluppa una forte spinta verso questa zona Occidentale, specialmente intorno alla Piazza di Prato, che da zona prettamente agricola, destinata cioè alla sgranatura dei cereali e alle fiere, comincia ad avere un carattere decisamente civico. Difatti su questa piazza cominciano a sorgere degli isolati non più a carattere agricolo, ma botteghe artigianali con numerose arcate tutte intorno.
In un secondo tempo la costruzione della rocca del Sangallo alla fine del ‘400[100], e la conseguente realizzazione della Via Alessandrina come asse diretto verso l’uscita Sud, porrà la Piazza di Prato come definitivo centro storico cittadino[101].
La costruzione della mole borgiana, su cui ci dilunghiamo ancora un poco anche se il periodo storico ormai esula dai nostri limiti cronologici, ma che costituisce un fatto di primaria importanza per il nuovo assetto che essa comporta per la città, la costruzione delle casupole preesistenti intorno alla vecchia Rocca (ne esisteva una precedente ma ormai fatiscente). Esse furono sostituite con la realizzazione per gli abitanti di un nuovo quartiere, dall’altro capo della città, nei dintorni della già ricordata Santa Maria dell’Arco. Il nuovo quartiere fu denominato Borgo Alessandrino in onore di papa Borgia, ma ebbe però breve durata, a causa del nefasto passaggio dei Lanziche-necchi diretti verso Roma nel 1527.
Si può ben affermare dunque che Civita Castellana agli inizi del cinque-cento presentava un rilevante aspetto edilizio che andrà pian piano mutando il volto medioevale della città in uno, di cui numerose sono ancor oggi le tracce, di tipo rinascimentale.

CIVITA CASTELLANA : come nasce il nome
Per quanto riguarda l’origine ed il formarsi dell’attuale nome di Civita Castellana il Tomassetti[102] risolve il problema individuando quattro possibili gradazioni:
1.      “Civitas Falisca”; infatti nell’elenco dei fondi donati alla basilica Sessoriana da Costantino si legge – sempre secondo il Tomassetti – “sub civitate falisca possessionem Nymphas Herculis”, evidenti memorie di un Ninfeo e di un tempio di Ercole.
2.      Massa Castellana (regesto di Gregorio II).
3.      Castellum, poiché il vescovo che sottoscrisse gli atti del Concilio del 769 è detto Leone di Castellum[103].
4.      Civitas Castellana. Nome che a prima vista si riconosce di origine  medioevale, su rovine antiche, come tutte le civite.
Fin qui il Tomassetti; ma se scendiamo ad una analisi più approfondita del nome più antico di questo centro, vale a dire di Falerii, osserviamo che[104] quando le fonti hanno Falerii, intendono sia l’antica che la nuova città; ovviamente dal punto di vista topografico noi interpretiamo Falerii Veteres se le vicende narrate precedono il 241 a.C. Falerii Novi se seguono tale data. Falerii Veteres è inoltre chiamata sia prima che dopo il 241 a.C. con toponimi derivati dall’etnico: jaliskoz Falisca, Faliscum, Falisci, Faliskoi, Aiknoum jaliskon.
Aequi Fallisci. A questa norma contravvengono Dionisio d’Alicarnasso per il quale il Falerii Veteres dei suoi tempi è diventato jalerion, Claudio Tolomeo e Stefano Bizantino che con jalerion intendono Falerii Novi. 


SANTA MARIA DI FALLERI
Mi sembra opportuno fare un piccolo accenno alla Chiesa di Santa Maria di Falleri, che come si vedrà, lo Statuto di Civita Castellana raccomandava espressa-mente alla protezione del Podestà. Entro il grande cerchio delle antiche mura di Falerii Novi (m. 2108), il solo monumento che si eleva ancora con la sua mole diruta è infatti la grande chiesa di Santa Maria, attorno alla quale si dibatte, tra l’altro, una questione di grande interesse per la storia dell’architettura, ma che presenta anche interessanti aspetti storici, vale a dire si discute se sia stata compiutamente costruita da marmorari romani, oppure sia opera soltanto di cistercensi[105].
Secondo l’Hermanin la data del 1085 dipinta in una delle cappelle absidali di questa chiesa “certo si riferisce alla ricostruzione, quando i Cistercensi vi sostituirono i Benedettini”.
Come ricorda la Raspi Serra inoltre (Tuscia Roma, p. 64) l’edificio è in asse con la romana porta Giove e sorge sul luogo più alto, in una naturale situazione di predominio, proprio sul decumano della città romana…
I problemi relativi all’esatta individuazione cronologica della chiesa riguardano tuttavia la zona absidale. La Wagner Rieger infatti attribuisce la pianta semicircolare ad un edificio benedettino presistente.
Per la storia di questa chiesa ricordiamo che l’anno di insediamento Cistercense è diversamente attribuito: al cuni pongono il 1° ottobre 1143, altrui il 1145[106]. Lo Janauschek (Originum Cistercensium, t. I, Vindobonae, 1877; CLXXXIX, P. 77) ripetuto poi dal Kehr (Italia Pontificia II p. 187-89) afferma che l’abbazia era originariamente benedettina e poi in prosieguo passata ai cistercensi. Non sappiamo però quando i benedettini prendessero possesso della zona.
Sappiamo che il monastero apparteneva alla linea di Pontigny per mezzo dell’Abbazia di St-Sulpice-en-Bugey, in Savoia e fu il 198° della serie. A. Valle cita un privilegio del 18 febbraio 1256 dal quale sembrerebbe che il monastero di Falleri fosse soggetto a S. Giusto di Tuscania[107]


LO STATUTO COMUNALE DI CIVITA CASTELLANA
Lo statuto ci è giunto integro tramite una redazione stampa del 1565 conservato in duplice copia presso il Comune di Civita Castellana e presso l’Archivio di Stato di Roma.
Dal proemio della stessa redazione si viene a conoscenza che sotto il pontificato di Sisto IV gli stessi Statuti erano stati preparati dal cavaliere Giovanni Panalfuccio e dai periti in Legge Alessandro Petronio e Giovanni da Serlorenzo.
Siamo quindi tra il 1471 e il 1484, date queste che vengono confermate dall’esame paleografico dei frammenti cartacei di una copia manoscritta dello Statuto, conservati presso l’Archivio vescovile di Civita Castellana e presso la locale Biblioteca comunale. La scrittura infatti, una umanistica corsiva, è stata datata dal prof. Armando Petrucci dell’Università di Roma, verso gli inizi dell’ultimo quarto del XV secolo, questi frammenti sono pubblicati in appendice; non ho ritenuto invece opportuno riportare di nuovo il testo degli Statuti dato che sono stati già pubblicati a stampa. Avrebbe servito soltanto ad appesantire il lavoro.
Tra l’altro è opportuno ricordare il già citato Theiner (n. 246, I) che riporta un documento in data 8 nov. 1252 emanato da Innocenzo IV, indirizzato ai “dilectis filiis, Potestati, Consiliari et Communi Civitatis Castellanae”, che prova l’esistenza di un’organizzazione comunale, e quindi presumibilmente di uno Statuto, già alla metà del XIII secolo.
Esiste inoltre una bolla di Bonifacio IX che reca la data del 15 Ottobre 1398, nella quale si fa cenno al salario percepito dal Podestà locale.
Un’altra data che emerge, attribuita a questi statuti in volgare è il 1535, data dell’approvazione di Paolo III che appare nel breve riportato in principio del volume. Dopo la stampa, come risulta dal libro dei consigli e decreti della città, Gregorio XIII, nel 1572 e poi Clemente VIII, nel 1583, ne fecero nuova conferma.
Desidero rammentare come né O. Del Frate, né il ‘Catalogo della raccolta di Statuti[108]” (Biblioteca del Senato della Repubblica), Roma 1950, II, pp. 222-223, facciano cenno dell’edizione del 1684 (v. L. Manzoni, Bibliografia degli Statuti, ordini e leggi dei Municipi italiani, Roma 1876, I, pp.137-138). Del resto il Manzoni si limita a citare lo “Estrait du catalogne de la Bibliothèque du Sénateur Hubé”, cinquieme partie, Italie. Versovie, e il titolo dello Statuto in latino (Statuta Civitatis Castellane).
La copia da me consultata è quella conservata presso il Municipio di Civita Castellana[109], le cui prime venti pagine, mancanti, sono state sostituite con delle fotocopie eseguite sulla edizione conservata presso l’Archivio di Stato di Roma.
Intendo ora precisare il modo in cui ha voluto leggere lo Statuto, ponendo in particolare rilievo alcuni punti e tacendone altri, e i motivi che mi hanno spinto ad interessarmi anche di un aspetto, quello topografico ed archeologico, che a prima vista sembrerebbe estraneo alla materia specifica oggetto di questa tesi.
Aprendo un brevissimo inciso, preciso che è lontana da me l’ambizione di esporre una mia personale elaborazione metodologica: intendo solo ricordare alcune scelte che ho condiviso in pieno.
Uno Statuto cittadino, specie se del tardo Medioevo, come è quello in esame, non può presentare particolari usi giuridici tali che lo distinguono dai molti altri ai quali si è necessariamente uniformato. Del resto ho volutamente tralasciato gli aspetti giuridici del testo perché non mi interessavano né, tra l’altro, avrei avuto le cognizioni sufficienti per un esame del genere.
Ciò che ho messo in evidenza è invece il tipo di società che è dietro quelle norme giuridiche, il suo particolare tipo di economia, i tipi di colture agricole più diffuse, i costumi, i divertimenti, le feste religiose. Sono questi, a mio avviso, i molteplici aspetti che uno Statuto può fornire di una società medioevale.
Nello Statuto di Civita Castellana si parla del fiume Treia, di Porte cittadine, di un Ospedale, di Chiese e piazze. Questi sono dati urbanistici e topografici le cui testimonianze ancora non si sono perse. Costituiscono e hanno costituito il tessuto connettivo intorno a cui le città e quella società che è espressa dalloStatuto, si sono sviluppate, pur nei ristretti confini di un ambito cittadino. Per questo nel mio lavoro mi sono soffermato a lungo ad illustrare lo sviluppo urbanistico, la viabilità, il recupero dell’antico tracciato falisco, i modi in cui quelle posizioni furono recuperate e se invero esse furono mai del tutto abbandonate, o se una popolazione residua restò sempre, anche dopo la migrazione forzata del popolo falisco ad opera dei romani conquistatori.
Preciso che ho inteso illustrare soltanto, ed in maniera descrittiva, questo aspetto e non compire una approfondita indagine conoscitiva. Non era questo lo scopo del mio lavoro. 


Il podestà e il “giuramento di fedeltà”
Il giuramento di fedeltà, vale a dire di colui che, forestiero veniva ad esercitare il potere esecutivo in Civita Castellana, per un periodo limitato a sei mesi consecutivi era regolamentato da una precisa normativa.
Il giuramento, secondo l’uso, veniva compiuto sulla scalinata di San Francesco, presso la piazza principale della città, la piazza di Prato, centro di vita cittadina.
Egli si impegnava a far osservare fedelmente le prescrizioni dello Statuto comunale e, là dove gli Statuti non fossero stati adeguati a rispondere a nuove esigenze, il criterio da osservare era quello di un rigido rispetto delle buone consuetudini della città.
Né d’altronde il podestà poteva arrogarsi il diritto di imporre qualsiasi pena fuori dal contesto di leggi a cui si doveva attenere rigidamente.
Il Podestà dunque aveva limiti precisi e la sua condotta pubblica era improntata, almeno nelle intenzioni dei redattori degli Statuti, ad una rigida moralità.
Il Podestà faceva inoltre solenne promessa di difendere con tutte le sue forze la strada che passava per il Borgo della città, e prometteva poi “la strada delli scardafogli guastare, e iusta mia possa estirpare, e la detta strada delli Scardafogli[110], e tutti confini dello territorio d’essa città de tre mesi in tre mesi personalmente a vedere e richiedere andarò….”; dopo di che prometteva la sua protezione al monastero di Santa Maria de Fallari. Tra l’altro gli era vietato di percepire qualsiasi altra somma oltre il proprio salario, né – si badi bene la puntualizzazione non casuale – poteva ricevere cosa alcuna da “… chierico, monache o altri religiosi di questa città”.
I condizionamenti sarebbero stati facili e quella autonomia che in altri tempi era stata sentita così vivacemente, si sarebbe persa irrimediabilmente. Sopra il Podestà, massimo potere esecutivo, esisteva poi un Consiglio generale munito di potere legislativo o meglio deliberativo. La sua libertà di emanare ordinanze era regolamentata e limitata da una formula breve, ma incisiva: “…purchè (le leggi) non siano contro la forma delli presenti Statuti overo la libertà ecclesiastica, overo lo Stato e pacifico reggimento della santità di N. S.”.
Sotto il podestà esisteva tutta una consistente burocrazia, che esamineremo appresso nelle sue precise funzioni, e che teneva in mano i punti chiave del potere cittadino.
Nei confronti dei suoi funzionari il Podestà si assumeva l’impegno di non imporre mai tassazioni o multe, né dare inizio arbitrariamente a procedimenti giudiziari nei loro confronti. La residenza del podestà doveva essere aperta per loro in ogni momento del giorno.
Per questo “capo dell’esecutivo” c’era anche il dovere di esercitare un controllo trimestrale della regolarità dei confini del territorio comunale e della regolare viabilità delle strade comprensoriali.
Alla fine del proprio mandato il Podestà veniva sottoposto al giudizio dei “Sindici” del Comune che erano tenuti a mettere al vaglio l’intero operato da lui svolto.
Tramite questi funzionari, i “Sindici”, ciascun cittadino aveva il diritto di chiedergli di rendere conto delle azioni compiute durante il suo incarico. Inoltre, in base al lungo e circostanziato giuramento prestato il giorno della sua investitura, non gli era consentita alcuna possibilità di rivalsa o di appello al giudizio dei Sindici cittadini.
La casistica che regola i compiti e i doveri dei Podestà di Civita Castellana si allunga e merita un ulteriore esame, perché mostra, indirettamente, la presenza di una comunità evoluta sia socialmente che amministrativamente e di cui le norme dello Statuto non sono che una testimonianza.
Tra gli altri impegni che il Podestà assumeva c’era la promessa di rifondere personalmente qualsiasi persona che avesse patito ingiustizie per colpa sua o per sua negligenza.
Non potevano assentarsi dalla città, lui e i suoi funzionari, se non dietro l’assenso del Consiglio segreto, pena una trattenuta sul suo salario.
Come è stato già accennato più sopra il Podestà aveva i suoi “ufficiali”, cioè i vari funzionari che facevano parte del suo piccolo seguito e che egli provvedeva a stipendiare personalmente. Tra questi un notaio esperto in cause civili e malefici che volgarmente veniva denominato “il Giudice”, un altro notaio esperto in “Danni dati” chiamato “il Cavaliere” e un famiglio addetto a quest’ultimo. Per le spese inerenti il mantenimento proprio, quello dei suoi funzionari, il famiglio e relativo cavallo, il Podestà riceveva 42 ducati per un periodo di sei mesi, quanto durava l’incarico che gli veniva affidato.
Come abbiamo visto dunque il Podestà e la sua gente erano tenuti alla difesa attiva dell’integrità del patrimonio e del territorio comunale da eventi appropriazioni di forestieri a cui si aggiungono altre incombenze e che si potrebbero definire di “ordine pubblico”, cioè consistenti nel sedare risse, evitare pericolose agitazioni, tutelare la quiete pubblica, ecc.
“A toller e levar via le macchinazioni”, vale a dire le possibilità di intrallazzi ai danni della Comunità da parte di Podestà e funzionari, ad essi era severamente vietato comprare alcuna bestia o bene confiscato dal Comune.
Abbiamo già accennato che i sei mesi di esercizio delle proprie funzioni il Podestà li terminava con una sorta di rendiconto finale. Infatti otto giorni prima del termine dell’incarico egli, insieme al Giudice, il Cavaliere e tutti gli altri funzionari componenti la sua piccola corte, redigeva un rendiconto stilato per mano del notaio, in cui venivano registrati tutti gli atti compiuti. L’esame veniva effettuato dai Conservatori della città, i quali provvedevano quindi a far sigillare il libro che il Carmelengo s’incaricava di custodire.
Il salario percepito dal Podestà, e che doveva servirgli anche a stipendiare i suoi uomini, gli veniva pagato di due mesi in due mesi, alla presenza dei Conservatori e per mano del Carmelengo, questa era la forma. L’ultima rata però gli veniva consegnata – saggia precauzione – soltanto una volta che già fosse stato “sindacato”, in modo da potergli fare, in caso di sue inadempienze, le dovute trattenute.
Altri vantaggi finanziari abbastanza consistenti, a parte la severa precettistica che ne regolava i compiti e i diritti, gli provenivano anche dalle multe e dalle varie pene pecuniarie inflitte ai cittadini: il Podestà aveva infatti il diritto di trattenersi un quarto delle somme dovute alle casse comunali dai cittadini inadempienti. Certamente era questo un sistema quanto mai efficace per spronarlo a far osservare le leggi e rinsanguare l’erario comunale.
Il Giudice e il Cavaliere, che come abbiamo detto facevano parte del seguito del Podestà, prima di essere eletti dovevano subire un esame da parte di esaminatori appositamente scelti dai Conservatori. Anche il loro operato era continuamente sottoposto al giudizio vigile non solo delle altre autorità comunali, ma di chiunque volesse chiederne conto: tanto i processi che le sentenze che i due magistrati emanavano potevano essere esaminati da qualsiasi cittadino ne facesse richiesta. 


I Sindici
Otto giorni prima che il Podestà terminasse il suo mandato semestrale, era compito dei Conservatori della Città di riunire il Consiglio segreto, il quale avrebbe poi scelto i “Sindici” che avrebbero dovuto per l’appunto “sindacare” l’operato del Podestà.
Per provvedere all’elezione dei “Sindici” senza possibilità d’intrallazzi e precedenti accordi segreti tra le Parti interessate, si procedeva nella maniera che segue: il Cancelliere del Comune scriveva tutti i nomi dei componenti il Consiglio segreto su dei biglietti. Il nome di colui che veniva estratto a sorte dall’apposita sacchetta avrebbe provveduto a scegliere due sindici idonei tra i cittadini di Civita Castellana.
Per otto giorni consecutivi durante i quali i sindici avrebbero esaminato attentamente l’operato del Podestà, quest’ultimo non poteva mettere piede nel palazzo comunale, chiaramente ad evitare possibili intrallazzi e tentativi di corruzione.
Questa sorta di inquisizione o di rendiconto finale era pronta ad accogliere le querele dei cittadini fino a tutto il quinto giorno del giudizio; ad avvertire la comunità si provvedeva mediante l’affissione di tre bandi in vari luoghi della città. Sulla regolarità di tutto e sugli stessi sindici, continuavano a vigilare i Conservatori, le autentiche eminenze grigie, i magistrati cittadini garanti – come poi vedremo meglio - dell’osservanza degli Statuti.
A loro, in tempo di vacanza del Podestà, spettava la completa amministrazione della giustizia. 


LA “bossola”: il rinnovo delle cariche pubbliche
Per il rinnovo delle varie cariche amministrative in Civita Castellana si ricorreva all’antica usanza della “bossola”, vale a dire un’estrazione a sorte da un’urna (la bossola), di alcuni nominativi proposti tra i più stimati e degni di fiducia di tutta la comunità.
Al decadere delle varie cariche cittadine, per scadenza dei termini, il Castaldo del Comune era incaricato di emettere un pubblico bando per la convocazione del Consiglio generale (o Arenga), al quale partecipava un “uomo per fuoco”, cioè un rappresentante per ogni nucleo familiare.
In pieno Consiglio generale si rendeva nota ufficialmente la necessità di trovare nuovi funzionari per la pubblica amministrazione. Due tra i presenti venivano incaricati di “far nova bossola”, cioè di curare tutte le formalità necessarie per le elezioni, non tralasciando, naturalmente, di giurare sul Vangelo di operare in tutta onestà.
I due cittadini eletti, insieme ai Conservatori provvedevano a far scrivere al Cancelliere in carta membrana (la più resistente e quindi usata per atti giuridici, destinati a durare), i nomi dei candidati alle varie cariche.
Ogni nome veniva quindi riposto in una cassetta munita del sigillo del Comune; due cittadini scelti dall’Arenga erano incaricati di conservarne le chiavi. La cassetta così sigillata veniva quindi affidata in custodia al guardiano della sacrestia di San Francesco.
Questo il “rito” che serviva a designare i nomi di quanti avrebbero provveduto alla cosa pubblica. Ma chi erano in realtà questi uomini? E chi erano in specie questi più volte menzionati “Signori Conservatori”, che appaiono come delle autentiche eminenze grigie intente ad osservare e giudicare l’operato di tutti i cittadini della Comunità e chiedere a tutti una sorta di “ rendiconto finale”? Continuando ad esaminare il libro degli “Offici” che apre lo Statuto, la loro reale identità e funzione si va precisando meglio. 


I Conservatori
“Volemo e ordinamo (…) che all’offitio del Conservatorato si debbiano imbussolare quattro boni cittadini legali, fideli, e teneri dell’utilità e comodo del nostro comune”.
Le figure ci appaiono già grosso modo definite; ma vediamo in che maniera venivano prescelti. I loro quattro nomi andavano scritti insieme in una delle cartucce usate solitamente; i primi estratti avrebbero esercitato il loro incarico per tre mesi, al cui scadere sarebbero seguite le altre quaterne di nomi scritte sulle altre cartucce. In caso di decesso di qualcuno dei Conservatori designati erano pronti, ad ogni buon conto, dei nomi di riserva, quelli dei cosiddetti conservatori “appicciolati”.
Questa fin qui esposta era la prassi codificata per la elezione di questi “supervisori” della Comunità. Ma quali erano le loro funzioni? Il loro compito era soprattutto di badare al buon diritto della loro comunità, “reggere e governare bene e realmente”, favorire il Podestà, sorvegliare il suo operato e spingerlo a fare con onestà, ammonire coloro che agissero contro il bene comune, ecc. Nessun consiglio né generale né speciale poteva essere convocato senza il loro consenso, né alcuna proposta poteva essere presentata nell’assemblea, senza il consenso della maggioranza dei Conservatori. Una delle precauzioni più grandi che sembra sollecitare gli estensori degli Statuti è che chi ha il potere non ne faccia abuso e non lo impieghi a proprio personale vantaggio, a detrimento della Comunità. Ai Conservatori era imposto infatti, prima del termine del loro mandato, di pareggiare tutti i conti del Comune con chiunque vantasse crediti nei suoi confronti, nel caso in cui quel debito fosse stato contratto nel periodo del loro mandato.
A loro spettava il compito di provvedere all’elezione del nuovo Podestà allo scadere del mandato.
Ma segue una norma a precisare il compito dei Conservatori, espressa in termini duri e scarni e che non lascia dubbi sui motivi che hanno spinto a formularla: “Ordinamo che nullo Conservatore ardisca né presuma proporre né far proporre, che s’elegga al detto officio del Podestà alcuno Podestà alcuno Podestà Romano, overo abitante in Roma, né ancho alcuni consiglieri, né ancho chi in Consiglio si trovasse…”.Con uguale rigore si impone ai Conservatori , dietro una forte pena pecuniaria, di spendere una certa somma per la riparazione dei muri e della fortezza del Comune. Il significato di tutto ciò è evidente: dietro le formali espressioni di umiltà e di soggezione espresse nel Proemio nei confronti del pontefice romano, c’è vivo il ricordo e lo spirito dell’indipendenza comunale, c’è la preoccupazione specifica per l’integrità delle mura, c’è la scarsa fiducia nei confronti di un Podestà romano che evidentemente aveva dato in passato scarse prove di affidabilità e disinteresse.
La lunghezza delle prescrizioni a cui i Signori Conservatori dovevano attenersi indica l’importanza dal loro compito e la sua delicatezza. Essi dunque dovevano far rispettare l’applicazione, infliggere pene, chiamare gente alla difesa delle porte della città, nominare incaricati che vigilassero sulla correttezza dei commerci.
Le spese a carico del Comune erano così regolate: i Conservatori avevano facoltà di procedere alle spese ordinarie senza autorizzazione alcuna; ma in caso di spese straordinarie occorreva il parere favorevole del Consiglio speciale, composto dai maggiorenti già facenti parte del Consiglio generale.
Alla fine del loro breve mandato, tre mesi, i Conservatori dovevano rendere conto anch’essi, come il Podestà, del loro operato ai soliti due “sindici” eletti dal Consiglio. Per un periodo di cinque giorni i due avevano il compito di sentenziare e giudicare l’operato dei Conservatori, i quali, tra l’altro, per il loro incarico ricevevano la magrissima somma di cinque soldi.
Vista la severità delle norme che regolavano la condotta dei Conservatori e l’austerità della loro ricompensa, non stupisce eccessivamente che in quel periodo storico in cui va visto lo Statuto in altre città molti facessero di tutto per evitare di assumere cariche pubbliche, soprattutto in un periodo in cui predomina l’amore per il proprio “particolare”.
Per concludere questo breve ritratto dei Conservatori, si può ricordare che la cerimonia d’investitura prevedeva il consueto giuramento sui Santi Vangeli e quindi l’omaggio ai corpi dei Santi protettori della città Giovanni e Marciano, siti nella cattedrale cosmatesca di Santa Maria in cui poi veniva celebrata la Messa. 


I consigli
Esistevano tre tipi di adunanze consiliari. La prima, che è già stata ricordata, consisteva nel cosiddetto”Consiglio generalissimo”a cui partecipava “un uomo per fuoco”, ma che non aveva convocazioni periodiche, ma in base alle necessità prodotte dagli eventi: Quindi il vero e proprio Consiglio generale riservato a 32 capofamiglia scelti dai Conservatori durante le Calende di gennaio. Qui ogni consigliere poteva liberamente fare proposte, purchè rientrassero nella legalità statuaria, cosa questa su cui vigilavano i Conservatori.
Supremo organo deliberativo era poi il Consiglio segreto, composto da 16 membri del Consiglio Generale.
Le votazioni si effettuavano col consueto sistema delle due palline, bianca e nera; se il Podestà aveva una proposta personale da fare al Consiglio, questo doveva deliberare segretamente per evitare possibili attriti.
In effetti (Novissimo Digesto It. p. 822, III) “il regime podesterale vede l’agonia dell’assemblea. I poteri di questa passano infatti al Consilium maius, o consiglio della campana, i cui membri eletti da speciali electores sono in prevalenza rappresentanti dei ceti dominanti”.
Importanza maggiore acquistò, se non vide addirittura ora la luce il consilium minus (o segreto) che prende il nome dall’obbligo giurato di mantenere il segreto al quale i suoi membri erano tenuti, e che diventa il collaboratore costante del Podestà e che, in sostanza, fu il vero governo cittadino. In genere il Podestà non era in grado di non chiederne o di non seguirne gli avvisi. 


Il camerlengo
Anche la regolamentazione giuridica dell’ufficio del Camerlengo era press’a poco simile a quella dei Conservatori, ma conviene esaminarla da vicino per specificarne le funzioni nella società cittadina.
L’incarico del Camerlengo durava, a Civita Castellana, tre mesi. Dopo il consueto giuramento nel palazzo del Comune, l’ufficiale s’impegnava a provvedere alla tutela dei beni, delle entrate e della salvaguardia delle finanze comunali. Tra gli altri, uno dei compiti specifici era la custodia dei sigilli del Comune.
L’uso dei sigilli aveva una regolamentazione quanto mai puntigliosa: in sintesi, nessuna lettera munita dei sigilli comunali poteva essere spedita se non alla presenza di tre Conservatori, e questi ultimi non dovevano mandare alcuna lettera di raccomandazione in favore del Podestà.
Quello del Camerlengo era dunque un compito decisamente fiscale ed amministrativo, diverso da quello dei Conservatori che erano soprattutto i custodi delle libertà statutarie.
Ecco alcune concrete ordinanze relative ai compiti del Camerlengo: i pegni a lui consegnati non potevano essere restituiti prima del pagamento della multa dovuta. Tre giorni dopo aver ricevuto i pegni s’incaricava di trascriverli nel suo libro; tutti i denari del Comune da lui riscossi dovevano essere registrati con bollette e trascritti in un registro, ecc.
Un altro dei suoi compiti specifici era di stabilire le statere, le varie misure, le gabelle in uso nel territorio. I libri del Catasto, quelli dei dati e tutti gli altri documenti essenziali dell’amministrazione comunale erano riposti in una cassa le cui chiavi erano affidate una appunto al Camerlengo e l’altra ai Conservatori.
A lui spettava inoltre di fare l’inventario di tutte le armi (balestre , schioppetti, corazzine, ecc.) esistenti sia nella Cancelleria sia presso tutti i cittadini. Un controllo da parte della Comunità sulle armi in possesso dei singoli già esisteva e l’incolumità dei cittadini andava tutelata e controllata.
Un altro inventario obbligatorio era quello di tutte le masserizie consegnate al Podestà, che le doveva restituire alla fine del mandato così come le aveva ricevute.
Dunque da quanto esposto i denari del Comune ed i suoi beni materiali erano in mano al Camerlengo.
Il medioevo, anche quello tardo, è una società profondamente permeata di religiosità. Per ciò la Comunità si preoccupava di raccomandare al Camerlengo di acquistare, coi denari del Comune, almeno un boccale d’olio al mese per le lampade del Salvatore, e dieci libre di cera che i Conservatori avrebbero offerto all’altare maggiore della chiesa Cattedrale per la Madonna d’agosto. Altre dieci libre di cera e una torcetta erano destinate all’altare che veniva eretto in piazza di Prato in occasione della celebrazione della solenne festività del Corpus Domini. Ma i doveri economico-religiosi del Camerlengo non terminavano con queste cerimonie. Egli infatti durante il suo incarico doveva provvedere alle riparazioni necessarie al convento e alla chiesa di San Francesco, e offrire altra cera (se ne doveva fare gran spreco!) per la Chiesa Cattedrale in occasione delle festività dei Santi patroni Giovanni e Marciano. 


L’ igiene cittadina : regolamenti
La pulizia delle città medioevali, come tutti sanno, lasciava molto a desiderare. Lungo le strade, spesso veri e propri depositi d’immondizie,razzolavano liberamente porci e pollame e quindi non è casuale l’espressa ordinanza dello Statuto affinché il Camerlengo provvedesse alla pulizia della piazza di Prato, almeno una volta al mese, in maggio, giugno, luglio, agosto e in occasione delle visite delle autorità. Nei mesi che restavano evidentemente ci pensava la pioggia a lavare la piazza ed il pericolo di epidemie non era così presente come nei mesi caldi.
Terminano così le norme dedicate all’ufficio del Camerlengo, che al termine del suo mandato trimestrale si trovava anch’egli ad essere “sindacato” da due “boni homini”. 


Il cancelliere
Il Cancelliere poteva essere indifferentemente un cittadino civitonico o un forestiero, purchè avesse i titoli e i requisiti adatti a ricoprire il proprio ufficio.
Il suo compito era quello di trascrivere ufficialmente tutte le “referenze”, cioè tutte le deliberazioni dei Consigli comunali e tutte le altre documentazioni pubbliche che gli fossero state richieste. Aveva dunque press’a poco, ma i paragoni non sono mai ben calzanti, le funzioni che oggi sono ricoperte da un segretario comunale. Era cioè il “rogatorio” degli atti del Comune: il Cancelliere infatti registrava tutti gli atti compiuti dal Camerlengo. Entrate e uscite del Comune, numero dei fuochi sottoposti all’imposta, numero dei capi di bestiame, nulla sfuggiva al suo controllo minuzioso ed era attentamente registrato. Il denaro pubblico però non passava attraverso le sue mani, specificava lo Statuto, ma sempre attraverso quelle del Camerlengo. In un libro apposito, l’”infernale” (e il nome è tutto un programma), il Cancelliere provvedeva a registrare tutti i debitori morosi del Comune, i cosiddetti “malpaganti”.
Le sue funzioni sono ancora numerose: egli era infatti il notaio non soltanto del Camerlengo, ma anche del Podestà e dei Conservatori. Se un qualsiasi cittadino subiva qualche danno o ingiustizia, si doveva rivolgere al Cancelliere, il quale a sua volta avrebbe provveduto ad informare il Podestà. Su questo genere di compiti ci sarebbe da parlare ancora a lungo, soprattutto nell’elencare tutti i tipi di “registrazione” e di pubblicazione che spettavano al Cancelliere, ma sarebbe, in questo tipo di esame, inutile oltre che noioso.
Interessante notare che egli assolveva alle funzioni di rogatorio non solo di atti pubblici, ma anche privati; chiunque infatti gli si poteva rivolgere per la redazione, con tutti i crismi della legalità, di documenti privati dietro il pagamento di una somma prestabilita. Un servizio pubblico per tutti i cittadini. Come di consueto ormai, neanche il Cancelliere poteva sottrarsi alla fine del suo mandato, al rendiconto finale ai “Sindici” giudicanti. Costoro infatti provvedevano a formare un’inquisizione generale aperta alle lagnanze e alle querele di qualunque cittadino avesse sofferto danni.
Per la riconferma in carica doveva intervenire espressamente il Consiglio generale con almeno ¾ dei voti. 


Il massaro
Il Massaro era di regola un cittadino, eletto anch’egli con il solito sistema della bossola, che poteva essere rieletto alla sua carica. Questo funzionarioil conservatore ed il custode di tutti i privilegi e le proprietà spettanti al Comune. Egli doveva trovarsi costantemente a disposizione dei Conservatori, i quali in ogni momen-to potevano chiedergli conto di ciò che gli era stato affidato. 


I sindaci generali del comune
 I beni materiali del Comune, la loro custodia ed il loro eventuale recupero erano affidati ai Sindaci generali del Comune. Naturalmente anche di questi beni materiali esistevano degli elenchi redatti appunto dai Sindaci, trascritti per mano del cancelliere. A questi funzionari spettava dunque la riscossione di tutti i profitti dei beni immobili di proprietà comunale e, in specie, come sottolinea lo Statuto, fornendoci una interessante serie di toponimi, le case di Valle Fredola, di Campo Treja, il
Canneto delle case di pianelli, la selva delle Rotelle, ed infine il ponte sul Treja, anch’esso di proprietà comunale.
I frutti di tutti questi possedimenti della Comunità andavano registrati naturalmente sugli appositi registri e la legge si premurava (o premuniva) che quei denari non finissero nelle tasche dei Sindaci tramite appositi controlli.
I Sindaci non potevano né vendere né comprare alcunché senza l’espressa licenza dei Conservatori, né – e questo è senz’altro un particolare interessante – potevano far costruire in città pozzi, scale in muratura o altro lungo le pubbliche strade senza l’espresso benestare dei conservatori e del Consiglio Generale.
Da questo accenno risulta evidente l’assenza di un piano regolatore organico che stabilisse e ordinasse lo sviluppo urbanistico cittadino, ma si procedeva a seconda delle esigenze del momento, accontentando bisogni immediati e contingenti.
Ma pur tuttavia un germe di “coscienza urbanistica” doveva pur esserci se lo Statuto prescrive l’adunata del Consiglio generale per ratificare mutamenti o modifiche dell’aspetto viario. 


I viali
Compito dei Viali era di comporre le liti e le varie questioni che fossero insorte tra i cittadini per questioni di proprietà di strade, di confini, di campi, di canali, ecc.
Inoltre fra i loro compiti specifici c’era quello di provvedere alla manutenzione delle vie pubbliche, delle fontane, dei ponti, ecc. 


Gli estimatori di danni dati
 Due altri “boni e idonei cittadini” erano adibiti alla stima dei danni che venivano recati contro la Comunità e i suoi singoli cittadini, a libera richiesta di chiunque. 


I paceri
Il compito dei paceri era quello di sistemare le liti e di ricondurre alla concordia “tutti li sdegni d’animo tanto per parole, quanto per fatti…” Avevano insomma la funzione di quello che potrebbe essere un moderno giudice conciliatore. Il loro giudizio non doveva protrarsi in un dibattimento processuale, ma doveva procedere “de facto sommarie, simpliciter et de pleno”. Naturalmente se il condannato avesse ricusato la sentenza dei paceri, il Podestà doveva provvedere subito a chiuderlo in prigione, in modo che avesse modo di pensare ai casi suoi. In prigione sarebbe stato in buona compagnia: anche l’altra parte in causa, l’offeso, avrebbe dovuto trascorrervi un soggiorno “igienico” nel caso che non si fosse deciso a venire a patti. Una volta che ad ambedue si fossero calmati i bollenti spiriti, l’autorità dei paceri li avrebbe liberati. 


I tassatori delle opere dell’estate
L’economia medioevale, anche quella tarda, è strettamente legata alla terra, nonostante lo sviluppo delle città, dei commerci, delle industrie artigianali: stabilire con precisione i prezzi del lavoro connesso alla terra ed alle importanti opere estive (mietitura, vendemmia, ecc.) sempre tenendo conto delle particolari contingenze climatiche ed economiche che potevano influenzare il raccolto, è una preoccupazione specifica di questo Statuto.
Due incaricati della Comunità, con un mandato annuale, avevano infatti il compito di fissare l’entità dei salari degli operai a seconda della bontà dell’annata. Qualsiasi cittadino avesse provato a pattuire con gli operai un prezzo diverso da quello stabilito dai Tassatori, sarebbe incorso in una pena pecuniaria ed in otto giorni di prigione.
La disposizione si commenta da sola, vi si può intravedere in germe una legislazione del lavoro da parte del Comune, rivolta – ai badi bene – non agli appartenenti alle Corporazioni bene inserite e anzi struttura portante del sistema comunale, ma bensì verso i braccianti agricoli che di Arti che li tutelassero e garantissero i loro diritti non ne avevano. 


I portanari
Le chiavi delle porte di Civita Castellana dovevano essere consegnate dai Conservatori ad appositi incaricati, ai quali spettava il compito di aprire e chiudere gli accessi alla città secondo le ore segnate dalla consuetudine. Del loro incarico, che durava un anno e che li sollevava da ogni altro dovere, i Portanari dovevano rendere conto esclusivamente ai Conservatori. 


Il pesatore della farina
Ad un apposito funzionario comunale, appunto il Pesatore della farina, si affidava il compito della durata annuale, di provvedere alla pesatura dei grani e della farina macinata dai molinari della città, e di vigilare affinché costoro non si appropriassero di più di quanto era loro dovuto. Nell’apposito ufficio della pesatura infatti si dovevano obbligatoriamente rivolgere tutti i molinari. 


Il castaldo
Era tenuto a rendere pubblici i bandimenti del Comune, sia quelli di ordinaria amministrazione sia quelli straordinari emanati dai Conservatori, nei luoghi cittadini più in vista. Fra i suoi compiti vanno ricordati quelli del pignoramento dei beni dei morosi nei confronti della Comunità, ecc. 


I venticinque giurati
I “Venticinque Giurati” erano una speciale milizia di “guardie giurate” il cui incarico durava un anno e che potevano essere riconfermate a discrezione dei Conservatori. Essi erano alle dirette dipendenze del Podestà e dovevano stare a sua disposizione pronti “con arme bone et atte ad offendere” in ogni momento.
Si trattava dunque di una milizia cittadina, non mercenaria, certamente non paragonabile ad un corpo di polizia urbana, ma espressione di autotutela da parte della stessa cittadinanza. 


I riti: compiti di consoli e rettori di ciascuna arte
Nell’esame degli ordinamenti amministrative di un Comune del tardo medioevo s’incontrarono codificati nello Statuto gli usi per gli annuali festeggiamenti per i Santi Patroni. È certamente un argomento interessante, soprattutto perché testimonia i costumi tipici ed in certe consuetudini una loro espressione immediata.
Tra l’altro se ne traggono utilissime indicazioni sulla composizione sociale di quel Comune, sulle attività più diffuse e quindi sul tipo di economia preponderante e quelle già in progressiva ascesa. Vedremo poi in che senso.
Gli Statuti ordinavano a tutti gli appartenenti alle Arti presenti in città di riunirsi in base alla propria Corporazione, e di eleggere due Consoli per ogni Arte nella Chiesa di San Francesco.
Mi sembra opportuno elencare le varie Arti ricordate dalla rubrica dello Statuto, per offrire un valido “spaccato” della composizione sociale della Civita Castellana della metà del XV secolo.
Si faceva appello infatti a mercanti, spetiali, bifolchi, boattieri (bovari), sartori, calzolai, maestri di legname, fabbri, macellai, barbieri, albergatori, “pizzicalori”, porcari, muratori, molinari, tavernari, calcaroli e vascellari.
Nel caso dei boattieri e dei bifolchi lo Statuto non dimentica di raccomandare, “perché saria gran fatica radunarli tutti”, di non riunirsi tutti in San Francesco, ma soltanto una rappresentanza di una trentina. Dunque accanto alla nascente industria della ceramica che è testimoniata dalla citazione delle Arti dei “Calcaroli e Vascellari”, e che testimonia già nel XV secolo lo svilupparsi di quella che in tempi moderni sarebbe diventata l’attività portante dell’economia cittadina, la realtà più considerevole è costituità dall’allevamento del bestiame, con la massiccia presenza di “bifolchi e boattieri”.
Da questi elenchi si nota come le Arti, soprattutto in periodo tardo, abbiano oramai assunto una forma istituzionalizzata, sono un dato di fatto con un peso determinante sulla via pubblica, se proprio la loro regolamentazione è codificata dagli Statuti; ormai i pubblici poteri hanno assunto un’ingerenza continua e profonda nel campo economico.
Tornando ai Consoli, alla fine del loro incarico annuale, rendevano conto del loro operato proprio di fronte a due deputati di ciascun’arte.
Inoltre gli appartenenti alle varie Corporazioni andavano inclusi in un elenco alla fine di ogni anno, perché le Autorità cittadine avessero un quadro completo delle attività economiche presenti nel territorio.
Le finalità religiose, che andavano di pari passo a quelle politiche oltre che economiche delle Arti, in Civita Castellana si estrinsecavano soprattutto in occasione delle festività dell’Assunzione della Madonna; gli Statuti prescrivevano infatti che ogni Arte in quell’occasione offrisse un cero da portare acceso in processione per le vie cittadine. Ce n’erano altre di festività in cui i Consoli delle Arti dovevano recarsi in processione; ricordiamo quella dei Santi Patroni Giovanni e Marciano e del Corpus Domini. Affinché non si verificassero liti per le precedenze durante le processioni, gli statutari si preoccupavano di stabilire l’ordine con cui le Corporazioni dovevano disporsi.
Tutto ciò conferma come l’organizzazione del culto religioso insito nei compiti e nei fini statutari delle Corporazioni, oltre ad opere di carità generica, fosse un elemento essenziale.
Per l’artigianato medioevale la partecipazione con la propria Corporazione alla processione cittadina in occasione delle feste patronali era altrettanto importante di una discussione di tipo economico.

1.      Li calcaroli dobbiamo esser li primi ad avviarsi
2.      li molinari li secondi                    
3.      li vascelari li terzi 
4.      li pizicaroli li quarti         
5.      li tavernari li quinti
6.      li hostieri li sexti
7.      li barbieri li settimi
8.      li muratori li ottavi
9.      li sartori li noni
10.  li porcari li decimi
11.  li macellari l’undecimi
12.  li carpentarij li duodecimi
13.  li fabri li terzidecimi          
14.  li calzolari li quartidecimi
15.  li boattieri li quintidecimi
16.  li spetiali li sextidecimi
Quella del Palio era un’antica consuetudine della Città di Civita Castellana che si ripeteva puntualmente in occasione delle festività dei Santi Patroni Giovanni e Marciano, che cade nel mese di settembre. Il Camerlengo aveva l’incarico di acquistare a spese del Comune un Palio di seta che sarebbe stato disputato, senza suddivisioni di quartieri, da chiunque avesse voluto partecipare col proprio cavallo. Il Palio veniva posto in cima alla Piazza di Prato, il fulcro della vita cittadina, ai piedi del palazzo dei Conservatori.
Tutti coloro che vi partecipavano si dovevano recare coi loro cavalli, “maschi e non sellati”, nel luogo di partenza delle corse, fissata nella valle dove scorre il Treia, “de sotto a Santa Susanna”.
Là si preparavano cavalli e cavalieri, sotto lo sguardo vigile del Notaio del Podestà; di lì scattavano per raggiungere il Palio. Tra l’altro era un compito specifico del Camerlengo comprare una balestra d’acciaio presso artigiani forestieri; questa era il premio per l’altra gara che si disputava nel giorno della festa cittadina: una corsa a piedi. Al primo arrivato si consegnava; ma al vincitore veniva proibito di correre negli anni successivi; non si voleva correre il rischio di perdere il gusto della gara per colpa di qualche campione! 


La domenica di carnevale
In occasione del periodo carnevalesco, si svolgeva un altro tipo di gara ippica, che teneva l’entusiasmo dei cittadini: si “correva l’anello” in piazza di Prato. Tutta l’abilità consisteva nell’infilare con un’asta di legno – un anello legato ad una cordicella in fondo alla piazza.
I cavalli dovevano essere sellati e provvisti di briglie.
Nella stessa giornata si svolgeva un’altra gara di tiro alla balestra. Il Camerlengo doveva provvedere all’acquisto di una targa di legno fatta dipingere con lo stemma della comunità cittadina e che avrebbe poi costituito il bersaglio di tiro per i partecipanti alla gara. Questi ultimi potevano essere soltanto dei cittadini civitonici che fossero proprietari dell’arma con cui gareggiavano. Chi avesse fatto il miglior centro avrebbe vinto la targa dipinta che fungeva da bersaglio. 


Il lunedi di carnevale

     La corsa degli asini

In questa giornata si correva la gara degli asini. Ogni bottega di fabbro era tenuta a fornire e mettere in palio un paio di ferri di cavallo che venivano posti ai piedi del palazzo dei Conservatori. Il punto di partenza degli asinelli era fissato in piazza Sant’Adriano. Chi arrivava primo e per giunta si trovava ancora a cavallo dell’asino si meritava i ferri posti in palio. 


Il martedì
In questa giornata si correva una gara riservata soltanto alle cavalle. Il martedì infatti si disputava un altro palio riservato soltanto alle femmine; la posta in palio era intonata al sesso delle partecipanti: un paio di calze che lo statuto ordinava che fossero offerte dalla Corporazione degli Osti. E poiché nel Medioevo ogni festività, anche paganeggiante come il Carnevale, doveva avere un richiamo religioso, si raccomandava che su quelle calze vi fosse impressa “la divisa della Santità di Nostro Signore”. Chi arrivava per primo al palazzo dei Conservatori dove erano poste le calze vinceva palio e premio.
Nella stessa giornata si disputava un’altra gara, riservata però ai bambini, la corsa dei “mammoletti”. I “mammoletti” gareggiavano in una corsa a piedi per contendersi il premio consistente in un paio di scarpe offerte dall’Arte dei Calzolari.
Erano dunque, quelle elencate e codificate dallo Statuto, feste semplici, circondate da una grande attesa, e che consistevano a larghi strati della popolazione e di esprimere liberamente la propria spontaneità.
Quanto siamo andati esponendo rappresenta soltanto in apparenza un semplice fatto di costume, anedottico, mentre consente in realtà di comprendere, tramite queste manifestazioni, l’animo di un popolo desideroso di liberarsi, una volta tanto, dalle costanti oppressioni e dalle preoccupazioni di ordine economico che caratterizzavano – e caratterizzano – la vita della gente comune, il cui nome non è ricordato dai libri di storia, ma la storia, spesso inconsapevolmente, hanno fatto. 


LIBRO DE’ MALEFICI  PARTE II
Il “libro de’ Malefici” di uno statuto non è limitato all’interesse di chi si occupa esclusivamente di storia del diritto, ma costituisce, oltre che una valida testimonianza di costumanze giuridiche di una certa epoca storica in un determinato ambito geografico, anche utile fonte di notizie su quella società, sulle sue abitudini, i suoi interessi economici e il suo grado di evoluzione civile.
Nell’esame di questa parte dello Statuto comunale di Civita Castellana tralascerò quindi di indicare i dettagli riguardanti i procedimenti giudiziari, del resto simili in pressoché tutti gli Statuti di questo periodo, e l’entità delle pene da infliggere, accentrando il mio interesse su quelle leggi che mostrano caratteristiche civili e particolari usi sociali ed economici. 


Tratti generali
Come dimostrano gli articoli del libro “de’ malefici”, nell’esercizio della giustizia, che spettava al Podestà coadiuvato dal Camerlengo e dal Cancelliere, si faceva comunemente uso della tortura giudiziaria, come del resto ovunque in base al diritto romano, della fustigazione, mentre la pena di morte veniva comminata per molti delitti.
La bestemmia era condannata duramente e lo Statuto non tralascia di rammentarsi quali fossero le ingiurie più diffuse nella Civita Castellana del tempo, stabilendo differenti pene pecuniarie a secondo del tono e della violenza delle maledizioni, attribuendo, tra l’altro dei veri giudizi di ordine economico sul valore dei Santi.
In cima alla classifica dei prezzi stanno, naturalmente, il Padreterno Gesù e Maria seguiti a ruota dai gloriosi Martiri Giovanni e Marciano patroni della città, e quindi in gruppo tutti gli altri Santi.
A parte ogni ironia è evidente che pene pecuniarie così severe come sono quelle enunciate per le bestemmie avrebbero ridotto sul lastrico la popolazione locale se fossero state effettivamente applicate, ed è altrettanto evidente che più una legge è puntuale e rigorosa nel colpire un delitto, più il delitto è diffuso. Ciò fa entrare inevitabilmente un discorso sulla religiosità. Il Medioevo è spesso definito semplicisticamente un’età religiosa. Ma basti esaminare uno Statuto cittadino per accorgersi che l’aspetto predominante è quello esteriore, dei riti e delle manifestazioni. Non è di certo vero spirito cristiano – ancora nello Statuto di Civita Castellana – quello che commina per la correzione dei minori di dieci anni, troppo precoci bestemmiatori, delle frustate fatte somministrare dal Podestà “quante li parerà secondo la sua discrizione”.
Un’altra occasione specifica in cui la giustizia di Civita Castellana interveniva decisamente – la pena prevista era l’impiccagione – era per quanti facessero del brigantaggio sulla “strada Romana” (la Flaminia). Anche qui la pena è severa e non ammette neanche processi. L’esecuzione andava fatta “in loco dove haverrà arrobato in modo che muora, e questo sia rato e fermo”. 


Le festività
Durante le numerossissime festività religiose, ogni attività della pur fragile economia medioevale si bloccava. In quei giorni non si doveva “alcuna industria o opera né essercitio fare, né si deve attendere alli usi umani”.
Alcune occasioni erano però consentite: i medici e gli speziali potevano infatti esercitare le loro attività in qualunque giorno, senza limitazioni; ugualmente gli agricoltori avevano la possibilità di provvedere allo strame per le bestie, come del resto i maniscalchi avevano la licenza di ferrare qualsiasi animale se fosse stato richiesto.
Altri casi straordinari erano in tempi di raccolta delle messi e di vendemmia, allorché si prevedeva un temporale o che gente armata si avvicinasse a Civita Castellana.
Durante l’anno, oltre le domeniche, “le feste da guardare sono l’infrascritte”: la Natività e i tre giorni succesivi, la Pasqua e i due giorni seguenti, la Pentecoste e i due giorni seguenti, Ognissanti, S. Maria d’Agosto, S. Maria in Neve, l’Ascensione, il Corpus Domini, i S.S. Apostoli, S. Giovanni Battista, tutte le feste comandate dalla Chiesa, i Santi Patroni Giovanni e Marciano in settembre, S. Francesco, S. Sebastiano, S. Bernardino. Sono 72 le festività più importanti ufficialmente riportate dallo Statuto, domeniche comprese. È facile pensare che sotto la dicitura “tutte le feste comandate” si intendesse almeno un’altra quindicina di giorni, ed il calcolo forse è per difetto. In questi giorni ogni attività si bloccava, ma gli artigiani, i braccianti, dovevano mangiare lo stesso. 


La moralità pubblica
Quello della pubblica moralità non è evidentemente un discorso che si può circoscrivere ad un ambito cittadino, ma interessa zone più vaste ed un’epoca intera. Per questo argomento le pubbliche autorità di Civita Castellana si preoccupano infatti, come in quasi tutti gli Statuti, di sancire pene severe contro la sodomia, vizio evidentemente assai diffuso, malgrado le terribili pene comminate.
Per i sodomiti la giustizia riservava il rogo; anche la professione del ruffiano doveva essere diffusa e redditizia, per loro c’erano le pene della mitria e della frusta; per i renitenti il rogo.
Con altrettanta severità veniva punito lo stupro di vergini, maritate e religiose. Era ammesso e consigliato il famigerato matrimonio riparatore. Chi, preso da particolari istinti baciava una donna non consenziente, poteva scegliere tra il taglio della lingua o una multa salatissima.
Le ingiurie più consuete e colpite più severamente in Civita Castellana variavano dal consueto “cornuto” o ladro e assassino alla sottigliezza religiosa del tipo “eretico patarino”, via via fino ai soliti insulti sulla professione della madre o sulla morte violenta dei parenti. Se però l’insulto proveniva da qualche “mala femmina” o “roffiano”, era consentito rispondere per le rime senza incorrere in nessun fastidio e, a piacere, aggiungere due ceffoni a “mano vacua”. 


Norme difensive ed economiche
Una rubrica del libro de’ Malefici è dedicata alla salvaguardia dell’integrità dei muri e delle porte del comune. Le mura cittadine erano infatti sottoposte a particolare attenzione e riguardo; si vigilava affinché nessuno compisse manomissioni alla sicurezza locale.
In tempo di guerra si imponeva il taglio della testa a coloro che intaccassero le difese urbane. Altre rubriche ci danno invece la descrizione di certe misure restrittive riguardanti l’economia locale.
Se ne ricava che la coltura dell’uva doveva essere molto diffusa nel territorio civitonico poiché il commercio del vino era sottoposto – a quanto risulta – ad un rigido sistema protezionistico: era infatti severamente vietato comprare vino o mosto da forestieri, sotto pesantissime pene; come pure il frumento doveva essere portato obbligatoriamente in Civita Castellana: La paglia invece doveva essere conservata esclusivamente fuori Civita Castellana, ad evitare sempre possibili pericoli d’incendi. 


I giochi
Anche i giochi sono un’espressione di una società e di particolari costumanze popolari. Merita quindi di essere ricordata la rubrica degli Statuti ad essi relativa.
Dadi e carte si diffondono soprattutto nel Tardo Medioevo e contro i giocatori si lanciano pronti e severi gli strali dei giuristi a frenare quella mania, che portava alla rovina molta gente.
Così pure si vietava, ma in questo caso forse per motivi di ordine pubblico, di giocare sulle strade cittadine a “rozzola” e “cutolo”, con palla di legno e con tutto ciò che “arrozzolava” per terra. La severità della legislazione si allentava però nel periodo che va dal Natale al Carnevale, quando tutti potevano “ruzolare” come meglio piaceva, per le strade pubbliche.


IL DANNO DATO  PARTE III

Anche questo capitolo costituisce oltre che una vasta materia di interesse giuridico, trattando delle pene da infliggere a chi provocasse danni alla proprietà pubblica e privata, anche un’utilissima indicazione sul tipo di economia rurale della città. Dall’esame delle varie rubriche infatti si tratteggia abbastanza chiaramente il quadro del tipo di colture in atto nel territorio civitonico nel periodo in cui lo Statuto si colloca cronologicamente. 


I guardiani in “danni dati”
Innanzitutto va ricordata l’esistenza di speciali funzionari comunali, nominati dai Conservatori della città, col titolo di “Guardiani in Danni dati”, con lo specifico compito di sorvegliare il territorio comunale. In genere essi dovevano badare che nessuno pascolasse abusivamente in terreni adibiti ad altre colture, né che qualcuno recasse danni alle vigne che, come vedremo meglio in seguito, anche per la frequenza con cui vengono ricordate, dovevano rivestire molta importanza nell’economia locale. Inoltre i Guardiani dovevano badare a campi, orti, prati, oliveti,”cerqueti”, ecc.
Scendendo poi rapidamente in dettagli sui singoli casi cui i Guardiani dovevano far fronte, si può ricordare che era loro dovere sequestrare le bestie trovate incustodite a far danni sui terreni altrui e notificare personalmente al colpevole l’accusa.
Lo stesso potere di “accusa” per questo tipo di reati era prerogativa anche dei famigli e degli ufficiali del Podestà o altrimenti degli stessi proprietari cui si recasse danno. Il procedimento penale contro gli accusati veniva poi avocato nelle mani del Podestà che provvedeva a formare la “Inquisizione generale”. 


Gli oliveti
Fin qui le prescrizioni giuridico amministrative; ma delle rubriche successive si delinea meglio tutto un mondo rurale quale è essenzialmente quello medioevale.
La coltura dell’olivo, assieme a quella della vigna citata poco prima, era una delle più importanti della zona e anche delle più redditizie. Le norme statutarie vietano infatti con rigore a chiunque anche di raccogliere da terra quelle cadute e raccomandano di non far entrare nessun animale – porci, pecore, cavalli, vacche, ecc. – negli oliveti. Le pene pecuniarie variano- e mi sembra interessante notarlo – con estrema precisione a seconda dei danni inferti all’olivo, sia che si tagliasse la pianta completamente oppure soltanto un ramo e si rivolgono anche a chi “per malo animo” “intaccasse alcuno pede d’olivo”. 


Gli orti
Dalla rubrica dedicata agli orti si ha conferma di una realtà medioevale ben nota: la presenza all’interno delle mura cittadine di larghe estensioni di terreno adibite alla coltivazione. Il fenomeno, comune a molte città ebbe luogo dietro la spinta demografica del XII-XIII secolo che creò la necessità di un allargamento delle cinte murarie e che fece supporre che la popolazione sarebbe continuata ad aumentare indiscriminatamente. Ma la crisi demografica tra il 1350-1450 creò larghi spazi vuoti, appunto adibiti ad orti.
Brevemente si possono ricordare alcune norme relative ad essi.: il pericolo maggiore veniva da galline, capponi, anatre e altro pollame che razzolava liberamente per le vie cittadine e che con facilità poteva introdursi a far danno negli orti. La pena prevista era la morte, per i pennuti beninteso.
Dai divieti e dalle pene pecuniarie riservate a chi cogliesse frutti altrui si ricavano gli alberi da frutta più diffusi; si parla di noci, castagne, pere, mele, fichi, “persiche”, prugne, sorbe e nespole.
Altre pene erano inferte a che abbattesse o “intronasse” alberi domestici o selvatici;venti soldi erano la multa per ogni ramo abbattuto. Alla povera gente era riservato il diritto di raccogliere la legna secca trovata in terra, per il proprio riscaldamento, salvo che il padrone del terreno non avesse qualcosa in contrario. La stessa norma valeva per le ghiande.
Dalla rubrica sugli eventuali danni alle colture si ricavano informazioni sul tipo di prodotti della zona.
Molto citate sono le biade, prova indiretta dell’esistenza di notevoli estensioni riservate a pascolo e di un considerevole patrimonio zootecnico. Del resto questa ipotesi è già stata confermata nella parte relativa alle Corporazioni cittadine in cui si è accertata la grossa consistenza dei “boattieri”. Eguale attenzione si riserva alla protezione della canapa e del lino, oltre che a grano, orzo, spelta, avena e alle leguminose.
La continua ricerca di pascoli e di alimenti per il bestiame documentata inoltre da una serie puntigliosa di norme giuridiche a difesa dei prati.
Il pascolo, in genere, nella campagna romana, si apriva il 29 settembre e si chiudeva l’8 di maggio. A questo proposito è utile ricordare la bolla di Sisto IV del 10 marzo 1476, in cui si deplora la prevalenza del pascolo sulla coltura, e per provvedere alla pubblica necessità “si permetteva a tutti per sempre di arare e coltivare i campi dell’agro romano, della Tuscia e di Marittima e Campagna, nella stagione opportuna e per la terza parte”, anche se le tenute fossero di luoghi pii e di Enti privilegiati. In pari tempo si ordinava ai proprietari di non impedire questo esercizio dell’agricoltura; si annunciavano pene e giudizi opportuni, e si costituiva una speciale magistratura di notabili per vigilare questo nuovo ordinamento[111].
Per riportarci alle vigne, le norme a protezione di questa coltura dai possibili danni degli animali ci forniscono una importante testimonianza sulla sua localizzazione ed estensione. I vigneti si estendevano sulla contrada “Terreno” e, si specifica, avevano inizio “dallo piagaro detto da capo alle vigne come traie la vignade Angelo de mastro Acuzo”, fino a Rio Maggiore. Un antro grosso vigneto partiva in Valsirosa “dal piagaro del ceraso per diritto fino al piagaro che va a Fabrece (l’attuale Fabbrica di Roma).
Quindi “in terria dalle more de Fabrice fino alle more della iessa in sotto”, lo stesso “dalle more de millicozo per tutta la contrada de millicozo”. Un’altra grossa vigna si estendeva in piano “dal fossatello appresso alle cose di Santo Spirito (Patrimonio dell’Ospedale di Santo Spirito in Saxia), e le cose degli eredi de pighinolo (Pechinoli: antica famiglia notarile di Civita Castellana); nelle rote del fossatello appresso alle cose di Angelo de Gramiccia, e le cose di Santi Iorio, e come vanno le more del monte dell’elmo, e tira perdiritto le more del monte pauroso, e le more de fabale drizzando dal fossatello dalla terra de mastro Cola fino alla Treia, item in piazzano dalla Treia fino al Rio de lombrica, e dal rivo de lombrico fino alle ripe del ballo indrizzando per la terra de Santa Maria che confina col detto rivo e dal castello de Lombricaperdritto includendo la selva di Santa Susanna, e dalla selva indirizzando per li monticelli de Cola Ianni infino a campo de Corte e dal detto campo infino a San Procolo come traie il fossatello per infino alla terra de Angelo Palladino, per diritto a capo alla terra delli heredi di Pietro Merlo…” L’elenco continua ancora; abbiamo ritenuto opportuno riportarlo come testimonianza di un assetto rurale ben definito e soprattutto come interessantissima testimonianza toponomastica. Molte delle località citate hanno conservato i loro nomi, come castel Lombrico, i monti ricordati, i corsi d’acqua, Santa Susanna, ecc.; mentre altri terreni legati a proprietari precisi hanno perso ormai i loro contorni.
Tornando allo Statuto, altri rigorosi divieti sostenuti da pene pecuniarie, riguardavano sempre i pascoli ed il bestiame, in specie quello dei forestieri. Era fatto divieto agli stranieri di introdurre abusivamente qualsia capo di bestiame nel territorio comunale, salvo la debita licenza del Podestà. A quest’ultimo spettava infatti di concedere a quei forestieri che avessero terreni nel Comune di Civita Castellana, di portare bestie per lavorare. Ma a quei forestieri proprietari di beni in quel territorio si ordinava di rimettere tutto il prodotto raccolto “dentro in Civita”, secondo un rigido schema mercantilistico. Se il forestiero in questione avesse contravvenuto alle numerose norme che ne regolavano la permanenza sul territorio locale, era lecito “de tollerli il vestito, o cappa o altro pegno”.
E si capisce da questo breve accenno quanto grande fosse il valore di un abito in quel tempo.
Passando oltre, lo Statuto si sofferma sui pericoli di incendi causati dall’umana negligenza. Si raccomanda infatti a quei contadini che sulla loro terra bruciassero sterpaglia di “far la via larga tanto che il foco non habbia a passare né a saltare né a nocere alli vicini”.
I maiali, come si sa, razzolavano liberamente per le città medioevali, la rubrica è sollecita nell’ordinare che nel periodo che va da metà aprile fino a metà luglio, dovevano essere rinchiusi durante la notte, presumibilmente per evitare danni alle colture, nei loro “capimandri”, cioè in “case, torri, grotte, anticaglie, ecc.”. Non è ora il caso di aprire un discorso sul riutilizzo in epoca medioevale di monumenti dell’età classica. Quello ricordato è uno, anche se tra i più umili.
Se le bestie in questione commettevano danni mentre erano affidate alla custodia di pecorai e bifolchi, la pena pecuniaria avrebbe colpito quest’ultimo e non il proprietario delle bestie.
In ognuno dei casi di danni inferti alle colture o in genere alla proprietà privata, varia la pena pecuniaria, che gli appositi funzionari comunali sono tenuti a stimare; in caso di contestazioni del giudizio dei “Guardiani in danni dati”, i conservatori provvedevano a nominare un’altra commissione di tre cittadini per una “supervisione”. Interessante poi notare una sottigliezza giuridica della rubrica che segue; se il terreno che subiva il danno non fosse risultato registrato presso il Catasto del Comune, il danneggiato non avrebbe diritto al risarcimento, né il Podestà poteva “rendere ragione” al proprietario di terreni per i quali non era stato pagato il dovuto “datio”, cioè l’imposta sulla proprietà fondiaria.
L’elenco dei divieti di passaggio su particolari colture per gli animali si allunga e mette conto ricordarlo: i canneti erano particolarmente protetti, soprattutto dal pericolo di “invasioni” di maiali, buoi e cavalli; si doveva badare che le bestie non andassero a finire sulle aie dove fossero biade o grano, pena una grave multa che diminuiva nel caso che sull’aia vi fosse solo paglia o altro.
Le citazioni delle varie rubriche ci evidenziano ancora i tipi di colture, in prevalenza frumenti e pascoli, probabilmente molto estesi come abbiamo già ricordato.
Sempre per le “bestie grosse” era fatto divieto di stare nelle vie cittadine da marzo ad agosto.
Il Comune era inoltre proprietario di alcune selve vicine alla città, su cui si vigilava con rigore. In linea di massima era vietato a chiunque di tagliare alcuna pianta per ricavarne travi e tavole. Tuttavia i conservatori potevano concedere ai più bisognosi della città il permesso di tagliarne alcune per lo stretto bisogno necessario di casa propria (“se farà iurare che di quello legname habbia necessità, e bisogno”); se poi lo spergiuro veniva scoperto a vendersi la legna, gli si imponeva una multa salatissima. Per il fuoco domestico invece c’era libera facoltà per chiunque di raccogliere legna secca delle selve comunali. 


LIBRO de ESTRAORDINARI
In questo libro degli Statuti, dopo che sono stati tratteggiati gli aspetti della vita amministrativa e intravisti gli aspetti economici oltre che giuridici, tutto va pian piano precisandosi meglio.
La prima rubrica tratta del giuramento delle Corporazioni nelle mani del Podestà. Il giuramento prevedeva che “gli artisti” facessero “bene lealmente le loro arti senza fraude” e che non avrebbe fatto “alcuna convenzione” fra di loro “contra la comunità”. Il nuovo rapporto quattrocentesco tra autorità comunale e Arti si precisa; da funzione traente, politica ed economica, della vita cittadina, a rigida subordinazione agli organi amministrativi, fino alla loro progressiva paralisi.
Podestà e Conservatori erano tenuti a controllare i prezzi che le arti avessero aumentato arbitrariamente. La rubrica si preoccupa poi, passando dal generale al particolare (“per voler meglio dechiarare”) di occuparsi dell’arte della calzoleria, settore in cui evidentemente i cittadini erano più spesso sottoposti a variazioni di prezzi e a facili imbrogli: si prescrive che le suole delle scarpe dovessero avere almeno un invecchiamento di due anni dalla concia.
Il controllo dei prezzi di mercato dei vari prodotti era affidato ai Conservatori, i quali provvedevano a convocare il Consiglio generale; in questo ambito si prendevano le necessarie misure in caso di rialzi eccessivi dei prezzi, per quanto concerneva sia i prodotti, sia le prestazioni di lavoro degli artigiani.
Si stabiliva inoltre che nessuna “artista” potesse rifiutare di prestare la propria opera a chiunque la richiedesse: essi erano completamente ed istituzionalmente al servizio della Comunità.
Si passa a fissare la normativa per i contatti di lavoro, riguardante i doveri dei salariati e dei datori di lavoro (mancata corresponsione dell’intero salario in caso di interruzione delle prestazioni lavorative, ecc.). Pene varianti erano previste sia in caso di interruzione del contratto di soccida, sia a chi non corrispondesse il “giusto prezzo” al pastore con cui avesse stabilito una convenzione (in genere più di uno staro di maggese a grano).
La rubrica n. 10 ci riporta ad un particolare fenomeno di questo scorcio di medioevo; la chiusura nel proprio “particulare” di quella classe sociale che, per particolari condizioni economiche e culturali, era chiamata al governo della cosa pubblica. Molti borghesi infatti preferivano estraniarsi o rifiutarsi agli onerosi compiti amministrativi che venivano loro offerti. In questo contesto si colloca la prescrizione in base alla quale chi fosse chiamato a qualche incarico, e lo avesse rifiutato, doveva pagare una multa considerevole e quindi accettare obbligatoriamente l’incarico, fatta salva la consueta “giusta e legittima cagione”. 


L’uso delle armi
In fatto di regolamentazione dell’uso delle armi, nessuna rubrica appare più precisa e dettagliata.
Nessuna persona, cittadina o forestiera, poteva girare armata in Civita Castellana; ma anche qui bisogna fare le debite eccezioni. Si consentiva il porto delle armi nel caso in cui l’armato provenisse da fuori le mura cittadine, oppure che questi si accingesse a partire. In caso di procedimento giudiziario contro qualcuno sorpreso in possesso di armi nei casi vietati dalla legge, andava considerata la moralità della persona in questione, la sua professione, il luogo in cui era stato sorpreso, le possibili intenzioni, ecc.
Le armi erano altresì rigorosamente proibite a qualsiasi schiavo o “oltramontano che usualmente fosse adibito a guardia del bestiame”.
Tra l’altro era uno dei compiti del Podestà far compiere mensilmente una perquisizione in Civita Castellana alla ricerca di armi eventualmente nascoste. 


Edilizia
Chiunque intendesse edificare lungo le pubbliche vie era tenuto a chiedere l’autorizzazione presso gli appositi funzionari comunali, i cosiddetti “Viali” che erano autorizzati a rilasciare l’apposita licenza edilizia secondo il loro “arbitrio”. Chi non si fosse attenuto a queste norme avrebbe dovuto pagare una multa e quindi a spese proprie “guastare l’opera che così senza requisizione e licenza fosse incominciata”; sempre i Viali rilasciavano le licenze necessarie per ampliamenti o modifiche dei palazzi già esistenti. Insomma, dalla rubrica ci si manifesta una concezione urbanistica ben diversa di quella di un Medioevo primitivo che vuole una crescita spontanea e disordinata. Non dimentichiamo che il Rinascimento è ormai alle porte. 


La viabilità comunale
Chiunque “atturasse” le vie pubbliche o vicinali era tenuto a gravissime pene pecuniarie; eguali sanzioni per chi le avesse occupate con grave intralcio per la viabilità pubblica.
Varie pene erano previste per chi ponesse “desco” o “banco” sulle strade della città in “preiudicio del Comune”.
Quanti erano proprietari di appezzamenti di terreno nella valle del fiume Treia, dovevano badare alla manutenzione della strada che vi correva, soprattutto nel periodo invernale; inoltre si raccomandava che l’acqua del fiume fosse fatta arrivare ai terreni senza danni per i vicini.

Le misure e i pesi del comune

Ci si preoccupava che nell’ambito del territorio comunale tutte le misure fossero uguali; per misurare tutto ciò che era costume vendere a poco: biade, legumi, sali, semi di canapa, lino, frutti (queste erano infatti, come abbiamo già documentato, le colture primarie della campagna civitonica).
Ugualmente erano fissate le misure per il vino, l’olio ed altri liquidi. Queste misure erano conservate dal Camerlengo del Comune che custodiva anche la “canna” per la misura dei panni e che rilasciava alle varie misure usate dai commercianti il bollo di autenticità. Una volta al mese si provvedeva alla revisione generale della loro regolarità. 


I commerci
Era severamente vietato dallo Statuto agli albergatori di adescare i clienti chiamandoli a voce lungo la strada; così pure nessuno poteva richiamare l’attenzione di chi stesse trattando un affare presso altri esercizi dicendo – così la rubrica – “Vieni a casa che ti farò io miglior mercato”.
Né era lecito agli osti dir male l’uno dell’altro per procacciarsi i clienti, pena gravi sanzioni; il prezzo del vino degli osti del borgo non poteva essere maggiorato rispetto a quello degli osti della città.
La cera venduta dagli speziali per far candele e torce doveva esser pura e non mescolata con olio (le frodi, anche allora dovevano essere frequenti). I “pannari” dovevano mettere nei loro panni lana buona “senza metterci pelo”, ovvero “lana di calcinaro”. I barbieri non potevano radere barbe nei giorni di festa comandata. Chiunque aveva la possibilità di estrarre la pozzolana nei “luoghi consueti”, erano indicati in Vignale (presso il tempio di Giunone), la valle o il bosco. 


Igiene e urbanistica cittadina
Era vietato bruciare fieno, stoppa o paglia dentro Civita Castellana oppure gettare per le strade le cose sunnominate.
La Piazza di Prato (l’odierna piazza del Comune) era sottoposta a particolare vigilanza. Evidentemente doveva capitare di frequente che i cittadini vi gettassero terra di scarico o varie immondizie.
Chiaramente è in questo periodo che piazza di Prato comincia ad assumere la sua attuale funzione di centro della vita cittadina ed ha inizio la crescita urbanistica intorno ad essa. Una rubrica infatti minaccia espressamente provvedimenti contro “chi edificasse intorno alla piazza senza requisizione delli Viali” del Comune.
Se si fosse edificato in contravvenzione al parere di questi funzionari comunali, gli stessi costruttori avrebbero poi dovuto provvedere a demolire gli edifici.
Sulle piazze e vie pubbliche si svolgeva la vita e l’attività della popolazione, si mettevano canape, pellami ad asciugare, cuoiame fresco, e quindi maleodorante. L’uso ci è testimoniato dai frequenti divieti in proposito. Essi ci tratteggiano infatti delle realtà che non dovevano affatto essere inconsuete: i macellai che tenevano maiali in piazza a razzolare per metterli in mostra e quindi venderli; le immondizie che venivano gettate comunemente per le vie pubbliche (“piscio, sterco, o acqua brutta, e non chiara, o fetida”).
Le ordinanze che invitano gli abitanti di piazza di Prato e delle altre vie pubbliche a gettare i loro rifiuti domestici in “luoghi deputati” ci fanno intravedere l’esistenza di una certa “coscienza igienica”, anche se la sottigliezza della normativa presente nella rubrica fa supporre frequenti contravvenzioni alla norma.
Lo Statuto prescrive che le “pulizie generali” delle abitazioni di piazza di Prato fossero fatte il sabato sera e che le immondizie delle abitazioni, sia degli spazi antistanti fossero gettate in luoghi appositi.
Per ogni rione cittadino viene indicato un luogo apposito: così veniamo a conoscenza che gli abitanti del rione di Massa dovevano gettare i loro rifiuti “per le ripe del Comune”, dalla casa di Angelo di Ioanni infino allo “horto delli heredi di Ioanni de Roscio. Abbiamo così richiamato, con questo breve cenno alle “ripe del Comune”, la realtà topografica di Civita Castellana, che si estende su un banco tufaceo delimitato da due strapiombi: appunto le ripe del Comune.
Sempre lungo le ripe l’immondizia veniva gettata da quelli della Contrada di Prato e di Mezzo e di Posterla.
Sempre comprese nella casistica dell’igiene cittadina si collocano le ordinanze relative ad una retta installazione sia degli “sciacquatori” sulla via pubblica, che dovevano essere “ben acconciati” con muretti per salvaguardare il pubblico decoro, sia delle cloache sulle vie comunali “in modo che non esca bruttura fora nelle vie pubbliche, né fetore…”; stesse raccomandazioni di “decoro” per grondaie o condutture d’acqua.
Le carni delle bestie non buone da mangiare andavano scorticate e gettate lontano da Civita, verso il Rio Maggiore (nella valle dei templi), badando però che non andassero a finire nelle acque.
Da questa sintetica panoramica, ci si figura un tardo medioevo in cui – naturalmente l’affermazione è relativa – si forma impercettibilmente una primitiva coscienza “sanitaria”, quanto meno nelle coscienze dei legislatori.
Ma altre rubriche illuminano meglio questo “spaccato” di questa società medioevale. Era infatti severamente vietato “manciolare”lino o canape in città; ci si preoccupava di fissare il divieto per chiunque di introdurre bestie in chiesa; ma i divieti e le pene terribili di quest’epoca mostrano spesso ampie scappatoie: si aggiunge subito che chi fosse stato sorpreso dalla pioggia mentre faceva ritorno con le bestie dalla sua terra, poteva benissimo cercar rifugio con tutto il suo bestiame in chiesa se nei pressi non avesse trovato un altro ricovero.
I maiali, che evidentemente era possibile trovarli un po’ dappertutto, non potevano essere condotti né alle fonti di acqua potabile, né circolare liberamente per Civita Castellana.
Nessuna sozzura, ovvero “corpo morto di homo, d’altro animale” doveva essere gettato nei corsi d’acqua circostanti la città, e specie in quelli usati per bere. 


I preti e le tasse
I chierici erano tenuti al pagamento dei “datii” (imposta fondiaria) in uso, su tutti i beni immobili di loro proprietà nel territorio cittadino, a patto che questi non fossero di diretta proprietà della Chiesa. Nel caso in cui i chierici si fossero rifiutati di pagare le imposte, chiunque sarebbe stato in diritto di recarvi danno senza incorrere in alcuna pena. 


LA GIURISPRUDENZA E LA CARITA'

     I buoi e l’aratura

Dal momento che i buoi erano indispensabili per l’aratura dei campi, per seminare grano, orzo, spelta ed altre colture, si proibiva di prenderli per pegno per tutto il periodo che andava da Sant’Angelo, in settembre, fino al Natale, vale a dire nella stagione dell’aratura e della seminagione perché, come dice la rubrica, essi erano “ad uso del vivere umano”.


“Li panni di letto”
Per nessun tipo di debito era consentito prendere in pegno lenzuola e coperte, sotto una dura pena tanto a chi esigesse quel pegno tanto ai funzionari che si prestassero a compiere il sequestro. 


Il testamento
Era preciso dovere del Podestà che se qualcuno impedisse a chi fosse giunto in punto di far testamento, di fare la stesura delle proprie volontà di intervenire in sua difesa.
Chi avesse commesso la violenza doveva essere automaticamente escluso dal testamento. 


Altri doveri dei funzionari comunali
La rubrica inizia con una specie di “fervorino” rivolto agli “ufficiali” del Comune in cui spiega che, dal momento che spesso accade che costoro commettono “molte cose indebite anzi enormi” perchè sicuri della impunità, grazie alla difesa durante il “sindacato” (cioè il giudizio) di avvocati e procuratori, viene fatto divieto agli avvocati di assumere la difesa di quei funzionari. 


Di quelli che cavano grascia fuori di civita
Le norme si preoccupano di fissare un rigido protezionismo in campo economico ed un’unica direzione di scambio per i prodotti cittadini. Tutti i prodotti di Civita infatti dovevano o restare per il consumo locale oppure prendere la strada obbligata per Roma “ovvero nel campo della Chiesa”.
Questo in termini generali; scendendo al particolare, i Conservatori della Città avevano il potere di concedere deroghe, ovvero licenze di commerciare con altri luoghi.
Naturalmente queste deroghe alla normativa generale imposta dalla S. Sede sono dettate dalle maggiori esigenze di un centro posto su una grande arteria di scorrimento e che non può veder ridotta la sua economia a piccoli traffici locali. 


I soprastanti del comune
I Conservatori della città avevano l’obbligo di eleggere “Soprastanti” con l’incarico di spendere cinque ducati per Conservatorato (questo aveva una durata annuale) per le necessarie riparazioni delle mura della città e di tutto ciò che mostrasse necessità d’essere aggiustato.
Altri due “Soprastanti” erano eletti dal Consiglio per la manutenzione del ponte sul fiume Treia. Su questo ponte, evidentemente di grande importanza commerciale e strategica dato che è l’unico ad essere specificatamente ricordato, era vietato far passare carri, macine e qualsiasi tipo di traino.
Si doveva trattare con ogni probabilità di una struttura in legno di scarsa solidità. 


L’accatastamento dei beni degli stranieri
Ad impedire che i gravami fiscali ricadessero esclusivamente sulle spalle dei proprietari residenti in Civita Castellana, mentre i beni dei forestieri avrebbero potuto sottrarsi al “datio”, si stabiliva che ogni bene immobile accatastato doveva pagare l’imposta dovuta, senza badare al luogo di residenza e alla cittadinanza del proprietario. 


I molinari
I molinari, egualmente alle altre Arti civitoniche, dovevano giurare che non avrebbero frodato grano o farina e che, prima di iniziare la lavorazione, avrebbero portato il grano al controllo del pesatore comunale. Al molinaro spettava a ricompensa del suo lavoro sei libre di farina su ogni centinaio. Se il pesatore del Comune avesse riscontrato qualche mancanza, avrebbe dovuto rifondere del suo il cliente frodato.
Un espediente comune dei molinari doveva essere aggiungere alla farina roba come arena, gesso, acque e simili per aumentare il peso e sottrarre farina. Le pene in questi casi non erano soltanto pecuniarie, ma prevedevano la prigione. Inoltre la concorrenza tra molinari doveva essere spietata e per questo scopo tutti i mezzi venivano impiegati, dal momento che la rubrica relativa si preoccupava di punire colui che avesse deviato l’afflusso d’acqua al suo vicino. Tra l’altro, come per gli osti, era vietato loro di “adescare” i clienti, specie se forestieri, standosene fuori dal molino a fare da imbonitori. Il grano da macinare poi se lo dovevano andare a prendere loro stessi e riportarlo macinato senza esigere per questo alcun sovrapprezzo. 


I tavernari e albergatori
Il dovere principale di quanti facessero “taverna o hosteria” era di avere “bone e iuste misure, aggiustate col sigillo del Comune” (le più comuni erano il boccale, il mezzo, il terzo, e la foglietta). Si vigilava affinché non si compissero mistificazioni, o fosse venduto un vino per un altro.
È opinione diffusa, comunque, che tra la povera gente di vino se ne bevesse molto ma cattivo, le mistificazioni dovevano essere, come sempre, una delle specialità degli osti. A nessuno potevano rifiutare la vendita di vino, a meno che non si trattasse di debitori insolventi; non potevano maggiorare i prezzi stabiliti, era loro proibito di vendere vino all’ingrosso.
Le taverne dovevano restare chiuse nelle festività comandate dalla Chiesa fino a che non fosse terminata la messa solenne al Duomo o a San Francesco. La chiusura era fissata “al terzo suono della campana del comune e chi voleva trattenersi ancora a bere o a mangiare, doveva essere messo decisamente alla porta. Le osterie che si trovavano in Borgo, o, in genere, fuori dalle porte cittadine potevano invece a loro piacere ricevere gente a qualsiasi ora del giorno, eccezion fatta per bari, giocatori e altra persona proibita”. 


La vendemmia
Restando in tema di osti ed osterie e quindi di vino, lo Statuto non perde l’occasione per stabilire la data precisa di inizio della vendemmia. L’ordine per l’inizio della raccolta doveva essere impartito dai Conservatori nella seconda settimana di settembre e doveva aver inizio per tutti nello stesso giorno. 


I macellai
Anche tra i macellai le frodi, le vendite di un tipo di carne per un altro dovevano essere all’ordine del giorno. I legislatori li definiscono “li macellari dominio incorregibili”.
Essi dovevano tener divisa la carne del maiale maschio da quella della scrofa e così per ogni tipo di carne. Insomma vendere carne di cavallo, ad esempio, per vitello, doveva essere una delle truffe più in voga.
I residui della macellazione spesso finivano per strada e piazze con le conseguenze igieniche immaginabili. La rubrica parla di multe per chi gettasse intestini, ventri, “carne morticina” e altro per strada. Così pure il sangue delle bestie uccise doveva essere tolto dal luogo in cui l’animale veniva macellato.
Anche i pesi usati dai macellai erano controllati mensilmente dagli appositi funzionari e la rubrica si dilunga sulle modalità della pesatura della carne: che la bilancia sia tenuta ben alta, che i piatti non tocchino il bancone e via dicendo.
Sintomo di una scarsissima fiducia sull’onestà di questa categoria di lavoratori.
Su ogni bancone non potevano lavorare più di due macellai e la legge stessa ordina che il secondo debba essere il figlio stesso del macellaio, nel caso che abbia superato i quattordici anni.
Ci accorgiamo come in questo periodo l’involuzione delle Arti in senso protezionistico e di chiusura alle nuove forze lavorative tocchi il suo culmine. La preclusione agli “estranei” ad entrare nella corporazione è codificata dagli stessi Statuti cittadini. I Conservatori avevano inoltre il compito di eleggere mensilmente due uomini che avessero l’incarico di stabilire i prezzi delle carni “porcine, vaccine, e castratine”.
Gli stessi incaricati avevano il compito di esaminare ogni bestia uccisa dai macellai e posta in vendita. Non tutti i pezzi potevano essere venduti: si dovevano gettar via le zampe fino al ginocchio, il polmone, il cuore, le interiora.
L’autorità comunale vietava loro, di riunirsi in compagnie di più macellai, sia pure momentanee, ad esempio per l’acquisto di una bestia da macello. Nei banchi non si potevano nemmeno vendere carni di animali selvatici come “caprio, cervo o porco cignale”.
Comunque dalla ricca normativa relativa a quest’argomento, si desume che la macellazione e la vendita di carni non era prerogativa esclusiva degli appartenenti a quell’Arte.
Si afferma infatti che i regolamenti e le pene enunciati erano riservati anche a coloro “che non iurano lo macello e l’arte per tutto l’anno, ma vendono carne a menuto allor beneplacito”. 


L’ordine pubblico
Chiunque veniva trovato di notte a girovagare per strade di Civita Castellana, “dopo il terzo sono della campana del Comune” e, si precisa, lontano dalla propria abitazione, per una distanza di “cinque case senza fuoco”, fino all’alba successiva, incorreva in una discreta pena pecuniaria. Ugualmente chiunque fosse trovato dalla “Corte” di notte per strada pur nella distanza consentita, poteva essere rinviato a casa ad arbitrio degli “offitiali”. Appare evidente come l’arbitrio, il processo alle intenzioni, facciano parte dell’uso comune dei pubblici poteri in questi secoli in cui il “privato” non esiste ed ogni questione è di pubblico dominio. Continuando col nostro argomento c’è da dire che la Corte poteva fermare di notte qualsiasi persona “di mala fama” o che fosse “inimicato con qualcuno”. Il malcapitato trovato in giro per le strade cittadine doveva essere condotto in Corte e lì posto alla tortura “senza altro iudicio”.
Seguono poi le consuete eccezioni per coloro che facevano ritorno di notte dalla loro terra o per chi andasse a chiamare il prete o il medico e via dicendo.
La paura degli incendi era inoltre una preoccupazione costante, dal momento che si minacciano pene anche per coloro che portassero tizzoni ardenti per le strade anche se soltanto per far luce. 


Le acque
La fonte maggiore di Civita Castellana era con ogni probabilità quella di San Leo, la quale aveva intorno numerosi abbeveratoi per le bestie. Si raccomandava di mantener pulite le acque e di non lavarci filati, panni né ventrami di animali (la “trippa”), né pelli, cuoi, o animali morti.
Era vietato inoltre ai proprietari di orti situati intorno alla fonte di piantare sui loro possessi qualsiasi tipo di albero, con ogni probabilità per evitare che l’acqua venisse sprecata. Comunque spettava ai Conservatori tener in buone condizioni la fonte stessa. In genere tutte le acque dei torrenti che circondavano la città erano protette da un’apposita normativa. Si proibiva di contaminare i corsi d’acqua e il divieto era esteso soprattutto ai calzolai che non dovevano gettare dell’acqua calcinata nei fiumi, dopo averla utilizzata per le loro lavorazioni. I fiumi ricordati ci sono noti: sono il Treia, il più grande, il Rio maggiore, il Rio Massa e Rio Filetto, Rivo Miccino, Lombrica, Rio Cruano (l’attuale Rio Cruè), e Cantalupo.
Per quanto riguarda le pescose acque del fiume Treia, esse annualmente venivano “vendute” cioè date in appalto con una sorta di “pubblico incanto” nel mese di febbraio, con tutta la loro fauna ittica, mediante un bando pubblico.
Alla gente di Civita Castellana venivano riservati tre giorni alla settimana( domenica, lunedì e martedì) per pescare solo il pesce necessario al proprio bisogno personale, e non destinato alla vendita.
I nuovi concessionari dei diritti di pesca del fiume Treia erano però obbligati a vendere il pesce ricavato dalla loro attività soltanto “sulle pietre di piazza di Prato” e non potevano smerciarlo su altri mercati che non fossero in Civita Castellana. 


I mercanti
Interessante è notare la stretta connessione economico-religiosa di un fenomeno semplice come può essere il mercato del pesce, ma che è indicativa di tutta una mentalità in cui sacro e profano sono frammisti tra loro e si influenzano a vicenda.
Vediamo ad esempio che la rubrica relativa si preoccupa di stabilire che una libra di pesce venduta in Quaresima e in tutte quelle ricorrenze che prescrivono l’astinenza, costasse cinque provisini, mentre nei giorni in cui “si magna carne” il prezzo cali a quattro provisini la libra.
Il pesce pescato quotidianamente dalle acque del Rio Maggiore invece si poteva mettere in vendita al prezzo di sei provisini la lira. Le “pietre” di piazza di Prato erano comunque il luogo dove si teneva il mercato, poiché era il luogo di smercio obbligato anche per i forestieri che volessero vendere il loro pescato. In quella stessa piazza si doveva recare ogni forestiero che giungesse in Civita Castellana per vendere qualsiasi tipo di prodotti (frutta, formaggi, ecc.), naturalmente sempre secondo le misure e i pesi del Comune.
I venditori ambulanti però non potevano allontanarsi dalla città prima di tre giorni dalla loro venuta: evidentemente i cittadini si premunivano contro l’eventualità di venire truffati e non trovare poi più nessuno su cui far vale le proprie ragioni. 


Gli stranieri che assumono la cittadinanza
Prima che qualche forestiero ponesse residenza stabile in Civita Castellana, era compito dei Conservatori assumere informazioni sul suo conto, sulla sua moralità e reputazione (si badava che non fosse “contaminato di tradimento, omicidio, latrocinio, sforzator di femine, ecc.) e stabilire se accettarlo o meno.
In caso di assenso la via era libera e poteva installarsi in Civita con tutta la sua famiglia. Qui rimaneva un anno in “prova”, dopo di che gli concedeva la possibilità di chiedere la cittadinanza e venir quindi a far parte con pieno diritto di quella comunità sia come contribuente che, eventualmente, come amministratore. 


La milizia cittadina
A Civita Castellana nel 400, nonostante il diffondersi ovunque in Italia di milizie mercenarie, conseguenza di una mentalità nuova tutta tesa al “particulare”, i servizi essenziali di difesa cittadina vengono ancora affidati ai semplici cittadini.
La guardia delle porte e delle mura, diurna e notturna, veniva infatti affidata dal Podestà o dai suoi funzionari a qualsiasi “buon cittadino”, eccezion fatta per le categorie sociali più elevate quali dottori in legge, in medicina, ecc. In caso di stato d’allarme però cessava ogni tipo di esenzione.
Altri guardiani, con compiti più o meno simili a quelli di guardie campestri, venivano nominati dai Conservatori a richiesta di cittadini che vedessero in pericolo le loro coltivazioni per i danni che uomini o bestie potevano arrecarvi. Beninteso il salario di questi guardiani non veniva corrisposto dal Comune, bensì da quanti facevano richiesta di protezione, i quali si dividevano la spesa tra di loro. Una specie d’istituto di vigilanza privata insomma. 


La dote
In questo periodo la dote maritale diventa un vero e proprio motivo di preoccupazione economica, per cui non casualmente interviene l’apposita rubrica a “toller e levar via le spese inutili che accasciano in lo contrahere delli parentati”.
Si stabilisce così che alla ragazza da marito non si dovesse dare in dote una veste di prezzo maggiore dei dieci ducati. Seguono quindi altri oggetti che ci forniscono un completo elenco di ciò che comunemente costituiva un corredo e che è interessante ricordare: la “coreggia” e la cinta d’argento anch’esse inferiori ai dieci ducati; quindi la “cassa” per riporre il corredo, cofanetti o forzieri; una veste di uso quotidiano di prezzo superiore ai quattro ducati, un guarnello.
Seguono non più di sei camice da donna, sei tovaglioli, quattro “pannicelli di bambace”, dodici braccia di panno di lino,un pannolistato, una reticella per il capo di seta (senza oro e perle) e una camicia per lo sposo. La dote in denaro era a discrezione dei parenti. Per quanto riguarda il problema dei regali da fare agli sposi si prescriveva che ad evitare “dissanguamenti” a causa di doveri di rappresentanza, chi non fosse parente carnale non spendesse più di venti provesini. 


Porci e altre bestie in città
Chiunque tenesse in Civita Castellana dei porci o qualsiasi altro animale da cortile nel tratto che andava da Porta Lanciana fino a Santa Cristina o “dalla porta da capo” fino alla Rocca (fra l’altro questa citazione è una riprova dell’esistenza di una rocca antecedente quella borgiana), o alla porta da piedi, era tenuto alla pulizia della via pubblica dove si tenevano gli animali. La questione poi si precisa meglio e l’immagine di un Medioevo affannato da preoccupazione igienistiche si dilegua subito: l’immondizia andava tolta “almeno” una volta al mese. Comunque il divieto assoluto di tener porci e altri animali vigeva per il centro della città, sotto gravi sanzioni.
Sempre preoccupati per la “pubblica decenza”, la pubblica sicurezza, i Conservatori ritenevano opportuno di far erigere dei muretti sul bordo delle ripe, cioè le scoscese scarpate che delimitano lateralmente la città. I proprietari dei terreni su cui si facevano erigere i muretti erano tenuti a dare il proprio contributo ai Conservatori che altrimenti avrebbero potuto far sequestrare i frutti di quei terreni a titolo di risarcimento. 


“Civiltà” agricola
Lo Statuto ordina a chiunque fosse proprietario di terreni coltivati a vigna di piantarvi anche un minimo di sei alberi da frutto (fichi, peri, meli, ecc.) affinché nessuna parte del terreno restasse improduttiva: Alla stessa maniera tutti dovevano piantare un minimo di piante da frutto nei loro appezzamenti, di qualsiasi coltivazione si trattasse.
Era inoltre severamente vietato, pena una fortissima multa, a qualunque straniero di pescare nelle acque civitoniche, oltre che cacciare ed uccellare. La rubrica infatti assegna a chiunque, in caso di contravvenzione alla norma, la facoltà di sequestrare gli arnesi impiegati. Addirittura se il reato era su vasta scala, il Podestà aveva la possibilità di compiere rappresaglie contro i luoghi di provenienza di quella gente. 


Le armi
Con l’entrata in vigore del nostro Statuto i Conservatori che si trovarono eletti per primi ebbero l’obbligo di eleggere i soliti quattro “boni e idonei cittadini” che provvedessero all’armamento della città. In Civita Castellana dovevano essere conservate almeno centocinquanta corazze e altrettante celate, cento balestre, targhette, partigiane, spiedi, ronconi e altre armi astate secondo la necessità. Tutte queste armi, in caso di guerra andavano divise tra i cittadini più idonei. Tra l’altro, in occasione della festa dei santi Protettori Giovanni e Marciano in settembre, nell’ultima domenica di Carnevale, in calende di maggio, per san Giacomo e San Filippo, si doveva fare una sfilata di tutti gli armati della milizia cittadina. 


L’ospedale
In questa che è una delle ultime rubriche del libro si danno disposizioni relative alla costruzione di un nuovo ospedale, da edificarsi fuori la città, col nome di ospedale di Santa Croce, in sostituzione di quello già preesistente all’interno delle mura cittadine. I Conservatori erano poi deputati ad eleggere uno o due amministratori, col compito di governare tutti i beni dell’ospedale, essi avrebbero poi reso conto annualmente del loro operato. Ecco dunque che da una rubrica si riaffaccia una fatto edilizio senza dubbio notevole. È probabilmente un’indicazione del nascente fervore edilizio rinascimentale, che oltre alla famosa rocca del Sangallo, darà un volto nuovo a Civita Castellana. 


I lupi
Chiunque ammazzasse un lupo nel territorio di Civita Castellana aveva diritto ad un premio di trenta soldi; che accoppava invece un “lupacchino” ne prendeva dieci (oggi la legge ha invertito i termini: pesanti multe a chi uccide i lupi, il rapporto umano-natura si è invertito tragicamente). 


L’appalto delle tasse
La riscossione delle varie gabelle e dei pedaggi comunali veniva affidata annualmente a dei privati. Al Castaldo del Comune spettava infatti la pubblicazione dell’appalto nel mese di gennaio; con lo stesso sistema si provvedeva a dare in appalto la gabella del macellaio. 


Libro di reformanze
Uno Statuto in genere veniva “commissionato” a uomini di legge affinché, sulla base della confluenza di tre fonti del diritto comune, quello romano, germanico e canonico, si facesse coincidere la realtà sociale ed economica di un centro urbano con una precisa normativa giuridica.
I cittadini, i loro usi, le loro attività, ci parlano dunque attraverso una “mediazione”. Non così, o almeno in misura diversa sono le “Referenze” che costituiscono l’appendice degli Statuti.
Lì il Consiglio comunale, i cittadini, ci parlano direttamente, in prima persona, senza l’interposizione di terzi.
La prima delle ordinanze del Consiglio rispecchia una pressante motivazione economica: la necessità di un aumento salariale al Podestà. Il suo stipendio aumenta di trenta ducati, anche perché si stabilisce che egli debba essere una persona qualificata: deve essere “dottore dottorato in studio politico”, cosa che la rubrica iniziale degli “Uffici”, aveva tralasciato di stabilire.
Altre norme sono aggiunte a proposito dalla cerimonia della imbossolatura di cui si è già ampiamente riferito all’inizio (si doveva, tra l’altro, far celebrare una Messa in onore dello Spirito Santo). Le disposizioni cerimoniali continuano poi, tanto che un’apposita rubrica si preoccupa di stabilire lo stesso abito dei Conservatori della Città “acciò che l’officio sia onorato”: ogni Conservatore doveva infatti indossare, a simbolo della propria dignità, un “mantello negro monachino” o “pavonazzo” di panno lungo almeno fino a mezza gamba, e sotto il mantello un vestito o “saio” dello stesso colore, lungo anch’esso almeno fino al ginocchio, buone calze e berretta, più camice e giuppone.
Da un fatto di costume, un risvolto sociale: il vestiario come simbolo di differenziazione sociale. 


Il sigillo del comune
Il sigillo comunale, di cui si è già accennato in precedenza, doveva essere conservato in una cassetta chiusa con tre chiavi da custodirsi una per Conservatore. Sull’uso del sigillo i tre dovevano decidere a maggioranza.
I Conservatori ci appaiono, alle note che seguono, sotto il giudizio costante della popolazione sul loro operato e infatti “per rimovere le male oppenioni (che) si sogliono havere contra li Conservatori”, si vieta loro di prendere qualsiasi denaro che sia dovuto al Comune, anche con le buone intenzioni di versarlo poi al Camerlengo. 


Il consiglio segreto
Abbiamo già visto in precedenza come nel tardo medioevo il Consiglio segreto, composto da un ristretto numero di membri, abbia ormai nelle sue mani un grosso potere legislativo e decisionale.
Vediamo ora come era organizzato e in che modo operava.
Alla fine del loro mandato, i Conservatori dovevano provvedere ad eleggere ventiquattro “boni e idonei cittadini” (otto per ciascun Conservatore), dai quali il Podestà avrebbe provveduto a scegliere dodici persone per costituire il Consiglio segreto, con un mandato semestrale.
Gli schiamazzi e l’indisciplina verbale dovevano anch’essi essere dei mali comuni durante le sedute del Consiglio. Tanto che si provvede a fissare le modalità degli interventi, che non si sovrapponessero per poi degenerare in rissa. Le decisioni andavano prese tutte per maggioranza, “a bossola”; il “quorum” necessario era almeno i due terzi dei voti. 


Il consiglio generale
Questo era composto da cinquanta uomini (tra essi vi erano compresi i dodici del consiglio segreto), scelti anch’essi in base al giudizio dei Conservatori, ogni semestre alla scadenza del precedente mandato.
Il Consiglio generale solitamente era convocato dal suono di una campana e si teneva nella sala maggiore del Palazzo dei Conservatori. Gli assenti non erano giustificati e la multa era in ogni caso pesante. Comunque in questa sede non si aveva un effettivo potere di proporre delibere o nuove norme per la vita cittadina. Le proposte infatti venivano elaborate in sede di Consiglio segreto e dai Conservatori: al Consiglio generale restava soltanto il compito di discuterle ed eventualmente approvarle.
Così si precisa ancor meglio come l’effettivo potere legislativo e decisionale fosse in mano a un ristrettissimo gruppo, il “popolo grasso” locale, e come tutto ruotasse intorno ad un circolo chiuso, in cui l’apporto delle nuove classi emergenti, (i piccoli artigiani delle classi minori ad esempio) fosse ben delimitato.
I Conservatori designano il Consiglio segreto e generale; a sua volta il Consiglio designa i nomi dei Conservatori da “imbussolare”: non c’è soluzione di continuità. 


I camerlenghi e i sindaci
Per quanto riguarda quest’altra categoria di funzionari, le deroghe proposte dalle “Riformanze” alle norme già fissate sono quasi irrilevanti: al Camerlengo si ricorda di vestire con la decenza dovuta alla loro carica e ai “Sindici” si aumenta lo stipendio.
La scelta di questi ultimi veniva fata ancora in consiglio generale o segreto, a seconda dei casi. 


 Il predicatore
Un cenno viene fatto anche alla figura del predicatore quaresimale: lo Statuto infatti stabilisce l’entità del compenso che i Conventi dovevano pagargli “per sua elemosina e merce”, cioè per la sua predicazione nel periodo quaresimale. Riti religiosi ed economia, sacro e sacrale si mescolano a tal punto che lo Statuto stabilisce inoltre anche l’entità delle offerte per il predicatore. 


La fiera
Appositi funzionari erano chiamati alla sorveglianza e alla giusta regolamentazione delle fiere cittadine. Esistevano infatti dei “Soprastanti” che venivano designati col solito sistema della “imbossolatura” e i Capitani che si occupavano di sorvegliare il regolare svolgimento di quei mercati. 


l medico
Per tutelare, pur nei limiti del tempo, la salute dei cittadini, si ordinava che venisse stipendiato dalla Comunità un medico scelto concordemente dall’assemblea riunita dal Consiglio generale. I medici hanno sempre goduto di un buon trattamento economico, e quello della Civata Castellana del XV secolo non fa eccezione. Si stabilisce per lui uno stipendio di cento ducati l’anno, molto rilevante se poi confrontato con altre professioni tradizionalmente mal pagate come quella dei maestri di scuola. Unico precetto stabilito per il medico, che di norma doveva essere forestiero, era che nell’accettare la condotta facesse un’offerta di due cucchiai d’argento e di dieci libre di cera bianca alla Compagnia del Corpus Domini, in occasione di quella festività. 


Il maestro di scuola
Questo professionista, tradizionalmente mal pagato, o meno pagato delle altre professioni (medici, notai, ecc.) in Civita Castellana è invece trattato discretamente bene, pur senza nuotare nell’oro. Il suo stipendio annuo è pari a due terzi di quello del medico, ma la pigione della sua casa era a carico della Comunità. Lo stipendio però non era corrisposto per intero dal Comune: metà dei settanta ducati prestabiliti dovevano infatti pagarli gli scolari mese per mese. 


Il cancelliere
Anche questo funzionario doveva essere scelto da parte del Consiglio generale tra i forestieri e aveva uno stipendio intorno ai settanta ducati annui; quei denari andavano detratti dall’entroito della gabella per il passaggio del ponte sul fiume Treia che abbiamo ricordato in precedenza. 


Il palio
Dopo l’ampia trattazione riguardante questa manifestazione di spontaneità popolare, la “reformanza” ci dà altri ragguagli in proposito. Si ordina infatti che al palio che si corre per i Santi Patroni, partecipano almeno due cavalli berberi; inoltre si stabilisce la somma da destinarsi per l’acquisto del Palio stesso, che doveva recare le insegne papali e quelle del Governatore della Comunità.
In precedenza non era stato fatto alcun riferimento né alle armi papali, né tanto meno a monsignor Governatore, che ora invece in queste “Referenze” vengono più spesso ricordati. Segno probabile di una lenta ma continua decadenza dell’autonomia locale nel declinare del XV secolo. 


 Moralità
Rientra in questo tema la reformanza relativa agli atti irriguardosi nei confronti del cosiddetto “gentil sesso”. La gente, chissà per quali preconcetti e superstizioni, vedeva di mal occhio e commentava con pesanti ironie le vedove che si accingevano a passare a nuove nozze. Così quei matrimoni diventavano occasioni di baldorie, di “tintinnate, zifoli, clamori”, di pesanti allusioni sulla sposa e sulle future “gioie” matrimoniali.
Le pene previste per queste gazzarre sono severe; tra i possibili imputati vi sono anche i ragazzi inferiori ai quattordici anni, per i quali erano chiamati i genitori a rispondere.
Le offese rivolte ai Conservatori erano invece punite con multe severissime in denaro, fino a cinquanta scudi d’oro, e dieci giorni di carcere. 


Agricoltura e bestiame
Altre norme a difesa di alberi e altre colture, ma sarebbe forse meglio dire a difesa della proprietà privata, si trovano nelle Reformanze: Si puniscono coloro che per mantenere le loro capre rubano “cerri e fargnie” altrui, ed egualmente chi danneggia vari alberi da frutto, grano ed orzo, canneti e vigne.
I porci non potevano pascolare per tutto il territorio di Civita Castellana durante il periodo che andava da metà del mese di maggio fino a tutto il mese di luglio, né le capre potevano pascolare liberamente per tutto il territorio durante l’intero anno. Le pecore di ritorno dalla transumanza e dirette in Maremma non potevano sostare nel territorio comunale per più di tre giorni e rimanevano sotto la costante sorveglianza dei guardiani del Comune. 


 Conclusioni
Dal commento allo Statuto che sono andato esaminando ne è uscita fuori una realtà oltremodo composita che spazia oltre – come avevo accennato all’inizio – la ristrettezza di una pur complessa normativa cittadina.
Lo ho già affermato, ma giova ripeterlo, come da una normativa che necessariamente si sarà uniformata a degli schemi precostituiti e quindi di carattere statico, si sia manifestata una realtà dinamica e viva che abbraccia svariati settori di quel fatto oltremodo composito che è il vivere umano.
Ne è uscito fuori un quadro a tinte ora vivaci ora appena accennate, di un Comune tardo medioevale dell’Italia centrale, appartenente al Patrimonio di San Pietro.
Abbiamo potuto riscontrare come questi fatti,visti di per sé, rispecchino ed implichino usanze particolari, alcune strutture economiche, peculiari colture rurali, specifiche forme di allevamento di bestiame e come tutto ciò sia legato da un tessuto urbano assai omogeneo.
È infatti quanto mai evidente come, nell’ambito di quella particolare economia rurale, alcune colture prendano il sopravvento su altre e quali siano stati i motivi che le hanno determinate. È stato riscontrato il particolare sviluppo dell’allevamento del bestiame, la nutritissima presenza tra i lavoratori cittadini di addetti a quel settore e la particolare consistenza e rilevanza della loro Corporazione.
Abbiamo poi visto la particolare estensione dei campi lasciati a pascolo e non a caso abbiamo ricordato la relativa bolla papale che condannava l’eccessivo numero di quelle colture.
Naturalmente erano ancora numerosi i prodotti dell’agro falisco, non ultimo dei quali il frutto dei numerosi vigneti che facevano da corona al territorio comunale. Il lungo, anche se noioso, elenco di vigneti civitonici voleva infatti fornire una indicazione valida a quel proposito. Altre colture erano poi la canapa, il lino e le varie specie di grani (frumento, orzo, spelta, avena) e leguminose.
Il nostro Statuto si è soffermato inoltre ad esaminare aspetti economici più generali, di politica economica, in altri termini. Ed abbiamo visto allora in quella occasione come il rigido protezionismo medioevale avesse un indirizzo, nel nostro caso, a senso unico; vale a dire come i prodotti eccedenti al ristretto fabbisogno locale prendessero inevitabilmente la strada per Roma e per gli altri centri del patrimonio, salvo deroghe eccezionali.
A questa economia strettamente rurale, in mezzo alla quale occhieggia un artigianato abbastanza qualificante come quello dei “vascellari”, ed altre attività come ad esempio la pesca nei corsi d’acqua che circondavano il centro urbano, fa da tessuto connettivo una solida organizzazione amministrativa. È quella del Comune italiano tardo medioevale, con la sua piccola corte di funzionari al seguito del Podestà forestiero con la successione di cariche e di compiti; Camerlengo, Cavaliere, via via fino ai funzionari più umili.
Questa piccola burocrazia era tenuta a vigilare su una gamma vastissima di norme, che trascendevano spesso l’ambito più strettamente giudiziario ed amministrativo, per addentrarsi anche nella sfera del privato, della moralità pubblica dei costumi personali, fissando norme (ad esempio quelle contro i sodomiti) che ci lasciano stupiti per il loro rigore.
Ci appare sempre più chiaro quanto poco netta fosse la separazione tra la sfera dell’esistenza privata e quella pubblica, di quanto pressante ed inesistente fosse l’ingerenza di quest’ultima nella vita dei singoli individui.
Dal punto di vista legislativo, oltre che amministrativo, ci si rende conto come ormai nel Comune italiano tardo medioevale il potere reale sia in mano a quella ristrettissima cerchia che compone il Consiglio segreto e che trae dai suoi membri interni i Conservatori e i funzionari che non appartengono alla corte forestiera del Podestà.
Le Arti sono ormai in una fase discendente di progressiva ed inarrestabile sclerotizzazione. Vediamo bene dall’esempio dell’Arte dei Macellai come ormai esse si racchiudano su se stesse e impediscano come ostacoli sempre più difficili da superare, l’accesso a forze nuove e fresche. Per loro è l’inizio della fine.
I divertimenti popolari, le grandi feste religiose con il loro apparato eterogeneo, col loro miscuglio di sacro e di profano, costituiscono una testimonianza quanto mai efficace dell’esistenza popolare, dei modi in cui la gente comune, quella che i manuali di storia di solito ignorano, cercava di evadere dal grigiore quotidiano, dalle miserie, dagli stenti di sempre.
E qui lo Statuto ci da una testimonianza vivace e fresca, allorché ci parla di giostre e corse di cavalli e di mammoletti, di cortei delle Corporazioni, di vinti e di vincitori.
E tutto quanto in onore di quel Messere Dominieddo che presenziava ad ogni evento della vita quotidiana, triste o felice che fosse.
Il libro delle Reformanze cittadine ci ha dato un’ immagine più dinamica del nostro Comune, ci ha tratteggiato con più vivezza altre figure cittadine, ci ha presentato un maestro di scuola, eternamente non troppo ben pagato, un medico e tanti altri piccoli protagonisti di una vita cittadina, in un ambito ristretto, ma non per questo testimonianze meno valide di una certa realtà.
Avremo voluto completare questo quadro con altre testimonianze, altri documenti, coscienti come siamo della limitatezza delle testimonianze che uno Statuto può offrire, data la necessaria e relativa uniformità che esso ha con altri Statuti del suo tempo consapevoli che non sempre ad una normativa giuridica corrisponde una realtà concreta, un’attuazione di quelle leggi. Ma della Civita Castellana medioevale resta ben poca traccia nei documenti, nonostante il nostro sforzo di ricerca. 


ALLEGATI FRAMMENTI DELLO STATUTO
Degli Statuti di Civita Castellana, oltre le copie a stampa già menzionate nella premessa al commento degli stessi, abbiamo dunque due frammenti, due pagine unite tra di loro scritte sul recto e sul verso, appartenute ad uno dei fascicoli del volume manoscritto originale, quello “De Estraordinari”, comprendente dalla rubrica 34 alla 51, oltre ad un altro minuscolo frammento quasi del tutto illeggibile, conservato, come si è detto, presso la locale Biblioteca comunale.
Un notaio di un’epoca successiva (forse uno dei soliti Pechinoli di Civita Castellana?) usò i due fogli come copertina per un suo protocollo. Di questo secondo reimpiego abbiamo ben visibile la data tracciata tra le rubriche 34 e 36: “1575 usque 1577”; in mezzo alla suddetta dicitura troviamo un “30”, forse il numero di protocollo del fascicolo notarile. Per quanto riguarda altre notizie relative al tipo di scrittura e alla datazione rimandiamo alla già citata premessa. 


 Rubrica che li sciacquatori siano tenuti coperti e acconci, cap. 34
(…) Et chi il contrario facesse caschi in pena de facto de soldi vinti de provisini, e niente dimeno sia costretto personalmente a farlo acconciare come è detto disopra, Anco chi avesse sciacquatori per le possessioni, sia tenuto acconciarli di commandamento delli Viali; Anco volemo che chi avesse cloache, o necessarij in alcuna parte appresso alcuna via publica, overo dette cloache, e necessarij in alcuna parte, e sciacquatori rispondessero in alcuna grondara, o in altro loco vicino ad altrui; sia tenuto, e obligato acconciare le dette cose, in modo non esca bruttura fora nelle vie publiche, ne fetore, ne rincrescimento, ne danno, iniuria, ne iattura a niuna persona faccino, alla sopradetta pena. Et se alcuno che dette cloache, e sciacquatori o necessarij havera, e ricercato dal vicino che li debbia acconciare in modo che danno, ne preiudicio li faccia, e in fra quindici giorni non li acconciara dopo la requisitione predetta, caschi in pena de soldi cinque per giorno stesse in mora, de li quali la metà sia del comune, e latra metà di quello che il danno o rincrescimento sostenesse. Et così delle grondare, condutti d’acqua che fussero ripieni, o altro danno facessero, che a petizione de una delle parti se debiano rimovere, e acconciare, la sopradetta pena. 


Rubrica dove si buttino le carni non buone da mangiare. Cap. 35
Qualunque persona scorticara, overo fara scorticare in Civita, o suo Scassato alcuno cavallo o cavalla, asino mulo overo bove, capra, cane, scrofa, porci, overo altri animali grossi quanto menuti, de quali animali le carni non siano bone da mangiare quel giorno medesmo che sara tale animale scorticato, sia tenuto et obligato il patrone di detto animale portare, et gettare per le ripe di Civita verso rio maggiore in loco che per nessun modo detto cadavere in luogo dove si butta vadi a detto rivo, ne anche in vie pubbliche, Et chi facesse il contrario caschi in pena de soldi quaranta, et per ogni volta, et ciasche animale grosso, et de soldi vinti per qualunque animale menuto, et ognuno il possa accusare, et il presente capitolo dechiaramo ancora abbia loco se detti animali, o alcuno de essi morisse, o non si scorticassero si debbiano buttare in detto modo. 


Rubrica che nulla femina vada dietro ad lo morto quando se porta (alla chiesa). (cap. 36)
Ordinamo et statuimo che nulla femina tanto ciptadina quanto fuorastiera vadi dietro ad lo morto quando si porta alla chiesa ad seppellire, in modo se debbia star dentro la casa donde lo morto esce fora per fine che lo corpo se porta ad la chiesa et chi fa lo contrario pachi soldi dece de provisini per ciasche volta et per qualunche femina al nostro comune senza processo alcuno. 


Rubrica che nulla persona mancioli per Civita. (cap. 37)
Statuimo et ordinamo che nulla persona mancioli lino, overo canepe dentro in Civita ad la pena de soldi cinque per ogni volta et qualunque persona … 


(Rubrica che nullo metta bestie nelle chiese) (cap. 38)
(Ordinamo e statuimo che nullo metta bestie in chiese, overo) faccia dentro in (esse) (al)cuna sozzura, ad la pena de cen(to) de provisini et sia licito ad cias(cuno) acchusar et sia creso al suo sa(cram)ento et habbia la terza parte de (pe)na, excepto non fosse tempo de piovere, che (gi)sse o tornasse da la possessione, o d’(alt)ronde et recupasse in alcuna chiesa, sta(ndoci) finche piouto fosse, tanto con besti(e) quanto senza, excepto che non ha(vesse) altro loco profano appresso, che ce po(tesse) recuperare, che allora non li sia lecito entrare in dicta ecclesia. Item vo(l)emo che se in dicta ecclesia de se medesimo entrassero, le dicte bestie pagi lo patrone per ciasche bestia grossa soldi dieci (e) per qualunque bestia menuta soldi tre, (…) pena applicata allo nostro comune. 


Rubrica che nullo meni porci alle fonti. Cap. 39
Statuimo et ordinamo che nullo po(rcaro) meni li porci ad alcuna fonte d’(acqua) viva dove sia facto alcuno ac(concime), overo segno per lo quale se pos(sa) com(prendere), che l’acqua de dicta fo(nte) (se ad)operi per bevere, da kalende di ma(zo) (fino alle) kalende de octobre, et nullo porco de (dette) fontane lacqua possa be(vere) (e chi farà) il contrario pagi de … 


Rubrica che li porci mandarini non vadino per Civita. Cap. 40
Ordinamo et statuimo che nullo p(orco) mandarino vada per Civita alla pena de cinque soldi de provisini per ciasche porco, et qualunque volta, da pagarse dalli patroni delli porci allo nostro comune. Et sia creso allo sacramento de lo acchusatore et habbia la terza parte de la pena e la corte ce possa procedere per inquisitione ac similiter dicemo de li porci che passassero intra lo abitato de Civita. Volemo imper possano ire da una Porta ad laltra, canto le ripe de dicta cipta et dove non potessero ire canto le ripe vaiano per la piu corta via senza pena. 


Rubrica che le acque delle olive se mandino alle ripe. Cap, 41
Statuimo et ordinamo, che ciasche persona mandi le acque de le olive ad le ripe, et curi et faccia in modo che le dicte acque non facciano dampno et ne entrino in le possessioni de nostri ciptadini da la pena de soldi vinti per ciasche uno contrafarra et qualunche volta questo capitulo, sia rato et fermo. 


Rubrica che nullo pigli ne uccida palombi de palombara cap. 42
Ordinamo et statuimo che se alcuno tanto ciptadino tanto forestiero pigliasse e ammazasse
per qualunche modo alcuno palombo de palombara de alcuno nostro ciptadino, quale avesse tanto dentro quanto fora de Civita. Per quello tale che pigliassero e ammazassero, pagi per nome de pena libre cinque de provisini. 


Rubrica de quelli che se affrancano per lo Comune. cap.43
Statuimo et ordinamo, che se alcuno de Civita ciptadino o non, habbitante in essa fosse concessa alcuna securta dallo nostro Comune, in quale apparisse per pubblico in strumento esser facta legitimamente in consiglio generale, e spetiale et venta et optenuta, come si deve, che lo nostro Potestà, e suoi offitiali per li tempi saranno, la debbiano observare o far observar et dicto Potestà facendo lo contrario per nome de pena libre dece de provisini ad lo nostro Comune. 


Rubrica de quelle cose che degono essere de lo Comune; cap. 44
Ordinamo et statuimo che queste (co)se siano dello Comune, et tucte altre quale se contengono in li altri capituli (…) la concha de fonte, de piaggia, li carbonari et le terre della de lo Tevere aderitto allo porto de guliano, ancho le acque passaggi et le cose che se lassano per alcuno malefitio devono pervenire ad lo Comune, anco li dati siano del Comune, et tutte le cose che sono sopra le porte di Civita. 


Rubrica che nullo butti sozzura nelli rivi di Civita. Cap. 45
Statuimo et ordinamo che nulla persona ardisca né presuma buttar alcuna sozzura overo corpo morto di homo, o daltro animale in li rivi di Civita circostanti et massimo di quelli si sogliono cogliere l’acque per bere alla pena di quaranta soldi di provisini da applicarsi allo nostro Comune de facto et omne persona lo possa accusar et sia creso al suo sacramento con un testimonio degno di fede et habbia la terza parte de la pena. 


Rubrica che li barbierij non radano in li dij comandati. Cap. 46
Ordinamo et statuimo che li barbieri non debiano radere in la nostra città in li dij de niuna festa comandata de la Santa Ecclesia, overo per questi nostri Statuti, ad la pena de soldi dece de provisini per qualunque parte si radesse e per ciasche volta. 


Rubrica che li preti pagino li dati. Cap. 47
Statuimo et ordinamo che li clerici debbiano pagare li dati quali se impongono per lo Comune delli bieni dello padre e della madre et altri bieni stabili che havessero, pur che non siano (della chiesa), e se non la pagassero sia lecito ad omne uno farce dampno overo dampnificar le dicte passioni servata la forma del capitolo posto di sopra, che ogni persona pagi il datio. 


Rubrica che li bovi per arare non si possino tellere per pegno. Cap. 48
Perche li bovi per arare sono necessari per sementar grano, orzo, spelta et altre biade a uso del viver humano, statuimo chel nostro Potesta per li tempi sara non ardisca ne presumi far toller per pegno ne in casi civili, ne straodinarij tanto bovi atti ad arare, et questo si intenda per Santo Angelo di settembre fino alla Natività del nostro Signore Iesu Cristo, Anco nessuno nostro ciptadino procuri tal pegno havere, ne pigli, et se lo contrario facesse tanto lui quanto lo Potesta ciaschino in pena per ciasche uno et per qualunche volta de solde dece de provisini. 


Rubrica che li panni de lo lecto non se tollano per pegno. Cap. 49
Ordinamo et statuimo che per nullo debito tanto civile quanto criminale, quanto estraodinario et dampno dato se possa toller per pegno li panni de lo lecto, cioe che allora se adoprino in dicto lecto et sono necessarij ad la pena de soldi vinti de provisini tanto a chi li facesse tollere, tanto alli offitiali che li tollessero, excepto che non fosse caso tale che fossero pubblicati tutti li altri beni insieme con essi, ma se saranno tolti per le cagioni soprascritte, oltre la pena li pegni se debbiano rendere. 


Rubrica de chi impedisce se faccia testamento. Cap. 50
Statuimo et ordinamo, che qualunche non lasciasse fare testamento ad altrui parandosi avanti al notario che non vada a quello che vole far testamento, o altra ultima volontà, o minacciasse al notario, o alli testimonij overo al testatore in qualunche modo impedisce con dicti o fatti la dicta ultima voluta, paghi per nome di pena libre cinquanta de provosini et niente di meno perda la perdita di quello tale che ha impedito di fare la sua ultima voluta, et questo statuto habbia loco in le mogli, figlioli, fratelli et sorelle, et in ciasche persona che questo impedimento facesse. E nientedimeno volemo che il nostro Potesta ad petitione di quello tale impedito debbia andare con tucti suoi offitia a casa sua, et ad esso dare aiuto et favore in modo che quel tale possa fare la sua ultima voluta et se il potesta non ce andasse essendo domandato, paghi libre dece de provisini et per suo salario habbia dicto Potsta doi carlini papali, et nientedimeno se il testamento si fara per favore della corte dicto impediente incorra in le dicte pene.

Rubrica che nullo sia advocato ne procuratore ad lo Potesta et soi officiali. Cap. 51

Perché molte volte accasca che li officiali de la nostra citta fanno molte cose non debite anzi enormi ad instantia delli advocati et procuratori promettendo a loro diffenderli nel sindacato per la qual cosa gli offesi non possono conseguire l’effetto della iustitia. Statuimo et ordinamo che nullo nostro ciptadino tanto advocato quanto procuratore possa avocare, ne procurare per il Potesta et suoi officiali in lo tempo del loro sindacato, alla pena de libre dece de provisini. 


DOCUMENTI
Dal Registro Camerale di Nicolò IV 7243 Santa Maria Maggiore, 23 febbraio 1290
Concessio viae (Fol. 40 v.)

Dilectis filiis populo Civitatis Castellanae.
“Ex parte vostra fuit expositum coram nobis quod in territorio vostro, per (silvam videlicet que vulgariter dicitur Scardafolli, antiqua via seu strata communis habetur, in qua, propter loci solitudinem, nonnuli qui in rebus pessimis gloriantur plerumque insidiantur viatoribus per eadem et oportunitate captata in ipsos insiliunt eosque spoliant et occidunt, propter quod cogimini frequenter subatinere penas pro excessibus aliorum, quamquam de ipsis nequaquam culpabiles vel participes exstatis. Trasferendi dictam viam antiquam prout petitis (scilicet per pontem noviter constructum super Tregiam), cummodo hilis qui ex translatione hujusmodi vie notabiliter lederentur congruo satisfiat, vobis aucoritate apostolica licentiam concedimus postolatum. Volumus autem quod romana ecclesia idem jus in omnibus plenum et integrum habeat in via que, ut predicitur, per vos transferri contigerit prout sibi competere dinoscitur in antiqua… dat. Roma, etc, VIII Kalendas martii, pontificatus nostri anno tertio”.
Dal Liber Censum della Chiesa Romana. CCCLXIII. Obligatio syndici Civitatis Castellanae super pedaggio non tollendo et strata custodienda.

In nomine Domini, amen. Anno nativitatis dominici MCCLXXXX, inditione III mense februario die XV, pontificatus domini Nicolai pape IIII anno secundo. In presentiam mei notarii et testium subscriptorum Bellucus Jacobi Laurentii procurator et syndicus universitatis et populi Civitatis Castellane, habens ad infrascripta sufficiens et plenum mandatum, prout in instrumento publico inde confecto manu petri Jacobi Gerardi de Civitate Castellana nitarii a me infrasripto notario viso et lecto plenius continetur, ex vogore sui sindicatus constitutus coram domine Nicolao domini pape camerario per stipulationem solennem nomine ipsius universitatis et populi promisit eidem domino camerario recipienti et stipulanti nomine ac vice domini pape et ecclesie romane, quod in strata seu via communi pe quam viatores ire debent, que de permissione sice licentia santissimi patri set domini Nicolai divina providentia pape IIII transferri debent a silva que vulgariter dicitur Scardafolli, et ireiuxta dictam civitatem per pontem super acqua que dicitur Tregia, per homines civitatis ejusdem aut aliquem alium quocumque nomine occasione sue causa non recipietur aliquod pedagium quodque cadem universitatis sice populus stratam ipsam facient diligenter et fideliter custodiri, ita quod nullus inibi in persona vel rebus possit dampnum aliquod substinere; quod si aliqua persona in eadem via vel iuxta ipsam esset spoliata vel perdert aliquid in eadem, per universitatem et populum ipsius civitatis titum plene ac integre emendabitur et restituetur perdenti aut spoliato quod sibi fuerit ablatum item promisit eidem domino camerario sindicus supradictus quod in toto territorio predicte Civitatis Castellane non exigetur aut recipietur aliquod pedagium ab aliquo tranaente. 


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N.B. Per A.V.C.C.Leggi: Archivio Vescovile Civita Castellana.


NOTE


[1] “Massa Castellanae Patrimonii Tusciae” è nominata nel registro di Gregorio II (715-731), in cui si ricorda che essa fu data in enfiteusi in quel periodo al Monastero di S. Silvestro al Soratte – Kehr – op. cit. pag. 184.
[2] Tomassetti I. – Della Campagna romana - in Arch.Soc. Rom. St; Patr. – (1884) – pag. 425.
[3] A questo proposito vedi anche L. Duchesne – Le sedi episcopali dell’antico ducato di Roma – vol. XV (1892) da “Arch. Soc. Rom. St: Patr.”cp. cit. pag. 492 e Tomassetti – cp. Cit.
[4] Falerii, ad ogni modo continuò ad essere abitata fino al secolo Xi: un documento farfense dell’anno 1064 è infatti sottoscritto da un Teuzondi Crescenzio, giudice di Fallari (Reg. Farf. N. 994). Si tratta di Una donazione fatta all’Abbazia di Farfa da Raniero figlio di “Saxonis incliti cornitis de Comitatu Civitatis Castellanae” e da sua moglie donna Stefania (Chronicon farfense – di Gregorio di catino, II – p. 156 – 15).
[5] Ughelli - I – pag. 597.
[6] Moroni – Dizionario – XIII – pag. 291.
[7] Moroni – Ibidem – Venezia – 1840-1861.
[8] Saba A. – Storia della Chiesa – II – Torino 1954 – pp. 237 , 238; Signorelli G. – Viterbo nella storia della Chiesa - I – 1907 – pag. 87.
[9] Quando Pasquale II tenne l’offensiva, Clemente prese d’assalto Civita e la conquistò. Così il suo biografo Pietro Pisano: “…dominus papa civitatem Castellanam per suos aggressos locum natura satis munitum …”. (Petri Pisani card. “vita Paschalis II”, in Watterich, II – pag. 5).
[10] Liber pontificalis, Duchesne, CLXI Paschalis II p. 297, II t. – “Miser Guibertus, iam non papa qui umquam papa, dimessa urbe, noc adhuc securus, in Castellum se proripuit…”. La nota esplicativa di p.307 precisa “Le Castellum indiquè est Civita Castellana”.
[11] Che Civita Castellana fu rioccupata nel 1105 lo provano tre lettere, datate in quella città, di Pasquale II. (8sett. E 5 ott. 1105; Jaffè Reg. n. 6038-6040).
Lib. Pont. ibidem t. II – “Eo tempore dominus papa civitatem Castellanam per suos aggressus, locum natura satis munitum, miro Dei auxilio vi virtuteque abitinuit”. – pag.298;
La nota esplicativa (t. II) precisa – “il est à croire que Civita Castellana fut prise peu après la mort de l’antipape Guibert…” – pag. 307.
[12] Brezzi P. – Lo scisma inter regnum et sacerdotium – LXIII (1940) p. 22 di Arch. Soc. Rom. St. Patr.; e Signorelli G. Viterbo nella Storia della Chiesa – II – Viterbo 1940 – pag. 128;
Lib. Pont. Duschesne – t. II – “Set cum ad locum illum tutissimum iam secure non posset transige, ad Civitatem Castellanam festinanter ascendit; ubi si de persona eius rex male cogitascet, irem illius secure declinare…” – pag. 390.
[13] Theiner – Codex diplomatious domini temporalis S. Sedis “Oppignoratio Civitatis Castellanae facte dominis de Praefectis ab Hadriano PP IV, I, doc. 24 e Lib. Censum, Fabre-DUSHESNE, I, 425,431,432,434,438
[14] Muratori – Ant. Med. Aevi, tit. I p. 145; tit. II p. 809; “Cartula refutationis filie Johannis Caparronis super Civitate Castellana” (20 gennaio 1195) e “Cartula refutationis facta a fillis Johannis Caparronis super facto Civitatis Castellanae” (2 giugno 1195).
[15] Silvestrelli – Città, castelli e terre della regione romana – II – Roma 1970 – pag. 495.
[16] Silvestrelli – cp. cit. – p. 495.
[17] L’anonimo cassinese lo dice morto “aud civitatem Castelli” confondendo con Civita Castellana. Il continuatore di Sigeberto lo dice morto “vigesimo fermo miliaio, in quidam romanae ecclesiae possessione”. (Watterich – op. cit. – II – pag. 649) – la distanza corrisponde a Civita Castellana.
[18] Arch. Soc. Rom. St. Patr.; 49, (1926) – in “La libertà comunale dello Stato della Chiesa” di G. Ermini – p. 9.
[19] Theiner – Cod. dipl. I, doc. CLII.
[20] Theiner – Ibidem I, doc. CIII.
[21] Bolla 18 marzo 1235, A.V. Reg.Vat. 17, pag. 468,R.G. Gregorio II, doc. 2457 in Silvestrelli cp. cit.
[22] Cronaca di Ricc. Di S. Germano in Perts, III, 379 riportata da SILVESTRELLI – cp. cit.
[23] Cronaca di Nocolò di Calvi – paragrafo 13 pag. 86.
[24] Theiner – Cod. Diplo. : “Fidelibus Civitatae Castellanae statuta confirmantur” n. 246 pag. 142., I… 
[25] Ranghiasci, “Memoria istoricha di Nepi” – Todi, 1845 – pag. 109.
[26] Theiner – Cod. dipl. – I – pag. 297.
[27] Theiner – Cod. Dipl. I – pag: 303.
[28] Bonifacio VIII curò in particolare la Tuscia con atti costituzionali che garantivano le libertà comunali, con la garanzia che il Pontefice esercitava nel Patrimonio mediante il Rettore. (Theiner, Cod. Dipl. I doc. 528: Costituzione del 20 gennaio 1300 “Merum et mixtum imperium”).
[29] M. Antonelli, La dominazione pontificia nel Patrimonio – vol. 26 (1903) Pag. 268- in Arch. Soc. Rom. St. Pa.
[30] Antonelli M. – Nuove ricerche per la storia del Patrimonio – vol. 58 (1935) pag. 144 – in Arch. Soc. Rom. St. Patr
[31] “Hist. De belle confecto a card. Eg. Albornos” – Bologna 1559, t. XVI (in Silvestrelli) II, pag. 496.
[32] Signorelli G. – Viterbo nella Storia della Chiesa – I, 1908 – pag. 322.
[33] Lupo Fernandez De Luna; patriarca alessandrino e vescovo di Saragozza, militava agli ordini del card. Albornos, durante la riconquista del patrimonio. La relazione è rip. Da M. Antonelli: La dominazione pontificia nel patrimonio – Roma 1903 – pag. 171.
[34] M. Antonelli – cp. cit. pag. 171.
Vi è riportato anche uno stralcio della relazione in cui si fa cenno al pagamento di 54 braccia di panno, acquistato per nascondere le scale portate in groppa a degli asini da Marta a Civita Castellana onde poterne scalare le mura. “in proposito vedi la nota n. 2 di pag. 171 in M. Antonelli - cp. cit. – tratta da “Intr. Et exit” – C. 223.
[35] Theiner – Cod. Dipl. II – doc. 542
[36] Antonelli M. – La dominazione pontificia nel Patrimonio – vol. 30 (1907) pp. 318-319; in Arch. Soc. Rom. St. Patr.
[37] I nomi di Giovanni Sciarra di Vico e di Lodovico si riscontano anche nella bolla di assoluzione di Gregorio XI datata al 27 dic. 1377 (bolla n. 32  Arch. Cattedrale di Viterbo.
[38] Antonelli M.  Il patrimonio nei primi anni dello scisma – vol. 61 (1938 – pag. 186 – in Arch. Soc. Rom. St. Patr.
[39] Antonelli M: - -cp. cit. – “… concedimus tibi civitatem civitacastellanae cum roccha territorio et distructu ac omnibus iuribus et pertinantiis suis, que ecclesiae iuris et proprietaris existit…” A.V. pag. 186 (Rag.Vat.c.76,148; 9/1 e 23/4/1399.
[40] A.V. Reg. Vat. 335, 289,269 in nota n. 37 Silvestrelli , II – Roma 1970 – pag. 497.
[41] Signorelli G. – Viterbo nella storia della Chiesa – vol. II pag. 25 (capitoli pubblicati da fedele in Arch. S.C. XXX pag. 194).
[42] Riunione delle Diocesi di Civita Castellana e Orte: Bolla del 5 ottobre 1427 (Ughelli I, 1030).
[43] A.V. Reg.Vat. 682, f. 22.
[44] Tomassetti I. – La campagna Romana – I., Roma 1910 – pag. 156.
[45] Pardi G. – La popolazione di Roma nel Quattrocento – in Arch. Soc. Rom. Patr. – XLIX – 1926.
[46] Pardi – cp. cit.
[47] Tomassetti – cp. cit.
[48] Comitato italiano per lo Studio dei Problemi della Popolazione, Commissione di Demografia storica, Fonti archivistiche per lo studio dei problemi della popolazione fino al 1848. Serie II, vol. III, parte II. Roma tipografia Luigi Proia, 1940.
[49] Martinori E. – Lazio Turrito – Roma, 1933.
[50] A questo proposito vedi: Bedini, - Faleri, la sua storia i suoi martiri, la sua chiesa, - Civita Castellana 1956 – p. 35 ss.;
Cardinali – cp. ct.;
Mastrocola M. – Note storiche … - II, p. 9 ss.
[51] Ughelli – Italia Sacra – I 597.
[52] Lucenti S.C. – Roma 1704, col. 1126-1127.
[53] Mastrocola M: - cp. cit. – II – pag. 9.
[54] Anonimo – Primo ragionamento sull’antichità della sede vescovile di Civita  Castellana – Roma 1795 – pag. 10. 
[55] Kehr – Italia pontificia – Il Latium – pp. 184-185.
[56] Duchesne – Le sedi episcopali nell’antico ducato romano – Arch.Soc.Rom.St.Patr. XV (1892) – pag 491.
[57] Schmiedt G. – Città e fortificazioni nei rilievi aerofotografici – in Storia d’Italia – Einaudi – V, I°, 1975.
[58] Zocca M. – Aspetti dell’urbanistica medioevale nel Lazio – in Palladio – 1942. Lazio – in Palladio – 1942.
[59] Morini M. – Atlante di storia dell’urbanistica – Milano  - pag. 118.
[60] Morini M. – Ibidem.
[61] Polyb. I, 65; Liv. Per. XX; Val. Max. VI, 5, I, Eutrop. II, 28; Oros. IV, II, 10;  Zon. VII, 18. Zonara, tra gli autori citati è quello che fornisce un maggior numero di particolari, narra infatti che Manlio Torquato dopo aver saccheggiato il territorio falisco si scontrò con l’esercito avversario; mentre in un primo momento la fanteria romana ebbe la peggio , nonostante la cavalleria avesse avuto il sopravvento, in seguito le forze falische rimasero sconfitte. Da Livio, Eutropio ed Crosio altri due dati: il primo concernente la durata della spedizione e dell’intera guerra: sei giorni; il secondo, meno attendibile, riguarda i falisci uccisi: quindicimila.
[62] M.W. Frederiksen and J.B. Ward-Perkins – The ancient road system of The central an Northern Ager Faliscus (notes on Southern Etruria), III Falerii Veteres (Civita Castellana). In “Papers of the Britsh School at Rome”, XX, 1957 – pp. 67-203.
[63] Vedi anche: Moroni – Dizionario – XIII, all. 287-297; Tomassetti: - La campagna romana antica, medioevale e mod. – Roma 1913.
[64] Frederiksen – Ward – Perkins – Ibidem.
[65] A questo proposito Ward-Parkins afferma che “la cattedrale fu per la prima volta menzionata nel 727” ma non sono riuscito a trovare dove abbia motivato questo fatto.
[66] Frederiksen-Ward-Perkins – Ibidem.
[67] Raspi J. Serra – La Tuscia Romana – Roma, 1972 – pag. 52.
[68] Pulcini G. – Falerii Novi, Falerii Veteres, Civita Castellana – Civita Castellana, 1974.
Nibby A. – Analisi storico-topografica-antiquaria della carta de’ dintorni di Roma 1848-49 pp. 15-31.
W. Gell – The topografy of Rome and its vicinità – I – London 1834 – pp. 290-297.
[69] PULCINI G. – Ibidem pp. 148-150.
Per il ritorno sull’antico tracciato falisco e le successive stratificazioni urbanistiche vedi pure:
Quaderni dell’Istituto di ricerca urbanologica e tecnica della pianificazione – (Fac. di   Architettura-Univ. di Roma): “Il territorio della media valle del Tevere”.
[70] Zocca M. – cp. cit.
Martinori E. – Via Cassia – Roma 1930.
[71] Pulcini G. – Falerii Veteres, Faleriii Novi, Civita Castellana – Civita Castellana 1974.
[72] Martinori  R. Via Flaminia - Roma 1929 – pp. 76-87.
[73] Al concilio di Roma del 465 intervenne Paolino Vescovo Acquavivae; tra il 483 e il 492 fu vescovo di questa città Benigno.
Vedi: F. Lanzoni – Le diocesi d’Italia dalle origini Al principio del secolo VII – I, Faenza 1927 – pp. 304, 516-17.
[74] Silvestrelli – Città, castelli e torre della regione romana – vol. II 1970 – pp. 498-99.
[75] Pulcini G. – cp. cit. – pag. 152.
[76] Frederiksen – Ward Perkins – cp. Cit. – pag. 121.
[76 bis] A proposito di questa singolare denominazione, lo Ashby, in The Via Flaminia, J.R.S. XI, 1921, argomenta che i costruttori di quel muro dovono dato le loro anime al diavolo ovvero fu originato il nome dal peccato di aver inquinamente distrutta quella strada monumentale.
[77] Mastrocola M. – Il Monachesimo nelle diocesi di Civita Castellana, Orte e Gallese – in: Miscellanea di Studi Viterbesi – pp. 352-419.
[78] L’effemeri per il glorioso martirio dei S.S. Marciano e Giovanni con un parere del sito dell’antico Veio – Venezia 1678.
[79] Cfr. Ughelli – t. I, 598 – Mastrocola – Note storiche circa le Diocesi di Civita Castellana, Orte e Gallese – II, pag: 34.
[80] Raspi-Serra, J. – Tuscia Romana – Roma 1972.
[81] Raspi Serra, J. – Insediamenti e viabilità in epoca paleocristiana nell’Alto Lazio – in atti del III Congresso Nazionale di Archeologia cristiana – Trieste 1974 – pp. 391-405.
[82] Raspi-Serra, J. – cp. cit. – pag. 9-10.
[83] Per Monterosso Olmo cfr. A. Venditti – Architettura bizantina nell’Italia Meridionale – Napoli 1967 – p. 214.
[84] Raspi Serra, J. – Le Diocesi dell’Alto Lazio, -edito dal Centro Italiano d  di Studi sull’Alto Lazio – Spoleto 1974, - pag. 78.
[85] Sempre sull’attuale cattedrale cosmatesca vedi: Relatio visitationis Civitatis Castellanae – A.V.C.C. – 1613.
Toesca, P. – Il Medioevo – Torino 1965 – pag. 582;
Cardinali, A. - Cenni storici della chiesa cattedrale di Civita Castellana. Roma 1935 – pp. 21-78.
Wagner Rieger, R. – Die italische Dankuust: Zu Beginu derGotix - II Pag. 34
Raspi Serra, J. – La Tuscia Romana – pp. 52-102 e segg. ; 146 n. 16; n. 163 n.142; 182 n. 280.
[86] Le diocesi dell’Alto Lazio – a cura di J. Raspi Serra pag. 58. A proposito dell’edificio vedi Kehr – Italia pontificia – II – pag. 184 e Serafini – Torri campanarie di Roma e del Lazio – Roma 1927 – pag. 113.
[87] Cronache cittadine – di Franceso Pechinoli – A.V.C.C. 1558.
[88] Cardinali – Cenni storici della Chiesa Cattedrale di Civita Castellana Roma 1935.
[89] Effemeri per il glorioso martirio dei SS. Marciano e Giovanni – Venezia 1678 – pag. 52.
[90] Sull’edificio : Kehr – Italia pontificia – II, pag. 184.
Cardinali A. – cp. cit. pp. 11-25.
Serafini A. – Torri campanarie di Roma e del Lazio – nel medioevo - pag. 113 e segg.
Raspi Serra, J. – La Tuscia Tomana – pp: 10; n. 17; fig. 214.
[91] MAFFEI – Il museo veronese – Verona 1749, I, pag. 359.
[92] Gams, 685.
Cappelletti VI, 13.
[93] Mastrocola M. – Note storiche circa le Diocesi di Civita Castellana, Orte e Gallese – II, Civita Castellana 1965, - pp. 24-25.
[94] Cardinali – Cenni storici della Chiesa cattedrale di Civita Castellana - Roma 1935.
[95] Tarquini – Notizie istoriche e territoriali di Civita Castellana - Castelnuovo di Porto 1874.
[96] Lugli – Storia e cultura della città italiana – Bari 1967 – pp. 121, 130 e segg.
[97] Mengozzi – La città italiana nell’Alto Medioevo – Firenze 1931.
[98] Apolloni-Ghetti – Architettura della Tuscia – Tip. Pol. Vaticana 1960.
[99] Quaderni di Ricerca urbanologiaca – op. cit.
[100] Giovannoni G. – Antonio da Sangallo il Giovane – Roma 1959.
[101] Sanguineti – La fortezza di Civita Castellana e il suo restauro – In Palladio 1959.
[102] Tomassetti – Della campagna romana – in Arch. Soc. Rom. St. Patr., VII, pag. 425.
[103] Mansi – XII, 725; Lib. Pont. I, 474.
[104] ) Di Stefano Manzella, Ivan – Falerii Novi, negli scavi degli anni1821-1830 – in Memorie pont.Acc.Arch., 1976.
[105] Apolloni-Ghetti – Architettura della Tuscia, Città del Vaticano 1960, pp. 167-168.
Hermanin – L’arte in Roma dal sec. VIII al XIV – Bologna 1945pag. 47, 54, 55.
Wagner Rieger - Die italienische Baukunst zu Beginn der Gotik, II pag. 33 I. La prima tesi è del Lavagnino, l’altra del Toesca.
[106] Manrique – Annales Cisternienses – Lione 1642, t. I, ad an. 1143 c; VII, VIII.
[107] Valle A. – in “Rassegna d’arte” – 1915.
[108] Del Frate Oronte - Guida storica e descrittiva della Faleria etrusca – Roma 1898, pag. 55.
[109] Dall’aprile 1976 questa copia è scomparsa dal Comune di Civita Castellana [Attualmente il volume si trova nella Biblioteca Comunale di Civita Castellana. Ndr.].
[110] Ho ritenuto opportuno citare estesamene la parte relativa alla strada degli Scardafogli perché presentava un riferimento preciso ad una situazione locale, tra i generici compiti di un Podestà quattrocentesco, ed è inoltre un brano di difficile interpretazione. A prima vista con il termine “Scardafogli” sembra che si voglia intendere una località del territorio comunale (si tratta in realtà di una selva), ma potrebbe avere assunto un valore diverso col passare del tempo, ad esempio, ed è una ipotesi da non gettare via, si potrebbe intendere con quel termine qualcosa come “briganti”, che probabilmente popolavano quella selva sottoponendo a vessazioni i viaggiatori diretti a Civita Castellana. A questo proposito la tesi in questione potrebbe essere a ragione suffragata da due documenti (pp. 284-285) che pubblico in appendice, datati al 1290 e facenti parte l’uno del Registro Camerale di Nicolò IV e l’altro del Liber Censum della Chiesa Romana. Nel primo documento, una lettera di Nicolò IV, il Pontefice concede il permesso di spostare una strada verso il nuovo ponte sul fiume Treia, perché il vecchio tracciatodella selva di Scardafoglio era pericoloso per i viandanti, per cui dovevano essere risarciti i danneggiati per via dello spostamento. Nel secondo atto il Sindaco di Civita Castellana si obbliga, a nome dei concittadini, a non togliere il pedaggio sulla nuova strada costruita nella valle del Treia, in quanto lo stesso è necessario per le opere di conservazione della strada stessa e del ponte.
[111] cfr, Theiner – Cod. p. 491, III, e De Cupis “Saggio bibliograf.” Pag. 143


[Trascrizione di Paola Scarpetta]


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